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A cura di Maria Carannante Fonte: Unblognormale
L’intervento straordinario per lo sviluppo delle aree depresse è stato
lo strumento di politica economica di maggior interesse del secolo
scorso. Durato quarant’anni e frutto dell’influenza del pensiero
economico e delle condizioni socio - economiche non solo italiane, ma
anche dell’Europa e degli USA di quel periodo, è di certo oggetto di un
acceso dibattito che sembra non essersi ancora concluso.
Cresciuto insieme alla questione meridionale, anche se non è nato con
essa, si è radicato nei ricordi attraverso giudizi poco veritieri e poco
documentati.
L’articolo tenta di fare luce su alcuni punti più o meno conosciuti in
modo rendere più trasparenti finalità, esecuzione ed effetti
dell’intervento. L’articolo non si pone obiettivi di esaustività,
rimandando a fonti più autorevoli, ma di mettere in discussione alcuni
assiomi che sono nati sul tema.
Questa è la seconda delle tre parti in cui è diviso l’articolo.
148.243,132 miliardi di Lire correnti o 340.271,765 milioni di Euro a
prezzi concatenati al 2008 dal 1951 al 1993, comprensivi degli sgravi
contributivi. [12] Ma scritto così significa ben poco.
Facendo riferimento alle quantità effettivamente erogate ogni anno è
possibile calcolarne l’incidenza sul PIL, riportate nel seguente
grafico.
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Incidenza sul PIL dell’intervento straordinario. Anni 1951 - 1993. Elaborazione mia. [12]
Come
precedentemente scritto, la prima fase di intervento riguardava solo
gli investimenti diretti nel Mezzogiorno, quindi sono gli unici ad
essere considerati fino al 1967. Come si può notare gli investimenti
superano l’1% del PIL solo in un anno, il 1975 (1,23%), anno in cui
anche la spesa totale per l’intervento straordinario raggiunge il
massimo, con l’1,73% del PIL. Nei due anni successivi la spesa per
investimenti sfiora l’1%, così come nel 1954. L’andamento della serie
appare stazionario attorno alla sua media dello 0,73% circa.
La spesa per gli sgravi fiscali ha invece un andamento crescente,
partendo dalla mastodontica cifra dello 0,01% del PIL erogata nel 1968,
ma che non raggiunge mai lo 0,6% del PIL.
Infine il totale ha un andamento stazionario attorno alla sua media
dell’1% circa, e le cui oscillazioni sono influenzate da quelle degli
investimenti, con cui condivide il massimo, e le elevate osservazioni
immediatamente successive, in cui raggiunge l’1,49% del PIL. C’è da sottolineare che non si tratta di spesa aggiuntiva, come ha denunciato più volte la Corte dei Conti.3
Per tutta la loro esistenza, la Cassa prima e l’Agensud poi sono stati
gli unici enti ad erogare fondi atti allo sviluppo del Mezzogiorno, in
assenza di una politica ordinaria di spesa di cui lo Stato avrebbe dovuto farsi carico, in aggiunta e in completa indipendenza da questi enti. [12]
Per avere un’idea dell’effettiva magnitudo di quanto investito è
doveroso citare un articolo di Pasquale Saraceno, relativo alla prima
fase di preindustrializzazione:
“Da tempo si è […] mostrato che il valore
economico della protezione consentita dagli incentivi è inferiore a
quello della protezione doganale al cui riparo è sorta l’industria delle
regioni nord-occidentali del Paese. E notisi che quella industria ha
fruito di altri benefici: i profitti straordinari consentiti dalle
commesse belliche conseguenti alle due grandi guerre e poi il pratico
annullamento dei debiti delle imprese reso possibile dalle due
inflazioni postbelliche. E ciò non è neppure bastato: per il sostegno
del sistema industriale che si andava formando sono infatti occorsi
anche i ripetuti salvataggi industriali effettuati nel ventennio tra le
due guerre, un tipo di intervento che è poi continuato anche dopo
l’ultima guerra, con un ritmo e per entità che non trovano esempi nel
resto del mondo occidentale. A fronte di questa vicenda si collocano i
1.100 miliardi, in lire 1972, di contributi in conto capitale impegnati e
ancora in parte non erogati all’industria meridionale a tutto il 1974.
Si tratta di un importo probabilmente minore dei sopraprofitti di una
sola delle due guerre conseguiti dalle industrie del triangolo; lo
stesso può dirsi per ciascuna delle due inflazioni belliche di cui hanno
beneficiato gli investitori in impianti industriali del tempo che, come
era normale, si fossero largamente finanziati con prestiti bancari.
Non vi è modo ovviamente di procedere a valutazioni anche approssimate
di tali benefici. Questa possibilità esiste però nei riguardi dei
salvataggi bancari: la perdita assunta dallo Stato a seguito dei
salvataggi bancari effettuati dopo la prima guerra mondiale fino
all’operazione di risanamento effettuata dall’IRI nel 1934 è stata
valutata in 10,5 miliardi del tempo, importo che si può far
corrispondere a 1.400 miliardi del 1972. I contributi in conto capitale
dati all’industria meridionale durante tutto l’intervento straordinario,
ammontanti come detto sopra a 1.100 miliardi, sono dunque inferiori al
costo dei soli salvataggi bancari, un costo, notisi, sopportato da una
economia italiana certo molto più povera di quella odierna.” [13]
Pur non potendo stimare le quantità, di certo non è
stato solo il Mezzogiorno ad usufruire dell’intervento pubblico per
l’industrializzazione.4
L’area del Nord Ovest fu, fino agli anni ‘60 del secolo scorso, l’unica
in cui ci fosse una notevole presenza del settore secondario. Per
questo motivo fu l’unica area che poté godere di tutte le politiche di
incentivi e protezione doganale. E di certo gli interventi a favore
dell’industria padana non cessarono con l’avvio della politica di
intervento del Mezzogiorno. Per poterlo affermare serenamente è
sufficiente contare tutte le volte in cui si è evitato il fallimento
della FIAT.
6 - Fu un intervento di programmazione dall’alto.
Si distingue, all’interno delle politiche di sviluppo, lo sviluppo dall’alto e lo sviluppo dal basso,
il primo realizzato attraverso politiche standardizzate e controllate
da organismi centrali, l’altro, invece, realizzato attraverso politiche
di incentivi generalizzati atti a favorire la natalità e la
competitività delle imprese locali. [3]
Durante i quarant’anni dell’intervento straordinario si sono alternate fasi di sviluppo dall’alto e dal basso [3]:
La fase di preindustrializzazione
è stata una politica di sviluppo dall’alto, essendo stata realizzata
attraverso una serie di investimenti stabiliti dalla Cassa;
La fase degli incentivi è stata una politica di sviluppo dal basso;
La fase dell’industrializzazione esterna è stata una politica
di sviluppo dall’alto, in quanto le scelte relative alla localizzazione
delle imprese pubbliche erano prese a livello centrale;
La fase di sviluppo assistito è stata una politica di sviluppo dal basso.
Il ritorno allo sviluppo dall’alto nella terza fase dell’intervento, non
fu legato al fallimento della politica dello sviluppo dal basso,
piuttosto alla pressione esercitata dalla classe imprenditoriale del
Nord per limitare lo sviluppo del Mezzogiorno:
”Che gli industriali del Nord favorissero […] lo sviluppo dall’alto
è […] chiaro solo se si consideri che lo sviluppo dall’alto
favorisce le grandi imprese e che le grandi imprese settentrionali hanno
interesse […] che al Sud non cresca un tessuto ricco di imprese
industriali che faccia ad esse concorrenza; e hanno interesse, pertanto,
che siano esse a «conquistare» i mercati del Sud, e non siano invece le
imprese meridionali a sottrarre ad esse mercati.” [3]
Lo sviluppo dall’alto, inoltre, è una politica di intervento che
richiede un notevole intervento discrezionale da parte
dell’amministrazione pubblica. È stato infatti proprio nelle due fasi
dello sviluppo dall’alto, in particolare quella dell’industrializzazione
esterna, che si sono verificate tutte le inefficienze legate
all’ingerenza della classe politica nella politica industriale, quali la
creazione di clientele e di favoritismi elettorali. Ciò garantì il
consenso di questo tipo di intervento anche da parte degli esponenti
politici locali, in una logica di convenienza personale e di classe a
scapito dell’interesse pubblico. Grazie all’accordo tra la classe
industriale del Nord e la classe politica del Mezzogiorno, l’intervento
straordinario divenne uno strumento di consenso politico piuttosto che
di sviluppo delle aree depresse. [3]
7 - Ha apportato maggior crescita economica al Nord che al Sud.
Il condizionamento della classe imprenditoriale del Nord delle scelte di
intervento per lo sviluppo del Mezzogiorno ha comportato una
distorsione della natura dello stesso tale da apportare, nel lungo
periodo, maggiori vantaggi al Nord rispetto al Sud.
La SVIMEZ, già nelle stime preliminari relative alla fase di
preindustrializzazione, aveva previsto che gli effetti dell’intervento,
così come definiti, sarebbero stati maggiormente favorevoli per il Nord.
“La Svimez, applicando la teoria del
moltiplicatore agli investimenti previsti per il primo biennio, era
giunta alla conclusione che la spesa della Cassa avrebbe generato una
domanda di beni di investimento e di consumo pari al 69% del suo
ammontare; sarebbe avvenuta la localizzazione al Nord del 55% dei
consumi, del 118% dei risparmi, del 51% dei tributi (indiceSud=100).
L’incremento del reddito sarebbe stato più alto al Sud solo nel primo
ciclo, mentre già al quinto ciclo sarebbe stato più alto al Nord” [11]
Questa fase che, come riportato in precedenza, ha
determinato la creazione di un mercato di consumo nel Mezzogiorno il
quale, unito alla emigrazione di massa, legata sostanzialmente allo
spopolamento delle zone rurali, fece da traino al “miracolo economico”5
verificatosi nel Centro - Nord nel decennio successivo. [14] Le
politiche della prima fase di intervento, infatti, furono collocate
nell’ottica dell’urbanizzazione dell’area e dell’abbandono delle
campagne al fine di colmare lo squilibrio esistente nel mercato del
lavoro. E poco importava la totale assenza di industrie nei centri
urbani. Il fine dell’intervento era il raggiungimento della piena
occupazione, che si poteva realizzare in entrambe le aree che formavano
l’economia dualistica attraverso l’emigrazione di massa. [15] Pur non
volendo enfatizzarne il ruolo si può affermare che il vero miracolo del Nord sia stato l’istituzione della Cassa.
Ma non è tutto. Le opere pubbliche, piccole o grandi che siano, devono
essere realizzate da imprese private. E di certo le opere di
preindustrializzazione del Mezzogiorno non erano realizzabili da imprese
locali, semplicemente perché esse non esistevano.
Gli investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno, quindi,
rappresentarono una ghiotta occasione di crescita per le imprese del
Nord le quali, oltretutto, ebbero la possibilità di ottenere i
finanziamenti senza gara d’appalto e di essere esonerate dall’obbligo di
spendere l’intero importo erogato per la realizzazione dell’opera. [14]
L’eccesso di discrezionalità da parte della Pubblica Amministrazione, a
queste condizioni, appare evidente. Esse avevano la possibilità di
scegliere arbitrariamente l’importo da erogare, le imprese appaltatrici e
la localizzazione delle infrastrutture. Ciò ha comportato la nascita di
opere inutili, quando completate, a costi abnormi e localizzate in
ragione di convenienza politica.
Relativamente agli incentivi, nel seguente grafico sono riportati i
valori medi per regione della ripartizione negli anni dal 1953 al 1970.
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Incentivi. Valori medi per anno e regione. Anni 1953 - 1970. Elaborazione mia. [16]
Dal
grafico è possibile notare un aumento nel tempo dell’erogazione degli
incentivi per tutte le ripartizioni, ma, in tutti gli intervalli di
tempo considerati, le imprese situate nel Nord - Ovest ne hanno
usufruito in misura maggiore rispetto al resto del Paese.
In particolare nel primo periodo gli incentivi erogati mediamente in
questa ripartizione furono in misura più che doppia rispetto alle altre
ripartizioni. Nel secondo periodo, che indica il passaggio dalla prima
alla seconda fase dell’intervento straordinario, ci fu un livellamento
delle proporzioni degli incentivi nelle varie ripartizioni. Nel terzo
intervallo di tempo considerato, infine, ci fu un nuovo dislivello a
favore del Nord - Ovest e del Mezzogiorno, anche se in misura minore per
quest’ultimo. Quindi, anche sotto questo
aspetto, è l’area del Nord - Ovest ad aver usufruito maggiormente delle
politiche di intervento pubblico a favore dello sviluppo. Infatti
nonostante nel Mezzogiorno si applicarono tassi di interesse agevolati,
le imprese dell’area godettero di una quantità modesta di incentivi.6
Ciò era dovuto sostanzialmente alla delega alla Cassa di tutte le
politiche di intervento, che permise all’amministrazione centrale di
occuparsi quasi esclusivamente delle altre ripartizioni. [16]
Riferimenti:
[12] Soriero, G., “È stato giusto chiudere l’intervento straordinario? Alcune riflessioni sul dibattito parlamentare e culturale.”, in “Nord e Sud a 150 anni dall’Unità di Italia”, SVIMEZ, Roma, Marzo 2012.
[13] Saraceno, P., “È ancora valida la concezione del meridionalismo apparso nell’ultimo dopoguerra?”, in “Rivista Apulia, numero III - 75”, Banca Popolare Pugliese, Lecce, Luglio 1975.
[14] Redazione, “60 anni fa nasceva la CasMez un provvedimento proSud che ha fatto straricco il Nord.”, su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’8 Agosto 2010.
[15] Vita, C., “I modelli dualistici di sviluppo e il dibattito sul Mezzogiorno.”, in Realfonzo, R., Vita, C., “Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa.”, Franco. Angeli, Milano 2006.
[16] Spadavecchia, A., “Regional and national industrial policies in Italy, 1950s – 1993. Where did the subsidies flow?”, in “University of Reading Working Paper No. 48. Sutcliffe, B.”, 2004.
3 Nella “Relazione sul Rendiconto generale dello Stato” del 1992 la Corte
dei Conti fa notare di averlo già denunciato in precedenza.
4
Spesso si asserisce che la quota di investimenti destinata al Centro -
Nord nel periodo dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno sia stata
in media del 35% del PIL. Devo ammettere che non mi convince. Sebbene
sia vero che in quel periodo si sia fatto un ampio ricorso
all’indebitamento, ciò equivale ad affermare che la quasi totalità del
gettito fiscale sia stata utilizzata per le spese in conto capitale.
Per gli anni dal 1996 al 2009 le spese in conto capitale sono state
contabilizzate dal Dipartimento del Tesoro per adempiere ad obblighi a
livello europeo. Da esse risulta che la spesa per investimenti e
incentivi è stata in media del 2,78% del PIL nel Centro - Nord e
dell’1,13% del PIL nel Mezzogiorno. In proporzione la spesa è stata del
29% nel Mezzogiorno e del 71% nel Centro - Nord. Volendo mantenere le
stesse proporzioni per il periodo dell’intervento straordinario, si può
assumere che nel Centro - Nord la spesa sia stata in media del 2,5% del
PIL.
La quota del 35% è più probabilmente relativa agli investimenti fissi lordi, ovvero gli investimenti privati che concorrono alla formazione del PIL.
5 A proposito, sapevate che l’espressione “miracolo economico” fu coniata da una giornalista di The Economist che trovò lo sviluppo del Centro - Nord inspiegabile?
6
In media, nel periodo dal 1953 al 1970, la proporzione di incentivi sul
totale per il Mezzogiorno fu del 30,5%. Una quota maggiore rispetto al
Nord Est e al Centro, ma inferiore al peso demografico dell’area,
intorno al 35%.
"I dieci punti sull’intervento straordinario che non avevate mai osato chiedere. Parte seconda"
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