tag:blogger.com,1999:blog-6344143329529119612009-06-16T11:06:32.471+02:00Terapia Sistemico FamiliarePsicologia e Psicoterapia Sistemico Familiare. Informazioni scientifiche curate dal Dr.ssa Alessandra Di Pasquali, Psicologa e Psicoterapueta, Roma; per Psicolife (www.psicolife.com) - Il portale di informazione scientifica sula psicologia e l'ipnosiDr. Massimiliano Zisahttp://www.blogger.com/profile/08637443253755951339noreply@blogger.comBlogger28125tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-54665260416232166492009-06-15T10:34:00.002+02:002009-06-16T11:06:32.588+02:00Quando un figlio sta male……….L’invio.<br />I genitori possono essere inviati da latri professionisti o presentarsi di propria iniziativa. È fondamentale rispondere prontamente all’invio, dal momento che il funzionamento relazionale di genitori e figli che vivono in condizione di costante tensione può deteriorarsi rapidamente. Inoltre una risposta fornita con il giusto tempismo permette al terapeuta di effettuare una prima valutazione dei rischi che il bambino corre nell’immediato. Il primo contatto con il terapeuta avviene telefonicamente, perché è questo il momento in cui una persona comincia ad interessarsi alle preoccupazioni per se stesso e per il bambino.<br />La prima seduta.<br />In questa fase è fondamentale per il terapeuta capire quali sono i veri motivi della richiesta di aiuto.<br />a. Problemi del bambino: ci si riferisce a tutte le problematiche direttamente attribuibili al bambino (difficoltà di regolazione nell’alimentazione, difficoltà comportamentali, gli scoppi di rabbia, una eccessiva dipendenza etc…).<br />b. Problemi del genitore: è frequente che una famiglia venga segnalata quando di ritiene che le problematiche legate alla salute del genitore e al suo stato mentale rappresentino un rischio potenziale per lo sviluppo del bambino. Un esempio è quando il genitore è troppo assorbito dai propri stati affettivi e non è in grado di riconoscere i bisogni del figlio né di rispondere ad essi. A questo comportamento del genitore, il bambino potrebbe rispondere imparando ad adattarsi alla mancanza di disponibilità del genitore ritirandosi dalla relazione e facendo ricorso all’autostimolazione e all’autoconsolazione.<br />c. Problemi della relazione con il bambino: ci sono casi in cui la relazione con il bambino si presenta come problematica sin dall’inizio. Per esempio una madre potrebbe riferire di non aver stabilito un legame con il proprio figlio. Sono genitori che non sono in grado di creare nella propria mente lo spazio per preoccuparsi del figlio, spesso non riescono ad adattarsi ai suoi bisogni precoci e a farsi coinvolgere in una relazione connotata da un investimento emotivo molto forte. È molto importante che il bambino senta che qualcuno si occupa dei suoi stati fisici e mentali, comunicandogli la sensazione di essere al sicuro.<br />d. Problemi della coppia genitoriale: la relazione di coppia può rappresentare la ragione iniziale per la consultazione, per esempio quando sia in corso una separazione. In altri casi dietro una qualche preoccupazione per il figlio, si nasconde una situazione problematica di coppia.<br /><br />La fase intermedia della terapia.<br />La chiave del cambiamento nella relazione genitori-bambino è racchiusa nella fase intermedia della terapia, quando tutti i pazienti sono sempre più coinvolti. Questa fase può aver inizio anche se non è ancora completamente consolidata l’alleanza terapeutica. Anche il bambino a sua volta assorbe le emozioni che circolano nella stanza di terapia, costruisce la sua relazione con il terapeuta e nutre un’aspettativa sull’aiuto che può riceverne.<br />Una volta che il legame terapeutico si è stabilizzato, emergono con maggiore chiarezza gli “stili relazionali” di bambini e genitori. Compito del terapeuta è di “restituire” ai pazienti le “interazioni” così come le osserva, come se fosse possibile vederle al rallentatore per esaminare i dettagli impercettibili ad un primo esame.<br />La conclusione della terapia.<br />La decisione di porre fine al trattamento attiva nella relazione tra terapeuta, genitori e bambino uno stadio caratterizzato molto spesso dall’improvvisa comparsa di sentimenti regressivi ed emozioni primitive, ad esempio l’ansia da separazione. Uno dei compiti evolutivi del bambino è quello di imparare a gestire le continue separazioni che affronta ogni giorno: deve accettare che i genitori lo possono lasciare anche da solo per un po’ di ore, imparare che arriva il momento di andare a dormire o sapere aspettare se non riceve una risposta immediata alle sue richieste. Durante la terapia i genitori e il bambino condividono le separazioni rappresentate dalla fine di ogni seduta seguite dal ricongiungimento nella seduta successiva. L fase conclusiva permette di assimilare queste esperienze e prepara ad un ultimo saluto, a cui non seguirà un ritorno per la seduta successiva.<br />Questa fase fornisce al bambino e al genitore la preziosa opportunità i percepire, comprendere e digerire i sentimenti di separazione e di perdita.<br /><strong><em><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="font-size: 100%;"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></span></a><span style="font-size: 100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"> </a><br /><a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a></span></em></strong><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-5466526041623216649?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-29075278992555087062009-05-14T18:01:00.001+02:002009-05-14T18:03:18.579+02:00L'autonomiaL’autonomia di una persona non va considerata unicamente all’interno dei confini della forza dell’Io e delle risorse intrapsichiche. Il raggiungimento dell’autonomia è strettamente legato alla “lealtà” verso la famiglia di origine. “Gli impegni di lealtà” dei singoli membri della famiglia sono indicatori del bilancio della giustizia familiare: costituiscono una determinante invisibile, intrinseca di catene di azioni-reazioni tra i membri della famiglia attraverso le generazioni.<br />Può succedere che il figlio per esempio, può rimanere indebitato verso i genitori che hanno fatto tanto per lui, e ripagarli attraverso forme patologiche di lealtà come il non riuscire a crescere emotivamente o a separarsi. In questo contesto qualsiasi psicopatologia e insuccesso di maturazione equivale ad un pagamento per la gratitudine e la lealtà dovute ai genitori (figli come oggetti sacrificali).<br />Gli adulti che non hanno adeguatamente elaborato la loro separazione emotiva e il senso di colpa, posso rimanere inconsciamente troppo impegnati e leali verso le famiglie di origine. I loro figli possono allora essere usati come oggetto sostitutivo di gratificazione per la dipendenza non esaudita dei genitori. I genitori possono anche cercare di ripagare il loro debito verso i propri genitori con un atteggiamento oblativo verso i figli, atteggiandosi a martiri e generando sensi di colpa. Che succede allora? Quando ai bambini non è permesso di essere tali, di perseguire i propri interessi e bisogni, si sentono iper-responsabili e cercano di svolgere funzioni genitoriali: il figlio genitorializzato.<br /><br />L’individuo è membro di un sistema relazionale attraverso il suo impegno di lealtà. È impegnato verso la famiglia attraverso obblighi sia manifesti sia invisibili. È una tendenza umana attendersi una giusta ricompensa ai propri contributi “dopo tutto quello che ho fatto per te, questo è il ringraziamento, andartene, fregandotene della nostra famiglia” e dovere una giusta ricompensa per i benefici ricevuti dagli altri.<br />L’unione tra due persone spesso provoca un confronto tra due sistemi di lealtà verso la famiglia nucleare. L’obbligo “irrisolto” verso la famiglia di origine lo chiamiamo “lealtà originale”. Quando un uomo e una donna decidono di stare insieme, la loro lealtà verso la futura unità familiare nucleare deve raggiungere una tale importanza, da permettere loro di “superare” le lealtà originali”.<br />Molto spesso nel mio lavoro con le coppie, ho potuto constatare che quasi sempre, quando ci sono conflitti coniugali, un sintomo scatenante (es. una dipendenza patologica) di uno dei coniugi o di un figlio, dietro al malessere che la famiglia o un membro porta in terapia, si nascondono “lealtà originali” congelate, ossia conflitti di lealtà che non permettono all’intero sistema familiare, di raggiungere un equilibrio sano. La formazione di un capro espiatorio in una famiglia può servire ad evitare le lealtà familiari irrisolte. Allora se il “tempo” della famiglia è quello giusto, il terapeuta deve chiamare tutti i membri della famiglia nucleare per “scongelare” obblighi irrisolti.<br /><br /><span style="color: #ff3300;"><em><strong><br/><a <br />href="http://www.psicolife.com"><span style="font-size: 1.2em;color: <br />#33cc33;">www.psicolife.com</span></a><span style="font-size: 1.2em;">&nbsp; <br />&nbsp;&nbsp; <a href="http://www.psicolife.com">Psicologia e Ipnosi Terapia <br />a Firenze e Roma</a> </span></strong></em></span><br/><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-2907527899255508706?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-61412021798846519232009-04-02T17:07:00.001+02:002009-04-02T17:08:53.614+02:00La famiglia con un figlio adolescenteL’adolescenza è un evento critico di crescita e come tale mette alla prova la capacità di adattamento e flessibilità dell’intera organizzazione e struttura familiare. Si tratta di una sfida evolutiva che interessa sia l’adolescente che il genitore.<br />Un compito di sviluppo di tale fase del ciclo vitale, è rappresentato dalla separazione dalle figure parentali con il parallelo raggiungimento dell’indipendenza.<br />Al giorno d’oggi non è sempre facile compiere questo passo, perché è un passo che richiede molti sforzi a livello emotivo da parte sia dei genitori che dell’adolescente.<br />Il percorso di transizione si realizza attraverso il processo di differenziazione reciproca tra le generazioni: differenziarsi vuole dire rispondere di sé in termini di pensieri, emozioni ed azioni a partire dalla comune appartenenza alla storia familiare. Ciò che nasce è la capacità di distinguere tra sé e l’altro da sé.<br />L’adolescente ha bisogno di uscire da casa per confrontarsi con il mondo esterno, cercando attivamente un gruppo di riferimento che costituisce per lui un vero e proprio supporto identitario. Ma nello stesso tempo deve poter ritornare presso la sua famiglia d’origine, per introdurre le conquiste esterne e saggiare la capacità di accettazione e di integrazione del sistema familiare. Crescere vuole dire essere portatori di una differenza senza negare la matrice di appartenenza.<br />Per i genitori si tratta di passare da una fase di generatività parentale ad una di generatività sociale. Il crescere dei figli rinvia al tema del distacco-perdita con il quale i genitori devono confrontasi. Ciò necessita di un’adeguata elaborazione del dolore connesso alla separazione dai figli e consente alla coppia genitoriale di reinvestire sulla coppia coniugale e di prepararsi al momento dell’uscita dei figli da casa. Inoltre alla base di una comunicazione adeguata tra genitori e figli adolescenti ci deve essere la capacità genitoriale di accettare gradualmente le opinioni dei ragazzi e il loro punto di vista durante i dialoghi e le discussioni in famiglia e di sostenere i loro sforzi verso l’autonomia.<br /><span style="color: #ff3300;"><em><strong><br/><a <br />href="http://www.psicolife.com"><span style="font-size: 1.2em;color: <br />#33cc33;">www.psicolife.com</span></a><span style="font-size: 1.2em;">&nbsp; <br />&nbsp;&nbsp; <a href="http://www.psicolife.com">Psicologia e Ipnosi Terapia <br />a Firenze e Roma</a> </span></strong></em></span><br/><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-6141202179884651923?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-49267472968352133252009-03-16T15:41:00.002+01:002009-03-16T15:41:59.183+01:00Le emozioni nella prima infanziaVerso i 2 anni molti bambini dispongono di un vocabolario con cui descrivere le emozioni fondamentali “Ti abbraccio. Bimbo contento”; “E’ buio. Ho paura”. Nell’età compresa tra i 2 e i 5 anni il bambino impara a riconoscere e a nominare situazioni ed espressioni del viso che denotano sentimenti diversi. La distinzione tra sentimenti positivi e negativi è la prima ad essere acquisita. Parallelamente allo sviluppo si osservano vari cambiamenti nella comprensione di diversi aspetti delle emozioni: il bambino per esempio arriva a capire sempre di più che la fonte delle emozioni può essere sia interna sia esterna, cioè legata alle situazioni. Prima dei 6-7 anni può essere in grado di nominare emozioni sia positive che negative; ma fino ai 9-10 anni non riesce a riconoscere con chiarezza l’ambivalenza o i sentimenti costituiti da un misto di emozioni negative e positive. A mano a mano che il bambino cresce, capisce sempre meglio che i sentimenti reali possono essere diversi da quelli osservabili, impara che è possibile mascherare le proprie emozioni.<br />Nel periodo compreso tra i 7 e i 12 mesi i bambini sviluppano nuove paure, probabilmente a causa dell’incremento della memoria di rievocazione (capacità di recuperare uno schema, e cioè la rappresentazione degli elementi salienti in un evento e le loro relazioni reciproche, in assenza di stimoli rilevanti) e delle memoria a breve termine (il processo tramite il quale l’esperienza presente viene messa in relazione con gli schemi immagazzinati per un periodo di 20-30 secondi).<br />La paura degli estranei: una delle paure più frequenti nel secondo semestre di vita è l’angoscia di fronte agli estranei. I bambino di 8 mesi manifesta uno stato di angoscia quando corruga il volto all’avvicinarsi degli estranei, volge lo sguardo verso la madre e l’estraneo e dopo pochi secondi comincia a piangere. Dunque, il bambino di 8 mesi per diventare ansioso, non deve osservare la persona che gli è familiare, in quanto mette a confronto l’estraneo con gli schemi recuperati nella memoria, delle figure familiari e quando non riesce ad assimilare il primo al secondo, cade nell’incertezza e si mette a piangere.<br />L’angoscia da separazione: la paura di una separazione temporanea che si prende cura di lui si manifesta quando il bambino viene lasciato in una ambiente sconosciuto o in presenza di un estraneo, mentre è meno probabile se il bambino si trova in casa o con un familiare o con una baby-sitter. L’angoscia di separazione compare di solito tra i 7 e i 12 mesi, raggiunge il culmine tra i 15 e i 18 mesi e poi diminuisce gradualmente. L’intensità dell’angoscia per una temporanea separazione dalla madre può dipendere in parte dalla qualità della relazione emotiva che si è instaurata nella coppia madre-figlio.<br />Le emozioni e le espressioni facciali: il sorriso.<br />Anche il neonato sorride ma si tratta di una reazione riflessa, stimolata spesso da un colpetto sulle labbra o sulle guance, anche se nel primo mese comparirà in risposta a determinati suoni. A 2 mesi invece il sorriso è una risposta ad una più ampia gamma di stimoli, specialmente ai volti umani e alle voci. A 3 mesi il bambino può sorridere in risposta alla maggior parte dei volti umani perché riconosce che il volto è simile ad un viso familiare, forse a quello del genitore. Nel corso del primo anno tendono a sorridere ad esempio alla madre che fa il cucù o al solletico. Ma già dall’inizio del secondo anno sorrideranno e rideranno in situazioni che hanno provocato essi stessi. La comparsa del sorriso e del riso è dunque il risultato di modificazioni cognitive.<br />L’espressione delle emozioni è influenzata sia dai fattori biologici che dall’apprendimento. Mano mano che procede il processo di maturazione, i bambini cominciano ad interpretare e ad etichettare le loro sensazioni e nel farlo usano spesso concetti appresi dagli altri. A seconda delle situazioni, i bambini imparano ad associare le loro sensazioni e la situazione, all’etichetta “rabbia”, “paura”, “vergogna”.<br /><span style="color: #ff3300;"><em><strong><br/><a <br />href="http://www.psicolife.com"><span style="font-size: 1.2em;color: <br />#33cc33;">www.psicolife.com</span></a><span style="font-size: 1.2em;">&nbsp; <br />&nbsp;&nbsp; <a href="http://www.psicolife.com">Psicologia e Ipnosi Terapia <br />a Firenze e Roma</a> </span></strong></em></span><br/><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-4926747296835213325?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-83091786206940166862009-02-15T10:19:00.002+01:002009-02-15T10:22:03.856+01:00Il gruppoIl gruppo si identifica come una pluralità in interazione, con un valore di legame.<br />Pluralità: il gruppo è un insieme numericamente ridotto di persone.<br />Interazione: è l’azione reciproca tra gli individui del gruppo. Si definisce almeno a tre livelli: il primo è quello dell’influenzamento reciproco dell’individuo (agito), giocato tra l’adattarsi agli altri e ad adattare gli altri; il secondo è il fare insieme più o meno concertato (possibile); il terzo è quello dell’agire contingente caratterizzato da vincoli di tempo, spazio, imposti dal qui ed ora (necessitato).<br />Legame: è il vincolo che si instaura tra gli individui che compongono un gruppo, definisce i sentimenti di appartenenza che si sviluppano tra chi si trova a condividere un campo di interazioni. Questo legame è segnato profondamente da fatti di ordine psicologico: bisogni, desideri, rappresentazioni.<br /><br /><br />I bisogni individuali e i bisogni del gruppo<br /><br />Il gruppo è il luogo nel quale si possono esprimer e soddisfare o veder frustrati l’intera gamma dei bisogni individuali.<br /><br />I bisogni individuali: stima e autostima, identità, sicurezza e contribuzione.<br />1) La stima e l’autostima sono correlate: tanto più ci si sente apprezzati e ben valutati dal proprio ambiente, tanto più alto sarà il livello di autostima, cioè l’apprezzamento che si ha di sé e il valore che si attribuisce. Il gruppo offre la possibilità di soddisfare questo bisogno, creando una situazione di “gruppalità” permanente.<br />Nelle situazioni di gruppo è possibile sperimentare l’apprezzamento e riconoscimento degli altri per le proprie doti personali e professionali e gli individui mostrano questi valori per il bisogno di vederli confermati e vederli crescere dentro di sé.<br /><br />2) Il bisogno di stima e di autostima e correlato a quello di identità ( le proprie caratteristiche, idee, capacità, aspettative, dunque ciò che riguarda la consapevolezza di sé) e all’esigenza di vederla riconosciuta dagli altri. Più una persona ha una buona consapevolezza di sé, più sarà nella situazione di ricevere feedback dal gruppo, attraverso le opinioni e le percezioni che gli altri riferiscono e riflettono parlando di noi stessi.<br /><br />3) Il bisogno di sicurezza: il gruppo protegge, copre dalle responsabilità individuali; è dunque un prendere da parte degli individui.<br /><br />4) Il bisogno di contribuzione : è rappresentato dalla spinta a fare, come la necessità di vedere le proprie realizzazioni e il proprio prodotto reso esplicito e pubblico, di svolgere un’attività il cui esito sia visibile e valorizzato dagli altri e nel quale si veda riflessa la propria personalità, capacità, competenza.<br /><br />I bisogni del gruppo: <br />1) Il senso di appartenenza: è il sentimento comune dei membri del gruppo che si riconoscono come unità, in norme, valori, cultura che essi stessi hanno generato.<br /><br />2) Essere per: è la sicurezza di poter contare sulle risorse messe a disposizione dagli altri, di non essere soli nell’affrontare ed eseguire un compito, di condividere rischi e risultati.<br />In un gruppo è importante che ci sia un giusto equilibrio tra i bisogni individuali e quelli di gruppo. Il gruppo diventa più efficace se possono essere presenti individualità e gruppo. È necessario che le tendenze alla conformità nel gruppo integrino la diversità individuale.<br />Occorre sottolineare che spesso il gruppo sviluppa una pressione sugli individui che spinge verso il conformismo affinché essi giudichino, agiscano in accordo con l’opinione e l’azione del gruppo.<br />L’altro estremo è occupato dall’anti-conformismo: cioè impossibilità dell’individuo di uniformarsi anche minimamente al gruppo e si manifesta come il rifiuto di accordare azioni e giudizi al gruppo.<br />A metà si pone l’indipendenza in virtù della quale l’individuo esprime opinioni e proposte personali ma è in grado di negoziare all’interno del gruppo la sua posizione con quella del gruppo e degli altri gruppi.<br />Individualità è sinonimo di utilizzo e valorizzazione delle differenze, arricchimento e creatività; tutto ciò contribuisce alla crescita del gruppo e al buon raggiungimento dell’obiettivo preposto.<br /><br />Un gruppo funziona bene, se oltre al dare spazio alle differenze individuali, il gruppo è aperto e cioè se ogni membro si dà la possibilità di esprimere le proprie idee e opinioni liberamente, senza sentire di essere giudicati e di doversi di conseguenza difendere, difendere la propria individualità per paura che non venga accettata dagli altri.<br />Una buona apertura all’interno del gruppo aumenta il disaccordo e il dissenso e permette di gestire e impiegare costruttivamente il conflitto che spesso invece si tende a nascondere e a negare per paura che venga fori chissà che cosa ma anche per la caratteristica del gruppo di proteggere. Ma poi ci si chiede: perché il gruppo ha bisogno di proteggere?<br />Per funzionare bene è inoltre fondamentale che, tra i membri di un gruppo, sia presente il feedback: è la percezione circa le informazioni di ritorno e il livello di ascolto per le opinioni espresse dagli altri. Conoscere se stessi nel contesto del gruppo significa conoscere come ci si mette in relazione con gli altri. La fonte più importante e significativa per questo apprendimento è il feedback fornito dagli altri membri. Il feedback è una fonte di autoconoscenza alla condizione che il ricevente sia in grado di accettarlo e accoglierlo e che lo consideri un arricchimento per sé.<br /><br /><span style="color: #ff3300;"><em><strong><br/><a <br />href="http://www.psicolife.com"><span style="font-size: 1.2em;color: <br />#33cc33;">www.psicolife.com</span></a><span style="font-size: 1.2em;">&nbsp; <br />&nbsp;&nbsp; <a href="http://www.psicolife.com">Psicologia e Ipnosi Terapia <br />a Firenze e Roma</a> </span></strong></em></span><br/><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-8309178620694016686?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-12476071755628913762009-01-11T18:19:00.002+01:002009-01-11T18:21:55.109+01:00Il Sistema di Attaccamento secondo la teoria di BowlbyIL SISTEMA DI ATTACCAMENTO: BOWLBY<br />L’attaccamento è quel legame fondamentale che lega un essere umano ad un altro. L’attaccamento è mediato dal guardare, dall’ascoltare e dal tenere. Sentire l’attaccamento vuole dire sentirsi sicuri e protetti.<br />La base sicura è l’atmosfera creata dalla figura di attaccamento, essa crea quel trampolino per esprimere la curiosità e l’esplorazione.<br />Caratteristiche del Sistema di Attaccamento:<br /> Ricerca di vicinanza a una figura preferita<br /> L’effetto “base sicura”<br /> Protesta per la separazione<br />Solo dopo 6 mesi si sviluppa il sistema di attaccamento e il bambino ricerca la vicinanza, una base sicura e protesta per la separazione dalla figura di riferimento.<br />Il comportamento di attaccamento si riferisce tanto a chi fornisce accadimento quanto a chi lo richiede. Infatti una madre che lascia il suo bambino/a con qualcuno che se ne occupa e sente terribilmente la sua mancanza, ne è un esempio.<br />LO SVILUPPO DEL SISTEMA DI ATTACCAMENTO:<br /> 0-6 mesi:orientamento e pattern di riconoscimento.<br /> La vista del volto umano: l’attenzione della risposta del sorriso avviene intorno alla IV settimana; è l’inizio della relazione tra il bambino e chi se ne occupa. Il sorriso del bambino evoca un sorriso di rispecchiamento nella madre: quanto più lei risponde al sorriso tanto più il bambino continua a sorridere e così via.<br /> Lo sguardo reciproco.<br /> Il tenere (holding): riguarda non solo il sostegno fisico ma l’intero sistema psicofisiologico di protezione, sostegno, cura e contenimento.<br /> Nella seconda metà dei primi 6 mesi ci sono gli inizi di una relazione di attaccamento; il bambino diventa più discriminante nel suo guardare, ascolta e reagisce in maniera differente alla voce della madre. Si stabilisce un reciproco conoscersi l’un l’altro che è il perno centrale di una relazione madre – bambino sicura.<br /> 6 mesi-3 anni: verso i 7 mesi il bambino comincerà a mostrare ansia per l’estraneo, facendosi silenzioso e aggrappandosi alla madre.<br />Questi cambiamenti nel bambino coincidono con l’attivazione della locomozione. Il bambino immobile è costretto a rimanere dove si trova invece la madre del bambino mobile deve sapere che il bambino si muoverà verso di lei nei momenti di pericolo e quando è necessario, il bambino ha bisogno di mandare segnali di protesta o di angoscia a sua madre.<br />Il comportamento di attaccamento è una relazione reciproca.<br />È definito come “ogni forma di comportamento che appare in una persona che riesce ad ottenere o a mantenere la vicinanza a qualche altro individuo differenziato e preferito”.<br />Il genitore offre un comportamento di cura che è o dovrebbe essere simmetrico a quello del bambino. Ad esempio in una situazione nuova il bambino ricercherà il contatto visivo con la madre, alla ricerca di suggerimenti che spingono verso l’esplorazione o il ritiro.<br />Il genitore iperansioso può inibire il comportamento esplorativo del bambino facendolo sentire represso e soffocato.<br />Il genitore trascurante può inibire l’esplorazione perché non fornisce una base sicura e porta ad un sentimento di angoscia e di abbandono.<br /> Dai 3 anni in poi: si stabilisce il sistema di attaccamento. <br />Con l’avvento del linguaggio e l’espandersi della complessità psicologica del bambino, dai 3 ai 4 anni, il bambino può cominciare a pensare ai genitori come persone separate con propri scopi e progetti ed escogitare modi per influenzarli.<br />Mary Ainsworth “La Strange Situation”:<br />La Strange Situation è una seduta di 20 minuti in cui la madre e il bambino si trovano in una stanza da gioco con uno sperimentatore. La madre lascia la stanza per 3 minuti, lasciando il bambino con l’estraneo. Poi si riuniscono madre e bambino.<br />In un momento successivo lasciano la stanza la madre e lo sperimentatore per 3 minuti, lasciando il bambino da solo e poi si riuniscono madre e bambino.<br />1. Attaccamento sicuro: sono bambini angosciati dalla separazione. Al momento della riunione salutano il loro genitore, ricevono conforto, se ce ne è bisogno e poi tornano a giocare felici e soddisfatti.<br />2. Attaccamento insicuro-evitante: pochi segni di angoscia e ignorano la madre al momento della riunione, specialmente nella seconda occasione quando lo stress è maggiore. Rimangono guardinghi nei confronti della madre e inibiti nel gioco.<br />3. Attaccamento insicuro-ambivalente: sono fortemente angosciati dalla separazione e ignorano la madre al momento della riunione. Cercano fortemente il contatto ma resistono scalciando, scalciando e buttando via i giocattoli che gli si danno. Continuano ad alternare stati di rabbia e momenti in cui si stringono violentemente alla madre; il gioco esplorativo è inibito.<br />4. Attaccamento insicuro-disorganizzato: i comportamenti del bambino sono confusi come per esempio il restare paralizzati o fare movimenti stereotipati quando vengono riuniti ai loro genitori.<br />Le radici dell’Attaccamento Sicuro e di quello Insicuro:<br />Bowlby considerava lo sviluppo della personalità essenzialmente in termini di influenza ambientale: le relazioni sono primarie, piuttosto che l’istinto o il patrimonio genetico.<br />La chiave dell’attaccamento sicuro è un’interazione attiva e reciproca.<br />L’attaccamento insicuro è il risultato di insufficienti risposte sensibili.<br /><br /><span style="color: #ff3300;"><em><strong><br/><a <br />href="http://www.psicolife.com"><span style="font-size: 1.2em;color: <br />#33cc33;">www.psicolife.com</span></a><span style="font-size: 1.2em;">&nbsp; <br />&nbsp;&nbsp; <a href="http://www.psicolife.com">Psicologia e Ipnosi Terapia <br />a Firenze e Roma</a> </span></strong></em></span><br/><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-1247607175562891376?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-63868642753543493422008-11-24T15:58:00.002+01:002008-11-24T16:00:30.128+01:00La comorbidità del gioco d'azzardo patologicoComorbidità del gioco d’azzardo patologico<br />Il gioco d’azzardo patologico è un disturbo psichico a se stante con un alta comorbidità per altre patologie psichiche e si instaura su una personalità disturbata, con possibilità di presenza di disturbi relazionali e sociali. Il funzionamento globale del soggetto può diventare progressivamente disfunzionale, fino ad essere del tutto compromesso. <br />L’alta comorbidità del gioco d’azzardo patologico riguarda l’alcolismo, l’abuso di sostanze, il disturbo di personalità antisociale, il disturbo di personalità narcisistico-borderline, la depressione, il disturbo bipolare.<br /><br />Comorbidità depressiva<br />Per quanto riguarda la comorbidità psichiatrica, è stata segnalata l’elevata incidenza di sintomi depressivi in soggetti che presentano una dipendenza da gioco d’azzardo. <br />Una buona percentuale di soggetti con gioco d’azzardo patologico riporta una ideazione suicidaria e si ritiene che alcuni di essi abbia tentato almeno una volta il suicidio. Non è ancora del tutto chiaro se la depressione sia una conseguenza della dipendenza da gioco d’azzardo o se il giocatore patologico soffra di un disturbo depressivo.<br /><br />Comorbidità con gli stati di dipendenza da sostanza<br />Il gioco d’azzardo patologico e la dipendenza da sostanze presentano nella loro sintomatologia numerose analogie. I criteri di inclusione previsti dal DSM-IV per i due disturbi sono in effetti abbastanza simili: presentano entrambi fenomeni di tolleranza, dipendenza, craving, astinenza, oltre ad un rilevante impatto sulla vita personale, familiare, sociale, finanziaria e legale del soggetto coinvolto. La perdita di controllo è inoltre esperienza comune sia ai soggetti tossicodipendenti sia ai giocatori problematici.<br />Il craving indica la brama irrefrenabile verso un oggetto o l’impulso di svolgere un comportamento. Esso viene inizialmente vissuto come un impulso che fornisce effetti altamente benefici al soggetto. In una fase successiva il soggetto è assorto sempre più ripetutamente dall’azione compulsiva: il craving è sempre più intenso sia per la mera ricerca di piacere sia per allontanare stati disforici (noia, ansia, depressione, ecc.). I ritmi di abuso si fanno poi serrati e compaiono i primi sintomi da sindrome da astinenza dovuti ai tentativi di esercitare l’autocontrollo. Nel tentativo di resistere al craving si nota l’incapacità dell’individuo di controllare l’impulso. Il dipendente riuscirà a frenarsi solo per breve tempo e tornerà repentinamente ad indulgere nel comportamento distruttivo. L’illusione di potere, l’esaltazione iniziale cede il passo alla constatazione dell’incapacità di controllarsi. In questi momenti sono presenti tutti i sintomi tipici della crisi d’astinenza quali irritabilità, ansietà, insonnia, sudorazione, tremori ecc.<br />Il concetto di tolerance (tolleranza) descrive la reazione psico-fisica che impone l’aumento delle dosi dell’oggetto della dipendenza o del comportamento. Essa non è sempre presente con continuità ma può andare a sbalzi alternando momenti di maggior controllo e aumentando improvvisamente.<br /><br />Comorbidità con gli stati di dipendenza da alcol<br />Molti studi riportano un incidenza di gioco d’azzardo patologico da otto a dieci volte maggiore in pazienti alcol -dipendenti rispetto alla popolazione generale.<br />Tra il gioco d’azzardo e l’alcolismo esistono molte affinità. Spesso il bere e l’assunzione di droghe accompagna il gioco d’azzardo.<br />La presenza di patologie relative al gioco d’azzardo, pone questi pazienti ad un maggior rischio di ricadute nell’alcol (in molti casinò le bevande alcoliche sono distribuite gratuitamente), così come li espone al pericolo di un mutamento di dipendenza: è possibile, infatti, che i giocatori sostituiscano lo “stato” che deriva dall’assunzione di alcol, con quello provocato dall’azione del gioco d’azzardo.<br />Somiglianze forti tra l’alcol-dipendenza e il gioco d’azzardo patologico riguardano la progressività del disturbo, la perdita del controllo, che può essere periodica o continua, la continuazione del comportamento di dipendenza nonostante le conseguenze negative e spesso disastrose sulla qualità della vita. I giocatori d’azzardo associano più facilmente l’uso di alcol alla vincita piuttosto che alla perdita; le vincite al gioco sembrano rafforzare l’uso di bevande alcoliche e ciò spiega perché gioco d’azzardo e alcolismo spesso sembrano andare di pari passo.<br />Chi beve anche moderate quantità di alcol mentre gioca d’azzardo, tende a giocare più a lungo, spendere più soldi e correre maggiori rischi rispetto a chi non beve. Le ricerche affermano che l’uso di alcol diminuisce la percezione della soglia di rischio.<br /><br /><span style="color: #ff3300;"><em><strong><br/><a <br />href="http://www.psicolife.com"><span style="font-size: 1.2em;color: <br />#33cc33;">www.psicolife.com</span></a><span style="font-size: 1.2em;">&nbsp; <br />&nbsp;&nbsp; <a href="http://www.psicolife.com">Psicologia e Ipnosi Terapia <br />a Firenze e Roma</a> </span></strong></em></span><br/><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-6386864275354349342?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-20771959727877882672008-10-21T12:49:00.003+02:002008-11-19T19:56:07.316+01:00Le interazioni triadicheLe interazioni triadiche<br /><br />L’unità di base in cui sviluppiamo le nostre relazioni intime è il triangolo primario che è costituito dalla madre, dal padre e dal bambino. Così i bambini interiorizzano le relazioni che stabiliscono con i genitori, soprattutto con la madre, creando nelle loro menti dei modelli di tali relazioni.<br />I triangoli sono in costante movimento e cambiano di minuto in minuto, di ora in ora. I genitori ed il bambino imparano a muoversi all’interno di questo triangolo dove si fonderanno comportamenti individuali e diadici in varie combinazioni triangolari.<br />Quando è che nasce la “patologia” o si manifesta il sintomo del bambino?<br />I disturbi psicosomatici di un bambino o disturbi funzionali possono nascere per esempio in un matrimonio di una coppia che non è accettato dalla famiglia di origine di uno dei due, che a sua volta si viene a trovare in una situazione di conflitto di lealtà tra la sua famiglia nucleare e quella di origine. Allora il bambino con il suo disturbo può dirigere l’attenzioni della coppia coniugale che si deve attivare per risolvere la situazione ed evitare così il conflitto.<br />La letteratura sulla terapia familiare parla di “triangoli perversi” (Haley, 1971) e “triangoli rigidi” ( Minuchin, 1975), situazioni in cui le risorse del bambino sono utilizzate per regolare il conflitto coniugale. Facciamo alcuni esempi: il bambino viene preso in una disputa tra i genitori, incoraggiato velatamente a prendere le parti e a colludere con uno dei genitori contro l’altro, finendo in una posizione di ruolo che non è la sua e cioè in una posizione generazionale invertita, come la direbbe BoszormenyiNagy (1973), di “parentificazione”. Un altro esempio è quando il bambino può essere spinto ad assumere una posizione di “capro espiatorio” o di persona malata o vulnerabile, per evitare il conflitto coniugale.<br />I bambini imparano molto presto a muoversi all’interno delle relazioni con i genitori e percepiscono anche molto presto quando c’è bisogno di lui, di lui che si trova a “sacrificare” il suo ruolo pur di tenere uniti mamma e papà.<br />Si sente molto spesso dire “ma è ancora troppo piccolo per accorgersi che tra me e mio marito non scorre buon sangue……”; ma non è assolutamente vero, anche il bambino molto piccolo è in grado di percepire quando c’è qualcosa di “strano” ed è in grado, attraverso le sue risorse, di prendersi la briga di sistemare la situazione. E da qui nasce il sintomo!.<br /><br /><br />Bibliografia<br /><br />-Byng-Hall, J. (1995). Le trame della famiglia. Attaccamento sicuro e cambiamento sistemico. Raffaello Cortina Editore, Milano 1998.<br /><br />-Fivaz-Depeursinge, E., Corboz-Warnery, A. Il triangolo primario. Le prime interazioni triadiche tra padre, madre e bambino. Raffaello Cortina Editore, Milano 2000.<br /><br />-Minuchin, S. (1978). Famiglie psicosomatiche. Astrolabio, Roma 1980.<br /><br />-Norsa, D., Zavattini, G.C., (1997). Intimità e collusione. Teoria e tecnica della psicoterapia psicoanalitica di coppia. Raffaello Cortina Editore, Milano.<br /><br /><a href="http://www.psicolife.com/"><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em></em></span></strong></a><strong><em><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="font-size:100%;"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></span></a><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"> </a><br /><a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a><a href="http://www.psicolife.com/"> </a></span></em></strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><strong><span style="font-size:78%;"></span></strong></em></span><p></p><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-2077195972787788267?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-34959027767375870302008-08-16T19:54:00.002+02:002008-11-19T19:54:31.664+01:00Il Disturbo ossessivo-compulsivoIl disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)<br /><br />In psicopatologia il termine “ossessione” indica la condizione di essere “sotto assedio” contro la propria volontà e al tempo stesso quella di essere posseduti da un’entità estranea.<br />Nel linguaggio psicopatologico l’ossessione è definita come una “rappresentazione mentale” che irrompe ed è contro la volontà del soggetto.<br />Si può parlare di ossessione se si presentano le seguenti caratteristiche:<br />1. presentarsi continuamente e in modo invasivo nella mente del soggetto, disturbando il corso normale dei suoi pensieri e limitando le sue normali attività. L’impulso si può definire ossessivo se si presenta nei pensieri più volte al giorno (iterazione);<br />2. essere vissuta dal soggetto come estranea ai suoi pensieri e sentimenti, inaccettabile e incompatibile (estraneità);<br />3. essere incoercibile, cioè il soggetto è incapace di allontanare o contrastare il pensiero ossessivo (incoercibilità).<br /><br />Il termine “compulsione” implica il concetto di essere costretti a mettere in atto dei comportamenti contro la propria volontà.<br />Secondo il DSM-IV la compulsione è definita dalle seguenti caratteristiche:<br />1. sono comportamenti ripetitivi in risposta ad una ossessione o secondo determinate regole;<br />2. l’azione serve a contrastare eventi temuti o a neutralizzare una situazione di disagio del soggetto;<br />3. la persona riconosce che il suo comportamento è eccessivo o irragionevole;<br />4. pur sperimentando una diminuzione della tensione, il soggetto non prova alcun piacere nella messa in atto del comportamento.<br /><br />Vella, Siracusano 1991, distinguono tre gruppi di sintomi che definiscono il disturbo ossessivo compulsivo:<br />1. il soggetto è invaso da idee ossessive che si impongono alla sua mente malgrado egli cerchi di opporsi. Sono rappresentazioni mentali che si intromettono nella coscienza, contro la volontà dell’individuo e che persistono tenacemente, tanto che risulta impossibile scacciarle o modificarle con il ragionamento. Spesso vi è un intenso senso di colpa;<br />2. il contenuto di coscienza intrusivo e persistente (il dubbio, l’ordine, la pulizia) genera una esistenza oppositiva e la messa in atto di strategie di controllo che si esprimono attraverso le compulsioni (atti ripetitivi finalizzati a ridurre l’ansia e a far persistere l’ossessione);<br />3. sul piano affettivo il soggetto sperimenta sentimenti di depressione. Negli ossessivi appare alterato il senso del reale, si manifesta un’assenza di decisione, di risoluzione volontaria, di fiducia e di attenzione, l’incapacità di provare un sentimento adeguato in rapporto alla situazione il ritorno verso l’immaginario.<br /><br />Tra i disturbi correlati al disturbo ossessivo compulsivo troviamo il disturbo del controllo degli impulsi (cleptomania, tricotillomania, piromania, gioco d’azzardo patologico), i disturbi sessuali (parafilie: esibizionismo, voyeurismo, feticismo), i disturbi dell’alimentazione (anoressia, bulimia), i disturbi da tic, i disturbi dissociativi. Le forme patologiche caratterizzate da un discontrollo degli impulsi hanno come caratteristica che gli impulsi sono egosintonici e la loro messa in atto, oltre a ridurre lo stato di tensione, produce nel soggetto un senso di soddisfazione e piacere.<br /><br />Trattameno psicoterapico: un approccio integrato<br /><br />1. Terapia cognitivo comportamentale<br />2. Terapia sistemico relazionale<br />3. Terapia farmacologia<br /><br />1. In base alla mia esperienza con soggetti affetti da DOC, la terapia cognitivo-comportamentale aiuta a ridurre la frequenza di pensieri ossessivi e di conseguenza di compulsioni, sviluppando strategie e tecniche che individuano e mettono alla prova le “distorsioni cognitive” del soggetto.<br />I pensieri automatici dei paziento ossessivo-compulsivi hanno alla base determinate convinzioni o credenze su se stessi e sul mondo:<br />- esistono comportamenti, decisioni od emozioni giusti e sbagliati<br />- commettere un errore significa aver fallito, meritare le critiche<br />- il fallimento è intollerabile<br />- devo avere il totale controllo del mio ambiente e di me stesso<br />- la perdita di controllo è intollerabile e pericolosa<br />- Sono così potente da innescare o prevenire venti catastrofici mediante rituali magici o <br />ruminazioni ossessive.<br /><br />2. Dopo aver lavorato sul sintomo, la compulsione, si ricorre al lavoro sul contesto familiare del soggetto. L’obiettivo è quello di lavorare sulle dinamiche relazionali disfunzionali che possono aver dato origine o aver alimentato il sintomo. Come, quando il DOC di un membro della famiglia si è manifestato e in che modo influisce sulla stessa e sui singoli? Questo ci aiuta a capire le origini e la natura del sintomo. Se non cambiano le “regole” della famiglia di un soggetto portatore di una patologia, il lavoro psicoterapico non è completo.<br /> Le reazioni dei membri della famiglia possono essere svariate:<br />- i genitori si irrigidiscono in un ruolo oppositivo verso i sintomi con richieste molto elevate e con scarsa tolleranza;<br />- i genitori colludono con i sintomi ossessivo-compulsivo. Sono famiglie “invischiate”, con difficoltà a mettere confini e sono caratterizzate da evitamento del conflitto;<br /><br /> 3. Infine la valutazione diagnostica da parte di uno psichiatra, si decide se iniziare un <br /> trattamento farmacologico.<br /> Attualmente sono considerati farmaci di prima scelta nella cura del DOC:<br />- gli antidepressivitriciclici<br />- gli antidepressivi serotoninergici (inibitori selettivi della serotonina)<br /><br />Nel caso di un trattamento farmacologico è necessario:<br />- formulare un diagnosi precisa<br />- valutare l’eventuale comorbilità con altri disturbi psichiatrici<br />- scegliere il dosaggio più idoneo<br />- programmare la durata del trattamento e monitorare la corretta esecuzione della terapia mediante controlli periodici<br />- programmare la sospensione graduale della terapia<br /><a href="http://www.psicolife.com/"><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em></em></span></strong></a><strong><em><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="font-size:100%;"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></span></a><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"> </a><br /><a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a><a href="http://www.psicolife.com/"> </a></span></em></strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><strong><span style="font-size:78%;"></span></strong></em></span><p></p><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-3495902776737587030?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-31783300740219986082008-07-09T09:05:00.003+02:002008-11-19T19:55:21.261+01:00La Co-dipendenzaLa co-dipendenza<br /><br />Una particolare forma di “dipendenza affettiva” è quella che è stata definita “co-dipendenza” e che è stata inizialmente osservata nei contesti relazionali legati alla vita di coppia di alcolisti o tossicodipendenti. Tale problematica coincide con una condizione multidimensionale che comprende varie forme di sofferenza o annullamento di sé, associati alla focalizzazione delle proprie attenzioni ed energie sui bisogni e comportamenti di un partner dipendente da sostanze o da comportamento (es. gioco d’azzardo patologico). Il motivo per cui questa forma di dipendenza affettiva è stata inizialmente osservata, paradossalmente non riguardava il benessere di chi ne fosse affetto, bensì l’osservazione della capacità che la co-dipendenza ha di mantenere nello stato patologico quello che viene definito il “paziente designato”, ossia colui che sembra, ma non è, l’unico paziente bisognoso di aiuto in quanto affetto da tossicodipendenza, alcolismo o da altre forme di dipendenza (Norwood R.; 1985).<br />La co-dipendenza , in realtà, ha in comune con le altre dipendenze affettive quella tendenza a rinunciare a tutti i propri bisogni e desideri, disconoscendoli e negandoli, fino a portare nel partner di alcuni dipendenti, alla strutturazione di un “falso Sé” e quindi di una “falsa vita”, una realtà fatta di scelte che non rispondono ai propri bisogni interiori e che corrisponde ad una condizione denominata “malattia del Sé perduto” (Whitfield, 1997). La conseguenza di tutto ciò spesso è il raggiungimento di una debolezza dell’Io nella persona che manifesta co-dipendenza, un Io che diviene vulnerabile e che sopravvive attraverso la tendenza progressiva a cercare di dimostrare la sua forza e a nutrire l’autostima attraverso il “controllo” del partner dipendente.<br /><br />Nel corso della mia esperienza con pazienti affetti da dipendenza da gioco d’azzardo, ho avuto modo di conoscere il co-dipendente. La maggior parte è di sesso femminile e sono le mogli, compagne, mamme e figlie delle persone con dipendenza da gioco d’azzardo.<br />Perché co-dipendenti; lo dice la parola stessa e cioè “dipendono” da chi a sua volta dipende (nel caso specifico dal gioco). Dipendono nel senso che, come il giocatore patologico è “ossessionato” dal gioco e non vede niente altro intorno a sé, compresa la vita affettiva, lavorativa e sociale, così la persona co-dipendente è “ossessionata” dal comportamento della persona che gioca.<br />Il co-dipendente è apparentemente molto forte, ha un ruolo importante e centrale nella famiglia d’origine e in quella attuale (nel passato e nel presente); si mostra sempre dedito agli altri, volto a “sacrificare” la propria vita per il genitore, il figlio, il marito. Sa essere molto attento al comportamento dell’altro, tanto da mostrarsi invadente e controllante. Tende a farsi carico di tutta la responsabilità della famiglia, appropriandosi di ruoli che non sono i propri. Per esempio: una donna che fa da mamma ai propri genitori e al proprio compagno, sacrifica il suo ruolo di figlia e di moglie. Se inizialmente tutto ciò gratifica il co-dipendente che si sente in una posizione di prestigio, a lungo andare sperimenta la sofferenza per il “a me chi ci pensa” o “chi si prende cura di me”. Ma questa consapevolezza verrà raggiunta con l’ausilio di un percorso individuale.<br />Nel corso della psicoterapia con pazienti che presentano dipendenza da gioco patologico, è fondamentale coinvolgere la famiglia e soprattutto coinvolgere la persona “co-dipendente”. Il coinvolgimento comprende un percorso individuale che ha come obiettivo primario, quello di riappropriarsi di se stessi in modo “sano”.<br /><br />---------------------<br /><a href="http://www.psicolife.com/"><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em></em></span></strong></a><strong><em><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="font-size:100%;"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></span></a><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"> </a><br /><a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a><a href="http://www.psicolife.com/"> </a></span></em></strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><strong><span style="font-size:78%;"></span></strong></em></span><p></p>-----------------------<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-3178330074021998608?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-65703598546034999562008-06-24T10:34:00.000+02:002008-06-24T10:35:35.451+02:00<div class="deleteBody"><h2 class="postTitle" style="color: rgb(102, 102, 102);">La famiglia del tossicodipendente</h2> <p class="postBody" style="color: rgb(119, 119, 119);">La famiglia del tossicodipendente secondo un’ottica relazionale.<br />Il disagio psichico di uno dei membri costituisce il segnale di un malessere più esteso che riguarda il gruppo familiare rispetto ai compiti evolutivi del ciclo vitale.<br />In questa prospettiva il fenomeno della tossicodipendenza è visto come un modo per perpetuare la storia familiare in maniera ripetitiva e stereotipata, per cristallizzare le posizioni dei singoli membri in una configurazione relazionale immobile e coartata.<br />Per quanto riguarda i ruoli all’interno di queste famiglie, si può parlare di “delega accuditiva”. È quel fenomeno secondo cui i soggetti, ad un certo punto della loro infanzia, vengono affidati a parenti più o meno prossimi che li prendono in carico sia sotto l’ aspetto delle cure materiali che di quelle affettive ed educative.<br />Allora cosa succede: di solito la madre, essendo impegnata su un fronte emotivo diverso da quello con il figlio, segue le mansioni accuditive in modo apparentemente ineccepibile ma in realtà più funzionali ai propri desideri di adeguatezza sociale e di ricerca di conferme da parte dei propri genitori (non è avvenuto lo svincolo dalle famiglie d’origine, indispensabile per la costruzione di un altro sé familiare). Dunque l’effetto immediato di questo “stallo emotivo” ha favorito una ripetizione di situazioni simili vissute sia nella famiglia d’origine che in quella di elezione.<br />La figura paterna sembrerebbe quasi impotente rispetto al proprio ruolo ed estromesso all’interno del rapporto coniugale.<br />Nei genitori è emersa una scarsa interiorizzazione di quei ruoli necessari ad accogliere i propri figli come altri da sé. Il rapporto genitori-figli è basato su una confusione di confini generazionali che ha impedito ai genitori di portare a termine il loro mandato generazionale e ai figli di vivesi come persone con una propria identità.<br /><br />Il figlio tossicomane<br />La condizione di immobilità e di resistenza al cambiamento tipica di queste famiglie, si innesca in uno specifico stadio della storia della famiglia, ovvero nel momento in cui il figlio comincia a richiedere maggiori spazi di autonomia, in corrispondenza della fase adolescenziale.<br />Il drogarsi assume una duplice funzione relazionale: da una parte permette al tossicomane di essere distante, indipendente ed individuato, dall'altra lo rende dipendente in termini di danaro, di mantenimento e fedele alla famiglia.<br />Malgrado quindi una dichiarata ansia di indipendenza resta pur sempre assodato che la maggioranza dei tossicomani tende a mantenere stabili legami con l'ambiente familiare restandovi a vivere a lungo nel tempo o comunque mantenendo contatti più di quanto non facciano coetanei non tossicodipendenti. Nella fase in cui si dovrebbe attuare lo svincolo adolescenziale, l’esterno viene avvertito come minaccioso e si ha la percezione della casa come microcosmo sociale in cui rinchiudersi. Il male è nel sociale e la casa rappresenta una gabbia dorata, che da un lato è un contenitore rassicurante, dall’altro però è altamente asfissiante.<br />Per il tossicodipendente l’uso coatto della sostanza, con le sue qualità anestetizzanti, può forse rappresentare il ritorno ad uno stato in cui le differenziazioni me-non me, interno ed esterno, non hanno alcun significato e quindi non possono essere pensate. La tossicodipendenza va dunque a rappresentare uno spazio altro rispetto a questo microcosmo saturo che è la casa, in cui poter immaginare di esperire una qualche forma di pensiero.<br /><br />I processi di triangolazione e le tipologie<br />L’abuso di droga può servire a mantenere insieme i genitori o a raggiungere l’obiettivo di far interrompere un litigio tra loro.<br />Si può parlare di una frequente triangolazione del paziente in un rapporto preferenziale col genitore che sente più in difficoltà in una coppia in stallo. Egli ha il ruolo, emotivamente difficile, di mediare la tensione latente tra i genitori e di colmare artificialmente un vuoto affettivo. In questi giochi di triangolazione il figlio svolgerebbe la funzione di contenimento e di mascheramento di conflitti genitoriali latenti.<br />Si tratta di una situazione emotiva di estrema ambivalenza: da un lato può sentirsi al centro di gratificazione e privilegi, dall’altro stabilisce un vincolo rigido di dipendenza dalle figure genitoriali che, durante la crisi adolescenziale, entra drammaticamente in collisione con i nuovi emergenti bisogni di autonomia e di individuazione. Naturalmente l’insorgere della malattia risolve il problema perché il paziente continua ad assolvere il compito assegnatole e i genitori, impegnati nella cura, rimandano la ricerca di nuove soluzioni per superare i motivi di insoddisfazione reciproca.<br /><br />Legami familiari tra delega e lealtà familiari<br />Il paziente sembra accentrare su di sé le tensioni familiari poiché è demandato a lui di rappresentare un centro focale intorno a cui la famiglia si aggrega. Il tentativo del paziente di contenere le tensioni familiari trova significato nel mantenere la coesione della famiglia a tutti i costi, esorcizzando le minacce di rottura dei legami, cioè i timori della disgregazione dell’unità familiare in caso di esplicitazioni del conflitto o aumento delle distanze.<br />Il tossicomane e la famiglia hanno difficoltà a trattenere i contenuti mentali “emozionanti” che anzi vengono trasformati in agiti. Le emozioni appaiono sotto forma di aggressività fisica o verbale oppure come vere e proprie angosce nei confronti della vicinanza fisica, vissuta nei rapporti con i propri familiari.<br />Tutto il sistema familiare sembra vivere sotto l’ombra di una minaccia costante e incombente di un’improvvisa catastrofe che può disintegrare il mondo: l’irruzione dell’emozione profonda.<br />Se si sta dentro la famiglia e si sente, si pensa, allora vengono fuori dolori così grandi che c’è bisogno di morfina “stare dentro ma non pensare; stare dentro ma non affrontare i problemi che sonno molto dolorosi”.<br />La matrice mentale sembra essere e segregamente viversi, come molto carente, molto poco attrezzata a pensare le emozioni e gli affetti. A ciò naturalmente si contrappone una struttura di pensiero che può soltanto tentare di esercitare un rigido controllo su tutti gli accadimenti.<em><strong><br /></strong></em><a href="http://www.psicolife.com/"><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em></em></span></strong></a><strong><em><a href="http://www.psicolife.com"><span style="font-size: 100%;"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></span></a><span style="font-size: 100%;"><a href="http://www.psicolife.com"> </a><br /><a href="http://www.psicolife.com">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a><a href="http://www.psicolife.com/"> </a></span></em></strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><strong><span style="font-size: 78%;"></span></strong></em></span></p></div><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-6570359854603499956?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dr. Massimiliano Zisahttp://www.blogger.com/profile/08637443253755951339noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-74106844597393827202008-06-05T12:26:00.002+02:002008-06-24T10:31:39.330+02:00La coppia. la scelta del partnerLa coppia. La scelta del partner<br /><br />La condizione della vita di una coppia è quella, per ciascuno dei due partner, di riaffermare e ridefinire le differenze e cioè la necessità da parte di ciascuno dei due di mantenere la propria specificità differenziata dall’altro. Questa è la condizione affinché l’incontro tra due persone possa fornire sufficienti motivi di interesse e di stimolo.<br />Lo stato interno di una persona è regolato tramite il rapporto con l’altro, e tale stato dovrà essere negoziato e rinegoziato attraverso le varie vicende del ciclo vitale. Con il tempo si vengono a stabilire, nella relazione, un insieme di regole e di abitudini condivise, una rete di emozioni, desideri, bisogni e aspettative con cui ciascuno dei due partner alimenta il legame di intimità con l’altro; si verrà a sviluppare così quel senso del noi che non è altro che l’espressione di un sentimento di reciprocità condivisa.<br />L’intensità di attaccamento negli adulti o in una coppia dipende dal gioco della reciproca interazione tra i vari modelli operativi interni dei due partner. Tali modelli corrispondono alla rappresentazione di un evento o di storie, intese come espressione delle varie relazioni interne e del loro portato affettivo. Le relazioni interne all’individuo si vengono a proporre in diversi momenti del ciclo vitale. Per esempio l’inizio della vita di coppia ci mette a confronto con le dinamiche della coppia interiorizzata dei genitori e cioè di quella relazione reale tra i genitori cui il bambino assiste. Tale relazione comprende le fantasie e le attese su di essa e sarà facilitante o non facilitante la capacità di instaurare rapporti futuri di coppia.<br />Può succedere che la relazione interna contenga aspetti negativi e che quindi la scelta dell’altro sia dettata dalla ricerca di “riparare” a quegli aspetti con la relazione reale (quella con il partner). Parliamo di un tentativo riparativo di una ferita affettiva.<br />L’altro, dunque, può funzionare o da aspetto collusivo, mantenendo la rigidità di un sistema, di un equilibrio che può far paura se non lo si mantiene tale (tutto ciò porta ad una mancanza di benessere sia sul piano individuale che su quello della coppia, con una relazione all’insegna dell’infelicità e della ripetitività) o da aspetto di riparazione e di disconferma delle proprie aspettative di un modello operativo interno disadattivo (ciò è indice di cambiamento di una condizione stagnante).<br />Se prevale l’aspetto collusivo, si attiva quel meccanismo di difesa intorno a temi traumatici del passato e si proteggono gli aspetti di fragilità della persona.<br />Lo scopo di una terapia di coppia prevede un processo di elaborazione legato ad un intervento interpretativo che porta, sia ad una differenziazione tra una rappresentazione di coppia nella realtà e una interna, sia alla comprensione di atteggiamenti ripetitivi ad usare i rapporti reali come conferma di un’aspettativa.<br /><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><a href="http://www.psicolife.com"><span style="font-size: 100%;"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></span></a><span style="font-size: 100%;"><a href="http://www.psicolife.com"> </a><br /><a href="http://www.psicolife.com">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a><a href="http://www.psicolife.com"> </a></span></em></span></strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><strong><span style="font-size:78%;"><a href="http://www.psicolife.com/"></a><br /></span></strong></em></span><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-7410684459739382720?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-3487401246885266472008-04-01T14:54:00.003+02:002008-06-24T10:33:01.001+02:00La dipendenza da InternetDipendenza da Internet<br />L’incremento dell’accesso a questa tecnologia ha comportato l’insorgere e il proliferare di disturbi del comportamento.<br />La persona viene assorbita totalmente dall’esperienza virtuale, arrivando a sviluppare una vera e propria dipendenza.<br />L’Internet Addiction Disorder (IAD) rappresenta una modalità di espressione di disagio attraverso un prodotto tecnologico. La persona che ha sviluppato una dipendenza da Internet rimane collegata per ore ed ore, con una perdita totale della cognizione del tempo.<br />Goldberg nel 1995 propone la prima definizione dei Disturbi legati all’uso di Internet, come una “dipendenza da comportamento”, prendendo in prestito i criteri del DSM IV inerenti la categoria delle dipendenze da sostanze.<br /><br />Criteri diagnostici DSM IV<br />Tolleranza:<br />1. Bisogno di aumentare la quantità di tempo di collegamento ad Internet per raggiungere l’eccitazione desiderata<br />2. Un effetto marcatamente diminuito con l’uso continuato dello stesso tempo in Internet<br /><br />Astinenza:<br />1. Interruzione o riduzione dell’uso prolungato e pesante di Internet. Due o più dei seguenti sintomi conseguenti l’interruzione del comportamento:<br /> Agitazione psicomotoria<br /> Ansia<br /> Pensiero ossessivo a Internet<br /> Fantasie o sogni su Internet<br /> Movimenti volontari o involontari di battitura a macchina con le dita<br /> L’uso di Internet o di simili servizi in rete viene impiegato per alleviare o evitare sintomi di astinenza<br /> Si accede spesso ad Internet con più frequenza e per periodi più lunghi di quanto era stato preventivato<br /> Persistente desiderio e tentativi falliti di cessare o controllare l’uso di Internet<br /> Una grande quantità di tempo spesa in attività legate all’uso di Internet (prenotazioni online, downloads di materiale etc…)<br /><br />Young (1998), mostra come esista una relazione significativa da dipendenza da Internet e depressione: alti livelli di depressione sono associati all’abuso della Rete. L’autore sostiene che alcune caratteristiche dei soggetti come bassa autostima, scarsa motivazione, paura di essere rifiutati e il bisogno di approvazione, possano contribuire all’incremento nell’uso di Internet. È possibile che i soggetti depressi si rifugino nella realtà virtuale per scappare dalle difficoltà della rete.<br /><br />Le forme di dipendenza da Internet<br />1. Cybersex addiction<br />2. Cyber relational addiction<br />3. Net compulsino<br />4. Information overload<br />5. Computer addiction<br /><br /><br />1.Cybersex addiction<br />Il sesso virtuale comprende tutte quelle attività che si possono svolgere i Rete e che provocano un’eccitazione sessuale, come la fruizione di materiale pornografico etc.<br />Secondo le ricerche della Young, la dipendenza da sesso virtuale è uno dei disturbi più diffusi tra coloro che presentano una dipendenza da Internet.<br />Il rapporto di uomini dipendenti rispetto alle donne è di 5 a 1 ma il coinvolgimento delle donne è in crescita.<br />Gli uomini si collegano alla Rete soprattutto per guardare foto pornografiche mentre le donne sono più interessate alle chat erotiche, amano parlare di sesso e cercano qualche sorta di interazione. Ciò consentirebbe loro di nascondere il proprio aspetto fisico, di sentirsi più disinibite e libere di manifestare il proprio piacere nel fare sesso. Gli uomini non sperimenterebbero ansia da prestazione, evitando così la ieaculazione precoce o l’impotenza.<br />Le caratteristiche di Internet per il coinvolgimento sessuale sono:<br />• Anonimità: protegge l’utente e gli permette di esprimersi liberamente<br />• Convenienza: si riferisce alla disponibilità dei siti e chat room a contenuto pornografico. La Rete è uno strumento molto comodo perché permette di collegarsi tranquillamente da casa, mantenendo una certa privacy.<br />• Evasione: l’eccitazione che si sperimenta, provoca una sorta di fuga mentale, un’evasione dai problemi della vita quotidiana.<br /><br />2. Cyber relational addiction<br />La dipendenza da relazioni virtuali si può definire come il bisogno di istaurare relazioni amicali o amorose con le persone incontrate online.<br />La dipendenza affettiva si manifesta nel bisogno i creare una relazione affettiva molto intima, in cui il soggetto divine dipendente da una persona significativa che lo protegge e si prende cura di lui.<br />Vengono utilizzate email, le chat room (sono stanze senza confini reali, il linguaggio e i personaggi sono le uniche entità che costituiscono lo spazio virtuale).<br /><br />3. Net compulsion<br />La Rete è un mezzo attraverso il quale si possono mettere in atto diversi tipi di comportamenti compulsivi:<br />• Gioco d’azzardo<br />• Partecipazione ad aste ondine<br />• Commercio in Rete<br /> <br />Queste attività hanno diverse caratteristiche in comune quali la competizione, il rischio, l’eccitazione immediata.<br /><br />4. Information overload<br />Il termine significa letteralmente “sovraccarico cognitivo”. È un bisogno incontrollato di reperire informazioni sulla Rete. I soggetti sperimentano un senso di eccitazione quando riescono a trovare le informazioni che cercavano.<br />Criteri per riconoscere l’ Information overload (Cantelmi e D’Andrea 2000):<br /><br />• Hanno bisogno di passare molto tempo in Rete per trovare notizie, aggiornamenti o qualsiasi alt informazione<br />• Ha ripetutamente tentato ma senza successo di controllare, ridurre o interrompere l’attività di ricerca<br />• Perdura in questa attività nonostante incorra in problemi sociali, familiari etc.<br /><br />5. Computer addiction<br />Si riferisce alla pratica dei giochi interattivi virtuali (MUD’s), nei quali i partecipanti giocano contemporaneamente ed interagiscono tra di loro. Essi sono molto coinvolgenti perché consentono di nascondere la propria vera identità e costruirsene un’altra. Il personaggio virtuale viene investito dai desideri e dalle illusioni del soggetto che lo sceglie.<br />La Rete da la possibilità di essere ciò che si desidera, soprattutto per le persone timide che vorrebbero cambiare la loro identità.<br /><br />La dipendenza da Internet si instaura soprattutto negli adolescenti. Molti ragazzi oggi come oggi preferiscono trascorrere la maggior parte del loro tempo sulla rete con le chat, i giochi di ruolo etc. Il rischio è che passando troppo tempo su Internet, arrivano a trascurare le uscite con gli amici, con i partner, gli hobbies, si perde sempre di più la comunicazione con i familiari, insomma si rischia di rimanere “intrappolati” in un mondo che non è reale, si esce dalla realtà quotidiana.<br />Agli occhi di un adolescente questo mondo però è più leggero, meno pesante, lontano dalle responsabilità quotidiane, dalle sofferenze di una vita ingiusta e allora perché no?<br />Penso che per il trattamento di questa dipendenza la prevenzione e l’informazione siano di fondamentale importanza ma penso anche che la famiglia sia una grossa risorsa e che vada anche educata a riconoscere i segnali di disagio che manda un figlio adolescente.<br /><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><a href="http://www.psicolife.com"><span style="font-size: 100%;"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></span></a><span style="font-size: 100%;"><a href="http://www.psicolife.com"> </a><br /><a href="http://www.psicolife.com">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a><a href="http://www.psicolife.com"> </a></span></em></span></strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><strong><span style="font-size:78%;"><a href="http://www.psicolife.com/"></a><br /></span></strong></em></span><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-348740124688526647?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-58028755165313061122008-04-01T14:52:00.003+02:002008-06-24T10:33:08.904+02:00Adolescenti e GiocoAdolescenti e gioco d’azzardo<br /><br />Il gioco è un’attività che fin dalla nascita si vede praticare dai bambini. <br />Si gioca per il piacere di farlo, senza che per altro questo comportamento venga indotto o forzato dall’esterno. <br />In condizioni ambientali favorevoli, il gioco produce eccitazione e stimola la fantasia e la creatività.<br />Grazie al gioco tutti noi abbiamo imparato a rispettare le prime regole (regole di gioco) che abbiamo in seguito generalizzato nella vita sociale, con gli altri; abbiamo appreso i diversi ruoli e giocato al “far finta di”. <br />Fin qui abbiamo parlato di gioco sano e giusto ma quando non si gioca più per il piacere di farlo o per il piacere del divertimento o per quello di passare un momento per stare in compagnia dell’ altro e cioè quando si supera la soglia della normalità, in quel momento dobbiamo cominciare a preoccuparci.<br /><br />Ma gli adolescenti chi sono?<br /><br />Tutti noi siamo stati adolescenti e sappiamo benissimo che è stato un periodo non facile a causa di quei cambiamenti che si mettono in moto dal punto di vista fisiologico, affettivo, relazionale con le figure più importanti quali i familiari, il gruppo dei pari etc. E poi l’adolescenza segna quel passaggio, quella porta di ingresso al mondo degli adulti!<br />L’adolescenza è intesa come fase evolutiva con lo scopo dell’adempimento di compiti evolutivi, quali il raggiungimento dell’autonomia e dell’identità adulta, della piena socializzazione lavorativa e familiare.<br /><br />Il rischio in adolescenza<br /> <br />“Il rischio è parte integrante della vita dell’uomo e sottende ogni tendenza evolutiva verso il raggiungimento di nuovi traguardi di sviluppo… <br />…La curiosità esplorativa, la sperimentazione, il cimentarsi e il mettersi alla prova, il piacere di riuscire ad avere controllo sulla realtà, come anche la sensazione di eccitazione e di brivido, sono per così dire comportamenti rischiosi normali, ossia che accompagnano l’uomo nella sua crescita ed evoluzione...<br />È noto il ruolo del narcisismo negli adolescenti, di quell’egocentrismo che spesso sfocia nell’illusione di essere invulnerabili: l’idea di essere al centro del mondo, di avere una “favola personale” ,distoglie l’attenzione dalla concretezza, misconoscendo i limiti, in quanto soffocanti.<br />Il bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione può trovare nei comportamenti rischiosi eclatanti il suo mezzo di realizzazione, specialmente là dove vi siano insicurezze, fragilità e confusione.<br />Rischiare significa intraprendere un’azione che potrebbe, con una certa probabilità, avere conseguenze negative.<br />Il rischio assume così un valore compensatorio di lacune narcisistiche e relazionali; è un atto illusoriamente magico per risolvere le proprie debolezze e frustrazioni che inquinano la quotidianità. <br />Questo vale soprattutto per gli adolescenti cosiddetti vulnerabili, ossia particolarmente sensibili ai vissuti di incertezza, alle conferme da parte del contesto, che collezionano stati di sofferenza come vergogna, timore, rabbia. È a questo punto che l’azione rischiosa rappresenta una via di fuga, per riscattarsi dallo smacco, per rivalutarsi di fronte a sé e agli altri. <br /><br /><br /><br /><br />UNA PARTICOLARE CONDOTTA RISCHIOSA: IL GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO NEGLI ADOLESCENTI<br /> <br />Da alcuni anni, anche nel nostro paese, le macchinette (slot machine) rappresentano la forma di gioco predominante tra i giovani. <br />Alla presenza massiccia di tale gioco sul territorio si aggiunge il sentimento di noia di molti giovani, la necessità di ammazzare il tempo, il voler non essere da meno dei compagni, il desiderio di vincere qualche soldo. <br />Negli ultimi anni c’è stato un aumento del gioco d’azzardo negli adolescenti, probabilmente alcuni fattori hanno contribuito all’aumentare del fenomeno come:<br /><br />• la crescente liberalizzazione, la maggiore tolleranza se non addirittura l’incoraggiamento verso il gioco d’azzardo come attività innocua;<br />• la ritardata presa di coscienza del problema;<br />• la scarsa attenzione nei confronti di programmi di informazione per la creazione di una consapevolezza collettiva dei problemi legati al gioco. <br /><br />Nella mia esperienza con gli adolescenti attraverso progetti di prevenzione in ambito scolastico, posso dire che è molto difficile entrare nel loro mondo ed è altrettanto difficile utilizzare il loro linguaggio. Ritengo che la prevenzione sia uno strumento importante soprattutto in questa fase critica ma penso anche che non è per niente facile lavorare con questa fascia di età.<br />Per gli adolescenti è difficile ammettere di avere un problema o di vedere il problema, figuriamoci, è già difficile per un adulto prendere la consapevolezza e ammettere di avere un problema di gioco!. È per tale ragione che ritengo fondamentale imparare a calarsi nei panni di un adolescente, entrare a conoscere quel loro mondo, avvicinarsi a loro, ancor prima di iniziare nel volerli coinvolgere in un programma di prevenzione che quasi sempre risulta loro noioso o rappresenta il modo di non fare lezione in quella ora. A volte ho sentito dire loro “e quanto siete esagerati, ora anche giocare è un problema; che volete che sia farsi una partita alle macchinette!!”.<br />Penso che non dobbiamo mai smettere di “fare prevenzione”, di informare, di far conoscere e penso anche che non dobbiamo arrenderci di fronte alle difficoltà che incontriamo con gli adolescenti.<br /><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><a href="http://www.psicolife.com"><span style="font-size: 100%;"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></span></a><span style="font-size: 100%;"><a href="http://www.psicolife.com"> </a><br /><a href="http://www.psicolife.com">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a><a href="http://www.psicolife.com"> </a></span></em></span></strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><strong><span style="font-size:78%;"><a href="http://www.psicolife.com/"></a><br /></span></strong></em></span><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-5802875516531306112?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-50523360813883804832008-04-01T14:49:00.002+02:002008-06-24T10:33:16.791+02:00La famiglia del tossicodipendenteLa famiglia del tossicodipendente secondo un’ottica relazionale.<br />Il disagio psichico di uno dei membri costituisce il segnale di un malessere più esteso che riguarda il gruppo familiare rispetto ai compiti evolutivi del ciclo vitale.<br />In questa prospettiva il fenomeno della tossicodipendenza è visto come un modo per perpetuare la storia familiare in maniera ripetitiva e stereotipata, per cristallizzare le posizioni dei singoli membri in una configurazione relazionale immobile e coartata.<br />Per quanto riguarda i ruoli all’interno di queste famiglie, si può parlare di “delega accuditiva”. È quel fenomeno secondo cui i soggetti, ad un certo punto della loro infanzia, vengono affidati a parenti più o meno prossimi che li prendono in carico sia sotto l’ aspetto delle cure materiali che di quelle affettive ed educative.<br />Allora cosa succede: di solito la madre, essendo impegnata su un fronte emotivo diverso da quello con il figlio, segue le mansioni accuditive in modo apparentemente ineccepibile ma in realtà più funzionali ai propri desideri di adeguatezza sociale e di ricerca di conferme da parte dei propri genitori (non è avvenuto lo svincolo dalle famiglie d’origine, indispensabile per la costruzione di un altro sé familiare). Dunque l’effetto immediato di questo “stallo emotivo” ha favorito una ripetizione di situazioni simili vissute sia nella famiglia d’origine che in quella di elezione.<br />La figura paterna sembrerebbe quasi impotente rispetto al proprio ruolo ed estromesso all’interno del rapporto coniugale.<br />Nei genitori è emersa una scarsa interiorizzazione di quei ruoli necessari ad accogliere i propri figli come altri da sé. Il rapporto genitori-figli è basato su una confusione di confini generazionali che ha impedito ai genitori di portare a termine il loro mandato generazionale e ai figli di vivesi come persone con una propria identità.<br /><br />Il figlio tossicomane<br />La condizione di immobilità e di resistenza al cambiamento tipica di queste famiglie, si innesca in uno specifico stadio della storia della famiglia, ovvero nel momento in cui il figlio comincia a richiedere maggiori spazi di autonomia, in corrispondenza della fase adolescenziale.<br />Il drogarsi assume una duplice funzione relazionale: da una parte permette al tossicomane di essere distante, indipendente ed individuato, dall'altra lo rende dipendente in termini di danaro, di mantenimento e fedele alla famiglia.<br />Malgrado quindi una dichiarata ansia di indipendenza resta pur sempre assodato che la maggioranza dei tossicomani tende a mantenere stabili legami con l'ambiente familiare restandovi a vivere a lungo nel tempo o comunque mantenendo contatti più di quanto non facciano coetanei non tossicodipendenti. Nella fase in cui si dovrebbe attuare lo svincolo adolescenziale, l’esterno viene avvertito come minaccioso e si ha la percezione della casa come microcosmo sociale in cui rinchiudersi. Il male è nel sociale e la casa rappresenta una gabbia dorata, che da un lato è un contenitore rassicurante, dall’altro però è altamente asfissiante.<br />Per il tossicodipendente l’uso coatto della sostanza, con le sue qualità anestetizzanti, può forse rappresentare il ritorno ad uno stato in cui le differenziazioni me-non me, interno ed esterno, non hanno alcun significato e quindi non possono essere pensate. La tossicodipendenza va dunque a rappresentare uno spazio altro rispetto a questo microcosmo saturo che è la casa, in cui poter immaginare di esperire una qualche forma di pensiero.<br /><br />I processi di triangolazione e le tipologie <br />L’abuso di droga può servire a mantenere insieme i genitori o a raggiungere l’obiettivo di far interrompere un litigio tra loro.<br />Si può parlare di una frequente triangolazione del paziente in un rapporto preferenziale col genitore che sente più in difficoltà in una coppia in stallo. Egli ha il ruolo, emotivamente difficile, di mediare la tensione latente tra i genitori e di colmare artificialmente un vuoto affettivo. In questi giochi di triangolazione il figlio svolgerebbe la funzione di contenimento e di mascheramento di conflitti genitoriali latenti.<br />Si tratta di una situazione emotiva di estrema ambivalenza: da un lato può sentirsi al centro di gratificazione e privilegi, dall’altro stabilisce un vincolo rigido di dipendenza dalle figure genitoriali che, durante la crisi adolescenziale, entra drammaticamente in collisione con i nuovi emergenti bisogni di autonomia e di individuazione. Naturalmente l’insorgere della malattia risolve il problema perché il paziente continua ad assolvere il compito assegnatole e i genitori, impegnati nella cura, rimandano la ricerca di nuove soluzioni per superare i motivi di insoddisfazione reciproca.<br /><br />Legami familiari tra delega e lealtà familiari<br />Il paziente sembra accentrare su di sé le tensioni familiari poiché è demandato a lui di rappresentare un centro focale intorno a cui la famiglia si aggrega. Il tentativo del paziente di contenere le tensioni familiari trova significato nel mantenere la coesione della famiglia a tutti i costi, esorcizzando le minacce di rottura dei legami, cioè i timori della disgregazione dell’unità familiare in caso di esplicitazioni del conflitto o aumento delle distanze.<br />Il tossicomane e la famiglia hanno difficoltà a trattenere i contenuti mentali “emozionanti” che anzi vengono trasformati in agiti. Le emozioni appaiono sotto forma di aggressività fisica o verbale oppure come vere e proprie angosce nei confronti della vicinanza fisica, vissuta nei rapporti con i propri familiari.<br />Tutto il sistema familiare sembra vivere sotto l’ombra di una minaccia costante e incombente di un’improvvisa catastrofe che può disintegrare il mondo: l’irruzione dell’emozione profonda.<br />Se si sta dentro la famiglia e si sente, si pensa, allora vengono fuori dolori così grandi che c’è bisogno di morfina “stare dentro ma non pensare; stare dentro ma non affrontare i problemi che sonno molto dolorosi”.<br />La matrice mentale sembra essere e segregamente viversi, come molto carente, molto poco attrezzata a pensare le emozioni e gli affetti. A ciò naturalmente si contrappone una struttura di pensiero che può soltanto tentare di esercitare un rigido controllo su tutti gli accadimenti.<br /><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><a href="http://www.psicolife.com"><span style="font-size: 100%;"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></span></a><span style="font-size: 100%;"><a href="http://www.psicolife.com"> </a><br /><a href="http://www.psicolife.com">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a><a href="http://www.psicolife.com"> </a></span></em></span></strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><strong><span style="font-size:78%;"><a href="http://www.psicolife.com/"></a><br /></span></strong></em></span><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-5052336081388380483?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-51676378852966564942008-03-27T11:50:00.002+01:002008-06-24T10:33:27.044+02:00La dipendenza affettivaDipendenza affettiva<br /><br />L’attaccamento è alla base di ogni legame affettivo incentrato sulla ricerca di sicurezza fisica e psichica, di stabilità e di benessere in presenza dell’altro. Nel corso della vita diventa un elemento essenziale e si ritrova, ovviamente, nelle relazioni amorose, accanto a due altre componenti ugualmente importanti: la cura e la sessualità, che intervengono in maniera differente a seconda della coppia e delle storie.<br />Quando un rapporto affettivo diventa un “legame che stringe” in cui si altera stabilmente quel necessario equilibrio tra il “dare” e il “ricevere”, l’amore può trasformarsi in un’abitudine a soffrire fino a divenire una vera e propria “dipendenza affettiva”, un disagio psicologico che è in grado di vivere nascosto nell’ombra anche per l’intera vita di una persona, ponendosi tuttavia come la radice di un costante dolore e alimentando spesso altre gravi problematiche psicologiche, fisiche e relazionali.<br />Il termine “dipendenza”, se riferito a sostanze, indica uno stato di bisogno fisico e psicologico indotto da quella sostanza sull’organismo; l’individuo dipendente per evitare una crisi di astinenza e le conseguenze spiacevoli che questa comporta, si trova costretto ad assumere la sostanza in modo continuativo e costante. Nelle dipendenze affettive è l’altro a svolgere la funzione di “sostanza”, per cui la sua presenza nella nostra vita diviene un bisogno, una necessità, un vincolo indissolubile, pena la perdita della nostra stessa identità.<br />Non sempre è il proprio partner l’oggetto d’amore, in alcuni casi può trattarsi del gruppo familiare, dei figli o di una qualunque altra persona con cui si vive una relazione ritenuta indispensabile. Spesso sono i genitori che scambiano un attaccamento morboso e soffocante verso i propri figli con un legame profondo e significativo; sono madri o padri che rinunciano completamente alla loro identità, senza più una vita di coppia ed esistono unicamente in funzione dei figli. Il pericolo in questi casi non è solo l’annullamento della propria identità, ma anche di quella dei figli che, troppo impegnati a realizzare i desideri e le aspirazioni dei genitori, si vedono costretti a rinunciare a quelli che sarebbero stati i loro obiettivi.<br /><br /><br />Manaham: “una persona che soffre di dipendenza affettiva manifesta un’insana dipendenza da un’altra persona tale da essere completamente coinvolto dall’altro e poco attento a se stesso, con la perdita di potere e di equilibrio personale, identità confusa e confini poco chiari nella relazione con gli altri”.<br /><br />Melody Beattie: “la persona che soffre di dipendenza affettiva è un individuo che ha permesso al comportamento dell’altro di coinvolgerlo ed è ossessionato dal controllo del comportamento di tale persona”.<br /><br />Daniel Piétro: “la dipendenza affettiva è una turba della personalità, acquisita durante l’infanzia e perpetuata nell’età adulta, che si caratterizza nel modo seguente: non avendo acquisito un’autonomia durante l’infanzia, l’individuo ricerca nell’età adulta, l’approvazione e la valorizzazione per fondare la stima di sé; <br />incapace di stabilire da solo relazioni interpersonali stimolanti a partire dalle proprie risorse, l’individuo spera che un legame affettivo con un’altra persona gli permetterà di svelare le proprie qualità e le proprie risorse nascoste; non riuscendo a realizzarsi, l’individuo troverà rifugio o compensazione per esprimere o anestetizzare la propria sofferenza nell’alcol, nella droga, nel consumo eccessivo di farmaci o di cibo e a volte anche nel suicidio”.<br /><br /><br /><br /><br />Quali sono le caratteristiche delle persone con una dipendenza affettiva? <br /><br />Una prima caratteristica della dipendenza affettiva è la difficoltà a riconoscere i propri bisogni e la tendenza a subordinarli ai bisogni dell’altro. <br />L’amare l’altro diventa spesso una forma di sofferenza; il benessere emotivo, a volte anche la salute e la sicurezza, vengono messi a repentaglio per il benessere dell’altro. <br />Le persone con difficoltà affettiva non riescono a prendersi cura di sé, a creare degli spazi per la propria crescita personale perché sempre prese, in quel momento, da qualche problema del partner che richiede la loro attenzione e la loro energia vitale. <br />La seconda caratteristica è un atteggiamento negativo verso il Sé, per cui si ha un pensiero del tipo: “io sono cattivo, gli altri sono buoni, mi trattano male per colpa mia, devo cercare di accattivarmeli” (M. Selvini Palazzoni, S. Cirillo, M. Selvini, A. M. Sorrentino, 1998). <br />Queste persone soffrono di un profondo senso di inadeguatezza. <br />Sono convinte che per essere amate devono sempre essere diligenti, amabili, sacrificarsi per l’altro per poter ricevere il suo amore. Anche quando questo vuol dire farsi male. <br />Chi soffre di dipendenza affettiva è ossessionato da bisogni irrealizzabili e da aspettative non realistiche. Spesso, anche se non sempre e necessariamente, la persona amata è irraggiungibile per colui o colei che ne dipende. Infatti, la dipendenza si alimenta dal rifiuto, dalla negazione di Sè, dal dolore implicito nelle difficoltà e cresce in proporzione inversa alla loro risolvibilità. <br />Quello che incatena nella dipendenza affettiva è l’ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela. La presunzione di riuscire prima o poi a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci nel modo in cui noi pretendiamo. <br /><br />La dipendenza affettiva colpisce, sopratutto il sesso femminile, in tutte le fasce d'età . Sono donne fragili che, alla continua ricerca di un amore che le gratifichi, si sentono inadeguate. Sono donne che hanno difficoltà a prendere coscienza di loro stesse e del loro diritto al proprio benessere che non hanno ancora imparato che amarsi è non amare troppo, che amarsi è poter stare in una relazione senza dipendere e senza elemosinare attenzioni e continue richieste di conferme. Nelle relazioni affettive, queste persone elemosinano attenzioni e continue conferme poiché tutto ciò aiuta a sentirsi sicuri e forti, contrastando così l'impotenza, il disagio, il vuoto affettivo che percepiscono a livello personale. <br /><br />I pensieri e i vissuti emotivi nella “dipendenza dall’amore” sono principalmente connotati da:<br /><br />-tendenza a sottovalutare la fatica connessa a ciò che serve ad aiutare la persona amata al punto da raggiungere, senza percepirlo in tempo, livelli elevati di stress psicofisico; <br />-terrore dell’abbandono che porta a fare cose anche precedentemente impensabili pur di evitare la fine della relazione; <br />-tendenza ad assumersi abitualmente la responsabilità e le colpe della vita di coppia; <br />-autostima estremamente bassa e una conseguente convinzione profonda di non meritare la felicità; <br />-tendenza a nutrirsi di fantasie legate a come potrebbe essere il proprio rapporto di coppia se il partner cambiasse, piuttosto che a basarsi su pensieri legati al rapporto attuale e reale; <br />-propensione a provare attrazione verso persone con problemi e contemporaneo disinteresse e apatia verso persone gentili, equilibrate, degne di fiducia, che invece suscitano noia.<br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />Bibliografia<br /><br />Castaldi I. (2001), Meglio sole. Perché è importante bastare a se stesse. Milano, Feltrinelli.<br />Francois-Xavier Poudat (2006), La Dipendenza Amorosa. Isola del Liri (FR),Castelvecchi<br />Grad M. (1998), La Principessa che credeva nelle favole, Come liberarsi del proprio principe azzurro. Casale Monferrato, Piemme.<br />Gray J. (1992), Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere. Milano, Sonzogno.<br />Norwood R. (1994), Guarire coi perché. Milano, Freltrinelli.<br />Norwood R. (1989), Donne che amano troppo. Milano, Freltrinelli.<br /><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><a href="http://www.psicolife.com"><span style="font-size: 100%;"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></span></a><span style="font-size: 100%;"><a href="http://www.psicolife.com"> </a><br /><a href="http://www.psicolife.com">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a><a href="http://www.psicolife.com"> </a></span></em></span></strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><strong><span style="font-size:78%;"><a href="http://www.psicolife.com/"></a><br /></span></strong></em></span><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-5167637885296656494?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-57775713805879903022007-11-02T12:46:00.001+01:002008-03-26T23:24:00.999+01:00Il ciclo di vita della famigliaLa famiglia è un sistema vivente, il cui sviluppo avviene per “stadi” all’interno della dimensione tempo: essa passa attraverso una serie di “epoche” , ognuna consiste in un “periodo di transizione”.<br />Durante le transizioni si verificano profonde trasformazioni psicologiche e a livello strutturale.<br />Nel corso del suo ciclo di vita, ogni gruppo familiare passa attraverso una serie di stadi che richiedono dei cambiamenti di ruolo intrafamiliari, dall’altra parte il coinvolgimento dei singoli membri in altri sistemi sociali (scuola, mondo del lavoro etc..) fa si che ogni soggetto, di fronte a determinati “passaggi” debba affrontare dei cambiamenti del proprio ruolo, proprio perché tale fase lo richiede.<br />Le sei fasi del ciclo vitale secondo Carter e Mc Goldrick sono:<br />1. la fase antecedente la formazione della famiglia<br />2. la fase iniziale di formazione della famiglia (il momento di formazione della coppia per Minuchin)<br />3. lo stadio con bambini in giovane età<br />4. lo stadio in cui i figli hanno lasciato la scuola e sono adolescenti, alcuni lavorano e altri no<br />5. uno stadio più avanzato della vita della famiglia in cui i figli sono adulti e si distaccano<br />6. la famiglia nella fase terminale, quella del pensionamento e della vecchiaia<br /><br />1. Nella fase precedente la formazione della famiglia, è indispensabile il “distacco emotivo” del giovane dal gruppo di origine e ciò si concretizzerà attraverso la differenziazione e definizione del proprio sé rispetto ai familiari, nell’ambito del lavoro e delle relazioni con i pari.<br />2. Nel secondo momento, quello della coppia da poco sposata, un lavoro positivo di ristrutturazione, deve portare all’organizzazione del sistema coniugale e si devono “ridefinire” le relazioni con le famiglie estese e con i gruppi di appartenenza dei coniugi.<br />Si può verificare che in alcune famiglie, uno o entrambe i membri della coppia non hanno rielaborato in modo costruttivo, il distacco dalla propria famiglia di origine (scarsa differenziazione), per cui risulta limitata la capacità di realizzare un efficace coinvolgimento nel nuovo gruppo familiare, e da qui possono sorgere problemi all’interno della nuova coppia.<br />3. Nel terzo stadio, quello della famiglia con bambini piccoli, il processo emozionale centrale è l’accettazione di questi come nuovi membri del sistema. In altri termini, vuole dire: la formazione del sottosistema genitoriale, il riassestamento di quello coniugale per fare spazio ai figli e la riformulazione con la famiglia trigenerazionale, entro la quale andranno “rinegoziati” i ruoli dei genitori e nonni.<br />4. Nella famiglia con adolescenti, deve essere aumentata la flessibilità dei confini all’interno della famiglia, per permettere l’indipendenza dei giovani. Se ciò avviene, l’adolescente si sentirà libero di entrare e uscire dal sistema famiglia senza nessun tipo di condizionamento o di costrizione.<br />5. Nel quinto stadio, quello dei figli adulti, il processo emozionale centrale sarà l’accettazione di un numero sempre maggiore di movimenti in uscita da e di entrata nel sistema: in pratica ciò comporterà nuovi interessi entro il sottosistema coniugale degli adulti, lo sviluppo di relazioni alla pari tra genitori e figli adulti e la ridefinizione di relazioni per includere nipoti e generi/nuore.<br />6. Il sesto momento, quello dello slittamento dei ruoli generazionali, del mantenimento del funzionamento di coppia, del riconoscimento di un ruolo più centrale alle generazioni di mezzo, i figli, da parte dei quali ci sarà supporto delle generazioni più anziane senza però invadere i loro spazi.<br /><br />Quello che intendo sottolineare, riguardo le fasi di vita di ogni famiglia, è che è indispensabile avere la flessibilità di cambiare i ruoli dei singoli membri e la flessibilità di cambiare la “struttura” della famiglia per arrivare ad un nuovo equilibrio che sappia fare fronte davanti al “cambiamento” (Minuchin S., 1976, Famiglie e Terapia della Famiglia) .<br />In tutto ciò però è fondamentale che ogni singolo membro abbia superato con successo la fase della “differenziazione” dalla famiglia di origine. Differenziazione nel senso di “distacco emotivo”, il che non vuole dire “taglio” ma la consapevolezza che posso formare una nuova famiglia o coppia senza sentirmi limitato o costretto nei confronti della mia famiglia di origine. Senza provare sensi di colpa o sentire che sono in “debito” ( Boszormenyi-Nagy Lealtà Invisibili,1988) nei loro confronti, perché ciò non mi permetterebbe di essere libero, nel senso di “differenziato” ( Bowen M., 1979, Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare intergenerazionale).<br /><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><strong><br /><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="color: rgb(51, 204, 51);font-size:78%;" >www.psicolife.com</span></a><span style="font-size:78%;"> <br /> <a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a> </span></strong></em></span><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-5777571380587990302?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com1tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-7422224965418776872007-10-07T12:47:00.000+02:002007-10-11T16:31:53.261+02:00Lo Shopping CompulsivoLo shopping compulsivo<br /><br />Lo shopping è un’attività che tutti noi pratichiamo, spesso anche per concedersi un momento di autogratificazione. E’ normale chiedersi, a questo punto, quando tale comportamento arriva ad assumere caratteristiche patologiche. Black, professore di psichiatria alla Scuola di Medicina di Iowa, sostiene che lo shopping diventa problematico quando invalida la vita sociale, relazionale, il matrimonio ed il benessere finanziario del soggetto (Ethridge, 2002).<br />Una delle caratteristiche più importanti della sindrome da shopping è quella di comprendere diverse forme di disagio in un disturbo complesso, che è sempre stato difficile classificare nell’ambito dei disagi della mente.<br />Lo shopping compulsivo rappresenta, infatti, un disturbo che implica tre caratteristiche psicopatologiche distinte, presenti spesso contemporaneamente:<br />1. controllo deficitario dell’impulso<br />2. ideazione ossessiva<br />3. dipendenza da un’attività<br />L’esistenza di un deficit nel controllo è testimoniata dall’impulso a comprare vissuto in modo dirompente ed irresistibile. Questa incontrollabile spinta all’acquisto, presente negli shopper compulsivi, è stata definita “buying impulse" e viene descritta come una pervasiva tendenza distruttiva ed eccessiva, che crea un bisogno urgente che preme per essere soddisfatto. Tale caratteristica rende questo comportamento per alcuni aspetti simile ad altre manifestazioni di scarso controllo dei propri istinti, come il gioco d’azzardo patologico e la cleptomania. La ripetitività dei comportamenti di acquisto e la ciclicità delle crisi hanno portato in risalto anche il carattere ossessivo del disturbo che sembra aumentare, come accade per altre problematiche di tipo ossessivo, in corrispondenza delle situazioni di stress. Ma la caratteristica che senza dubbio appare spesso più difficile da sradicare concerne la dipendenza dall’attività di acquisto che si instaura in questo tipo di comportamento e che ha portato a parlare anche di "addictive buying” ovvero di dipendenza dagli acquisti. In proposito in letteratura sono state descritte delle vere e proprie "crisi di astinenza" concomitanti alla sospensione temporanea dell’attività di acquisto.<br />Lo shopping compulsivo, in effetti, presenta molte caratteristiche simili alla dipendenza da sostanze: la tolleranza porta i soggetti ad incrementare progressivamente tempo e denaro speso negli acquisti, così come i tossicodipendenti devono aumentare la dose di assunzione della sostanza per ottenere gli effetti desiderati. Il craving, l’incapacità di controllare l’impulso a mettere in atto il comportamento è presente in entrambe le patologie, in particolare nella dipendenza dagli acquisti esso assume le caratteristiche della compulsione, intesa come alleviazione di un sentimento spiacevole. L’astinenza produce un grande malessere nello shopper compulsivo che, per qualche motivo, si trovi impossibilitato a fare acquisti.<br /><br />McElroy (1994) è stata una delle prime autrici ad occuparsi dei criteri diagnostici dello shopping compulsivo e ha indicato i seguenti criteri per effettuare tale diagnosi:<br /><br />A. La preoccupazione, l’impulso o il comportamento del comprare non adattivi come indicato da uno dei seguenti elementi:<br />1. frequente preoccupazione o impulso a comprare, esperiti come irresistibili, intrusivi o insensati;<br />2. comprare frequentemente al di sopra delle proprie possibilità, spesso oggetti inutili (o di cui non si ha bisogno), per un periodo di tempo più lungo di quello stabilito.<br /><br />B. La preoccupazione, l’impulso o l’atto del comprare causano stress marcato, fanno consumare tempo, interferiscono significativamente con il funzionamento sociale e lavorativo o determinano problemi finanziari (indebitamento o bancarotta).<br /><br />C. Il comprare in maniera eccessiva non si presenta esclusivamente durante i periodi di mania o ipomania.<br /><br />La prevalenza di questo disturbo viene stimata all’80% nel sesso femminile, specialmente di giovane età. Prima del comportamento compulsivo è frequente la presenza di stati d’ira, frustrazione, tristezza e solitudine che vengono sostituiti da una sensazione di onnipotenza, euforia e persino eccitazione sessuale durante l’acquisto. Dopo di esso si avverte un forte calo di tensione e una sensazione di forte gratificazione, anche se di breve durata in quanto repentinamente sopraggiungono profondi sensi di colpa e l’intensa vergogna per il proprio comportamento che provocano profonde sofferenze e notevoli danni all’autostima.<br />Per quanto riguarda la tipologia dei prodotti prediletti dai “compulsive shoppers” le donne sembrano più predisposte all’acquisto di oggetti che aumentino e migliorino il loro aspetto fisico e, quindi, il loro potere seduttivo quali: scarpe, vestiti, borse, profumi e gioielli. Come si può notare gli oggetti summenzionati sono tutti strumenti che rientrano nell’immaginario collettivo di bellezza o cura dell’aspetto. Questo dato è di fondamentale importanza perché fornisce indicazioni molto utili sulle cause ipotetiche dello shopping compulsivo. Una delle cause riscontrate da tutti gli autori che hanno trattato lo shopping compulsivo è il basso livello di autostima che queste persone cercano di colmare fagocitando oggetti come per riempire il vuoto esperito. L’attrazione per questo genere di articoli da parte delle donne può essere correlato al tentativo di migliorare il proprio livello di autostima attraverso un miglioramento della propria immagine ma, chiaramente, le cause sottostanti la dipendenza da shopping hanno radici più profonde che esulano dal semplice aspetto esteriore. Per esemplificare questo concetto riportiamo un caso clinico.<br />Gli uomini, invece, prediligono simboli di potere e prestigio, come telefonini, computer, attrezzi sportivi, etc. Gli oggetti acquistati sono in ogni caso inutili e spesso vengono regalati o buttati via, o addirittura nascosti in un angolo della casa, lontano dalla vista del soggetto e soprattutto dei familiari, che in genere sono all’oscuro del problema. Anche nel caso degli uomini affetti da dipendenza da shopping uno dei problemi e delle cause più frequenti risiede nel basso livello di autostima riferito dai soggetti ma, come si nota dalla tipologia di oggetti diversa, rispetto a quella delle donne, il tentativo di apparire migliori ai propri e altrui occhi sfocia nell’acquisto di status simbol che rappresentino il potere e il progresso.<br /><br /><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><br /><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></a></span><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"> </a><br /> <a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a> </span></em></span></strong><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-742222496541877687?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-79563030931061766582007-09-04T15:21:00.000+02:002007-10-11T16:32:41.515+02:00Il Gioco d'Azzardo PatologicoIl Gioco d’Azzardo Patologico<br /><br />Il DSM già dal 1980 riconosce il gambling compulsivo come patologia psichiatrica, includendolo nella categoria dei “disturbi del controllo degli impulsi non classificati altrove”. Questi che seguono sono i criteri diagnostici revisionati nell’edizione IV del DSM del 1996:<br /><br />Persistente e ricorrente comportamento di gioco d’azzardo maladattivo, come indicato da cinque (o più) dei seguenti:<br /><br />1. è eccessivamente assorbito dal gioco d’azzardo (per es., è eccessivamente assorbito <br /> nel rivivere esperienze passate di gioco d’azzardo,nel soppesare o programmare la <br /> successiva avventura,o nel pensare ai modi per procurarsi denaro con cui giocare)<br />a. ha bisogno di giocare d’azzardo con quantità crescenti di denaro per raggiungere l’eccitazione desiderata<br />b. ha ripetutamente tentato senza successo di controllare,ridurre,o interrompere il gioco d’azzardo<br />c. È irrequieto o irritabile quando tenta di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo<br />d. gioca d’azzardo per sfuggire i problemi o per alleviare un umore disforico (per es. sentimenti di onnipotenza,colpa,ansia,depressione)<br />e. dopo aver perso al gioco,spesso torna un altro giorno per giocare ancora (rincorrendo le proprie perdite)<br />f. mente ai membri della propria famiglia ,al terapeuta, o ad altri per occultare l’entità del proprio coinvolgimento nel gioco d’azzardo<br />g. ha messo a repentaglio o perso una relazione significativa,il lavoro oppure opportunità scolastiche o di carriera per il gioco d’azzardo<br />h. fa affidamento su altri per reperire il denaro per alleviare una situazione finanziaria disperata causata dal gioco d’azzardo<br />i. il comportamento di gioco d’azzardo non è meglio attribuibile ad un Episodio <br /> Maniacale.<br /><br /><br />La carriera del giocatore<br />Custer ha condotto delle ricerche sul tema e avvalendosi del contributo dei G.A. ha messo a punto uno schema estremamente esemplificativo in cui si sottolinea la progressività della dipendenza dal gioco; vi è un processo costituito da tre fasi discendenti che culminano nella fase della perdita della speranza, e da tre fasi ascendenti che riguardano la riabilitazione terapeutica :<br /><br />A)Fase vincente:<br />1) gioco occasionale. Si gioca soprattutto per divertirsi e passare il tempo;<br />2) vincite frequenti;<br />3) eccitazione legata al gioco;<br />4) gioco sempre più frequente;<br />5) aumenta l’ammontare delle scommesse;<br />6) avviene una grossa vincita.<br /><br /><br />B) Fase perdente :<br />1) gioco solitario;<br />2) episodi di perdite solitarie;<br />3) pensieri costanti relativi al gioco;<br />4) vi sono le prime coperture e menzogne;<br />5) non si riesce a smettere di giocare;<br />6) il giocatore diventa irritabile, agitato e si chiude in se stesso;<br />7) la vita familiare è infelice;<br />8) richiesta di forti prestiti<br />9) incapacità di risarcire i debiti contratti.<br /><br />C) Fase della disperazione :<br />1) marcato aumento di tempo e denaro dedicati al gioco;<br />2) alienazione dalla famiglia e dagli amici;<br />3) panico;<br />4) azioni illegali.<br /><br />D) Perdita della speranza (fase cruciale)<br />1) pensieri e tentativi di suicidio;<br />2) arresto;<br />3) divorzio;<br />4) alcool;<br />5) crollo emotivo;<br />6) sintomi di ritiro.<br /><br />E) La fase critica<br />1) sincero desiderio di aiuto;<br />2) speranza;<br />3) interruzione del gioco;<br />4) si prendono decisioni;<br />5) si chiariscono le idee;<br />6) ripresa dell’attività lavorativa;<br />7) soluzione dei problemi;<br />8) programmi di risarcimento.<br /><br />F) Fase della ricostruzione :<br />1) migliorano i rapporti familiari;<br />2) si sviluppano delle mete;<br />3) viene trascorso più tempo con la famiglia;<br />4) si impara ad avere più pazienza;<br />5) si sviluppa una maggiore rilassatezza.<br />G) Fase della crescita<br />1) diminuzione della preoccupazione legata al gioco;<br />2) comprensione per gli altri;<br />3) dare affetto agli altri;<br />4) introspezione.<br /><br />Il trattamento di giocatori d’azzardo patologici<br />Le tecniche utilizzate nella terapia del gioco d’azzardo coinvolgono la psico-educazione, le terapie individuali, di gruppo e familiari. Molta attenzione va posta, soprattutto all’inizio del programma, al superare il diniego del paziente e allo sviluppo della motivazione all’astinenza.<br /><br /><br /><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><br /><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></a></span><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"> </a><br /> <a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a> </span></em></span></strong><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-7956303093106176658?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-48268489980702184212007-07-26T13:15:00.000+02:002007-10-11T16:32:50.289+02:00gioco d'azzardo e famigliaGIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO E FAMIGLIA<br /><br />Definizione del gioco d’azzardo<br />Il gioco d’azzardo è caratterizzato da tre criteri:<br />1. La presenza di un montepremi in denaro o un altro oggetto di valore<br />2. L’irreversibilità di tale messa in palio<br />3. Il risultato del gioco è dovuto principalmente al caso<br />Secondo il manuale DSM-IV il gioco d’azzardo patologico è caratterizzato da un comportamento ricorrente e maladattivo tale da compromettere le attività personali, familiari e lavorative del soggetto. Il gioco d’azzardo patologico è una vera e propria “dipendenza”, come la dipendenza da sostanze quali la droga, l’alcol. È una vera e propria “malattia” che va curata.<br /><br />Gioco e famiglia<br />Il gioco è il sintomo, il giocatore è il paziente “designato”di una disfunzione nel sistema. Il sintomo ha un significato ambivalente, da un lato manovra per mettere in discussione le regole del sistema familiare, dall’altro può fungere da elemento stabilizzante dell’omeostasi sistemica (equilibrio famigliare).<br />In alcuni casi avviene che il sintomo diventa il “prezzo” che il sistema è disposto a pagare pur di mantenere immodificate le proprie regole e conservare la rigidità della propria omeostasi.<br />Il paziente “designato”è il portatore del sintomo, ma in realtà è tutto il sistema famiglia ad essere ammalato.<br />Il gioco patologico di un membro è un sintomo di qualche cosa che non funziona a livello di comunicazioni e relazioni nel sistema famiglia.<br />Pur costituendo il gioco patologico di un membro della famiglia un problema grave, la famiglia attraversa le fasi che la portano ad un equilibrio attorno al gioco patologico e dopo aver attraversato un periodo di disorientamento giunge a riorganizzarsi attorno al sintomo.<br /><br />LE FASI DELLA RIORGANIZZAZIONE<br /> Negoziazione più o meno solidale del problema<br /> Tentativi di eliminare il problema<br /> Famiglia disorganizzata, i membri non sanno come affrontare il problema del gioco<br /> Esclusione del giocatore quale “capro espiatorio”<br /> Nuovo assetto organizzativo della famiglia sotto la conduzione dei membri non giocatori<br /><br />In questo momento il sistema famiglia si è organizzato, si dà nuove regole e stabilisce nuove relazioni attorno al “gioco patologico”. Difficilmente i membri non giocatori saranno disposti al cambiamento, nemmeno di fronte alla riconquista della sobrietà.<br />Anche qualora il membro giocatore decidesse di curarsi, e di fatto mantiene l’astinenza, non è detto che da quel momento le cose cambino in meglio.<br />Allora cosa accade a questo punto?<br />Se il sistema famiglia ha stabilito con il giocatore patologico regole molto rigide, non è disposto al cambiamento e mantiene la sua omeostasi a tutti i costi.<br />L’astinenza dal gioco non vuol dire risanamento familiare a tutti i costi, in molti casi coincide con un peggioramento in quanto può smascherare dei problemi più profondi non legati al gioco (problemi di coppia, di ruoli e funzioni etc.).<br />Per potersi rinnovare la famiglia deve imparare nuovamente a organizzarsi con l’astinenza, dato che è un sistema dinamico ed aperto, può trovare un nuovo equilibrio “un nuovo modo di stare insieme” senza il gioco patologico.<br /><br /> <br /><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><br /><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></a></span><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"> </a><br /> <a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a> </span></em></span></strong><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-4826848998070218421?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-67817531793060278412007-07-18T18:59:00.000+02:002007-10-11T16:33:24.023+02:00La struttura della famigliaLa struttura della famiglia: modelli transazionali, sottosistemi, confini<br /><br />La struttura familiare è l’invisibile insieme di richieste funzionali che determina i modi in cui i componenti della famiglia interagiscono. Una famiglia è un sistema che opera tramite modelli transazionali che regolano il comportamento dei membri di una famiglia. Esempio di modello è quando una madre dice al figlio di mangiare la pasta e lui obbedisce, questa interazione definisce chi è lei rispetto a lui e viceversa, in quello specifico momento e contesto. Operazioni ripetute costituiscono un modello transazionale.<br />La struttura della famiglia deve essere capace di adattarsi se le situazioni cambiano (ad esempio durante le fasi del ciclo vitale in cui viene richiesto alla famiglia di adattarsi al cambiamento richiesto dalla fase stessa). La sopravvivenza della famiglia come sistema dipende da una gamma sufficiente di modelli, dalla disponibilità di modelli transazionali alternativi e dalla flessibilità di mobilitarli quando è necessario. La famiglia entra in “crisi” quando i modelli transazionali non mostrano una “flessibilità” tale da adeguarsi alla situazione nuova che la famiglia si trova ad affrontare.<br />Il sistema familiare differenzia e svolge le sue funzioni per mezzo di sottosistemi. Gli individui sono sottosistemi in una famiglia. Ogni individuo appartiene a diversi sottosistemi, in cui ha diversi gradi di potere e capacità differenziate.<br />I confini di un sottosistema sono le regole che definiscono chi partecipa e come.<br />Perché la famiglia funzioni bene, i confini tra i sottosistemi devono essere “chiari” e sufficientemente “flessibili”, in modo da permettere l’assestamento quando le situazioni interne ed esterne alla famiglia cambiano.<br />Famiglie disimpegnate: quando i confini sono eccessivamente rigidi tanto da compromettere la comunicazione tra i sottosistemi;<br />famiglie con confini chiari;<br />Famiglie invischiate: quando la distanza diminuisce e i confini si confondono; la differenziazione del sistema familiare si indebolisce.<br />Nel funzionamento dei confini questi due estremi sono appunto chiamati, invischiamento e disimpegno ed ogni famiglia può essere collocata lungo un continuum che sta tra i due poli rappresentati rispettivamente tra i due estremi: confini diffusi o eccessivamente rigidi.<br />Un esempio: il sottosistema madre-figli può tendere verso l’invischiamento e il padre può prendere una posizione disimpegnata riguardo ad essi, diventando così una figura periferica.. Tale situazione può avere conseguenze negative sull’autonomia dei figli, sul loro svincolo dalla famiglia d’origine, con il possibile sviluppo del “sintomo”.<br />Compito del terapeuta della famiglia sarà quello di fungere da costruttore di confini, chiarificando i confini invischiati e sciogliendo quelli eccessivamente rigidi. La sua valutazione dei sottosistemi familiari e dell’appropriato funzionamento dei confini, fornisce un quadro diagnostico della famiglia e serve ad orientare i suoi interventi terapeutici.<br /><br />Riferimento bibliografico<br />Minuchin S., Famiglie e Terapia della Famiglia, Astrolabio1976, Roma.<br /><br /><br /><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><br /><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></a></span><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"> </a><br /> <a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a> </span></em></span></strong><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-6781753179306027841?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-34768072548653128032007-07-06T17:47:00.000+02:002007-10-11T16:33:07.067+02:00Sessualità e Intimità nella coppiaSessualità e Intimità di coppia<br /><br />La sessualità<br />Nella relazione sessuale vanno considerati due termini: assenso e consenso.<br />Assenso nei termini di un’approvazione liberamente espressa o apertamente concessa;<br />Consenso che implica una conformità di intenti, di voleri; dal latino consensum derivato di consentire, sentire insieme.<br />Perché si giunga ad una relazione sessuale è necessario che i due partner maturino almeno due convinzioni: a) che esso possieda le caratteristiche ritenute necessarie alla realizzazione del proprio obiettivo, sia essa un’avventura occasionale, una relazione più stabile o la realizzazione delle mitiche aspettative fusive nel matrimonio; b) che sia pronto a mettere a disposizione le sue desiderate differenze.<br />Uno degli aspetti fondamentali nel rapporto intimo tra due persone è la fiducia, quell’atteggiamento cioè per il quale si vive un senso di affidamento e di sicurezza, che origina dalla speranza o dalla stima fondata su qualcuno. Non è un caso che per indicare la capacità di vivere un’esperienza sessuale, si possa usare il termine abbandonarsi.<br />Ma che cosa significa “di te mi fido?”.<br />La fiducia è la certezza di non essere traditi. Fidarsi, affidarsi e confidarsi provengono dalla stessa natura, quasi a significare che c’è una comunicazione confidenziale solo quando si sperimenta un’atmosfera di rispetto e di sicurezza. Per un rapporto di intimità e confidenza è necessario che la persona possa permettersi di essere se stessa, senza indossare maschere, senza recitare parti, senza dovere necessariamente soddisfare le aspettative altrui.<br />Ma siamo disposti a correre il rischio della vulnerabilità?.<br />La fiducia è un atteggiamento orientato al futuro: si fonda sull’aspettativa che l’altro metterà a mia disposizione la sua desiderata differenza, senza riserve e senza condizioni, capaci di indurmi frustrazione e sofferenza. In una relazione questo atteggiamento di fiducia non rimane circoscritto all’area sessuale: ciascuno dei due partner tende a cogliere nell’altro, ciò che più corrisponde alle sue attese e ad escludere quello che non si accorda con esse.<br />Un latro aspetto importante della sessualità è il gioco di potere.<br />Ad esempio, manifestare il desiderio significa mostrare la propria dipendenza dall’altro, significa riconoscere all’altro un potere su di noi; ma quanto siamo disposti ad accettare di lasciarci andare al potere dell’altro? Molto spesso dietro alle accuse sessuali, emerge il conflitto di potere che ha inquinato l’area sessuale: chi ha il diritto di dire quando e come si fa l’amore?. Ed è così che la lotta di potere può investire la sessualità determinando disfunzioni anche gravi tra la coppia.<br />Un altro esempio: una componente importante del piacere nella relazione sessuale è la constatazione del piacere che si procura all’altro. In questa circostanza sia ha la percezione che il piacere dell’altro costituisce una retroazione che aumenta il proprio coinvolgimento ed il proprio piacere personale ed inoltre si percepisce il potere che si ha sull’altro, dalla capacità che si ha di sconvolgerlo.<br />Se la relazione di coppia tende a divenire una relazione di potere, le sue caratteristiche fondamentali, reciprocità e pari titolarità, risultano minate.<br /><br />Sessualità e intimità<br />Il sesso può fornire un linguaggio molto chiaro all’interno del quale possono trovare posto molti altri aspetti della vita della coppia, come il piacere, l’eccitazione, la paura,il potere sull’altro, l’essere usati dall’altro, la giocosità, l’avventura, l’intimità, la libertà, il legame……<br />Quando è che si parla di intimità di coppia:<br />1. non significa sentire allo stesso modo ma significa poter potenziare e dispiegare le proprie capacità individuali per arricchire la relazione di due differenti sensibilità (in altre parole, intimità e condivisione sono raggiungibili accettando e rispettando se stessi e l’unicità dell’altro);<br />2. lasciare che l’altro ci veda per quello che siamo, evitando di cadere nella tentazione di voler sempre apparire adeguati o perfetti e sopportando di sentirci vulnerabili ed esposti alla possibilità di un rifiuto;<br />3. capacità di condividere i dolori e il timore di essere feriti;<br />4. tollerare che quanto più un legame è stretto, tanto più alta è la possibilità di ferire ed essere feriti;<br />5. è importante la libera espressione dei sentimenti<br /><br />Quello che ostacola l’intimità di una coppia è: la paura di dipendere dall’altro, il bisogno di indipendenza e il timore di esprimere i sentimenti o la propria debolezza. In questa situazione il soggetto non si riesce ad “abbandonarsi” all’altro e questo crea isolamento nella coppia.<br /><br /><br /><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><br /><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></a></span><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"> </a><br /> <a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a> </span></em></span></strong><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-3476807254865312803?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-46922307339349931802007-06-24T13:33:00.000+02:002007-10-11T16:33:15.943+02:00La famiglia d'origine in terapiaLa famiglia d’origine in terapia<br />Perché volgersi alla famiglia d’origine? È un’occasione per cercare e ri-trovare noi stessi.<br />Riguardare alla famiglia d’origine come matrice costitutiva dell’identità personale e come risorsa per affrontare i problemi relazionali attuali.<br />Un viaggio alle origini che porta il futuro terapeuta a fare i conti con la storia intergenerazionale, con i tagli emotivi, con le lealtà visibili e invisibili, con i miti familiari e individuali, con i capi espiatori, con gli scambi di doni e debiti tra le generazioni.<br />Nella famiglia di origine apprendiamo il nostro modello di famiglia: cosa significa essere figlio, fratello, cosa significa essere madre o padre e poi essere coniuge o genitore; apprendiamo il modo di porci in relazione con l’esterno; viviamo l’appartenenza e sperimentiamo la separazione; ed infine è nella famiglia di origine che si costruisce il nostro modello emozionale.<br />Tutto ciò porta alla costruzione della propria identità.<br />Il viaggio nella nostra famiglia è un’opportunità da non lasciarsi scappare.<br />È sicuramente un viaggio doloroso, difficile e pieno di ansia ma è un viaggio che ti permette di “rileggere” qualcosa che tu pensavi fosse in quel modo o qualcosa che tu non riuscivi a vedere bene.<br />Nel momento in cui si rappresentata la propria storia familiare, inizia il viaggio verso la “consapevolezza”.<br />È attraverso un lavoro attivo di recupero della storia, di studio dei miti e dei processi evolutivi della famiglia che si possono ricostruire e connettere modelli relazionali del passato con quelli attuali, per poter identificare le “risorse disponibili” che scaturiscono dal riconoscimento di valori trasmessi alle nuove generazioni.<br />Tale lavoro permette inoltre il riconoscimento e l’accettazione dei limiti e delle carenze originarie, in modo che i vuoti di prima possono essere riempiti con i pieni della vita e dei passaggi di sviluppo, anziché irrigidirsi e tramutarsi in buchi di conoscenza ed in aree di vulnerabilità affettiva.<br /><br /><br /><br />Riferimenti bibliografici<br />Andolfi M., 1977, La terapia con la famiglia. Astrolabio. Roma.<br />Andolfi M., 1988, La famiglia trigenerazionale, Bulzoni , Roma.<br />Andolfi M., Angelo C., 1987, Tempo e mito nella psicoterapia familiare, Bollati Boringhieri, Torino.<br />Andolfi M., Cigoli V., 2003, La famiglia d’origine. Angeli, Milano.<br />Boszormenyi-Nagy I.,Spark Geraldine M.,1988, Lealtà Invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale. Astrolabio, Roma.<br />Byng-Hall J., 1998, Le trame della famiglia. Cortina Editore. Milano.<br />Framo James L., 1996, Terapia intergenerazionale. Un modello di lavoro con la famiglia d’origine. Cortina Editore. Milano.<br />Minuchin S., 1976, Famiglie e terapia della famiglia. Astrolabio. Roma.<br /><br /><br /><strong><span style="color: rgb(255, 51, 0);"><em><br /><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="color: rgb(51, 204, 51);">www.psicolife.com</span></a></span><span style="font-size:100%;"><a href="http://www.psicolife.com/"> </a><br /> <a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia<br />a Firenze e Roma</a> </span></em></span></strong><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-4692230733934993180?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-66669927213479762512007-06-16T10:50:00.001+02:002007-06-21T22:32:39.745+02:00La Famiglia dell'AnoressicaL’anoressia è un disturbo tipico dell’adolescenza. L’adolescenza è una fase del ciclo vitale denominata “fase del trampolino” (Walsh,993) o fase dello “svincolo” (Haley,983) in cui sia l’adolescente che i membri della sua famiglia sperimentano una nuova organizzazione di ruoli e di funzioni che caratterizzano una nuova identità del “familiare” e dell’”individuale”.<br />L’adolescenza è un periodo di transizione, un periodo delicato in cui si può assistere all’insorgenza di sintomi che comunicano la difficoltà di separarsi dalla famiglia. In alcune famiglie tale processo di riorganizzazione si ferma, comportando rigidità di ruoli, di aspettative e regressioni psicologiche importanti. Da ciò il comportamento alimentare insieme ad altri disturbi tipici dell’adolescente, possono essere riconosciuti come un vero e proprio sciopero della crescita.<br />Ma cosa succede nelle famiglie degli adolescenti con disturbi del comportamento alimentare?<br />Intanto i genitori di adolescenti si trovano, mediamente, in un periodo della vita in cui cominciano a fare i conti con l’età che avanza. Questo può spingere i genitori a mettere in atto un tentativo illusorio di allentare o fermare il corso del tempo; non riconoscendo lo stato di crescita dei loro figli adolescenti, è come se rimanessero emotivamente nella condizione con bambini piccoli e quindi con genitori giovani.<br />Un altro fatto da tener presente è quello in cui è possibile che in quella famiglia si possono scorgere “fantasmi di rottura” (Onnis, 1990) che portano ogni membro della famiglia a spingere verso la fusione.<br />Aggiungiamo inoltre i casi in cui due coniugi non vanno d’accordo, ci sono tensioni latenti e conflitti e conflitti che non vengono affrontati grazie alla presenza di un terzo (il figlio), con conseguente coinvolgimento di quest’ ultimo in ruoli e funzioni inadeguate. Può succedere così che i genitori invece di continuare a mantenere il loro ruolo con le responsabilità educative connesse, cercano di trovare un sodalizio con i figli che dall’altra parte vorrebbero invece trovare un “genitore avversario” per potersi opporre e differenziare. L’adolescente in tale situazione, può sentirsi valorizzato dalla considerazione del genitore che dall’altra si sente insoddisfatto, trascurato e incompreso dal coniuge e che vede nel figlio adolescente un sostituto, un adulto. In questo clima affettivo, i figli tendono quindi ad assumere posizioni, ruoli e atteggiamenti incongrui o accettando triangolazioni del tutto improprie. Ed è proprio in questa fitta e intricata trama di ruoli, funzioni, mandati e miti familiari, che trova luogo un disturbo del comportamento alimentare che si manifesta soprattutto come paura di crescere e di separarsi dai genitori.<br />Per leggere il sintomo all’interno di un contesto familiare, è necessario analizzare i “modelli di interazione familiare”. Don Jackson, uno dei pionieri della psicoterapia familiare scriveva che “la famiglia è un sistema interpersonale governato da regole di relazione (Don Jackson, 1965). L’autore intendeva dire che gli elementi costitutivi di una famiglia sono i membri con le loro relazioni e che tra queste relazioni alcune tendono a ripetersi nel tempo ed assumere una particolare stabilità nel tempo; sono queste che vengono indicate come “regole” di relazione. Tali regole devo essere flessibili per permettere processi di cambiamento, specialmente durante le fase di transazione del ciclo vitale, fase che necessitano di trasformazioni evolutive. Quando invece le regole di relazione sono eccessivamente rigide, ciò provoca una cristallizzazione dell’equilibrio che si è formato con conseguente arresto nel processo evolutivo. Ed è proprio dentro questo equilibro cristallizzato che la sofferenza familiare può tradursi nel comportamento sintomatico di un membro.<br />Il sintomo viene ad assumere una doppia valenza: da un lato serve per comunicare un disagio all’interno del sistema familiare, un disagio che necessita di cambiamento, dall’altra ha la funzione di mantenere un equilibrio di un sistema disfunzionale o patologico. Il metodo più semplice per mantenere inalterata una situazione familiare inadeguata, rigida, è scegliere una persona e farla diventare il problema.<br />Quando parliamo di organizzazione familiare, non possiamo non parlare Minuchin (1976).<br />Uno dei concetti della teoria di Minuchin è quello di struttura della famiglia. “La struttura familiare è l’invisibile insieme di richieste funzionali che determina i modi in cui i componenti della famiglia interagiscono una famiglia è un sistema che opera tramite modelli transazionali. Transazioni ripetute stabiliscono modelli su come, quanto e con chi stare in relazione. Questi modelli definiscono il sistema”.<br />La struttura della famiglia deve essere capace di adattarsi se le situazioni cambiano. Secondo Minuchin la sopravvivenza della famiglia come sistema dipende da una gamma sufficienti di modelli, dalla disponibilità dei modelli transazionali alternativi e dalla flessibilità di mobilitarli quando si è necessario.<br />Il sistema familiare differenzia e svolte le sue funzioni per mezzo di sottosistemi. Gli individui sono sottosistemi in una famiglia.<br />Un altro concetto fondamentale della teoria di Minuchin è il confine. I confine del sottosistema sono le regole che definiscono chi partecipa e come. Perché la famiglia funzioni bene, i confini tra i sottosistemi devono essere chiari. Nel funzionamento dei confini ci sono due estremi: invischiamento e disimpegno. La famiglia può essere collocata in una posizione secondo un continuum che sta tra due poli:<br />1. famiglie disimpegnate (confini eccessivamente rigidi)<br />2. famiglie normali (confini chiari)<br />3. famiglie invischiate (confini diffusi, dove ogni processo di differenziazione è bloccato e dove ogni separazione è vista come tradimento. In queste famiglie il senso di appartenenza predomina su quello di identità).<br />Le ricerche pionieristiche condotte da Mnuchin (1980) alla Philadelphia Child Guidance Clinic, avevano evidenziato la presenza nelle famiglie con problemi di anoressia, di quattro modelli di interazione disfunzionale che Minuchin aveva individuato come: invischiamento, ipreprotettività, evitamento del conflitto e rigidità.<br />• Invischiamento: consiste nella tendenza dei membri della famiglia a manifestare intrusioni nei pensieri, nei sentimenti, nelle azioni e nella comunicazione degli altri. In queste famiglie c’è una labilità dei confini tra gli individui e i sottosistemi generazionali con conseguente confusione delle funzioni e dei ruoli. Non c’è autonomia né spazi personali; Minuchin definì queste famiglie come “famiglie con le porte aperte”. È evidente che queste caratteristiche della struttura familiare, limitano e rendono impossibile lo sviluppo dei processi di autonomizzazione e di individuazione.<br />• Iperprotettività: è una tendenza alla preoccupazione, alla sollecitudine e all’interesse reciproco che i membri della famiglia manifestano specialmente per quel che riguarda il benessere fisico. In particolare, di fronte al sintomo dell’anoressia, si attiva la mobilitazione di tutta la famiglia. tale preoccupazione e atteggiamento protettivo in queste famiglie, ha la funzione di nascondere ogni altro problema, difficoltà,dolori, conflitti che sente troppo pericoloso e difficile da affrontare.<br />• Esitamento del conflitto: si manifesta con la tendenza dei membri della famiglia ad adoperarsi per evitare che la conflittualità o il disaccordo venga fuori. È per questo che ogni volta che la tensione della famiglia diviene minacciosa, uno dei membri, spesso il paziente, interviene richiamando su di sé e sul problema l’attenzione di tutti. Il conflitto in questo modo rimane coperto e l’intera famiglia si focalizza sulle difficoltà alimentari della paziente. È evidente come il sintomo della paziente, diventa il catalizzatore principale attorno a cui si modulano le relazioni della famiglia.<br />• Rigidità: consiste nella ripetizione delle stesse regole di relazione, nella difficoltà ad accettare processi di trasformazione, nel tutelare un equilibrio che si è cristallizzato e che è troppo fragile per poter accedere al rischio dei cambiamenti. L’immagine delle famiglie rigide delle anoressiche è quella di famiglie armoniose e unite, in cui l’unico problema è la malattia della paziente. Se emerge qualche contrasto tra i genitori, esso riguarda la gestione delle difficoltà alimentari della paziente. Caratteristica di queste famiglie è l’inibizione dell’espressione delle emozioni soprattutto quelle legate ad eventi troppo dolorosi per i membri della famiglia. andando a guardare la relazione di coppia dei genitori, vediamo che essa presenta problemi di comunicazione relative ad arre latenti di conflittualità nascosta e irrisolta. Questa insoddisfazione nasce da aspettative deluse che non possono essere esplicitate per paura della rottura del rapporto e che viene visto come un rischio che non può essere emotivamente affrontato (evitamento del conflitto). In queste situazioni può verificarsi il coinvolgimento della paziente in un rapporto preferenziale con l’uno o con l’altro dei genitori, solitamente con chi si sente più in difficoltà nella coppia. La figlia così viene triangolata e si troverà ad affrontare una situazione di ambivalenza: da un lato la ragazza ha la sensazione di avere un rapporto preferenziale con uno dei due genitori e si sente al centro di gratificazione e privilegi; dall’altro stabilisce un vincolo rigido di dipendenza dalle figure genitoriali che durante la crisi adolescenziale, entra in conflitto con i bisogni di autonomia e di individuazione propri di questa fase. Questa costellazione interattiva caratterizzata da relazioni invischiate, occultamento dei conflitti, immagine di armonia e coesione, nasconde spesso vissuti di solitudine, di isolamento, di carenza di scambi affettivi nella paziente.<br />Non solo i modelli comportamentali e di pensiero, i ruoli e le modalità di espressione nei legami affettivi ma anche i vincoli, il rispetto delle dimensioni mitiche, la lealtà ai mandati, sono fondamentali in una famiglia. La lealtà in una famiglia dipenderà dalla posizione di ciascun membro all’interno della giustizia del suo mondo umano, il che a sua volta costituisce parte del computo familiare intergenerazionale dei meriti.<br />A volte ci possiamo trovare di fronte a pretese eccessive, a conflitti di mandato e di lealtà che costituiscono fonte di disagio. I mandati familiari in questi casi sono tali da non accordarsi con i bisogni corrispondenti all’età del delegato che a sua volta ne viene oppresso. E questo spesso succede nelle famiglie con disturbo del comportamento alimentare.<br />In queste famiglie i pazienti si trovano nell’impossibilità di crescere. Missioni in cui la richiesta implicita è proprio quella di non crescere, portano il tempo familiare ad arrestarsi.<br />È implicita nella delega la presenza di un legame, che dovrà essere tanto più intenso e tanto più stabile, quanto i mandati saranno importanti e relativi a temi vitali. Ella famiglia i legami possono avvicinare, delimitare, abbracciare, sovrapporsi, andare incontro, cambiare forma e direzione, spezzarsi, unire più generazioni.<br />Nelle famiglie delle pazienti con disturbi del comportamento alimentare i legami sono “congelati”. In questo quadro il sintomo acquista un significato protettivo, rappresenta un rifugio e il disagio favorisce la possibilità di contatto che permette di preservare l’unità familiare e gli equilibri. Il sintomo acquista un significato “affettivo”, rinforza i legami che pur esistendo, vengono riconosciuti con difficoltà.<br />Quando viene chiesto alle ragazze anoressiche di rappresentare graficamente i legami della famiglia, esse sembrano rappresentare i familiari in zone del disegno ben definite e che difficilmente toccano le aree delimitate dagli altri membri, mentre il fuori rimane deserto. La misurazione, il controllo e l’immobilità delle distanze sono gli aspetti più importanti.<br />I membri delle famiglia si controllano reciprocamente, ognuno è immobilizzato nella propria posizione, irrigidito nel proprio ruolo. Prevale la paura che i legami non possono avvicinare di più senza esplodere e distanze maggiori vengono vissute come minacce per l’unità familiare. Non ci si può avvicinare o allontanare senza rimanere soli. Il controllo reciproco rappresenta l’impegno di ognuno nel mantenere una rigidità di distanze che assicura l’equilibrio necessario alla sopravvivenza della famiglia. il luogo di maggior tensione è il “centro”, il centro dello spazio familiare che rimane libero, quasi deserto, perché è un centro che spaventa e che non può neanche essere guardato. Ed è questo luogo che spesso viene occupato dalla paziente. La possibilità di definire un “centro emotivo” delle tensioni familiari viene vista come una minaccia all’unità affettiva della famiglia. il ruolo della paziente sarà quello di mascherare un “centro” che viene vissuto come pericoloso e si adopera per distogliere l’attenzione dei componenti della famiglia dal nucleo delle tensioni, pagando tutto ciò con il suo sintomo. Il tentativo della paziente di contenere le tensioni familiari, focalizzandole su di sé, trova quindi significato nel mantenere la coesione della famiglia a tutti i costi, con attenzione assoluta alla minaccia di rottura dei legami, cioè timore della disgregazione dell’unità familiare in caso di esplicazione di conflitti o aumento delle distanze tra i membri.<br />“Sono i vincoli di lealtà con debiti e crediti correlati, che spesso fanno prevalere gli aspetti protettivi, rivolti a mantenere l’unità familiare, con una “trama affettiva” che però invischia, trattiene, lega e sospende in un tempo che sembra fermo” (Onnis, 2000).<br /><br /><br /><br />BIBLIOGRAFIA<br /><br /><br />1. Andolfi M., Angelo C. (1981), Tempo e mito nella psicoterapia familiare, Bollati Boringhieri, Torino.<br />2. Boszormeny- Nagy I., Spark G.M. (1988), Lealtà invisibili, Astrolabio, Roma.<br />3. Bowen M. (1979), Dalla famiglia all’individuo, Astrolabio, Roma.<br />4. Cancrini L., La Rosa, C. (1994), Il Vasi di Pandora, Nis, Roma.<br />5. Minuchin S. (1980), Famiglie e terapia della famiglia, Astrolabio, Roma.<br />6. Onnis L. (2000), Il tempo sospeso, Astrolabio, Roma.<br />7. Scabini E., Cigoli V. (2000), Il Famigliare: legami, simboli e transizioni, Raffaello Cortina, Milano.<br />8. Watzlawick P., Beavin J., Jackson D. (1971), La pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma.<br /><br /><span style="color:#ff3300;"><strong><em><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="font-size:78%;color:#33cc33;">www.psicolife.com</span></a><br /><span style="font-size:78%;"><a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze e Roma</a></span></strong></em></span><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-6666992721347976251?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-634414332952911961.post-83062998760988652892007-06-16T10:50:00.000+02:002007-06-21T22:33:31.860+02:00L’anoressia è un disturbo tipico dell’adolescenza. L’adolescenza è una fase del ciclo vitale denominata “fase del trampolino” (Walsh,993) o fase dello “svincolo” (Haley,983) in cui sia l’adolescente che i membri della sua famiglia sperimentano una nuova organizzazione di ruoli e di funzioni che caratterizzano una nuova identità del “familiare” e dell’”individuale”.<br />L’adolescenza è un periodo di transizione, un periodo delicato in cui si può assistere all’insorgenza di sintomi che comunicano la difficoltà di separarsi dalla famiglia. In alcune famiglie tale processo di riorganizzazione si ferma, comportando rigidità di ruoli, di aspettative e regressioni psicologiche importanti. Da ciò il comportamento alimentare insieme ad altri disturbi tipici dell’adolescente, possono essere riconosciuti come un vero e proprio sciopero della crescita.<br />Ma cosa succede nelle famiglie degli adolescenti con disturbi del comportamento alimentare?<br />Intanto i genitori di adolescenti si trovano, mediamente, in un periodo della vita in cui cominciano a fare i conti con l’età che avanza. Questo può spingere i genitori a mettere in atto un tentativo illusorio di allentare o fermare il corso del tempo; non riconoscendo lo stato di crescita dei loro figli adolescenti, è come se rimanessero emotivamente nella condizione con bambini piccoli e quindi con genitori giovani. <br />Un altro fatto da tener presente è quello in cui è possibile che in quella famiglia si possono scorgere “fantasmi di rottura” (Onnis, 1990) che portano ogni membro della famiglia a spingere verso la fusione.<br />Aggiungiamo inoltre i casi in cui due coniugi non vanno d’accordo, ci sono tensioni latenti e conflitti e conflitti che non vengono affrontati grazie alla presenza di un terzo (il figlio), con conseguente coinvolgimento di quest’ ultimo in ruoli e funzioni inadeguate. Può succedere così che i genitori invece di continuare a mantenere il loro ruolo con le responsabilità educative connesse, cercano di trovare un sodalizio con i figli che dall’altra parte vorrebbero invece trovare un “genitore avversario” per potersi opporre e differenziare. L’adolescente in tale situazione, può sentirsi valorizzato dalla considerazione del genitore che dall’altra si sente insoddisfatto, trascurato e incompreso dal coniuge e che vede nel figlio adolescente un sostituto, un adulto. In questo clima affettivo, i figli tendono quindi ad assumere posizioni, ruoli e atteggiamenti incongrui o accettando triangolazioni del tutto improprie. Ed è proprio in questa fitta e intricata trama di ruoli, funzioni, mandati e miti familiari, che trova luogo un disturbo del comportamento alimentare che si manifesta soprattutto come paura di crescere e di separarsi dai genitori.<br />Per leggere il sintomo all’interno di un contesto familiare, è necessario analizzare i “modelli di interazione familiare”. Don Jackson, uno dei pionieri della psicoterapia familiare scriveva che “la famiglia è un sistema interpersonale governato da regole di relazione (Don Jackson, 1965). L’autore intendeva dire che gli elementi costitutivi di una famiglia sono i membri con le loro relazioni e che tra queste relazioni alcune tendono a ripetersi nel tempo ed assumere una particolare stabilità nel tempo; sono queste che vengono indicate come “regole” di relazione. Tali regole devo essere flessibili per permettere processi di cambiamento, specialmente durante le fase di transazione del ciclo vitale, fase che necessitano di trasformazioni evolutive. Quando invece le regole di relazione sono eccessivamente rigide, ciò provoca una cristallizzazione dell’equilibrio che si è formato con conseguente arresto nel processo evolutivo. Ed è proprio dentro questo equilibro cristallizzato che la sofferenza familiare può tradursi nel comportamento sintomatico di un membro. <br />Il sintomo viene ad assumere una doppia valenza: da un lato serve per comunicare un disagio all’interno del sistema familiare, un disagio che necessita di cambiamento, dall’altra ha la funzione di mantenere un equilibrio di un sistema disfunzionale o patologico. Il metodo più semplice per mantenere inalterata una situazione familiare inadeguata, rigida, è scegliere una persona e farla diventare il problema.<br />Quando parliamo di organizzazione familiare, non possiamo non parlare Minuchin (1976).<br />Uno dei concetti della teoria di Minuchin è quello di struttura della famiglia. “La struttura familiare è l’invisibile insieme di richieste funzionali che determina i modi in cui i componenti della famiglia interagiscono una famiglia è un sistema che opera tramite modelli transazionali. Transazioni ripetute stabiliscono modelli su come, quanto e con chi stare in relazione. Questi modelli definiscono il sistema”.<br />La struttura della famiglia deve essere capace di adattarsi se le situazioni cambiano. Secondo Minuchin la sopravvivenza della famiglia come sistema dipende da una gamma sufficienti di modelli, dalla disponibilità dei modelli transazionali alternativi e dalla flessibilità di mobilitarli quando si è necessario.<br />Il sistema familiare differenzia e svolte le sue funzioni per mezzo di sottosistemi. Gli individui sono sottosistemi in una famiglia.<br />Un altro concetto fondamentale della teoria di Minuchin è il confine. I confine del sottosistema sono le regole che definiscono chi partecipa e come. Perché la famiglia funzioni bene, i confini tra i sottosistemi devono essere chiari. Nel funzionamento dei confini ci sono due estremi: invischiamento e disimpegno. La famiglia può essere collocata in una posizione secondo un continuum che sta tra due poli:<br />1. famiglie disimpegnate (confini eccessivamente rigidi)<br />2. famiglie normali (confini chiari)<br />3. famiglie invischiate (confini diffusi, dove ogni processo di differenziazione è bloccato e dove ogni separazione è vista come tradimento. In queste famiglie il senso di appartenenza predomina su quello di identità).<br />Le ricerche pionieristiche condotte da Mnuchin (1980) alla Philadelphia Child Guidance Clinic, avevano evidenziato la presenza nelle famiglie con problemi di anoressia, di quattro modelli di interazione disfunzionale che Minuchin aveva individuato come: invischiamento, ipreprotettività, evitamento del conflitto e rigidità.<br />• Invischiamento: consiste nella tendenza dei membri della famiglia a manifestare intrusioni nei pensieri, nei sentimenti, nelle azioni e nella comunicazione degli altri. In queste famiglie c’è una labilità dei confini tra gli individui e i sottosistemi generazionali con conseguente confusione delle funzioni e dei ruoli. Non c’è autonomia né spazi personali; Minuchin definì queste famiglie come “famiglie con le porte aperte”. È evidente che queste caratteristiche della struttura familiare, limitano e rendono impossibile lo sviluppo dei processi di autonomizzazione e di individuazione.<br />• Iperprotettività: è una tendenza alla preoccupazione, alla sollecitudine e all’interesse reciproco che i membri della famiglia manifestano specialmente per quel che riguarda il benessere fisico. In particolare, di fronte al sintomo dell’anoressia, si attiva la mobilitazione di tutta la famiglia. tale preoccupazione e atteggiamento protettivo in queste famiglie, ha la funzione di nascondere ogni altro problema, difficoltà,dolori, conflitti che sente troppo pericoloso e difficile da affrontare.<br />• Esitamento del conflitto: si manifesta con la tendenza dei membri della famiglia ad adoperarsi per evitare che la conflittualità o il disaccordo venga fuori. È per questo che ogni volta che la tensione della famiglia diviene minacciosa, uno dei membri, spesso il paziente, interviene richiamando su di sé e sul problema l’attenzione di tutti. Il conflitto in questo modo rimane coperto e l’intera famiglia si focalizza sulle difficoltà alimentari della paziente. È evidente come il sintomo della paziente, diventa il catalizzatore principale attorno a cui si modulano le relazioni della famiglia.<br />• Rigidità: consiste nella ripetizione delle stesse regole di relazione, nella difficoltà ad accettare processi di trasformazione, nel tutelare un equilibrio che si è cristallizzato e che è troppo fragile per poter accedere al rischio dei cambiamenti. L’immagine delle famiglie rigide delle anoressiche è quella di famiglie armoniose e unite, in cui l’unico problema è la malattia della paziente. Se emerge qualche contrasto tra i genitori, esso riguarda la gestione delle difficoltà alimentari della paziente. Caratteristica di queste famiglie è l’inibizione dell’espressione delle emozioni soprattutto quelle legate ad eventi troppo dolorosi per i membri della famiglia. andando a guardare la relazione di coppia dei genitori, vediamo che essa presenta problemi di comunicazione relative ad arre latenti di conflittualità nascosta e irrisolta. Questa insoddisfazione nasce da aspettative deluse che non possono essere esplicitate per paura della rottura del rapporto e che viene visto come un rischio che non può essere emotivamente affrontato (evitamento del conflitto). In queste situazioni può verificarsi il coinvolgimento della paziente in un rapporto preferenziale con l’uno o con l’altro dei genitori, solitamente con chi si sente più in difficoltà nella coppia. La figlia così viene triangolata e si troverà ad affrontare una situazione di ambivalenza: da un lato la ragazza ha la sensazione di avere un rapporto preferenziale con uno dei due genitori e si sente al centro di gratificazione e privilegi; dall’altro stabilisce un vincolo rigido di dipendenza dalle figure genitoriali che durante la crisi adolescenziale, entra in conflitto con i bisogni di autonomia e di individuazione propri di questa fase. Questa costellazione interattiva caratterizzata da relazioni invischiate, occultamento dei conflitti, immagine di armonia e coesione, nasconde spesso vissuti di solitudine, di isolamento, di carenza di scambi affettivi nella paziente.<br />Non solo i modelli comportamentali e di pensiero, i ruoli e le modalità di espressione nei legami affettivi ma anche i vincoli, il rispetto delle dimensioni mitiche, la lealtà ai mandati, sono fondamentali in una famiglia. La lealtà in una famiglia dipenderà dalla posizione di ciascun membro all’interno della giustizia del suo mondo umano, il che a sua volta costituisce parte del computo familiare intergenerazionale dei meriti.<br />A volte ci possiamo trovare di fronte a pretese eccessive, a conflitti di mandato e di lealtà che costituiscono fonte di disagio. I mandati familiari in questi casi sono tali da non accordarsi con i bisogni corrispondenti all’età del delegato che a sua volta ne viene oppresso. E questo spesso succede nelle famiglie con disturbo del comportamento alimentare.<br />In queste famiglie i pazienti si trovano nell’impossibilità di crescere. Missioni in cui la richiesta implicita è proprio quella di non crescere, portano il tempo familiare ad arrestarsi.<br />È implicita nella delega la presenza di un legame, che dovrà essere tanto più intenso e tanto più stabile, quanto i mandati saranno importanti e relativi a temi vitali. Ella famiglia i legami possono avvicinare, delimitare, abbracciare, sovrapporsi, andare incontro, cambiare forma e direzione, spezzarsi, unire più generazioni.<br />Nelle famiglie delle pazienti con disturbi del comportamento alimentare i legami sono “congelati”. In questo quadro il sintomo acquista un significato protettivo, rappresenta un rifugio e il disagio favorisce la possibilità di contatto che permette di preservare l’unità familiare e gli equilibri. Il sintomo acquista un significato “affettivo”, rinforza i legami che pur esistendo, vengono riconosciuti con difficoltà.<br />Quando viene chiesto alle ragazze anoressiche di rappresentare graficamente i legami della famiglia, esse sembrano rappresentare i familiari in zone del disegno ben definite e che difficilmente toccano le aree delimitate dagli altri membri, mentre il fuori rimane deserto. La misurazione, il controllo e l’immobilità delle distanze sono gli aspetti più importanti.<br />I membri delle famiglia si controllano reciprocamente, ognuno è immobilizzato nella propria posizione, irrigidito nel proprio ruolo. Prevale la paura che i legami non possono avvicinare di più senza esplodere e distanze maggiori vengono vissute come minacce per l’unità familiare. Non ci si può avvicinare o allontanare senza rimanere soli. Il controllo reciproco rappresenta l’impegno di ognuno nel mantenere una rigidità di distanze che assicura l’equilibrio necessario alla sopravvivenza della famiglia. il luogo di maggior tensione è il “centro”, il centro dello spazio familiare che rimane libero, quasi deserto, perché è un centro che spaventa e che non può neanche essere guardato. Ed è questo luogo che spesso viene occupato dalla paziente. La possibilità di definire un “centro emotivo” delle tensioni familiari viene vista come una minaccia all’unità affettiva della famiglia. il ruolo della paziente sarà quello di mascherare un “centro” che viene vissuto come pericoloso e si adopera per distogliere l’attenzione dei componenti della famiglia dal nucleo delle tensioni, pagando tutto ciò con il suo sintomo. Il tentativo della paziente di contenere le tensioni familiari, focalizzandole su di sé, trova quindi significato nel mantenere la coesione della famiglia a tutti i costi, con attenzione assoluta alla minaccia di rottura dei legami, cioè timore della disgregazione dell’unità familiare in caso di esplicazione di conflitti o aumento delle distanze tra i membri.<br />“Sono i vincoli di lealtà con debiti e crediti correlati, che spesso fanno prevalere gli aspetti protettivi, rivolti a mantenere l’unità familiare, con una “trama affettiva” che però invischia, trattiene, lega e sospende in un tempo che sembra fermo” (Onnis, 2000).<br /><br /><br /><br />BIBLIOGRAFIA<br /><br /><br />1. Andolfi M., Angelo C. (1981), Tempo e mito nella psicoterapia familiare, Bollati Boringhieri, Torino.<br />2. Boszormeny- Nagy I., Spark G.M. (1988), Lealtà invisibili, Astrolabio, Roma.<br />3. Bowen M. (1979), Dalla famiglia all’individuo, Astrolabio, Roma.<br />4. Cancrini L., La Rosa, C. (1994), Il Vasi di Pandora, Nis, Roma.<br />5. Minuchin S. (1980), Famiglie e terapia della famiglia, Astrolabio, Roma.<br />6. Onnis L. (2000), Il tempo sospeso, Astrolabio, Roma.<br />7. Scabini E., Cigoli V. (2000), Il Famigliare: legami, simboli e transizioni, Raffaello Cortina, Milano.<br />8. Watzlawick P., Beavin J., Jackson D. (1971), La pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma.<br /><br /><span style="color:#ff3300;"><strong><em><a href="http://www.psicolife.com/"><span style="font-size:78%;color:#33cc33;">www.psicolife.com</span></a><br /><span style="font-size:78%;"><a href="http://www.psicolife.com/">Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze e Roma</a></span></strong></em></span><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/634414332952911961-8306299876098865289?l=terapiafamiliare.blogspot.com'/></div>Dott.ssa Di Pasquali Alessandra psicoterapeutahttp://www.blogger.com/profile/11381669732966528670noreply@blogger.com0