<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss'><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701</id><updated>2009-12-14T03:43:09.991-06:00</updated><title type='text'>RIFLESSIONI IN ORDINE SPARSO</title><subtitle type='html'>di ENRICO SABATINO</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://enricosabatino.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default?start-index=26&amp;max-results=25'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>675</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-298621392561758921</id><published>2009-12-14T02:28:00.004-06:00</published><updated>2009-12-14T03:43:10.026-06:00</updated><title type='text'>Update italiota</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SyYHh8OxCNI/AAAAAAAABqQ/aLHt8UgeqFY/s1600-h/duomoinfaccia.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 231px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SyYHh8OxCNI/AAAAAAAABqQ/aLHt8UgeqFY/s320/duomoinfaccia.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5415023881644738770" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Qualche articolo sul pietoso stato della politica italiota, e in particolare sul cosiddetto premier che cercherà sicuramente di capitalizzare politicamente la miniatura del Duomo di Milano che gli è stata tirata in faccia ieri sera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D'altronde è risaputo quanto sia insuperabile quando recita la parte della vittima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma&lt;span style="font-style: italic;"&gt; &lt;/span&gt;chi è causa del suo mal pianga se stesso...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il corpo violato della Seconda Repubblica&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Pino Cabras - Megachip - 14 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;«Un uomo in sofferenza psichica ha colpito un'altro uomo in sofferenza psichica che credeva di essere invincibile anche durante i bagni di folla. Tutto qui».&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fra migliaia di commenti apparsi su Facebook per parlare del corpo di Silvio Berlusconi violato a Milano mi ha stupito questo. Riesce, paradosso dei tempi, a rassicurare. Ma non sono tempi rassicuranti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tempesta perfetta che si addensa intorno alla Seconda Repubblica vede entrare in gioco tutti gli elementi tipici di una crisi politica italiana. È già accaduto nel 1947-48 e anche nel 1992-94, quando invece crollava la Prima Repubblica. E quindi, anche oggi, ecco la mafia, i grandi processi, i riposizionamenti politici, le trame dei settori più opachi degli apparati statali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E poi lo sguardo degli altri paesi. E la partecipazione popolare, che cerca forma e colore mentre - e questo vale per le ultime due crisi - i partiti evaporano. Sullo sfondo incombe la Grande Crisi economica e finanziaria, che comincia a mordere sempre di più e si presenta come una variabile troppo grossa per essere prevedibile. Tutti intervengono, chi con un piano, chi per reazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un pazzo però è un pazzo, e sfugge a tutti i criteri normali. Inserisce una fuga narrativa incomprensibile in mezzo a giochi più grandi e apparentemente razionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pazzo un Pallante che spara a Togliatti, ad esempio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non parliamo dell'America che ha visto Oswald tirato in ballo per JFK, Shiran Shiran per RFK e Hinckley per Reagan, tre pazzi manovrati inseriti in dinamiche ben più misteriose, con complicità interne agli apparati di sicurezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Potrebbe sempre bastarci la spiegazione in apertura, per leggere pacatamente l'episodio dell'aggressione, ma siamo dentro una di quelle dinamiche del potere che richiedono attenzioni eccezionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tramonto della Seconda Repubblica è una crisi costituzionale di prim'ordine, giocata da protagonisti «del tutto» spregiudicati, in primis lo stesso Berlusconi e tutto il suo apparato, a sua volta capace di confessare impunemente terribili bufale mediatiche per fini politici, come nel caso Feltri-Boffo, ultimo episodio di una lunga serie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È un contesto eccezionale in cui nulla sembra essere come sembra. Non dobbiamo fidarci delle ricostruzioni interessate, non dobbiamo credere ai provocatori, a coloro che vorranno creare assurdi paralleli fra le manifestazioni democratiche e la violenza, fra la critica e l'odio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Calma, non perdete la testa» disse Togliatti al risveglio dall'anestesia. Era la preoccupazione di uno dei co-fondatori della nostra democrazia. Si spera che nessuno le perda anche oggi. E la testa, e la democrazia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il contesto si sta mostrando subito pericoloso: sento i cani da guardia del PDL che vogliono attribuire la responsabilità della violenza agli avversari in blocco; ma leggo l'immaturità politica di una parte del “popolo viola” in rete che fa cascare le braccia. Converrà loro maturare in fretta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seconda Repubblica è un termine impreciso. Ai costituzionalisti non piace, e dal loro punto di vista hanno formalmente ragione. Però spiega tante cose. La Prima Repubblica era un sistema di partiti e al centro stava la DC, all'opposizione il PCI. Crollò durante una “tempesta perfetta”, Tangentopoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Seconda Repubblica ha visto un radicale cambiamento del sistema dei partiti e al centro stava il sistema di potere di Silvio Berlusconi, con avversari sempre più deboli e alla fine finti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni pezzo di potere e di contropotere ha definito se stesso in funzione di un accomodamento con questa ingombrante presenza. Ciò che non si accomodava è stato come una polvere che via via si accumulava sotto il tappeto, pronta a sbuffare fuori prima o poi. Questa polvere compone ad esempio i fantasmi del 1992-1994.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La domanda sulle stragi, su chi le volle, chi ne beneficiò e come, non avendo avuto risposte, si ripropone con nuova forza al momento della crisi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La polvere delle finanze pubbliche è rimasta tanta, perché le caste e le cosche non hanno voluto pagare prezzi, mai. Oggi, da Dubai ad Atene, i prezzi si pagano. Presto si pagheranno anche a Milano e Roma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sistema della comunicazione ha visto rafforzare la presa di Berlusconi con la storica complicità dei gruppi dirigenti del centrosinistra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'autorità giudiziaria ha ereditato un enorme patrimonio di credibilità che solo in parte ha bilanciato le enormi tensioni a cui l'ha sottoposta il motore della Seconda Repubblica, tanto che anche lì si insabbiano le inchieste politiche scomode (vedi “Why Not?”), con benedizioni dal Colle e silenzi dal PD.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è meno democrazia, meno coscienza del bene comune. Gli interessi sono frantumati e dispersi. C'è un senso di debolezza che sembra lambire tutti i poteri un tempo definiti “forti”. È più debole perfino Cosa Nostra, l'«organizzazione terroristico-mafiosa» di cui parla Spatuzza. Ed essendo più debole reagisce e ricatta, da socio in affari che non si fa mai scaricare, a costo di spargere sangue e veleni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ricatto colpisce e terrorizza il cuore della Seconda Repubblica, Silvio. E anche Silvio è più debole, ricattabile, prigioniero di promesse impossibili. Continuerà a farle, e non solo in Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel momento in cui riposiziona alcune scelte geopolitiche passando per Mosca, trova mille soldati da spedire a Kabul per placare le irritazioni di Washington. Altri leader meno ricattabili non sono stati altrettanto compiacenti. Dove troverà i soldi? Non mi aspetto barricate da PD e Di Pietro, visti i precedenti, ma vedremo. Di certo è un momento pericoloso, per le fughe in avanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il corpo di Silvio farà di tutto per proclamare la sua improfanabilità in ogni aspetto del suo regime personale. Cercherà di rompere l'assedio. In alcuni casi cedendo a ricatti, in altri ricattando i ricattabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi crede nella democrazia sarà chiamato a organizzare un alternativa politica seria, attenta a non farsi devastare dall'eterna Italia eversiva e gattopardesca, che continuerà a giocare tutte le sue carte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;"Non faccia la vittima, è uno degli artefici del clima violento"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Carlo Bertini - La Stampa - 14 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;div class="catenaccio" style="padding-top: 12px; padding-bottom: 12px; font-style: italic;"&gt;La Bindi: «Condanno il gesto folle ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese»&lt;/div&gt;&lt;div class="articologirata"&gt;Nel “buen retiro” della sua casa di Sinalunga, Rosy Bindi scorre i flash di agenzia sull’aggressione al premier. E’ da poco tornata dalla messa delle cinque ed ha appena finito di ragionare sulla proposta di Casini, «efficace solo se viene presentata come alternativa di governo con una proposta programmatica e sociale».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma di fronte alla piega improvvisa che la giornata politica sta subendo, ragiona sconsolata: «Ci mancava pure questa. Sia ben chiaro, questa intervista deve aprirsi con la solidarietà a Berlusconi e con la condanna del gesto. Resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima. Questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta però sono spiegabili. Certo, se si continua a dividere questo paese, alla fine...».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Dunque aveva visto giusto Di Pietro sul rischio di scontri in piazza per un clima di odio alimentato dal premier?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che alcuni pagano con prezzi altissimi. La sensazione più diffusa è che non sai più a chi rivolgerti, non sai più chi ti tutela. C’è perfino una rottura in parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico che si porta dietro sicuramente frange estremiste o persone che perdono la testa, ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese. Sbagliano i contestatori, non si disturbano le piazze degli altri, è anche vero che c’è modo e modo per zittire le persone. E anche oggi il premier ha mantenuto toni duri, mancava solo la frase “e per tutto questo ora andiamo al voto”».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Il Cavaliere dice di voler continuare a governare. Allora perchè un leader prudente come Casini si spinge così avanti? Sarà perchè il voto anticipato è un esito su cui nessuno più dubita?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Può essere un segnale del tipo “se hai intenzione di tirare la corda, sappi che...”. Certo le opposizioni sono pronte a reagire se il premier vuole elezioni per cambiare la Costituzione. Berlusconi a Milano non ha fatto altro che confermare il messaggio che siccome lui ha il consenso popolare nessuno lo può fermare».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Ma quanto potrebbe durare un esecutivo con Casini e Di Pietro?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Questo è il punto. E poi sia ben chiaro, non è il premier che decide se si va a votare. E il Pd starà molto attento alle decisioni del Quirinale: saremo disponibili a collaborare per rendere effettivo il dettato della Costituzione che le Camere le scioglie il Capo dello Stato».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Quindi è vero, secondo lei, che in cinque minuti si trova una maggioranza in Parlamento per un governo istituzionale.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«No, non è così. Mi pare ve ne siano troppe di situazioni da definire e grazie a Dio al Quirinale c’è una persona saggia».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Ma esiste o no qualche controindicazione nel far nascere un Fronte democratico “anti-Silvio”?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«E’ un primo passo che considero indispensabile, ma non scontato, tutto da costruire e comunque non sufficiente. Il paese sta attraversando una forte crisi sociale ed economica. Quindi la soluzione della crisi democratica deve essere funzionale alla soluzione della crisi sociale. L’Alleanza per la democrazia trova il consenso se ha la forza dell’alternativa programmatica. Non si può dire ai disoccupati “vieni con noi a salvare la democrazia del paese” senza dirgli come saremo in grado di ridargli il lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Lei dà per scontato che gli elettori di Casini lo seguano se va con la sinistra e che i vostri militanti votino per Casini premier?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Non penso agli organigrammi e mantengo due punti fermi. Il bipolarismo e il Pd come partito plurale, non come sinistra. Anche il sistema politico da troppi anni non si assesta perché deve pensare alle emergenze. Tradotto, il Pd non ha nessuna intenzione di ereditare il complesso dei “Figli di un Dio minore” della sinistra che per vincere bisogna che qualcun altro ci copra al centro». &lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ma questa esigenza non si scontra con un’alleanza con l’Udc?&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«No, ci alleiamo come partito di centrosinistra, non andiamo a costruire il centrosinistra con il “trattino”. Il Pd non può perdere la sua natura nel fare questa operazione. E Casini sa che in questo caso non può mantenere una politica dei “due forni”. E aggiungo che questa è un’occasione, non per rinnegare il bipolarismo, ma per costruirne uno più europeo. Dunque per il Pd è una sfida. Vorrei rassicurare Veltroni: non ho intenzione di perdere l’Ulivo per strada, per me difendere il futuro democratico del paese significa anche difendere il nostro progetto politico».&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La grande anomalia nell'Italia del cavaliere&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Eugenio Scalfari - La Repubblica - 13 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è un'anomalia al vertice istituzionale dello Stato. L'abbiamo scritto varie volte ed Ezio Mauro l'ha di nuovo precisato con chiarezza subito dopo il discorso di Silvio Berlusconi all'assemblea del Partito popolare europeo a Bonn.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'anomalia sta nel fatto che il presidente del Consiglio e capo del potere esecutivo disconosce l'autonomia del potere giudiziario; disconosce la legittimità degli organi di garanzia a cominciare dal Capo dello Stato e dalla Corte costituzionale e ritiene che il premier, votato dal popolo, detenga un potere sovraordinato rispetto a tutti gli altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa situazione - così ritiene il premier - esiste già nella Costituzione materiale, cioè nella prassi politica e nella convinzione dello spirito pubblico, ma non è stata ancora introdotta nella Costituzione scritta e ad essa si appoggiano i poteri di garanzia e la magistratura per contestare la Costituzione materiale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bisogna dunque modificare la nostra Carta anzi, dice il premier, bisogna cambiarla adeguandola allo spirito pubblico. Lui si farà portatore di quel cambiamento, prima o poi. Quando lo giudicherà opportuno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A quel punto la situazione sarà pacificata, un nuovo equilibrio sarà stato raggiunto, il governo potrà lavorare in pace, i processi persecutori contro il presidente del Consiglio saranno celebrati solo quando il suo mandato sarà terminato e la sovranità della maggioranza sarà in questo modo tutelata.&lt;br /&gt;                                       &lt;br /&gt;L'anomalia ha notevoli dimensioni. Il fatto che Berlusconi l'abbia descritta e raccontata con parole sue in un congresso del Partito popolare europeo cui appartiene, denuncia di per sé la gravità di questa situazione, ma ancora di più questa gravità emerge dal fatto che non vi siano state contestazioni in quell'assemblea.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'Unione europea riconosce e fa propria una carta di diritti che vale per tutti gli Stati membri. Di questa carta i principi dello Stato di diritto e dell'indipendenza dei poteri costituzionali sono parte integrante. Sicché è molto preoccupante che uno dei principali esponenti del Partito popolare europeo, a chi gli chiedeva un commento sul discorso di Berlusconi, abbia risposto: è una questione interna alla politica italiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando si tratta dei principi della costituzionalità europea non esistono questioni interne dei singoli Stati membri che possano sfuggire al vaglio degli organi dell'Unione. Credo che questo problema andrebbe formalmente sollevato dinanzi al Parlamento di Strasburgo e dinanzi al presidente del Consiglio dei ministri dell'Unione.&lt;br /&gt;                                                                                                                     &lt;br /&gt;Per quanto riguarda il nostro "foro interno" per ora l'anomalia resta, ma verrà al pettine nei prossimi giorni sulla questione che più sta a cuore al premier, quella cioè della sua posizione giudiziaria rispetto ai tribunali della Repubblica. Lì avverrà il primo scontro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È ormai evidente che il metodo della "moral suasion", utilmente praticato dai nostri Capi di Stato nei confronti del governo fin dai tempi di Luigi Einaudi, non vale più. Esso è stato possibile per sessant'anni fino a quando le diverse posizioni politiche si confrontavano in un quadro di valori e principi condivisi; ma questo quadro di compatibilità è ormai andato in pezzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le varie istituzioni e i poteri dei quali ciascuna di esse ha la titolarità sono dunque l'uno in presenza degli altri senza più ammortizzatori di sorta. Gli angoli non sono più arrotondabili ma spigolosi. Il rischio è una prova di forza interamente istituzionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'anomalia berlusconiana ci ha condotto a questo punto, a questo rischio, a questo pericolo. Molti pensavano che tutto si riducesse a problemi di galateo e di linguaggio. Non era così ed ora la dura sostanza è emersa in tutto il suo rilievo.&lt;br /&gt;                                       &lt;br /&gt;                                                                                                   * * *                                         &lt;br /&gt;                                       &lt;br /&gt;Abbiamo scritto più volte che l'anomalia populista è presente in modo particolare nello spirito pubblico del nostro paese. Ma non soltanto. La tentazione autoritaria è presente in molti altri luoghi. Autoritarismo e populismo spesso sono fusi insieme e costituiscono una miscela esplosiva, ma talvolta sono disgiunti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vocazione al cesarismo a volte è alimentata dal conservatorismo di opinioni pubbliche sensibili agli interessi di classe e alla difesa di privilegi. Oppure dall'emergere di interessi nuovi che chiedono riconoscimento e rappresentanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella storia moderna la tentazione autoritaria è stata molto presente nell'Europa continentale, talvolta con modalità aberranti oppure con caratteristiche innovative. Ma ha innescato in ogni caso processi avventurosi, forieri di guerre e di rovine materiali e morali. I principi di libertà ne sono stati devastati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di solito quando ci si inoltra in questo tipo di analisi si rievoca l'esperienza del fascismo italiano. Esso avviò anche alcuni processi innovativi, ottenuti tuttavia con la perdita della libertà, con l'esasperazione demagogica del nazionalismo e con un generale impoverimento della società.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma un altro esempio, con caratteristiche molto diverse, era già avvenuto in Europa un secolo prima e fu il bonapartismo. Andrebbe storicamente ripercorso il bonapartismo perché rappresenta una vicenda per molti aspetti eloquente di come si passa da una fase rivoluzionaria ad una fase moderata e poi ad una svolta autoritaria che aveva in grembo la fine del regime feudale, l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, pagando però queste innovazioni con milioni di morti in un quindicennio di guerre continue e con la perdita della libertà.&lt;br /&gt;                                        &lt;br /&gt;Il generale Bonaparte rappresentava un'anomalia rispetto al regime moderato del Direttorio, nato sulle ceneri del Terrore robespierrista. La sua vocazione autoritaria non aveva nulla di populistico ma era appoggiata da un'opinione pubblica che voleva a tutti i costi una pacificazione. Napoleone fu visto come lo strumento di questa pacificazione e fu l'appoggio di quell'opinione pubblica che gli consentì un colpo di Stato che non costò neppure una vittima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 18 brumaio del 1799 suo fratello Luciano Bonaparte, presidente dell'assemblea dei Cinquecento, con l'appoggio del generale Murat, sciolse quell'assemblea con la scusa che essa era piena di giacobini e consegnò il potere a suo fratello Napoleone. Il seguito è noto.&lt;br /&gt;Non abbiamo nulla di simile, non c'è un generale Bonaparte, non c'è un generale Murat, non ci sono fantasmi militareschi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma c'è un'opinione pubblica spaccata in due e una classe dirigente anch'essa spaccata in due. C'è una tentazione autoritaria. C'è una maggioranza conservatrice formata da piccoli e piccolissimi imprenditori e lavoratori autonomi che sperano di ricevere tutela e riconoscimento. E c'è un'ampia clientela articolata in potenti clientele locali, legate al potere e ai benefici che il potere è in grado di dispensare.&lt;br /&gt;                                        &lt;br /&gt;Questa è l'anomalia. La quale ha deciso di non esser più anomalia ma di rimodellare la Costituzione. Non riformandone alcuni aspetti ma cambiandone la sostanza. Non più equilibrio tra poteri e organi di garanzia, ma un solo potere sovraordinato rispetto agli altri. L'Esecutivo che si è impadronito, con la legge elettorale definita "porcata" dai suoi autori, del potere legislativo e si accinge ora a mettere la briglia al potere giudiziario e agli organi di garanzia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sì, bisogna rivisitarla la storia del 18 brumaio del 1799 perché c'è un aspetto che ci può riguardare molto da vicino. Del resto, anche il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 va riletto e meditato. Ci sono momenti storici nei quali l'assetto di uno Stato viene sconvolto e capovolto. Dopo nulla sarà più come prima. Nessuno si era reso conto di ciò che stava per accadere. Quando accadde era ormai troppo tardi per impedirlo.&lt;br /&gt;                                        &lt;br /&gt;                                                 &lt;!-- do nothing --&gt; Post Scriptum. La vicenda Spatuzza-Graviano ha dato luogo a qualche fraintendimento che è bene chiarire. A me Spatuzza non piace affatto e i Graviano meno ancora, ma la cronaca ha le sue regole che vanno rispettate. E perciò ricordiamo: Spatuzza ha dichiarato in processo di aver saputo dell'accordo con Berlusconi e Dell'Utri da Giuseppe Graviano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il quale ha rifiutato di deporre e ha detto che parlerà solo quando sarà venuto il momento di parlare. Chi invece ha detto di non aver mai conosciuto Dell'Utri e tanto meno Berlusconi è il fratello Filippo Graviano, del quale Spatuzza non ha mai parlato. Questo dice la cronaca e non altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Buon 1988, Signor Presidente&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Carlo Bertani - http://carlobertani.blogspot.com - 13 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“Che giovano a quell'uomo ottant'anni passati senza far niente? Costui non è vissuto, ma si è attardato nella vita; né è morto tardi, ma ha impiegato molto tempo per morire.”&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Lucio Anneo Seneca&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci domandiamo, signor Presidente, con quale stato d’animo s’avvicinerà alla sua scrivania – la sera del 31 di Dicembre – per inviare il messaggio alla Nazione. Ci chiediamo cosa proverà quando fisserà l’anonimo occhio della telecamera, quando i tecnici le diranno “Quando vuole, Signor Presidente, quando vuole.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sarà facile fissare il minuscolo occhio, appena luminescente, di quella telecamera e siamo certi che le luci saranno così ben posizionate da non darle fastidio alcuno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il discorso l’avrà preparato da tempo, assistito da esperti linguisti – siamo certi – e dunque già saprà quel che dovrà dire: avrete “limato” per giorni le frasi, scelto con cura gli aggettivi, adombrato qualche passaggio per avvertire dei pericoli incombenti, inzuccherato qualche perifrasi retorica – giacché risposte vere non ce ne sono, lei ne è cosciente – e sorvolato laddove nemmeno quelle palesemente false avrebbero retto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dovrà fare, in ogni modo, un bell’esercizio di rimozione per affrontare la telecamera – perché lei sa in quali, terribili gorghi sia precipitato il Paese – ma tanti anni di pratica da parlamentare la rendono certamente avvezzo a questi frangenti, i quali – con il trascorrere degli anni – dal suo privilegiato punto d’osservazione si sono trasmutati non più in marosi, bensì in semplici avvisi di tempesta. Con speranza di bonaccia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D’altro canto – lassù, sul Colle e nel Torrino – non c’è onda che possa ghermire, vento che riesca a sferzare, tempesta che possa scalfire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Com’ebbe a dire Demetrio Volcic, in un’apologia di Michail Gorbaciov: “Sarebbe potuto rimanere al suo posto per anni, appoggiandosi alla casta militare, e regnare su un mondo di speranze oramai spente. Invece…”&lt;br /&gt;Non sappiamo quali tormenti galoppino nella mente di Gorbaciov, e – a dire il vero – manco sappiamo se esistano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non siamo qui per dare giudizi storici sull’ultimo Presidente sovietico – sono già in tanti a farlo! – ma solo perché ci sembra proprio che i vostri destini s’incrocino – in quelle sale che furono prima dei Papi e poi dei Savoia – in modo assolutamente incoerente, se cerchiamo parallelismi improponibili, ma di fatto esistenti, tangibili, nel momento stesso nel quale lei si siederà a quella scrivania.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Entrambi – da due punti d’osservazione assai differenti – con lo stesso dilemma: un Paese che non riesce più a trovare parole e mezzi, sintonie e propositi s’interroga, cerca risposte, bandoli di matassa, vie, vicoli, budelli, catacombe, scorciatoie, ponti e voli pindarici per capire il domani che l’aspetta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello che scelsero i russi lo sappiamo: a ciascun suo destino.&lt;br /&gt;E noi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa potrà raccontare agli italiani, che già non sanno, cosa potrà cercare di gettare nell’oblio, che già essi – per sopravvivere – non abbiano dimenticato, cosa ancora potrà inventare ed avvolgere con carta dorata e luminescente, che i suoi sudditi già non abbiano spacchettato e gettato nella spazzatura?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Già, sudditi: la parola che sfregia, che mai si vorrebbe pronunciare. Dopo 62 anni da quella Carta Costituzionale, il disastro è compiuto: nessuno sa più perché fu scritta, nessuno comprende perché sia così calpestata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come potranno, i genitori di Stefano Cucchi, affidarsi con fiducia ai magistrati, che già hanno decretato la “colposità” dell’atto e non la premeditazione per la violenza cercata ed ottenuta, a costo zero, perché esplosa nei confronti di una persona debole – peraltro, innocente, in quanto non ancora condannata! – che non aveva mezzi per difendersi da chi avrebbe dovuto difenderlo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E Rudra Bianzino, rimasto solo a 16 anni con una nonna malata, dopo che il padre è stato ucciso in due giorni di galera – anche lui prima del processo! – e la madre è morta di crepacuore? Bianzino era stato sorpreso a coltivare delle piantine di canapa indiana: se fosse stato un parlamentare, avrebbe avuto suon di pusher pronti a soddisfare le sue necessità. Tutti gli italiani lo sanno: lei no?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E che Natale trascorreranno i genitori di Gabriele Sandri, nel sapere che l’assassino del loro figlio è sì stato condannato…ma sono le solite condanne che non generano mai un giorno di galera…al punto che Spaccarotella spera, addirittura, di riuscire a tornare nella Polizia!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certo, un simile “esperto” di balistica – non abbiamo mai creduto nella volontarietà dell’atto – merita proprio di continuare a maneggiare un’arma, sparando con una pistola di grosso calibro ad 80 metri di distanza e contando di sapere dove finisca il proiettile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo domandi al primo ufficiale dei Corazzieri che incontra al Quirinale, chieda cosa si può ragionevolmente colpire a quella distanza con un’arma corta. C’è da sperare di non trovarselo mai intorno, uno come Spaccarotella, nemmeno con una cerbottana fra le mai.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Casi limite? Lei dice casi limite?&lt;br /&gt;Quanti sono stati i “casi limite” dal dopoguerra ad oggi? Centinaia. Ad Atene, per un solo morto, stanno mettendo a ferro e fuoco la Grecia: ecco, dove i greci sono cittadini e gli italiani sudditi. Il sovrano assoluto ha diritto di vita e di morte sul suddito, o sbaglio?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Potremmo anche compiere un atto vile, ossia dimenticare questa gente di fronte a quelle tombe, ad osservare la fotografia di chi – mai più – rivolgerà loro la parola. Mentre gli assassini gozzovigliano: magari, proprio mentre seguiranno il suo discorso. Forse, qualcuno di loro la sfotterà pure.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dietro a quella telecamera, però, ci sarà anche F.G. il quale – dopo aver lavorato una vita – s’è visto ridurre la pensione a 400 euro, perché deve ridare allo Stato quello che lo Stato stesso aveva chiaramente promesso nel 1999 – quando F.G. passò dalle dipendenze delle Province allo Stato – con una norma chiarissima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi, nel 2005, con una “interpretazione autentica” di un articolo di legge del 1999, si rifà tutto da capo e devi renderci quei soldi: cosa vuol dire “interpretazione autentica”?!? E’ l’ultimo espediente per varare, sotto mentite spoglie, la retroattività del Diritto?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E se un futuro governo generasse una “interpretazione autentica” del referendum Monarchia/Repubblica del 1946? Come dice? Quella fu volontà popolare? Lo fu anche il referendum sul nucleare del 1987: cos’è, un’altra “interpretazione autentica”? Domani, qualcuno potrebbe interpretare “autenticamente” l’art 5: “&lt;em&gt;La Repubblica è unica e indivisibile…”&lt;/em&gt; lei, cosa farà?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Già, possiamo anche dimenticarci di F.G. e rassicurarlo: “Eh, basta la salute…”, siamo certi che ha “rassicurato” allo stesso modo Mastella e signora, in piazzetta a Capri.&lt;br /&gt;Dovremmo, però, rassicurare allo stesso modo gli altri 70.000 come F.G. giacché – per ben due volte! – la Corte Costituzionale ha sancito che sì, si può “rivedere” quando si vuole una legge, anche dopo anni, e quello che s’era promesso può essere in qualsiasi momento rimangiato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ricorda, per caso, &lt;em&gt;nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali&lt;/em&gt;? Qui non siamo in ambito penale, però, disconoscere nel 2005 quello che fu assicurato nel 1999…che ne pensa?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E questa vicenda – poco conosciuta – ritornerà più avanti, per capire cosa c’è dietro le varie “interpretazioni autentiche”, vere “perle” del Diritto, iperboli delle procedura.&lt;br /&gt;Un altro pezzo di Costituzione è caduto nel cestino: osservi bene alla sua sinistra, è lì dentro, è l’articolo 25. Già che c’era, qualcuno ci ha ficcato anche l’articolo 2 del Codice Penale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se cercherà di sforzarsi, di mettere meglio a fuoco l’obiettivo della telecamera, dietro all’occhio magico scoprirà che ci sono centinaia di migliaia di truffati da un certo Tanzi, il quale – fra una falsificazione e l’altra di certificati di credito statunitensi – di dilettava nel circondarsi di pregevoli opere d’arte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora che le hanno scoperte, sono diventate “croste”: le vere “croste” le hanno negli occhi e nel cuore le persona che Tanzi ha truffato e che ora, per salvare un tizio di Arcore, vedranno cadere in prescrizione – o chissà in quale altra diavoleria giuridica – i loro diritti.&lt;br /&gt;Osservi, presidente, osservi meglio, guardi ancora…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Là dietro, seduti nei salotti comprati a rate quando c’era ancora uno stipendio, ci sono decine, centinaia di migliaia d’italiani che hanno perduto il lavoro. Come dice? E’ la congiuntura internazionale? La truffa delle banche? La Cina? Il malocchio?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma, lei – e tutti quelli che l’hanno eletta all’alto scranno – non dovreste esser lì proprio per evitare che queste cose avvengano? S’accorge che – fiumi di parole a parte – stiamo precipitando? Che gli altri Paesi europei, salvo poche eccezioni, non se la passano male come noi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Possediamo il 70% del patrimonio artistico mondiale e non lo usiamo, siamo (con la Spagna) l’unica penisola fertile del Sud d’Europa, e la nostra agricoltura langue. Dobbiamo aspettare che giunga un premio Nobel come Rubbia, per dirci che la politica energetica del governo è fallimentare? Che il mondo intero guarda oltre? Di chi la colpa? E’, come sempre, “d’Alfredo?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Forse loro non ci saranno ad ascoltarla, non credo, perché sono giovani ed hanno di meglio da fare: almeno, come possono, come riescono a fare. Qualcuno, però, ci sarà perché è stato costretto a tornare a casa dai genitori e, suo malgrado, la osserverà distrattamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono la “generazione mille euro”: gente con diplomi, specializzazioni, lauree corte e lunghe, dottorati, ricercatori…i quali, il massimo al quale possono ambire, è che sia rinnovata loro quella schiavitù – senza più diritti, senza ferie, senza malattia, senza liquidazione, senza niente – dei mille euro. Fin quando durerà: poi, si tornerà a casa dai genitori. Finché ci saranno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lei, che militò in un partito il quale – almeno, così raccontavate – si piccava d’essere il difensore del lavoro, della dignità del lavoratore, cosa prova? Guardi meglio nell’obiettivo, Presidente, si sforzi. Poi, torni ad osservare il cestino: “c’è posta per te”? No, sono solo gli articoli 35, 36, 37, 38…della Costituzione, quelli relativi al lavoro, che sono finiti nella carta straccia, insieme allo Statuto dei Lavoratori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stia tranquillo, signor Presidente, gli italiani non saranno mai greci né francesi e né tedeschi: nessuno avrà il coraggio di ribellarsi apertamente. Gli italiani seguiranno fino in fondo il loro drammatico destino, giungendo all’abominio piuttosto che alzare la voce: sceglieranno fra puntare sul Superenalotto oppure agogneranno, brameranno di partecipare ad un talk show televisivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fino a quando? Fino all’evidente disastro?&lt;br /&gt;Con precisione non so quando arriveremo al disastro, però qualche idea ce l’ho.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vede, signor Presidente, quello che lei non riesce a scorgere dall’alto del Torrino – forse c’è nebbia? è troppo lontano? – è che l’Italia ancora campa di ricchezza accumulata nei decenni “buoni”, quando c’era lavoro, si guadagnava, s’andava in pensione almeno un poco prima di morire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’Italia campa sulle pensioni dei genitori, su qualche rendita, sull’affitto di qualche appartamento ma non crea più nulla: non ha più idee, stimoli, certezze, speranze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fin quando durerà? Molti indicatori economici (il rapporto debito/PIL che “corre” verso il 120% è solo uno dei tanti) sembrano raccontare che di “fiato” n’è rimasto poco.&lt;br /&gt;Per spiegarle come potrebbe finire, bisogna superare le pastoie che ci hanno condotto a spiegare gli ultimi eventi come “malcostume”, “protervia”, “indecenza”, ecc.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Berlusconi potrebbe essere accusato – tramite Dell’Utri – di concorso esterno in associazione mafiosa: reato, peraltro, non previsto dal Codice Penale, ma solo da una consuetudine giuridica attuata dalla Corte di Cassazione. Belusconi sarà mafioso?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I politici italiani di prima grandezza non sono mai “mafiosi” in prima persona: se vogliamo, Berlusconi sta a Dell’Utri come Andreotti a Salvo Lima. O, addirittura, come Mangano a Ciancimino: ci sono scale di valori per tutto, anche per la Mafia e per i politici.&lt;br /&gt;Da sempre, si servono delle organizzazioni mafiose sul territorio per la raccolta dei voti: lo fecero democristiani e socialisti. Non neghi, Presidente, lo sa benissimo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le dichiarazioni di Spatuzza sono poca cosa – concordiamo – ma su un punto sono precise ed indubbiamente veritiere: non pochi analisti politici, all’epoca, misero l’indice, stupiti, sul repentino flusso di preferenze che s’ebbe in Sicilia negli anni ’80 – decine di migliaia di voti che migrarono inaspettatamente, dalla DC al PSI – quando la Sicilia era rossa di sangue e Milano rossa “da bere”.&lt;br /&gt;Negare dunque che il rapporto esista, significa esser semplicemente ciechi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altra cosa è stabilire se vi furono flussi di denaro dalla Mafia a Silvio Berlusconi, per le sue attività editoriali e, in seguito, politiche: mai, Berlusconi, comunicò da dove vennero le centinaia di miliardi (dell’epoca!) necessarie per entrare nel mercato immobiliare e delle comunicazioni. Sempre, s’avvalse della facoltà di non rispondere, in più occasioni.&lt;br /&gt;Cosa c’entra questo con l’oggi? Aspetti e rifletta: intanto, ricarichi la stilografica. Oppure, telefoni a Tina Anselmi per farle gli auguri: magari, potrete parlare insieme della P2.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stranamente – e questo è innegabile – il governo Berlusconi sta colpendo la Mafia siciliana in modo pesante: mai, un governo della Repubblica ha osato tanto. Un nuovo “prefetto Mori” del Ventennio? No, a nostro avviso, la verità è ben altra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi, la Sicilia non ha più governo regionale: dopo inenarrabili alchimie e vicissitudini, il Presidente Lombardo si sta arrampicando sui vetri per rimettere in piedi qualcosa che assomigli ad una giunta. Berlusconi è preoccupato per la Sicilia? Per la regione che gli fornisce pressoché totale consenso, che esprime ministri, sulla quale può contare come in nessun altro luogo d’Italia?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No, non ci sembra che a Palazzo Chigi ci si strappi le vesti e nemmeno osserviamo “corrieri” che – di lungo in largo – accorrano per riportare “pace e serenità” fra l’elettorato. Ci sembra, anzi, di cogliere quasi disinteresse: ci sentiremmo di puntare qualcosa su un profondo dissidio fra i (probabili) antichi mentori siciliani e gli attuali epigoni. Berlusconi fa comizi a Milano, non scende in Sicilia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel frattempo – speriamo di non annoiarla, Presidente – il governo cerca di far quadrare i conti di Finanziarie sempre più “creative”: addirittura, si prelevano 3,1 miliardi dal TFR dei lavoratori INPS per gettarli nella fornace dei disastrati conti pubblici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mai s’era vista una cosa del genere, nemmeno con il grande “creativo” democristiano, Cirino Pomicino. Prendere soldi dei lavoratori per finanziare la spesa corrente?!? Alla faccia del Bicarbonato di Sodio! Replicherebbe un suo illustre conterraneo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando e come saranno resi quei soldi ai lavoratori? Lo domandi a Tremonti, ma stia attento: la risposta potrebbe causarle un gran mal di testa. Sa, è un “creativo”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sono poi le quisquilie, come lo “strano ri-finanziamento” del cinque per mille, con prelievo dai proventi dello Scudo Fiscale…e per che cosa? Per destinarli al Ponte sullo Stretto. Presidente, ci faccia capire: uno strumento – il cinque per mille, appunto – creato per finanziare le associazioni assistenziali (Onlus) e la ricerca…che viene “ri-finanziato” per poi “estrarre” 470 milioni di euro e destinarli al Ponte?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanti, di quei soldi, torneranno indietro – sotto forma di finanziamenti per la progettazione e le “consulenze”, se non proprio tangenti – nelle tasche (a questo punto private) di chi ha “finanziato”?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fra parentesi, questi “per mille” sembrano quisquilie, ma sono una nuova forma di tassazione, proprio un bel “mettere le mani nelle tasche degli italiani”, ma da borseggiatori. Otto e cinque per mille, fanno l’1,3 per cento dell’IRPEF: sono centinaia di euro. A capoccia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sul resto c’è poco da dire; mentre una plateale incompetente dichiara di varare una riforma della scuola, la scuola non esiste quasi più: otto miliardi prelevati dalla scuola, i quali finiranno per due terzi nella contabilità generale, sono una mazzata che metterebbe a terra un bue.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tanto per chiarire, l’andazzo oramai è questo: dove non c’è più un assistente tecnico si chiude a chiave un laboratorio, quando un termosifone perde acqua lo si chiude e si sta al freddo, i ragazzi aspettano un supplente 15 giorni. Abbiamo la classe docente di gran lunga più vecchia d’Europa e mancano idee per il futuro: a meno di ritenere “futuro” il pedissequo ritorno “all’impianto Gentile” del 1923. Sai che futuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A fronte di queste (ed altre) emergenze, il comportamento di Silvio Berlusconi parrebbe, a prima vista, sconsiderato: rastrellamento di fondi ovunque, disinteresse per piani a medio e lungo termine, addirittura scarso interesse per l’elettorato. Prendere tempo sembra il diktat, e non solo per le questioni processuali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché Berlusconi dovrebbe “prendere tempo”: in vista di che cosa?&lt;br /&gt;Non sbuffi, Presidente, perché sarà lei a dover affrontare quella telecamera, non noi: rifletta, corregga. Nell’attesa, cambi un aggettivo. Oppure, scambi due confidenze con Ciampi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono partite le “grandi manovre” per le elezioni regionali le quali, più che “fare i conti” con l’opposizione, definiranno nuovi equilibri all’interno della coalizione di centro-destra. Già, “coalizione”, composta però da tre anime: lo zoccolo duro dei berluscones di Forza Italia, la sparuta pattuglia ancora fedele a Fini e la Lega. Già, la Lega.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per la Lega si prefigura uno scenario assai favorevole: non sappiamo in quante regioni riusciranno ad esprimere un presidente, ma in quasi tutte le regioni del Nord ci saranno loro nelle “stanze dei bottoni”, a gestire la politica ed il fiume di denaro che genera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si dà il caso che il Ministro per le Riforme (riteniamo “Costituzionali”, giacché non si tratta certo della riforma delle uova di Pasqua) – Umberto Bossi, lo ha nominato lei, ricorda? – abbia recentemente dichiarato:&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“La Padania sarà libera con le buone o con le meno buone…non c'è nessuna crisi nel rapporto con Berlusconi perché se da soli si arriva prima, alleati si va molto più lontano”&lt;/em&gt; (14 Settembre 2009).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Strano ministro per le “riforme”: un tizio che usa come un libretto da scarabocchiare la Costituzione di uno Stato che vorrebbe distruggere! Un lupo a guardia degli agnelli? Proprio lupus in fabula, è il caso di dirlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Lega Nord sa benissimo che un federalismo che potrebbe accontentare il suo elettorato – ossia portare i redditi del Nord ai livelli europei a scapito del resto d’Italia – non passerà mai in Parlamento: il referendum del 2006, per ricordare un solo esempio, non passò anche perché la Sicilia (totalmente “berlusconiana”) votò contro compatta.&lt;br /&gt;Fanfaluche? Sogni ad occhi aperti di Bossi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rifletta, Presidente, rifletta: è stato recentemente obbligato a scendere in campo per difendere la Chiesa Cattolica, il famoso “paragone” Tettamanzi = Imam.&lt;br /&gt;Anche queste sono facezie, roba da teatrino della politica? No, qui non siamo al Bagaglino.&lt;br /&gt;La religione cattolica può essere osservata da più punti di vista: certamente – e questa è l’accezione che potremmo definire “più colta” – riporta meno ai simboli e più ai principi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’universalità del pensiero religioso conduce la Chiesa Cattolica a scendere in prima fila per difendere i diritti delle altre religioni: difendendo gli altri – ad essere riduttivi – difende se stessa. Ricorda, per caso, Papa Giovanni Paolo II quando affermò che, “piuttosto che non credere in niente, anche un altro credo…”?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui, ci sono significati più sfaccettati, ma un plafond comune conduce a riconoscere carità e fratellanza come valori universali. E’ l’unica accezione, nella quale viene inteso il Cattolicesimo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per la gran parte degli italiani – mezzi agnostici, credenti a rate, fai da te religioso, ecc – la comunanza religiosa s’esprime anch’essa con un’identificazione, molto diversa, però, rispetto a quella del Card. Tettamanzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualcuno l’ha definita una Chiesa non solo pre-conciliare, ma addirittura pre-illuminista, ossia privata delle temperanze necessarie per vivere in un contesto relativista e multietnico. E che l’Europa s’avvii – semplice demografia – a diventare ancor più multietnica, è assodato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ il resuscitare una Chiesa perduta nei secoli della Riforma e della Controriforma, un credere cieco, quando le scritture erano tutte in Latino ed il volgo non sapeva nemmeno leggere!&lt;br /&gt;Di quella Chiesa restano i simboli: croci, campanili, campane, effigi. Basta ed avanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domandiamoci: quanti – oggi che le Scritture sono ampiamente tradotte – le leggono? Quanti, per contrappeso, identificano la loro appartenenza affidandola semplicemente a dei simboli?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se la croce o la campana sono tutto ciò che rimane di un passato religioso, l’antico ricordo, la nostalgia per un credere almeno sincero – più sentimenti e meno chiacchiere – è ovvio che nulla deve sostituire quei simboli, pena la totale perdita d’identità. Ergo, niente minareti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sul fronte politico – meno che mai religioso – si tratta di un formidabile mezzo per condurre all’identificazione univoca genti che hanno smarrito il senso della fede, utilizzando quel simulacro soltanto come mezzo per sorreggere interpretazioni totalmente acritiche della realtà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così fu per la chiesa tedesca durante il nazismo – tollerata, ma solo se non disturbava i laicissimi nazisti – e per quella italiana, il famoso “credere, obbedire, combattere”. Cambiano i tempi, i mezzi, ma il fine…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inanellando, uno dopo l’altro, una serie di “valori” – unico obiettivo il denaro, il Nord “dissanguato”, il “pericolo” dell’immigrato incombente, la propria cultura “saccheggiata” dal minareto, gli “sfaccendati” dipendenti pubblici, ecc – ecco pronta la velenosa pozione, l’alchimia sopraffina pronta a spingere le menti verso la direzione desiderata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è nulla di nuovo: un copione già visto ed osservato in tutte le sue, possibili sfaccettature.&lt;br /&gt;Siamo al 1988 dell’era jugoslava, signor Presidente: se n’è accorto? Ha sentito parlare di “ronde”? Ah, certo, associazioni di cittadini per la vigilanza, per “proteggere”…e bla, bla, bla…&lt;br /&gt;Quando mai, una forza politica che vuole creare una milizia, lo urla ai quattro venti?&lt;br /&gt;Come dice? Che l’attuale quadro normativo…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questo penseranno le future “interpretazioni autentiche”: lei sa benissimo – da uomo di legge – che una volta passato un principio lentamente, ma inesorabilmente, si trasformerà in consuetudine. Vede? Tutto serve, anche quella che sembra una innocua (non per i lavoratori!) sentenza della Corte Costituzionale.&lt;br /&gt;E Berlusconi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma, Presidente, apra gli occhi: quando e come si decide, nelle istituzioni? Il Parlamento, salvo quando ci sono leggi inviate per l’approvazione dall’esecutivo, non ha nulla da fare, al punto che Fini lo chiuse per una settimana.&lt;br /&gt;A Palazzo Chigi? Nei Consigli dei Ministri? E quando mai: tutti si lamentano – a microfono spento, ovvio – della scarsa “collegialità”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutti gli accordi politici di una certa rilevanza vengono presi durante le famose “cene” ad Arcore fra Bossi e Berlusconi: poi, i “galoppini” Brunetta, Alfano, Gelmini, Sacconi…ricevono gli ordini e, a Belgr…pardon, a Roma, eseguono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una delle ultime esternazioni di Berlusconi è stata proprio la conferma, se ancora qualcuno aveva dei dubbi: in caso d’elezioni anticipate, andrà con la Lega “Chi se ne frega di Fini: noi e la Lega, possiamo vincere ugualmente”. Vede?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ricorda, per caso, che Berlusconi – prima di fondare Forza Italia – soppesò per qualche tempo d’entrare direttamente nella Lega, per prenderne in un secondo tempo le redini? Poi, decise di mettersi “in proprio” ma – dal 1995, dopo lo “strappo” con Bossi – i destini dei due partiti hanno viaggiato dritti filati come due binari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di queste cose non si deve parlare, non si devono ricordare, perché non fa comodo.&lt;br /&gt;Nel frattempo, per il volgo c’è tanto da discutere e da motteggiare: i miracolosi capelli del premier, le escort, le veline e tutto l’ambaradan del gossip, Bondi che duetta con Crozza…ma sì, lasciamoli divertire…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Va in Europa a raccontare che “ha le palle”, l’attimo dopo veste la camicia nera e così esalta gli ex nonsopiùcosasono della ex Alleanza Nazionale e quelli…giù con i saluti fascisti! Lo scambiano per Mussolini, i poveretti! Poi fa “cucù” in giro per l’Europa, le sue barzellette, le mignotte…ogni giorno bisogna inventarne una fresca, tenerli occupati…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quelli che si ritengono più astuti, invece – con dichiarazioni alla stampa, oppure usando i giornali “di famiglia” – ogni tanto la “sparano” grossa. Maroni comunicò urbi et orbi che esisteva il traffico d’organi destinato ai trapianti. Qualche giorno di subbuglio, una scazzottata verbale sui giornali e poi…dimenticatoio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei giorni scorsi, invece, “Il Giornale” (proprietario Paolo Berlusconi) ha dichiarato che l’emissione di denaro deve essere pubblica, non a carico dei privati. Nazionalizzeranno la Banca d’Italia? Ma va là…&lt;br /&gt;Quali sono, invece, le cose delle quali non parlano mai?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre tutti seguivano i vari teatrini – chi in platea, chi in galleria – la Lega Nord disponeva con cura i suoi pezzi – dall’interno delle istituzioni italiane! – con calma, tessera dopo tessera: prima una legge elettorale “porcata” per cacciar fuori dal Parlamento gli “indesiderati” e, nel contempo, impedire – di fatto – la creazione di nuove aggregazioni dal basso, dal vero corpo elettorale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quindi l’acquisto – non troviamo altro termine per definirlo – dei vertici sindacali, per frantumare il poco che rimaneva e mettere all’indice le frange che, ancora, credevano nella dignità del lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quindi la marginalizzazione e l’umiliazione della cultura: la scuola privata di mezzi per renderla inefficiente. E, quindi, inoffensiva. I fondi per la ricerca sempre stornati, al punto d’usare il 5 per mille per il Ponte di Messina!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi le leggi per marginalizzare gli immigrati, per punire in modo abnorme chi fa uso di droghe…ora la Chiesa, che deve essere “devitalizzata”, privata della sua essenza e mantenuta come vuoto involucro, uno zombie del terzo millennio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi, quel percorso è quasi compiuto: come i perfidi alieni di “Independence day”, le forze si stanno posizionando in campo, ciascuna al suo posto, pronte per l’assalto finale. Berlusconi s’opporrà? E perché dovrebbe farlo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il premier sa che non potrà mai consegnare alla Lega Nord un federalismo che sia una secessione mascherata – il referendum confermativo non passerebbe mai – inoltre, Berlusconi si trova impastoiato con i suoi mille problemi giudiziari: veri, falsi, presunti…non ha importanza. Di fatto, è sotto scacco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se Berlusconi non appoggiasse il piano secessionista della Lega, nei confronti delle istituzioni italiane avrebbe ben altro atteggiamento: non andrebbe di certo a Bonn a mostrare i muscoli e ad infangare l’Italia e le istituzioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Probabilmente, manderebbe in avanscoperta il solito Gianni Letta con qualche spiegazione credibile per ricomporre, cercare accordi, una fuoriuscita onorevole, accordi a termine, altro…ma – mai – getterebbe la spada nella contesa. Perché, signor Presidente, non potremmo definire in altro modo le sue ultime “esternazioni”.&lt;br /&gt;Domandiamoci, allora, chi è Silvio Berlusconi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ un imprenditore, il quale ha il centro dei suoi interessi proprio a Milano: certo, con la secessione potrebbe perdere ricchezza, quote di mercato, affari, ecc, ma – se non dovesse riuscire a fermare gli attacchi contro la sua persona (non c’interessa dirimere se giustificati, ingiustificati, ecc) – per lui sarebbe la fine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Potrebbe tentare, ultima spiaggia, le elezioni anticipate ma, anche qui, non avrebbe la certezza di farcela (nel senso di poter poi controllare una maggioranza schiacciante): spostato l’asse del PD verso sinistra, potrebbero rientrare in gioco anche gli elettori della sinistra estrema con alleanze meramente elettorali. E poi, cosa farebbero gli uomini di Fini? E Casini, che sembra chiamare l’adunata?&lt;br /&gt;Insomma, Berlusconi si troverebbe a dover affrontare delle difficili elezioni, non la “passeggiata” del 2008.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Può anche darsi che lo faccia, che sia obbligato a farlo, ma la “ferrea” alleanza con Bossi – il treno rapido verso la secessione – gli consentirebbe di salvare capra e cavoli: sottrarsi alla giustizia italiana utilizzando proprio la “leva” secessionista, preservare le sue aziende ed i suoi interessi economici, portandoli fuori d’Italia, nella futura Padania, ossia nel “Lombardo-Veneto”. Non le ricorda qualcosa, signor Presidente, quel termine?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli interessi del premier messi in “cassaforte” – in un diverso Stato! – ed il coronamento del sogno della Lega: come potrà notare, gli interessi di Berlusconi e della Lega Nord coincidono perfettamente. E spiegano anche il sostanziale “disinteresse” per quel che sta avvenendo in Sicilia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Potremmo pensare che quelli presentati siano scenari di fantapolitica ma nessuno, in Jugoslavia nel 1988, riteneva credibile quel che sarebbe successo pochi anni dopo. In Bosnia, persino quando iniziarono a circolare le colonne corazzate, i più si ricredevano “Ma no, sono soltanto manovre della JNA, dell’Esercito Jugoslavo…del &lt;em&gt;nostro&lt;/em&gt; esercito…”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’Unione Europea potrebbe benedire la secessione, giacché ogni possibile tentativo per “salvare” la nave Italia, che sta affondando, verrebbe gradito: non si può salvare l’intero bastimento? Beh, almeno il carico…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le grandi corporations sarebbero le prime a gioire, poiché ogni dissoluzione di stato nazionale aumenta il loro potere di ricatto, ovvero produrre senza pastoie di nessun tipo (vedi Thyssen) ed a prezzi da fame.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando si cita l’esempio jugoslavo, si finisce per credere che gli eventi debbano per forza svolgersi nello stesso modo: non è necessario, per una secessione, che esista il corrispettivo italiano della linea di difesa “Vukovar-Karlobag”…chissà, una “Pisa-Ancona”…no, questo è cadere in parallelismi senza senso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche il modello Ceco e Slovacco potrebbe tornar utile: le forme non le conosciamo e, in tutti i casi di secessione, ogni Paese ha avuto le sue. Più o meno sanguinose, più o meno feroci.&lt;br /&gt;Quel che conta, sono gli interessi convergenti verso una scelta, non i mezzi mediante i quali viene poi attuata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel caso jugoslavo – siccome c’era un diffuso apparato cooperativo – fu necessario, per le corporation ed i grandi poteri internazionali, distruggere la socialità stessa di quel Paese. Il caso italiano è diverso: da noi, è su base geografica che vogliono intervenire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La “salvezza” dell’apparato produttivo del Nord sarà l’ennesima svendita, questa volta al grande capitale tedesco e centro-europeo in genere, e le fabbriche si riempiranno un'altra volta di moderni schiavi, italiani e stranieri. Sì, forse ci sarà qualche soldo in più, ma non per molti e con la totale perdita della sovranità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non fu forse il vero fondatore della Lega Nord – il sen. Miglio – un grande “amico” dell’allora Bundesbank? Della Banca Centrale di uno Stato il quale, in silenzio e senza destare clamori, “girò” gli armamenti “ereditati” dalla ex Germania Est in Croazia?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo al 1988 jugoslavo, Presidente, se ne renda conto: non c’è tempo da perdere! Cosa aspetta, dopo esser stato pubblicamente insultato di fronte all’assemblea dei parlamentari europei del PPE?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per fare che? Per procedere, immediatamente, per attentato alla Costituzione – sono loro stessi ad ammetterlo, a fregiarsene! Ci sono tutti gli elementi per farlo! – poi per manifesta incapacità in campo economico. Infine, meno importante, per essere moralmente inaccettabili: non è la loro moralità in discussione, bensì la credibilità italiana che finiscono per distruggere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“E che c’entro io?”&lt;br /&gt;Come, signor Presidente, lei non c’entra nulla? Beh, ci scusi e tanti saluti: credevamo che lei fosse la suprema autorità della nazione.&lt;br /&gt;L’uomo che potrebbe – art. 88 – mandare a casa questa pletora d’incompetenti, dissoluti menefreghisti che siedono in Parlamento:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;art. 88. &lt;em&gt;Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tali facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Mentre nella Costituzione esiste un preciso articolo (90) che spiega i termini nei quali può essere messo in stato d’accusa un Presidente della Repubblica, molti si chiederanno perché non esista una procedura d’impeachment nei confronti del Primo Ministro: perché è prevista, con lo scioglimento del Parlamento, dall’art. 88!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se i costituenti avessero desiderato “temperare” quel potere, l’avrebbero precisato: invece, a parte la clausola degli ultimi sei mesi di mandato, nulla!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lei potrebbe, semplicemente, chiamare i due Presidenti delle Camere – “sentirli”! Senza obbligo alcuno! – e poi dire loro, semplicemente: “Grazie, Schifani. Grazie, Fini”. E basta. Non ha altri obblighi, e nessuno potrebbe sollevare la minima obiezione!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché i costituenti non posero limiti, affidando – riconosciamolo – una terribile responsabilità sulle spalle del Presidente? Perché, nel caso un Capo del Governo fosse giunto a controllare la politica come un despota, ricattando la sua maggioranza in Parlamento – ieri con le squadracce, oggi con le TV – il Presidente doveva avere i mezzi per impedirlo. E, oggi, vasti settori della società italiana sono perplessi, attoniti, stupiti da tante volgarità e da una politica assente per i bisogni degli italiani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lei, Presidente, potrebbe mandarli a casa con un’avvertenza: se non cambiate subito la legge elettorale con una semplicissima legge proporzionale (l’abbiamo avuta per decenni: perché da quando ci hanno messo mano tutto precipita?) – e date modo a nuove formazioni politiche di soppiantare le vecchie – io l’art 88 ve lo sparo a raffica, a ripetizione. Siamo certi che si darebbero una calmata: lei, ci perderebbe qualcosa? Dobbiamo ricordarle, ancora una volta, che l’art 88 non le pone limiti in tal senso?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ah, già…il rischio d’ingovernabilità, la “necessaria continuità”, il “salto nel buio”…ma…perché, oggi saremmo “governati”? Dobbiamo proprio morire di questa “continuità”? E quali timori possiamo avere per i salti nel buio, giacché ogni provvedimento governativo – da molti anni – non è altro che improvvisazione?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lei, signor Presidente, non si trova in situazioni analoghe a quelle che affrontarono i suoi predecessori: l’Italia è il regno dei levantini in politica, della confusione, spesso del malgoverno. Tutti i suoi predecessori cercarono – con scarso successo, purtroppo – di rammentare i vantaggi della coesione, della positiva socialità, della fratellanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi, invece, lei si trova di fronte ad una situazione nuova: non è più una vicenda di equilibri interni, di moralità…no, oggi, qualcuno sta scientemente lavorando – all’interno delle istituzioni! – per distruggerle e, domani, frantumare il Paese. Attenderà, silente, che qualcuno in camicia nera e fazzoletto verde venga a scacciarla?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di là delle proprie opinioni politiche, il plafond di valori costituzionali sotto attacco non è negoziabile in nessun modo, poiché mette sotto scacco le basi della democrazia e del vivere civile: purtroppo per la sua persona, lei è l’unico in grado di fermarli. Decida, prima che sia troppo tardi: la Storia, inevitabilmente, la giudicherà.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4850260641517364701-298621392561758921?l=enricosabatino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/298621392561758921'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/298621392561758921'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/2009/12/update-italiota_14.html' title='Update italiota'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14265115901062177501'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SyYHh8OxCNI/AAAAAAAABqQ/aLHt8UgeqFY/s72-c/duomoinfaccia.JPG' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-6574875486435382264</id><published>2009-12-13T02:50:00.007-06:00</published><updated>2009-12-13T03:25:31.077-06:00</updated><title type='text'>Bolivia: Forza Evo!!</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SySxgAsWRfI/AAAAAAAABqI/x5kJZnA_nUQ/s1600-h/Evo_thumb.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 236px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SySxgAsWRfI/AAAAAAAABqI/x5kJZnA_nUQ/s320/Evo_thumb.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5414647815506118130" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Una serie di articoli sulla schiacciante vittoria elettorale di Evo Morales, riconfermato alla presidenza della Bolivia e contando anche su un'ampia maggioranza nei due rami del Parlamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora ha tutti i numeri per continuare a rivoluzionare il quadro socio-economico del Paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Forza Evo!!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="grey"&gt;&lt;b&gt;Un uragano di nome Evo&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Pablo Stefanoni - www.ilmanifesto.it - 8 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;          &lt;span style="font-style: italic;" class="grey-l"&gt;Alla faccia di chi nel 2005 diceva che sarebbe durato sei mesi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Questo trionfo è dedicato a tutti i popoli e i presidenti che lottano contro il capitalismo in ogni parte del mondo». Sono state le prime parole con cui Evo Morales ha commentato la schiacciante vittoria nelle elezioni di domenica, quando è risultato rieletto con un inedito 63% dei voti contro il 27% di Manfred Reyes Villa, il suo principale concorrente di destra. Evo ha vinto in 6 dei 9 dipartimenti e i voti rurali che arrivano per ultimi, potrebbero ampliare il margine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso sì che Morales ha in mano non solo il governo ma anche il potere.&lt;br /&gt;Il presidente boliviano ha avuto i voti che i sondaggi indicavano... e anche qualcuno di più. Ha ottenuto i due terzi dei senatori (nella legislatura uscente non aveva la maggioranza in senato) ed è a 2 deputati dallo stesso risultato alla Camera. A La Paz, Oruro, Potosí ha spazzato via la destra e ha vinto tutti i seggi in palio del senato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'opposizione sta vincendo a Santa Cruz, Beni e Pando, anche se il Movimiento al socialismo di Evo è riuscito ad aumentare - e in certi casi a raddoppiare - i voti in queste regioni autonomiste della «mezzaluna orientale», ottenendo la metà dei seggi del senato in lizza. E ha vinto a Tarija, dipartimento meridionale alleato con Santa Cruz dove si concentra più dell'80% del gas del paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A La Paz il Mas sfiora l'80%. Nelle regioni aymara intorno al lago Titicaca, il voto per Evo è fra il 90 e il 100%. La spiegazione? Identificazione etnica con il «primo presidente indigeno» nella storia della Bolivia e politiche sociali che hanno portato «bonus» a bambini, vecchi e donne incinte. «Ora lo stato è in ogni casa», dice Evo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Paz, Cochabamba, Oruro, Potosí e Chuquisaca domenica hanno anche votato sì all'autonomia per rovesciare il no del referendum del 2006 e mettersi al passo della nuova costituzione che proclama uno stato plurinazionale e autonomico. Morales ha anticipato che ora si potrà «togliere il segreto bancario e vedere come sono state accumulate certe fortune»,&lt;br /&gt;Morales ha vinto tutti gli appuntamenti elettorali da quando fu eletto per la prima volta nel dicembre 2005 con il 54%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel giugno 2006 vinse le elezioni per la Costituente con il 51%, nell'agosto 2008 fu confermato alla presidenza dal referendum con il 67% e nel gennaio 2009 la nuova costituzione è passata con più del 60%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa sequela di batoste elettorali ha scioccato l'opposizione, che ha anche sbagliato strategia puntando su violenza e destabilizzazione.&lt;br /&gt;«Un Morales doveva prima o poi apparire, si chiamasse come si chiamasse: Quispe, Mamani, Condori o Choquehuanca. Per ovvie ragioni il posto di primo presidente indigeno in Bolivia era riservato a un aymara o un quechua», dice l'ex-presidente Carlos Mesa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E Evo Morales - un animale politico a tempio pieno - ha occupato quel posto sull'onda delle rivolte sociali fra il 2000 e il 2005 che ha polverizzato il vecchio sistema politico nato nel 1985 e noto come la «democracia pactada». Le élite lo prendevano in giro, nel 2005, dicendo che Morales non sarebbe durato sei mesi... e ora accusano il leader cocalero di volersi perpetuare al potere. Il dibattito qui in Bolivia adesso si centra sull'interrogativo se, con una maggioranza così schiacciante, il governo si radicalizzerà o no nel suo secondo mandato 2010-2015.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Faremo quello che abbiamo detto. Non c'è un'agenda occulta. Una grande vittoria elettorale significa più responsabilità rispetto alla gente. Il nostro obiettivo è il grande balzo industriale, lo stato sociale protettore e il decollo della de-colonizzazione e dell'autonomia: sarà più rapido, più efficace e più deciso», ha detto al manifesto il vice-presidente Alvaro Garcia Linera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E ha articolato il progetto del secondo mandato del Mas: «In una società in cui l'imprenditoria è molto debole, qualcuno deve farsi carico di avviare la costruzione della modernità, dell'integrazione e del benessere. I neo-liberisti hanno creduto che questo ruolo potessero svolgerlo gli investimenti stranieri. Oggi abbiamo uno stato produttivo in vari settori: petrolio, finanza, energia, industria mineraria, agro-industria. Uno stato che regola ed equilibra. In Bolivia c'è stata una rivoluzione vistosa sul piano politico, però un'altra più rapida, più contundente e meno rumorosa sul piano economico».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questo forse il futuro economico boliviano assomiglia di più al capitalismo di stato industrialista del nazionalismo rivoluzionario degli anni '50 che al socialismo o all'anti-capitalismo proclamato da Morales.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le sfide di fronte l'«evismo» non sono da poco. Il paese continua a basarsi sull'industria estrattiva e vive del gas e prodotti minerari. Per questo Morales dice che la priorità del secondo mandato sarà lo sradicamento della povertà estrema che tocca ancora oltre il 30% della popolazione .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="grey"&gt;&lt;b&gt;Quattro anni di Evo: è un'altra Bolivia&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Pablo Stefanoni - www.ilmanifesto.it - 6 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;          &lt;span class="grey-l"&gt;Oggi il voto sancirà non solo la scontata conferma elettorale di Morales ma anche la sua profonda sintonia con le masse popolari boliviane che si riconoscono in lui, nella sua «faccia india», nella sua onestà, nel suo progetto politico-sociale. Che per il prossimo quinquennio promette «un grande balzo desarrolista» Come il presidente indigeno ha cambiato il paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Identità, piani sociali, sviluppo, sovranità nazionale&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo 4 anni al governo, molto simili a una corsa a ostacoli, il presidente Evo Morales taglia oggi il nastro di partenza di un nuovo mandato: altri 5 anni alla guida del potere esecutivo. Tutti i sondaggi confermano che l'ex-cocalero sarà rieletto con più del 55% dei voti, contro il 20% dell'opposizione di destra. Morales ha scommesso il suo salario assicurando che otterrà anche i due terzi del nuovo Congresso plurinazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come si spiega la popolarità di Evo il cui potere appariva, solo uno o due anni fa, messo in questione dalla destra autonomista radicata nell'oriente boliviano con alla testa la poderosa Santa Cruz?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come accade con Lula da Silva in Brasile, la confluenza dell'identificazione popolare con la sua figura di primo presidente indigeno/campesino in un paese a maggioranza quechua e aymara, sommata a un complesso di ampi progammi sociali, sfocia in un massiccio sostegno politico ed elettorale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre il suo principale rivale, Manfred Reyes Villa, denuncia «l'autoritarismo» regnante e l'imprenditore Samuel Doria Medina promette nuovi posti di lavoro, Evo Morales, nei suoi continui viaggi nei quattro angoli più sperduti della Bolivia profonda, sa toccare le corde nascoste delle masse. Lì non perde occasione di ripetere: «Adesso che siamo presidenti» e ogni indigeno e campesino che l'ascolta si sente parte del potere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma non è solo questione di simboli: Evo si trova in una situazione economica che avrebbe fatto l'invidia di tutti i suoi predecessori neo-liberisti. La nuova legge petrolifera approvata nel 2005, più il decreto di nazionalizzazione del 2006 - che hanno aumentato le imposte per le transnazionali -, sommati agli altissimi prezzi internazionali delle materie prime fino allo scoppio della crisi globale, hanno consentito a Morales di nuotare nell'abbondanza di risorse grazie all'esportazione del gas e dei prodotti minerari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell'ultimo quadriennio l'inflazione è stata tenuta sotto controllo, la crescita economica è stata del 4.5% l'anno, c'è stato un inedito superavit fiscale, le riserve internazionali sono passate da 1.7 a 8.7 miliardi di dollari e oggi, a livello pro-capite, sono le maggiori dell'America latina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si capisce perché, a parte la leadership carismatica, non è stato difficile convertire questi numeri in voti, soprattutto quando la popolazione percepisce che Evo è un presidente «onesto», che lavora non per se stesso ma per il paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il bonus «Juancito Pinto» per gli scolari, il «Reddito dignità» per gli anziani, il bonus «Juana Azurduy» per le donne incinte, centinaia di medici cubani sparsi per tutto il paese, la riduzione delle tariffe elettriche per i settori popolari, le opere pubbliche nelle regioni dimenticate con il piano «Evo cumple», l'alfabetizzazione, l'attribuzione a campesinos e indigeni dei titoli di proprietà su 15 milioni di ettari di terre... Cambiamenti che non sono riusciti a estirpare la povertà storica della Bolivia, neanche quella più estrema - ancora del 31% -, ma i settori popolari sentono gli effetti di questi piani sociali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi la politica «antimperialista» e la rivendicazione della sovranità nazionale - come l'espulsione dell'ambasciatore Usa, Philip Goldberg, nel 2008 - hanno prodotto un'auto-stima collettiva e godono di un forte sostegno popolare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il programma di Evo è nettamente «desarrolista» e promette un imminente «grande balzo industriale». Sono state aperte imprese statali e altre sono annunciate nei prossimi 5 anni: aeroporti, dighe, strade, fonderie, ponti, un computer per ogni maestro, comunicazioni economiche per tutti, poli di sviluppo, industrializzazione del litio e del ferro, esportazione di energia elettrica, rafforzamento della nuova compagnia aerea...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lungi da posizioni «ancestrali» o anti-moderne, la promessa di Evo è sviluppare e modernizzare il paese. Lo ha ripetuto nel suo lungo discorso di chiusura della campagna davanti agli indigeni e ai molti «turisti rivoluzionari» stranieri. «Uno stato produttivo, sociale e protettore» ha sintetizzato il vicepresidente Alvaro Garcia Linera questo nuovo modello di capitalismo di stato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un modello sperimentato con la rivoluzione del 1952 guidata da Victor Paz Estenssoro e ripreso oggi «con faccia indigena».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Evo per altri cinque anni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Alessandro Grandi - Peacereporter - 9 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;p&gt;Con il 63 percento delle preferenze Evo Morales ha vinto le elezioni presidenziali che si sono svolte in Bolivia. Secondo i dati Morales avrebbe ottenuto anche la maggioranza politica all'Assemblea, cosa che gli consentirà di continuare a governare senza grandi intoppi per i prossimi cinque anni. Solo le briciole sono rimaste nelle mani dello sfidante Manfred Reyes, ex prefetto di Cochabamba, che non ha superato il 27 percento.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;In pochi avrebbero scommesso sulla sconfitta di Morales, un presidente voluto fortemente dal popolo che ha riposto in lui speranze concrete di cambiamento. Oggi, grazie appunto alla maggioranza parlamentare, il lavoro di Morales verrà facilitato ancor di più.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Un altro aspetto nuovo da tenere ben presente quando si parla delle ultime elezioni è quello del ruolo della classe media boliviana che da sempre è stata lontana dalle questioni riguardanti la popolazione nativa boliviana ma che pare abbia apprezzato il lavoro degli ultimi anni del presidente e per questo l'avrebbe premiato.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In ogni caso Morales si trova politicamente coperto in ogni angolo istituzionale del Paese. E questo, c'è da giurarlo, darà un impulso ancora maggiore alle iniziative economiche, come la nazionalizzazione di gas e petrolio, in parte già intraprese da Morales.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E proprio in questo settore, quello degli idrocarburi, che da qualche settimana si sono iniziati a vedere i risultati della politica del primo presidente indio della storia boliviana. Dopo tre anni e otto mesi dalla nazionalizzazione del settore, il Paese ha iniziato a vedere i primi quattrini degli investimenti stranieri.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La Repsol, una compagnia petrolifera Ispanico-Argentina, già da tempo presente in Bolivia, si è impegnata a investire un miliardo e cinquecento milioni di dollari per i prossimi cinque anni su due impianti strategicamente importanti: Margarita e Huacaya.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L'investimento di Repsol garantirà un ampliamento degli impianti stessi che passeranno nel giro di qualche anno dalla produzione di 2 milioni di metri cubi di gas al giorno a otto milioni, la costruzione di una sede per il trattamento del gas naturale e in ogni caso saranno sufficienti anche per produrre energia per il consumo del mercato interno.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Soddisfazione è stata espressa dal presidente Morales e da Carlos Villegas, presidente di Ypfb. "Vorremmo che anche altre imprese si sommassero a questa iniziativa politica. Se però ci sono aziende che hanno fini politici o alcune che boicottano gli investimenti, sappiano che il governo boliviano non ha alcun timore. Abbiamo la dignità, abbiamo la sovranità nazionale per prendere le decisioni più giuste" ha detto lo stesso Evo Morales durante una conferenza tenuta nel palazzo del governo. Inoltre, il presidente ha anche fatto sapere che probabilmente alcune grandi aziende a capitale straniero sarebbero fra le principali finanziatrici dell'opposizione boliviana.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il presidente boliviano non si è fermato a quello. Dopo la nazionalizzazione del settore degli idrocarburi, infatti, molte aziende hanno manifestato il loro dissenso per la presunta insicurezza giuridica e per l'aumento delle imposte a loro carico. Altre se ne sono andate via dal Paese e alcune non si sono sottomesse alla volontà politica boliviana e non avrebbero accettato di investire.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E il nuovo progetto di legge studiato a tavolino dal presidente Morales, dal ministro per gli idrocarburi Oscar Coca e dal numero uno di Ypfb prende in considerazione le compagnie straniere in qualità di soci e mai come gerenti o titolari delle riserve boliviane.&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Evo Morales: una vittoria antimperialista&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Alessia Lai - www.rinascita.info - 9 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;table  style="width: 99%;font-family:georgia;" border="0" cellpadding="0" cellspacing="0"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td valign="top"&gt;&lt;div id="intro"&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Tutto come previsto. Evo Morales è nuovamente presidente della Bolivia. La popolazione del piccolo Paese andino ha voluto riconfermare il suo mandatario-indio fino al 2015 premiandolo con una percentuale che gli ha permesso la vittoria al primo turno e che, soprattutto, sembra regalare al suo Mas (il Movimiento al socialismo) la maggioranza al Senato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un risultato fondamentale, perché permetterà a Morales di governare senza più gli ostacoli posti da una situazione parlamentare che nella precedente legislatura ha visto il suo partito in minoranza e che impediva passi importanti, come ad esempio la ratifica della nuova Costituzione.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;I dati parlano di un Morales al 63 per cento, con circa trentacinque punti percentuali in più rispetto al suo principale rivale, Manfred Reyes Villa, che avrebbe a malapena raggiunto il 28 per cento. L’imprenditore Samuel Dorio Medina, del partito di opposizione Unidad Nacional ha ottenuto solo il 6%. La Costituzione boliviana afferma che un candidato accede direttamente alla presidenza se ottiene il 50% più uno o il 40% di voti con un distacco di almeno il 10% sul secondo arrivato.&lt;/span&gt;&lt;p  align="justify" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Secondo i sondaggi, il mandatario ha trionfato in sei dipartimenti: La Paz, Oruro, Potosí, Cochabamba, Chuquisaca e Tarija, quest’ultimo tradizionalmente schierato contro Morales e parte della Media Luna, la zona orientale del Paese in cui più dominano i movimenti autonomisti di destra ostili al presidente riconfermato.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p  align="justify" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Non a caso, il principale candidato dell’opposizione, Reyes Villa, è stato il più votato negli altri dipartimenti della Media Luna: Santa Cruz, Beni e Pando. “&lt;em&gt;Sebbene, tuttavia non abbiamo potuto vincere in tutti i dipartimenti, lo abbiamo fatto in uno in cui mai avevamo vinto, il che dimostra che continuano ad aggiungersi (…) compagni&lt;/em&gt;”, ha commentato Morales sottolineando che “i&lt;em&gt; risultati di queste elezioni marcheranno una nuova pietra miliare nel Paese, perché smetterà di esistere la cosiddetta Media Luna, che si trasformerà in Luna Piena di unità tra tutti i boliviani&lt;/em&gt;”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p  align="justify" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Al Senato sembra che il Mas sia riuscito ad ottenere circa i due terzi dei seggi con 24-25 di 36 possibili senatori contro il 10- 11 che dovrebbe avere ottenuto la formazione dell’opposizione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p  align="justify" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il presidente eletto si è congratulato con la popolazione, poco più di 5 milioni di aventi diritto al voto, per la massiccia partecipazione e ha ribadito la sua promessa di arrivare alla rifondazione del Paese e al riscatto della sovranità popolare. “&lt;em&gt;Oggi la Bolivia ha nuovamente dimostrato una vocazione democratica e una rivoluzione democratica culturale al servizio del popolo (...) con la partecipazione a queste elezioni hanno dimostrato che è possibile cambiare la Bolivia con il voto popolare&lt;/em&gt;”, ha detto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p  align="justify" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;“&lt;em&gt;Fratelli e sorelle, ora abbiamo un cammino aperto (...) un cammino di dialogo con tutti i settori per applicare la prima Costituzione che sarà approvata dal popolo&lt;/em&gt;” ha aggiunto Morales ora che il Senato garantirà l’appoggio ai cambiamenti promessi. Morales ha quindi “dedicato” la sua vittoria al più grande popolo antimperialista: “I&lt;em&gt;l trionfo in Bolivia non è solo per i boliviani (...) questo trionfo dei boliviani è fondamentalmente un giusto riconoscimento per i presidenti, i governi e i popoli antimperialisti&lt;/em&gt;”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p  align="justify" style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Le celebrazioni della schiacciante vittoria non hanno impedito al presidente di aprire al dialogo con le opposizioni, nonostante i colpi bassi ricevuti da queste in passato: “&lt;em&gt;vengano a lavorare con me per servire il popolo boliviano&lt;/em&gt; – ha affermato - &lt;em&gt;prima di tutto la Bolivia, ai margini di qualunque rivendicazione di carattere settoriale&lt;/em&gt;”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="grey"&gt;&lt;b&gt;La speranza Obama? «Una vera delusione»&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Pablo Stefanoni - www.ilmanifesto.it - 6 Dicembre 2009&lt;br /&gt;          &lt;span class="grey-l"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;          &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Cinque domande a Alvaro Garcia Linera, vice-presidente della repubblica.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;La larga vittoria elettorale, oggi, della sinistra in Bolivia potrebbe essere vista come qualcosa di eccezionale rispetto alle difficoltà di altri governi progressisti dell'America latina. Qual è lo scenario dopo il golpe in Honduras, la crisi per le basi Usa in Colombia e il ritorno di governi di destra?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Questo processo di risveglio sociale del continente e di ricerca di alternative post-neoliberiste, come ogni processo storico, non è lineare. Ha sempre le sue pause, le sue radicalizzazioni, i suoi piccoli ritorni all'indietro e in qualche caso le sue paralisi. Però nel fondo è un movimento storico del continente e in generale del mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ormai nessuno, neanche la Banca mondiale e l'Fmi, si azzarda ad alzare le bandiere di un neo-liberismo ibattibile e redentore della società. Tutti hanno dei dubbi, solo che in alcune parti del mondo sanno che le cose vanno male però non sanno che fare.&lt;br /&gt;Nel nostro continente cerchiamo opzioni. E' un movimento storico post-neoliberista, non è un fuoco di paglia che poi lascia strada al ritorno dell'ondata neo-liberista. Non è così, nessuno ci crede più, neanche gli stessi neo-liberisti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Qual è la lezione che si può trarre da questo processo?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;La lezione che stiamo apprendendo è che in questo risveglio continentale va meglio a quei movimenti sociali e a quei governi progressisti che accelerano il transito e, al contrario, non va tanto bene ai governi che assumono posizioni ambigue perché questo ridà fiato alle opzioni della destra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La lezione è accelerare i processi di post-neoliberismo della società. La gente risponde rapidamente. Li assume, si coinvolge. E dove i governi non prendono le decisioni corrette, si trovano in difficoltà. In certi paesi non si è imboccata questa strada, come nel caso di Colombia e Perú. In Uruguay invece abbiamo visto il consolidamento del processo in corso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;E in questo contesto, come si deve leggere il caso dell'Honduras?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;E' più complicato perché ha a che vedere con la tensione fra questo risveglio sociale continentale e le pulsioni militariste, di contenimento di questo risveglio. Non bisogna dimenticare che l'Honduras è stata la base militare Usa per fermare la rivoluzione centramericana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è un tentativo di tornare a farne una base militare. Lì si stanno giocando interessi di carattere geo-strategico a livello quasi mondiale e questo ha reso ancor più complicata la situazione. Idem in Colombia. Sono di fronte due visioni: l'irradiazione di governi progressisti e una risposta di contra-insurgencia militarizada da parte Usa.&lt;br /&gt;Se l'Honduras va avanti così, non ho dubbi che di qui a sei mesi o a un anno si parlerà di mettere altre basi militari sul suo territorio. Questo è il grande rischio del continente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Di fronte al fallimento dell'Organizzazione degli stati americani di frenare il golpe honduregno, che si può fare ora a livello continentale?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Mantenere la politica di isolamento dei golpisti honduregni. E prendere coscienza come continente, forse attraverso l'Unasur, dei rischi del ritorno di politiche di contra-insurgencia militarizada da parte degli Stati uniti, che vogliono riprendere la loro strategia degli anni '80. Questa è la risposta al movimento social-politico-democratico del continente. Gli Usa vanno contro il senso della storia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;C'è delusione rispetto all'apparente cambio che prometteva Barak Obama rispetto ai rapporti Usa con l'America latina?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Assolutamente. Ormai non si può più dire che Obama è prigioniero dell'establishment ma che si sta adattato per garantire la sua governabilità interna. Si è adattato al complesso e agli schemi del potere industriale e militare nord-americano per mantenere una struttura costruita negli ultimi decenni e che si è militarizzata per cercare di frenare il suo declino a livello mondiale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E Obama non sta facendo alcuno sforzo e credo che non abbia alcuna intenzione di cambiare questa posizione di difesa dura e militarizzata della decadenza degli Stati Uniti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4850260641517364701-6574875486435382264?l=enricosabatino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/6574875486435382264'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/6574875486435382264'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/2009/12/bolivia-forza-evo.html' title='Bolivia: Forza Evo!!'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14265115901062177501'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SySxgAsWRfI/AAAAAAAABqI/x5kJZnA_nUQ/s72-c/Evo_thumb.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-7166846679143508566</id><published>2009-12-12T02:17:00.003-06:00</published><updated>2009-12-12T03:25:57.477-06:00</updated><title type='text'>La Mafia delle banche</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SyNbGOk-GwI/AAAAAAAABqA/Pz97cMBwikI/s1600-h/bancaditalia.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 214px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SyNbGOk-GwI/AAAAAAAABqA/Pz97cMBwikI/s320/bancaditalia.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5414271339579972354" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Una serie di articoli sui veri responsabili della crisi economica in corso, i quali continuano però a insistere criminalmente nei loro misfatti a proprio esclusivo vantaggio, danneggiando ovviamente il resto della collettività.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poche persone che hanno in mano i destini di interi Stati e dei miliardi di persone che vi vivono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Le mafie, i pifferai magici e i topi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Paolo Barnard - www.paolobarnard.info - 8 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;p&gt; &lt;i&gt;C’era una volta un Pifferaio magico…&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ tutta una questione di proporzioni. Combattere le Mafie è giusto, a patto che le si combatta in ordine di pericolo. Combattere i conflitti d’interesse è giusto, a patto che si combattano per primi quelli che ci danneggiano di più.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma se accade l’inverso, se cioè si combatte il nemico minore e si ignora quello maggiore, che succede? Risposta: succede l’Italia, purtroppo. Si ottiene cioè quel Paese miserabile e miserabilmente smarrito in cui viviamo, e si ottengono i Pifferai magici che ci fanno danzare come topi istupiditi ai loro comandi, dall’altra parte del Sistema.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt; &lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;"&gt;&lt;b&gt;Lotta alla Mafia? Sì, ma la peggiore per prima.&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Date un’occhiata qui: c’è 1 miliardo di euro da una parte, e ci sono 118 miliardi di euro dall’altra.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;1 miliardo di euro. Secondo un&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;autorevole studio sull’impatto della Mafia sull’economia produttiva della Sicilia, e cioè il volume ‘I costi dell’illegalità’ di Antonio La Spina (ed. Il Mulino 2008), le cosche hanno sottratto a quella regione un miliardo di euro nel 2007 (12 mesi) col ricatto del pizzo. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;118 miliardi di euro. E’ la somma di denaro che noi cittadini italiani abbiamo dovuto rendere disponibile – e una cui parte abbiamo già del tutto perduto - nel 2008-2009 (12 mesi) per far fronte a un altro ricatto, quello inflittoci dalla Mafia degli speculatori e degli investitori internazionali, i responsabili della crisi finanziaria e della fuga di capitali dall’Italia. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Preciso che in questa trattazione non si tiene conto dell’ulteriore danno sistemico che le due Mafie causano a noi cittadini (cioè le ripercussioni indirette). Mi sono attenuto unicamente all’impatto sull’economia pulita dei ricatti delle due organizzazioni criminose, in 12 mesi. Ma anche includendo il danno sistemico, le proporzioni rimangono identiche, cioè Mafia della finanza batte Mafia regionale con un ampissimo margine.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ultimo appunto: sappia il lettore che dei 118 miliardi di euro che cito, 96 miliardi è denaro che la comunità ha dovuto rendere disponibile al ricatto, ma che non è chiaro se sia stato del tutto speso o quando verrà del tutto speso; il resto è già perduto. In ogni caso, si tratta di una ricchezza che sbuca dal cilindro solo per compiacere alla Mafia finanziaria, e che non sarebbe mai stata impiegata per spese di utilità sociale.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E se nel ricatto delle cosche ci sono i morti da lupara, i commercianti strozzati e l’infiltrazione nella politica, in quello della Mafia degli speculatori e investitori internazionali ci sono migliaia di aziende decapitate, masse immensamente superiori di italiani licenziati, sottimpiegati, cassintegrati, di famiglie senza futuro, di destini troncati sul nascere, di drammi personali, e un intero sistema politico nazionale ricattato senza eccezioni, e non solo in alcuni casi come accade con le cosche. &lt;/p&gt;  &lt;p&gt;E allora, perché veniamo incessantemente dirottati dai Pifferai magici sugli uomini con la coppola di Palermo e Roma e mai su quelli col doppiopetto blu di New York e di Milano? Perché siamo topi che marciano sulle loro note mentre alle nostre spalle il Vero Potere ci distrugge la vita? Sarò esplicito: perché la carogna nazionale è sempre chiamata il Cavaliere e mai il Governatore? Berlusconi proviene dalle fila degli uomini d’onore? proviene cioè da quelli del miliardo di euro?&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mario Draghi stringe la mano ai mafiosi che ce ne hanno sottratti 118 di miliardi. Ecco da dove viene il Governatore: è stato uomo di punta del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, della Banca Mondiale (le cause di ‘solo’ qualche centinaio di milioni di morti di fame e stenti, ma non contano, sono negri), e poi vice presidente di Goldman Sachs, la banca più devastante del XX e XXI secolo, la banca che mentre i lavoratori, le loro vite e le aziende venivano fottuti dai crimini di Wall Street (lei complice), scommetteva sulla loro rovina e vinceva miliardi di dollari (si chiama &lt;i&gt;swap betting&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;hedging&lt;/i&gt; – i crimini sono spiegati qui &lt;a href="http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=122"&gt; http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=122&lt;/a&gt;).&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Infatti nel giugno scorso, mentre qui in Italia la cassa integrazione divampava peggio dell’influenza suina, Goldman Sachs incassava i suoi profitti di quadrimestre più ricchi da 140 anni: 3,4 miliardi di dollari. E vanno capite le drammatiche differenze fra le due Mafie: gli uomini dei pizzini possono essere arrestati, e talvolta lo sono, ma quelli di AIG, Citigroup, Goldman Sachs, Banca Italease (Banco Popolare) o di via Nazionale no, nessuno li tocca, meno che meno i Pifferai magici che tanto inveiscono contro i poteri minori.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Infine, l’illegalità che permea entrambe le organizzazioni è di sicuro spaventosa, ma il Vero Potere è riuscito nell’impresa di vestire il re nudo, cioè di convincere l’opinione pubblica che la Mafia di gran lunga più micidiale, quella intoccabile dell’alta finanza, quella che può rovinare una nazione come l’Italia in pochi mesi, è&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;del tutto legale. Berlusconi e picciotti 1, Draghi &amp;amp; partners 118, queste sono le proporzioni, e queste proporzioni dovrebbero dettare a qualsiasi cittadino attivo delle priorità nella lotta alle Mafie. Ma entriamo nei fatti.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;"&gt;&lt;b&gt;Conflitto di interessi? Vediamo le proporzioni.&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Parliamo di conflitto d’interessi. Il Presidente del Consiglio certamente si affanna per oliare la sua azienda, ma di nuovo, stiamo sulle proporzioni. Tenete a mente che la Fininvest è un interesse da 6 miliardi di euro. Torno a Draghi. Nell’ottobre del 2008 il Governatore ha emesso 40 miliardi di euro in titoli di Stato di alta qualità che ha scambiato con titoli scadenti delle nostre banche, per permettergli di tornare a funzionare (Il Sole 24 Ore, 14/10/2008). Sono soldi nostri.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Cioè Draghi ha usato 40 miliardi di euro di debito pubblico (sono 4 finanziarie) per salvare le banche danneggiate dai suoi compagni di ‘cosca’ a Wall Street. Fra l’altro ha oliato con i nostri soldi le stesse banche che dal 2008, grazie ai “&lt;i&gt;finanziamenti illimitati e cambiali in bianco&lt;/i&gt;” del decreto salva-banche n. 155 (ne parlo sotto), possono poi “&lt;i&gt;promuovere i loro prodotti finanziari assicurando i clienti di godere delle garanzie illimitate dello Stato&lt;/i&gt;” (Sangalli e Lannutti, Senato, 22/12/2008).&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E attenzione, perché quando parliamo del ‘salva-banche’ stiamo parlando di qualcosa come 12 o 18 miliardi di euro, nostri soldi, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale del 2008. * &lt;span style="font-size:9pt;"&gt;(nota: il Ministero dell’Economia interpellato sulle cifre non ha risposto)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La capite la giostra come gira qui? &lt;b style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;Riassumo&lt;/b&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;:&lt;/span&gt; la Mafia degli investitori internazionali delinque impunemente, scoppia la crisi finanziaria, le nostre banche vanno in sofferenza; il delegato in Italia di quella Mafia (Draghi), che teoricamente dovrebbe fare i nostri interessi, prende i nostri soldi e salva il deretano dei suoi amici banchieri, i quali poi si fanno belli con quei soldi (più quelli del decreto salva-banche) per venderci i loro giocattoli.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le banche così incassano due volte. Oltre all’ignobile beffa, il conflitto d’interessi sta nel fatto che un uomo teoricamente pubblico come il Governatore (proposto dalla Presidenza del Consiglio, con decreto del Presidente della Repubblica) usi il denaro dei cittadini per rimediare a un crack del tutto privato della sua ‘cosca’ dei banchieri internazionali e nazionali, e di cui nessuna azienda o lavoratore italiano hanno alcuna colpa.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le cifre coinvolte sono di almeno 52 miliardi di euro prelevati dalle casse nazionali. La Fininvest ne vale 6. Di nuovo, queste proporzioni dovrebbero dettare a qualsiasi cittadino attivo delle priorità. E qui ricordo anche ai forsennati dei V- e No-B days che l’intero affare del Ponte di Messina è un interesse di 6 o 7 miliardi di euro, e che l’intero affare dei costi della Casta dei politici è di 4 miliardi.&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;Chiare le proporzioni?&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;"&gt;&lt;b&gt;Il resto della storia.&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Sempre a causa dei misfatti della Mafia degli speculatori e degli investitori internazionali, l’Italia ha visto morire una media di 30 aziende al giorno nella prima metà del 2009 (dati Camera di Commercio), con la prevedibile voragine di disperazione che si è aperta sotto i piedi di migliaia di famiglie e centinaia di migliaia di lavoratori.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il 20 agosto del 2009, Bloomberg News scrive un’analisi intitolata “&lt;i&gt;La pacchia del salvataggio finanziario italiano&lt;/i&gt;”, dove ci informa che “&lt;i&gt;le banche italiane sono all’avanguardia nel salvataggio delle aziende in crisi, buttandovi almeno il 40% dei loro capitali, cioè il doppio di ciò che ha fatto la media del resto d’Europa&lt;/i&gt;”.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Bloomberg cita poi l’ABI, che parla di una concessione alle aziende italiane di almeno 40 miliardi di euro. Si tratta di esborsi che le banche non offrono in beneficienza, e la domanda che segue è: chi paga alla fine? Indovinate la risposta.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E la seconda domanda è: chi ci ha ficcati in questo disastro? Vi do una mano: non è Berlusconi, non è Dell’Utri, e non sono i corleonesi. E disastro è, senza ombra di dubbio.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Arnaldo Borghesi, direttore dell’azienda di consulenze finanziarie Borghesi Colombo e Associati di Milano, confessa a Bloomberg quello che difficilmente vi dicono i Tg nostrani: “&lt;i&gt;In teoria, una massa enorme di aziende italiane sono già fallite… non hanno più un soldo per tirare avanti&lt;/i&gt;”.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E Francesco Faldi, socio della Linklaters LLP sempre a Milano, spiega alla medesima agenzia di business news il resto del marasma: “&lt;i&gt;Le banche sono costrette a sborsare quei fondi perché devono a tutti i costi evitare che le aziende finiscano in amministrazione straordinaria…&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;i loro crediti con quelle aziende perderebbero ogni possibilità di essere rimborsati&lt;/i&gt;”.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Avete compreso?&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;Riassumo&lt;/b&gt;: la Mafia degli speculatori e degli investitori internazionali delinque, scoppia la crisi finanziaria, le aziende italiane vanno al macero; e le banche pur di non perdere le speranza di recuperare i crediti devono anticipare 40 miliardi di euro alle aziende asfissiate. Ma è chiaro anche a un bambino che non saranno le banche a rimetterci, perché alle loro casse ci pensano Draghi e Tremonti coi nostri soldi, e poi anche noi correntisti, ovviamente. Altro che pizzo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il lettore deve comprendere una cosa: c’è una rappresentazione mediatica del pericolo Mafia regionale che grazie anche all’apporto delle fiction Tv ci fa percepire la criminalità organizzata come un mostro tentacolato (&lt;i&gt;la Piovra&lt;/i&gt; infatti) che strangola l’intera nazione.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I Pifferai magici soffiano incessantemente su questo falò, che ai nostri occhi diviene un Inferno. Ma nella realtà, la Mafia regionale è solo un fuoco, e l’Inferno sta ai piani alti di Wall Street, della City di Londra, o della cittadella finanziaria di Milano.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le bombe che possono fare a pezzi milioni di esistenze faticosamente costruite sono le loro, ed è accaduto pochi mesi fa. Le pianificazioni criminali in grado di rovinare due generazioni di italiani non avvengono a Casal di Principe o a Corleone, ma in uffici con l’aria condizionata perfettamente legali.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La Mafia regionale è ovviamente un pericolo da combattere, ma se volete tremare di paura fatelo quando passate di fronte a scritte come Banca d’Italia e Citigroup, o se leggete il termine Hedge Fund.&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La vostra vita - e cioè l’economia che deciderà se vostro figlio sarà insegnante o telefonista alla TIM, che deciderà se potrete avere abbastanza mezzi per partorire un bambino, se avrete una Sanità decente o il Far West del privato - viene decisa o rovinata da poche persone libere di circolare, non indagate, non latitanti e persino rispettate.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Cosa vi minaccia di più? Le cosche o il fatto che l’intero sistema bancario italiano sia indebitato per 718 miliardi di euro? E’ indebitato per il triplo di ciò che vale, cioè 277 miliardi di euro.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E anche se i nostri istituti di credito si erano esposti ai prodotti derivati ‘tossici’ americani per soli 4,9 miliardi di euro (cioè a quei prodotti finanziari fraudolenti alla fonte della crisi globale), risulta però che le banche italiane siano titolari di altri derivati (rischiosissimi per definizione) per un valore lordo di 367 miliardi di euro.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;Cosa significa tutto ciò?&lt;/b&gt; Significa che coloro che hanno in mano sia i vostri risparmi che il destino di aziende e lavoratori italiani, cioè vite reali, vagano in un campo minato di indebitamento e di finanza speculativa selvaggia che può farli/farci saltare per aria da un giorno all’altro, rovinandoci tutti.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E non si sta parlando di perdere la villa al mare, ma di lavoro, di stipendi, del futuro e soprattutto di Diritti fondamentali. Di seguito il perché. (i dati sopraccitati sono di: Banca d’Italia, Senato, Legislatura 16, Atto Ispettivo n. 4-00961, 22/12/08; Capital Economics, Italian Banks weathering storm better than most, 2/7/09; Lamberto Cardia, Consob, 13/7/09)&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Uno degli aspetti più osceni di queste deflagrazioni finanziarie internazionali, oltre ai prezzi evidenti per tutti noi, è che esse servono agli oligopoli di destra economica per erodere sempre più i Diritti dei lavoratori acquisiti in oltre 200 anni di lotte dal basso.&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il meccanismo è semplice: queste crisi mandano a morte migliaia di piccole medie aziende; ciò significa che il mercato dell’offerta di manodopera aumenta enormemente (tanti lavoratori in cerca di lavoro); le grandi aziende licenziano con la scusa della crisi, e dunque altri lavoratori a spasso; quando sul mercato c’è grande offerta di qualcosa (lavoratori), questa cosa crolla in valore; e così, sfruttando la disperazione di milioni di disoccupati (in Italia oggi sono 2 milioni) e con la scusa della crisi, le aziende erodono i salari, precarizzano il lavoro e ricattano i sindacati.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ecco che il Diritto al lavoro e a una sopravvivenza degna prende un altro colpo micidiale. Ma c’è di peggio: le grandi aziende che hanno licenziato con il pretesto della crisi, si ripresentano agli investitori come &lt;i&gt;slimmed down&lt;/i&gt; (gergo finanziario, cioè ‘dimagrite’, cioè con meno lavoratori a carico).&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Essere &lt;i&gt;slimmed down&lt;/i&gt; è una delle condizioni essenziali per attrarre gli investimenti; così ‘ringiovanite’, esse si riquotano in borsa apprezzandosi, e i dirigenti incassano bonus milionari. Tutto legale, ma disgustoso, poiché sono lacrime e sangue per masse enormi di persone comuni e per le loro vite future, mentre i Diritti evaporano sempre più. La Mafia regionale può fare una cosa del genere all’intero Paese?&lt;/p&gt;&lt;p style="font-style: italic;"&gt;&lt;b&gt;Tremonti bonds. Stato stuoino della Mafia, quella maggiore.&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Nell’ottobre del 2008, come si è detto, la Mafia finanziaria si era vista porgere  dal governo un salvataggio delle proprie voragini (decreto salva-banche) che è potenzialmente la seconda truffa grottesca dopo quella della Banca d’Italia di cui sopra, e sempre sulla nostra pelle.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La cifra impegnata, lo ricordo, è secondo il Fondo Monetario Internazionle di 12 o 18 miliardi di euro. Scrisse Massimo Mucchetti sul Corriere finanza del 12/10/08: &lt;span&gt;“&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;Il Tesoro sottoscriverà azioni privilegiate, che hanno diritti di voto limitati. Ma, se una banca salvata dal Tesoro poi si rilancia, il plusvalore si concentrerà soprattutto sulle azioni ordinarie. I contribuenti sarebbero meglio protetti se il Tesoro ottenesse azioni ordinarie, più facili, tra l' altro, da rivendere. Certo, da azionista ordinario, il Tesoro nominerebbe gli amministratori. Può non piacere. Ma dovrebbe piacere ancor meno che chi paga non comandi&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;”. &lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;Traduzione&lt;/b&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;:&lt;/span&gt; lo Stato dava i nostri soldi per salvare le banche, ne diveniva così co-proprietario con in mano però delle quote di serie B; ma se la banca salvata tornava a far soldi, sarebbe stata lei a incassare le quote di serie A.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;Lo Stato diventava così partner delle banche buttandovi una montagna di denaro nostro, ma non poteva comandare su nulla, e alla fine chi scremava i profitti erano i banchieri. Erano i soliti miliardi di euro regalati alla Mafia delle banche mentre a noi raccontano che non ci sono gli spiccioli per i vigili del fuoco o per le scuole. Questo vi dà ancora un’idea di chi comanda obbedienza nel Potere, altro che Piovra.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;Il marchingegno sopra descritto era la fotocopia replicata in Italia di ciò che ha fatto Obama con le banche americane, attraverso lo stratagemma dei &lt;i&gt;non-recourse loans&lt;/i&gt;, di cui ho parlato in altri interventi.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;L’esempio del Banco Popolare è lampante: ha aderito in ottobre all’offerta di salvataggio incassando 1,5 miliardi di euro, per i quali noi, lo Stato, abbiamo ricevuto in cambio azioni con diritto di voto limitato, come volevasi dimostrare.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;E poiché la crisi delle banche è ancora tutta in pieno sviluppo, “&lt;i&gt;il Banco Popolare non sarà l’ultima banca italiana ad aderire&lt;/i&gt;”, ha scritto nell’ottobre 2009 Market Scan sotto suggerimento del super analista italiano Marcello Zanardo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;span&gt;Poi nel febbraio del 2009 il ministro Tremonti annuncia i suoi bonds. &lt;b style="font-style: italic;"&gt;Dice cioè&lt;/b&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;:&lt;/span&gt; care banche, lo Stato vi dà i miliardi per le cure a patto che voi ci ricambiate con impegni scritti a ripagarci con gli interessi (cioè i bonds o obbligazioni). In apparenza nulla di che. Parte una zuffa fra politici, banchieri e giornalisti dove su questi bonds se ne dicono di tutti i colori. Ma vediamoli con calma, anche perché sono ancora in gioco oggi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;span&gt;Menzogna numero 1): Ci dicono che quei soldi pubblici dati alle banche “&lt;/span&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;&lt;i&gt;hanno l’obiettivo di rafforzare il capitale di vigilanza Core Tier 1 e, di conseguenza, favorire l’erogazione del credito a famiglie e imprese&lt;/i&gt;”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;Traduzione&lt;/b&gt;: il Core Tier 1 è l’indicatore di quanto sana sia una banca in termini di beni, e, ci dicono, rafforzando quei beni con denaro pubblico si permette alle banche di ricominciare a prestare soldi ai cittadini e alle aziende. Balle.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;Il reale motivo per cui lo Stato dona alle banche i nostri soldi lo spiega il Financial Times del 5/02/09: “&lt;i&gt;Quando gli investitori internazionali (la Mafia, nda) hanno dato un’occhiata alle banche italiane, si sono resi conto che erano messe male… Siccome le loro azioni continuavano a languire, l’opzione di raccogliere fondi dagli azionisti era scomparsa. L’unica sorgente di fondi rimaneva lo Stato&lt;/i&gt;”. &lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;Traduzione&lt;/b&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;:&lt;/span&gt; la Mafia della finanza gli ha detto: siete con le pezze al sedere, valete poco, andate a succhiare capitali da Roma, se no chi investe più in voi? Ma chi è ancora sano di mente ed è cittadino, ribatte: un momento, perché devo essere io a pagare i guai dei banchieri causati proprio dai loro compagni di ‘cosca’ americani e inglesi? Ma non vige la legge del Libero Mercato? E allora che si vadano a trovare i soldi sul loro mercato, e che i soldi pubblici vadano direttamente ai cittadini/aziende in difficoltà.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;Menzogna n. 2): Lo Stato non ci rimette, anzi, ci guadagna. Badate bene, e semplifico: con i Tremonti bonds se le banche non hanno di che ripagare lo Stato, questo deve mettersi da parte e aspettare che prima le banche ripaghino tutti gli altri debiti che hanno coi privati. Cioè noi cittadini/Stato creditori ci attacchiamo al tram.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;E inoltre, gli interessi sono pagati allo Stato solo se la banca ha i conti in attivo, se no, di nuovo, ci attacchiamo al tram. Poi, sempre secondo i Tremonti bonds, se la banca debitrice allo Stato perde di valore sul mercato, anche i soldi che ci deve perdono di valore. Cioè: ti ho prestato 100 quando eri ricco, ma se diventi povero mi ridai 10. A un pensionato indigente non lo permetterebbero mai, ma ai banchieri sì.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;Infine, c’è il tasso di rischio di questo finanziamento alle banche con denaro pubblico: il Sole 24 Ore del 2/02/09 già ci informava che i Tremonti bonds “&lt;/span&gt;&lt;i&gt;sono prodotti d'investimento particolarmente rischiosi e solo l'investitore più sofisticato può valutarne correttamente il rapporto rischio/rendimento&lt;/i&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;Traduzione&lt;/b&gt; di tutto quanto sopra: non solo noi cittadini diamo soldi a privati banchieri a condizioni di grande favore, ma rischiamo pure il deretano in diversi modi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;Menzogna n. 3): Non è un favore fatto alle banche. Leggete cosa scrive sempre il Sole 24 Ore su questo punto: “&lt;i&gt;Queste obbligazioni speciali hanno tutti i vantaggi del capitale, perché aumentano il "Core Tier 1" delle banche che le emettono, ma costano meno di un ricorso diretto sul mercato dei capitali&lt;/i&gt;”. &lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;Traduzione&lt;/b&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;:&lt;/span&gt; lo Stato permette alle banche di farsi il lifting come in clinica, ma senza pagare le tariffe di mercato del chirurgo plastico. Ma perché io e voi dobbiamo fargli questi favori? Provate voi a negoziare favori del genere anche solo con la vostra filiale di quartiere.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;Naturalmente i media che leggiamo ci hanno amplificato le poche regoline pro-collettività che questi regali alla Mafia finanziaria comportavano, e cioè la promessa di riprendere a prestare soldi alle aziende, e la sospensione dei pagamenti per mutui da parte dei cassintegrati per un anno.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;Con lo Stato prostrato ai piedi della Mafia in doppiopetto blu, quest’ultima ha avuto poi l’ardire di protestare che le condizioni di quei regali coi nostri soldi erano troppo onerose. Non solo non sono finiti in galera per aver giocato con le nostre vite e i nostri posti di&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;lavoro (mentre almeno qualche volta i mafiosi in carcere ci finiscono), ma pretendevano anche il tappeto rosso.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span class="testonerotbond"&gt;E non è una pura coincidenza che &lt;/span&gt;le banche italiane che hanno attinto dalle casse dello Stato coi Tremonti bonds abbiano chiesto in prima battuta un totale di oltre 4 miliardi di euro. Perché quella cifra è esattamente l’ammontare delle scommesse finanziarie ‘tossiche’ (toxic assets) che avevano fatto in combutta coi colleghi delinquenziali di Wall Street.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il fatto più sconcertante che emerge da quanto scritto sopra, è come nella democrazia moderna, Italia inclusa, sia dato per scontato un meccanismo orwelliano, scandaloso e grottesco: la comunità dei cittadini lavoratori viene colpita a sangue da una crisi cucinata per intero da un Mafia internazionale di avidi speculatori privati; il dolo è doppio, perché non solo la comunità dei cittadini ne soffre nella carne viva, ma deve poi intervenire per salvare gli stessi criminali, ricattata dal fatto che se non li salva questi ci rovinano del tutto.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E’ come se un alcolizzato ti sfascia l’auto, e non solo non ti paga il danno, ma sei tu che devi pagargli la disintossicazione se no quello ti sfascia pure la casa. E’ esattamente così.&lt;span class="testonerotbond"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span&gt;Capitali con le ali (e ricatti di Mafia).&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;span&gt;La Mafia degli investitori e degli speculatori internazionali ha poi a sua disposizione un altro strumento di ricatto immane, che non ha paragoni con quello esercitato dalle bombe della mafia regionale.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;Si chiama Capital Flight (volo di capitali), di cui ho già parlato in ‘Questo è il Potere’, da cui cito direttamente: “&lt;/span&gt;&lt;i&gt;L’Italia dipende come qualsiasi altra nazione dagli investitori esteri, per cifre che si aggirano sui 40 miliardi di euro all’anno, cioè più di due finanziarie dello Stato messe assieme. Immaginate se una cifra simile dovesse sparire dalla nostra economia oggi. Nel 2008 è quasi successo, infatti ne sono scomparsi di colpo più della metà (57%) col risultato in termini di perdita di posti di lavoro, precarizzazione, e relativo effetto domino sull’economia di cui ci parla la cronaca. Ripeto: qualcuno che non sta a palazzo Chigi, decide che all’Italia va sottratto il valore di oltre un’intera finanziaria. Così, da un anno all’altro, una cifra superiore a tutto quello che lo Stato riesce a spendere per i cittadini gli viene sottratta dal ‘Tribunale&lt;/i&gt; (Mafia, nda) &lt;i&gt;&lt;span&gt; &lt;/span&gt;degli Investitori e degli Speculatori Internazionali’, a capriccio. Questa tirannia del vero Potere prende il nome tecnico di Capital Flight (letteralmente capitali che prendono il volo), ed è interessante constatare il candore con cui il ‘Tribunale’ &lt;/i&gt;(la Mafia, nda) &lt;i&gt;descrive la pratica: basta leggere Investors.com là dove dice che “Capital Flight è lo spostamento di denaro in cerca di maggiori profitti… cioè flussi enormi di capitali in uscita da un Paese… spesso così enormi da incidere su tutto il sistema finanziario di una nazione”. Peccato che di mezzo ci siano i soliti ingombranti esseri umani a milioni. Oltre al caso italiano, si pensi alla Francia, altro Stato ricco e potente, ma non a sufficienza per sfuggire al Capital Flight, che ha punito l’Eliseo con una fuga di capitali pari a 125 miliardi di dollari per aver legiferato una singola tassa sgradita al business&lt;/i&gt;”.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Ritorno qui al rapporto sproporzionato con cui ho esordito. Le cosche siciliane sottraggono in un anno un miliardo di euro alla regione colpita, le ‘cosche’ di Wall Street, della City di Londra o della cittadella finanziaria di Milano ce ne hanno fatti sparire col Capital Flight 22,8 di miliardi in un anno, a capriccio. E perdonate se sono ripetitivo, ma stiamo sempre parlando di stipendi, di lavoro, di famiglie e di destini umani.&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span&gt;Conclusioni.&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;span&gt;Mafia significa in ultima analisi una consorteria di pochi individui occulti che tramano per il loro esclusivo lucro con i mezzi dell’illegalità, apportando grave danno alla comunità dei cittadini.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;Senza dubbio le Mafie regionali fanno ciò e vanno combattute. Ma come si è visto, incombono sulle nostre vite altre Mafie che rispettano tutti i criteri sopraccitati meno uno (sono pochi, occulti alla maggioranza, tramano, lucrano, danneggiano, ma solo legali), e che alla prova dei dati risultano immensamente più pericolose delle cosche siciliane o della Camorra.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;E sta qui il pericolo micidiale: i criminali con la coppola, essendo riconosciuti come palesemente illegali, si possono combattere, e lo facciamo. Quelli con il doppiopetto blu no, e nessuno dei Pifferai magici e dei topi al loro seguito si sbraccia per farlo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;Anzi, tacciono, e, come del caso di Saviano, diventano dei simulacri ipertrofici se invece combattono le Mafie minori, dirottando, guarda caso, immense energie civiche e mediatiche lontano dalle Mafie maggiori.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;Dove sono in Italia i ‘saviano’, ‘travaglio’ e ‘di pietro’ delle Mafie finanziarie? Dove i No-Draghi day? E se poi a queste ultime si aggiungono quelle dei grandi burocrati non eletti, sovranazionali, e dei loro club privati e lobbisti a servizio (leggi ‘Questo è il Potere), non è azzardato affermare che le proporzioni in termini di pericolo e danno fra Mafie in doppiopetto blu e Mafie regionali è di mille a uno. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;   Lo ricorderò sempre: il danno economico &lt;b&gt;diretto&lt;/b&gt; inflittoci da tutta la criminalità organizzata italiana in un anno è comunque inferiore a quello inflittoci dai 'mafiosi' finanziari. Le cifre cantano chiarissimo, e sono 91 miliardi di euro a 118 (dati Confesercenti Sos impresa 10/2008).&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Goldman Sachs controlla 1.081 miliardi di dollari ogni anno (dati 2008, Goldman Sachs Group in Forbes' list of global 2000), ed è stata strumento di un danno &lt;b&gt;diretto&lt;/b&gt; all'economia mondiale pari a 12.000 miliardi di dollari (dati FMI, 2009). Chiare le proporzioni?  &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;Infine, si pensi che mentre la Mafia della finanza ci ha ricattati con almeno 118 miliardi di euro nel 2008-9, a noi viene detto da Roma che in finanziaria per l’Università ci sono solo 400 milioni, che per le assunzioni in polizia ce ne sono 115, per il mondo del lavoro un misero miliardo, per gli indigenti pochi spiccioli, e l’opposizione crede di far meglio reclamando un ‘suntuoso’ bonus di 200 euro a cranio per i redditi bassi, ma una tantum naturalmente.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;span&gt;Badino il lettore e la lettrice che queste righe non sono la solita denuncia di misfatti per causare inutile indignazione. Sono l’esposizione chiara e indiscutibile di chi sia il vero Potere, la maggiore Mafia, e dunque un’indicazione su chi combattere con maggior forza. Altro che No-B day.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span&gt;I Pifferai magici erano a Roma il 5 dicembre, i topi al seguito. “&lt;i&gt;Cacciamo l’uomo da 1!&lt;/i&gt;” si gridava, mentre quello da 118 dormiva sonni sereni. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;E tutti vissero felici e contenti...&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-weight: bold;"&gt;Provocazione: quella sovranità della moneta in mani private&lt;/p&gt;&lt;p&gt;da www.ilgiornale.it - 11 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Abbiamo ricominciato a tremare per le banche. Abbiamo ricominciato a tremare addirittura per gli Stati, a rischio di fallimento attraverso i debiti delle banche. Si è alzata anche, in questi frangenti, la voce di Mario Draghi con il suo memento ai governanti: attenzione al debito pubblico e a quello privato; dovete a tutti i costi farli diminuire. Giusto.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma l’unico modo efficace per farli diminuire è finalmente riappropriarsene. Non è forse giunta l’ora, dopo tutto quanto abbiamo dovuto soffrire a causa delle incredibili malversazioni dei banchieri, di sottrarci al loro macroscopico potere?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per prima cosa informando con correttezza i cittadini di ciò che in grande maggioranza non sanno, ossia che non sono gli Stati i padroni del denaro che viene messo in circolazione in quanto hanno delegato pochi privati, azionisti delle banche centrali, a crearlo. Sì, sembra perfino grottesca una cosa simile; uno scherzo surreale del quale ridere; ma è realtà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è stato un momento in cui alcuni ricchissimi banchieri hanno convinto gli Stati a cedere loro il diritto di fabbricare la moneta per poi prestargliela con tanto di interesse. È così che si è formato il debito pubblico: sono i soldi che ogni cittadino deve alla banca centrale del suo paese per ogni moneta che adopera.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La Banca d’Italia non è per nulla la «Banca d’Italia», ossia la nostra, degli italiani, ma una banca privata, così come le altre Banche centrali inclusa quella Europea, che sono proprietà di grandi istituti di credito, pur traendo volutamente i popoli in inganno fregiandosi del nome dello Stato per il quale fabbricano il denaro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha cominciato la Federal Reserve (che si chiama così ma che non ha nulla di «federale»), banca centrale americana, i cui azionisti sono alcune delle più famose banche del mondo quali la Rothschild Bank di Londra, la Warburg Bank di Berlino, la Goldman Sachs di New York e poche altre.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Queste a loro volta sono anche azioniste di molte delle Banche centrali degli Stati europei e queste infine, con il sistema delle scatole cinesi, sono proprietarie della Banca centrale europea.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Insomma il patrimonio finanziario del mondo è nelle mani di pochissimi privati ai quali è stato conferito per legge un potere sovranazionale, cosa di per sé illegittima negli Stati democratici ove la Costituzione afferma, come in quella italiana, che la sovranità appartiene al popolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Niente è segreto di quanto detto finora, anzi: è sufficiente cercare le voci adatte in internet per ottenere senza difficoltà le informazioni fondamentali sulla fabbricazione bancaria delle monete, sul cosiddetto «signoraggio», ossia sull’interesse che gli Stati pagano per avere «in prestito» dalle banche il denaro che adoperiamo e sulla sua assurda conseguenza: l’accumulo sempre crescente del debito pubblico dei singoli Stati. Anche la bibliografia è abbastanza nutrita e sono facilmente reperibili sia le traduzioni in italiano che i volumi specialistici di nostri autori.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tuttavia queste informazioni non circolano e sembra quasi che si sia formata, senza uno specifico divieto, una specie di congiura del silenzio. È vero che le decisioni dei banchieri hanno per statuto diritto alla segretezza; ma sappiamo bene quale forza pubblicitaria di diffusione la segretezza aggiunga alle notizie.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Probabilmente si tratta del timore per le terribili rappresaglie cui sono andati incontro in America quegli eroici politici che hanno tentato di far saltare l’accordo con le banche e di cui si parla come dei «caduti» per la moneta. Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti (questo collegamento causale naturalmente è senza prove) subito dopo aver firmato la legge che autorizzava lo Stato a produrre il dollaro in proprio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi, però, è indispensabile che i popoli guardino con determinazione e consapevolezza alla realtà del debito pubblico nelle sue vere cause in modo da indurre i governanti a riappropriarsi della sovranità monetaria prima che esso diventi inestinguibile.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;È questo il momento. Proprio perché i banchieri ci avvertono che il debito pubblico è troppo alto e deve rientrare, ma non è possibile farlo senza aumentare ancora le tasse oppure eliminare alcune delle più preziose garanzie sociali; proprio perché le banche hanno ricominciato a fallire (anche se in realtà non avevano affatto smesso) e ci portano al disastro; proprio perché è evidente che il sistema, così dichiaratamente patologico, è giunto alle sue estreme conseguenze, dobbiamo mettervi fine.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In Italia non sarà difficile convincerne i governanti, visto che più volte è apparso chiaramente che la loro insofferenza per la situazione è quasi pari alla nostra.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-weight: bold;"&gt;Così le banche hanno guadagnato sul crac del Dubai&lt;/p&gt;&lt;p&gt;di Mauro Bottarelli - www.ilsussidiario.net - 10 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Una decina di giorni fa il mondo è stato scosso dalla notizia del potenziale default tecnico di Dubai sul proprio debito, un qualcosa che pareva impossibile fino a pochi giorni prima. Non è così e ilsussidiario.net è in grado di provarlo.&lt;/p&gt; &lt;div&gt;Il quattro novembre scorso, infatti, Barclays Capital in una nota di ricerca agli investitori definiva la situazione debitoria dello stato «altamente attrattiva» e addirittura un dipartimento dello stesso istituto invitava a scommettere long sulla sua capacità di ripagare il debito contratto nella messe folle di investimenti fatti in questi anni di boom.&lt;/div&gt;   &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Insomma, le banche d’affari - non solo Barclays, la quale ha avuto la sfortuna di essere colta sul fatto - conoscevano perfettamente la situazione reale di Dubai ma nonostante questo hanno cercato di introitare il più possibile - quasi un’operazione di copertura emergenziale della propria esposizione, oltre ovviamente al fatto che guadagna una percentuale sulle transazioni operate - inviando al mercato nella migliore delle ipotesi erronee, nella peggiore ma non così peregrina, false valutazioni di quanto in realtà stava accadendo.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;In quel periodo le operazioni di investimento sul debito di Dubai sono cresciute del 90%, ma qualcosa fa pensare che la strategia messa in atto dalle banche fosse scientificamente partita anche prima, visto che in ottobre l’aumento dello stesso tipo di investimenti era del 52% su base mensile. BarCap, insomma, aveva preso a pretesto il downgrading di Moody’s rispetto a Dubai - giunto a fine ottobre - come potenziale arma per un grande investimento a basso prezzo di acquisto.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;La scorsa settimana, nel marasma totale dei mercati, una nuova nota avvertiva la clientela di «un radicale e totale cambiamento di visione rispetto all’investimento in questione». Troppo tardi, ma qualcosa di ancora più inaccettabile è accaduto attorno a quest’ultima appendice della crisi finanziaria mondiale: nel primo semestre di quest’anno, infatti, Dubai World aveva già perso 2,2 miliardi di dollari, tamponati da un salvataggio statale operato in gran segreto - ma che ilsussidiario.net può confermare - che interpretato alla luce di quanto accaduto la scorsa settimana spiega il perché del “no” a ulteriori operazioni di rifinanziamento del buco di bilancio da parte del governo dell’emirato.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ma non è tutto: altri 1,3 miliardi di dollari sono stati pompati prima dell’estate attraverso il Dubai Financial Support Fund, ma la decisione si rivelò inutile. I mercati, ovviamente, sapevano tutto. E infatti le variazioni grafiche rispetto ai cds ma anche alle operazioni sul debito parlano chiaro: magicamente, i volumi aumentavano in concomitanza degli interventi macro. Anche - e soprattutto - quando questi venivano compiuti in segreto e senza annunci che potessero turbare le piazze finanziarie: qualcuno, però, lo sapeva.&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;E il fatto che le quattro principali banche britanniche, tra cui la seminazionalizzata Royal Bank of Scotland, abbia giocato questa partita la dice lunga su come la crisi non abbia insegnato niente: i default di Dubai è stata una scommessa sbagliata ma qualcuno ci ha guadagnato molto.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Il grafico dell’andamento del valore dei cds che vedete allegato lo dimostra, la crescita è esponenziale ma costante come le voci di crollo imminente: solo che le banche da un lato scommettevano contro e dall’altro consigliavano ai clienti di fare il contrario, ovvero andare long sull’ipotesi di rifinanziamento del debito ritenuto più che probabile visti i buoni indicatori macro che arrivavano dal settore immobiliare e turistico di Dubai.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Dati fatti circolare a mani basse per silenziare invece quello devastante sul debito. Hedging totale dal rischio ma alle spalle di tutti: quanto accaduto la scorsa settimana era non solo atteso ma risaputo e messo in conto, solo che invece di inviare segnali e informazioni si è ben pensato di operare per speculare sul breve finché la spazzatura poteva ancora essere nascosta sotto il tappeto.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;La stessa cosa sta accedendo per la Grecia, colpita al cuore dalla crisi del debito e ieri declassata nel rating: l’ombrello Ue potrebbe non essere sufficiente allo stato ellenico per evitare un drastico ridimensionamento, lo stesso primo ministro ha infatti parlato di sovranità a rischio.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ecco cosa avevamo scritto la scorsa settimana, esattamente il 3 dicembre, nel silenzio generale: «In compenso l'Europa, quella reale, scricchiola: i cds dell'Irlanda stanno risalendo in maniera preoccupante e la Grecia è ormai sull'orlo del default tecnico dopo aver disatteso la promessa fatta a Bruxelles di varare misure concrete antideficit entro ottobre.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;La “forbice” (spread) fra i BOT greci e quelli tedeschi a 10 anni è saltata a 178 punti-base: il che significa che il governo di Atene, per farsi prestare denaro dai mercati, deve offrire quasi il 2% di interessi in più di Berlino sui suoi titoli di debito pubblico.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Il rincaro del debito è rovinoso per un Paese economicamente debole, nel pieno di una crisi mondiale dove i debiti pubblici più potenti (vedi gli Usa) faranno una concorrenza spietata: 18 miliardi di euro di debito pubblico greco stanno per andare a scadenza e andranno rinnovati nel secondo trimestre del 2010.&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Quale strada per il governo socialista greco se non quella dei tagli sanguinosi, i quali però porteranno ulteriore tensione sociale in un paese già pervaso da forti pressioni interne. Non si può svalutare, né stampare moneta: si può, però, svendere gli assets del paese all'estero visto che un deficit di budget del 13% sul Pil non consente molti margini di manovra.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;E sta già accadendo: la Cina, di fatto, è pronta a comprarsi la Grecia a prezzo di saldo: i porti del Pireo sono ormai della Cosco, pronta a creare un hub cargo verso il Mar Nero. Pechino non comprerà bond governativi greci come spera il Pasok al governo, vuole gli assets e li vuole pagando poco, roba da take-away».&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Le notizie di ieri non necessitano che si aggiunga altro. A essere pessimisti si fa peccato. Ma ci si azzecca quasi sempre in questo periodo.&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;                                 &lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-weight: bold;"&gt;I nuovi rischi di crac che sconvolgono l'Europa&lt;/p&gt;&lt;p&gt;di Mauro Bottarelli - www.ilsussidiario.net - 3 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Mentre la Cnbc gridava che il rischio di meltdown globale rappresentato da Dubai è tutt'altro che svanito, forse essendo a conoscenza di qualche particolare che verrà svelato la prossima settimana al meeting tra Dubai World e creditori, la giornata di ieri ci ha regalato un vero e proprio campionario di come governi e istituzioni sovranazionali stiano preparandosi a prendere in piena fronte il treno che sta sbucando dal tunnel e le cui luci di posizione vengono scambiate per segnali di ripresa.&lt;/p&gt; &lt;div&gt;Giungono, infatti, altre perdite di posti di lavoro a novembre in America nel settore privato, più gravi del previsto sebbene inferiori a quelle del mese precedente. Secondo l'indagine mensile Adp Employment Report sono stati persi 169mila posti di lavoro, dopo i 195mila di ottobre, dato leggermente rivisto in meglio. In media gli analisti prevedevano una perdita di 155 mila posti: ma domani l'amministrazione americana pubblicherà i dati ufficiali mensili sulla disoccupazione, relativi a novembre e che includono anche il settore pubblico.&lt;/div&gt;   &lt;p style="text-align: justify;"&gt;A Wall Street i futures stanno già cominciando a deprimersi con ampio anticipo. Ma se l'America naviga a vista, speranzosa in un rafforzamento del dollaro che, legato al deficit da incubo, porterà solo il rischio di iper-inflazione, l'Europa dà il meglio di sé.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Sui tassi di interesse dell'area euro è attesa una conferma al minimo storico dell'1%, anche se la Banca centrale europea potrebbe iniziare una progressiva rimozione di alcune delle misure supplementari che nei mesi scorsi ha approntato per aiutare l'economia, che prevalentemente fanno leva sulla liquidità: ovvero, meno soldi per mettere a posto i Core Tier 1 delle banche. Le quali, essendo ridotte non male, ma peggio, restringeranno ancora il credito a privati e imprese: l'opposto di ciò che sarebbe servito.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;La disoccupazione, infatti, si consolida anche nell'eurozona ai massimi storici, 9,8%o a ottobre, valore - secondo i dati Eurostat - che equivale a tre milioni di disoccupati in più rispetto a un anno fa. D'altronde per fronteggiare la crisi, nei mesi scorsi la Bce non aveva trovato di meglio che assicurare al sistema creditizio abbondante liquidità a condizioni stracciate ma nelle ultime settimane diversi esponenti dell'istituzione di Francoforte hanno espresso la preoccupazione che continuare troppo a lungo potrebbe favorire l'insorgere di nuove destabilizzazioni o crisi. Davvero dei geniacci questi burocrati.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Per questo già il mese scorso il presidente Jean-Claude Trichet aveva avvertito che a dicembre si sarebbe deciso se iniziare una progressiva rimozione, scelta osteggiata da molti governi e dal Fondo monetario internazionale, vero supermarket di carta straccia spacciata per denaro reale, che invece sostengono che sia più rischioso muoversi troppo in anticipo sulle exit strategies, piuttosto che troppo tardi. Scegliere la tempistica giusta non sembra un'opzione percorribile per lor signori, peccato siano profumatamente pagati per questo.&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ma non è tutto. Sempre ieri in sede Ecofin si è raggiunto l'accordo sul nuovo sistema di regolamentazione europeo, definito dal ministro dell'Economia francese Christine Lagarde, «il compromesso più chiaro possibile, grazie al quale stiamo creando una vera autorità di supervisione nei tre ambiti, ossia banche, assicurazioni e borse».&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ci mancava solo un altro grande fratello miope per bloccare ancora di più i mercati e creare le condizioni per nuove crisi, figlie delle banche che non sanno usare derivati e cds e non degli hedge funds che invece sanno usarli eccome.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ma vediamo qualche dettaglio. In particolare «in caso di crisi c'è una tripla protezione per assicurare agli Stati membri la sovranità in materia di bilancio». La prima è che sia il Consiglio - e non la Commissione Ue - a dichiarare lo stato di crisi. Inoltre, se le misure imposte dalle autorità hanno un impatto sulla spesa, «la decisione può essere discussa al Consiglio e revocata con una maggioranza semplice, di 14 voci su 27», spiegano le fonti, aggiungendo che «in casi estremi la decisione si può portare al vertice dei capi di Stato».&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Inoltre, nel caso in cui non ci sia una crisi in ballo ma solo una decisione delle autorità di vigilanza contestata da uno Stato membro, alla prima spetta una sorta di “onere della prova”. Verrebbe da dire, salvate questa gente da se stessa ma è meglio dire, salvate noi da loro.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;“Onere della prova”, sembra un processo, siamo forse terminati nel giallo di Garlasco senza saperlo! In compenso l'Europa, quella reale, scricchiola: i cds dell'Irlanda stanno risalendo in maniera preoccupante e la Grecia è ormai sull'orlo del default tecnico dopo aver disatteso la promessa fatta a Bruxelles di varare misure concrete antideficit entro ottobre.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;La “forbice” (spread) fra i BOT greci e quelli tedeschi a 10 anni è saltata a 178 punti-base: il che significa che il governo di Atene, per farsi prestare denaro dai mercati, deve offrire quasi il 2% di interessi in più di Berlino sui suoi titoli di debito pubblico. Il rincaro del debito è rovinoso per un Paese economicamente debole, nel pieno di una crisi mondiale dove i debiti pubblici più potenti (vedi gli Usa) faranno una concorrenza spietata: 18 miliardi di euro di debito pubblico greco stanno per andare a scadenza e andranno rinnovati nel secondo trimestre del 2010.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Quale strada per il governo socialista greco se non quella dei tagli sanguinosi, i quali però porteranno ulteriore tensione sociale in un paese già pervaso da forti pressioni interne. Non si può svalutare, né stampare moneta: si può, però, svendere gli assets del paese all'estero visto che un deficit di budget del 13% sul Pil non consente molti margini di manovra.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;E sta già accadendo: la Cina, di fatto, è pronta a comprarsi la Grecia a prezzo di saldo: i porti del Pireo sono ormai della Cosco, pronta a creare un hub cargo verso il Mar Nero. Pechino non comprerà bond governativi greci come spera il Pasok al governo, vuole gli assets e li vuole pagando poco, roba da take-away.&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Hanno voglia i lavoratori portuali a protestare, con menti come quelle dell'Ecofin che triplicano gli enti di regolazione dei mercati invece di intervenire sulla crisi, meglio forse essere divorati da Pechino, nuovo stato Ue attraverso il suo protettorato economico ellenico. Ma i giornali non parlano di questo, parlano del trans Brenda!&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Questa è l'Europa, non quella dell'Ecofin che gioca a chi si fa lo sgarbo peggiore tra asse renano e inglesi. Lo spread dei titoli di Dublino non deve farci stare affatto tranquilli, così come il rischio di insolvenza sempre crescente dell'Ucraina e i guai seri che dovrà affrontare nel primo trimestre del prossimo anno il sistema bancario tedesco, la cassaforte d'Europa.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;La Gran Bretagna, poi, vedrà una netta svalutazione della sterlina entro marzo-aprile e già si vocifera del fatto che sarà il primo paese del G10 a dover affrontare una dura crisi fiscale - su cui scommettere per far soldi, ovviamente - determinata da proiezioni di banche d'affari, Morgan Stanley in testa nel suo outlook 2010, che prefigurano come sempre più probabile il rischio di assenza di maggioranza in grado di governare alle elezioni generali di maggio.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;L'Italia, va beh, si commenta da sola, basta guardare il debito pubblico e ascoltare le parole di Mario Baldassarri all'ultima puntata di Ballarò: «In cassa non c'è più una lira». Evviva. Soprattutto l'Ecofin.&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify; font-weight: bold;"&gt;Perchè Pechino corre in soccorso di Atene?&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;di Lucio Caracciolo - www.repubblica.it - 10 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;Grecia: la sindrome cinese, l’Europa e il G2&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Grecia sta disperatamente cercando di evitare il collasso delle sue finanze pubbliche. È una partita esistenziale per Atene. Almeno ad ascoltare il grido d´allarme del primo ministro George Papandreou.&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Lo stallo della finanza pubblica minaccia la nostra sovranità». L´emergenza s´è aggravata dopo che martedì l´agenzia Fitch ha abbassato il rating del debito sovrano greco da «A-minus» a «BBB plus con outlook negativo», mentre Standard&amp;amp;Poor´s sta valutando una misura analoga. Mercati, agenzie e governi interessati non si fidano troppo delle promesse di risanamento del governo di Atene.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Il deficit è pari al 12,7% del pil, mentre il debito l´anno prossimo potrebbe toccare quota 125% sul pil. Le cadute a ripetizione della Borsa e dei bond greci, in un contesto politico e sociale alquanto agitato, confermano che la crisi ellenica sarebbe già finita in tragedia se il paese non godesse della protezione dell´euro, peraltro non illimitata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo non è solo un dramma greco. È anche un paradigma utile a rivelare le strategie delle principali potenze mondiali, specie della Cina, in una tempesta economica tutt´altro che placata.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Non si tratta solo di capire se ed eventualmente fino a che punto gli europei, in particolare i tedeschi, siano disposti a muovere in soccorso di un´economia debole dell´Eurozona, a costo di sacrificare quel che resta del patto di stabilità.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ma attraverso il prisma greco ci si può anche fare un´idea sul grado di intesa della strana coppia Usa-Cina e testarne il modo di approcciarsi all´Europa e al Mediterraneo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In tale prospettiva, occorre ricordare che, per esorcizzare lo spettro del default del suo Stato, Papandreou ha speso le ultime settimane in frenetici quanto riservati contatti con Pechino, in particolare con la Bank of China. Obiettivo: convincere i cinesi ad acquistare a partire dal mese prossimo almeno 25 miliardi di bond greci.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Questa mossa sarebbe supportata, fra gli altri, da alcuni influenti amici americani del premier greco (Papandreou è di madre statunitense). Goldman Sachs e JP Morgan sarebbero della partita. Complessivamente, per non affogare Atene punta a piazzare 47 miliardi di bond in euro l´anno prossimo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I cinesi sono disponibili ad acquistare titoli greci. Ma avendo da tempo appurato di poter prendere Atene per il collo, puntano in cambio ai "bocconi buoni" ellenici, ad alcuni asset industriali di valore strategico. Soprattutto vogliono stringere la presa sul porto del Pireo, principale scalo container nel Mediterraneo orientale, destinato in prospettiva non breve a crescere grazie al previsto rafforzamento dell´aggancio alla rete ferroviaria europea via Balcani.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Sicché le navi portacontainer che trasportano merci dalla Cina e dall´Asia verso l´Europa centrale potrebbero sempre più guardare al Pireo come a un´ottima alternativa ai porti del Northern Range (Le Havre, Rotterdam, Amburgo), che richiedono otto giorni di navigazione in più ma offrono servizi e collegamenti straordinariamente convenienti rispetto ai concorrenti mediterranei.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Fatto è che la cinese Cosco Pacific Ltd. ha concluso nel 2008 un accordo per operare i moli 2 e 3 del Pireo per 35 anni (prezzo: 4,3 miliardi di dollari), e sta mirando ad altri investimenti logistici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché Pechino corre in soccorso di Atene? I cinesi partono ovviamente dalla constatazione che sono i greci ad aver bisogno di loro, non viceversa. Pechino è impegnata a diversificare gradualmente e con molta prudenza il credito accumulato in questi anni nei confronti degli Usa, che minaccia di diventare un peso insostenibile, vista la profondità della crisi americana e i dubbi sulla tenuta del dollaro.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;In ogni caso a Pechino non si parla di ricadute geopolitiche, semmai si ricorda che gli investimenti cinesi in Europa sono ben inferiori a quelli europei in Cina e derivano da valutazioni puramente economico-finanziarie.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Inoltre vengono evocate le radici americane di Papandreou, i suoi legami con ambienti bancari e finanziari di New York, a suggerire che dietro la Grecia c´è l´ombra degli Stati Uniti, che non vorrebbero lasciar fallire un paese comunque alleato e strategicamente collocato nel Mediterraneo – specie ora che della Turchia si fidano molto meno.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Insomma, l´intesa salva-Grecia avverrebbe sotto l´egida del G2. A queste considerazioni converrebbe aggiungere una postilla geoeconomica (A) e una geopolitica (B), più una considerazione finale su che cosa (non) è l´Europa per i cinesi (C).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A) Per la Cina il Mediterraneo è il principale corridoio di sbocco delle sue merci verso il grande mercato europeo. In questa prospettiva il Pireo è solo uno degli anelli della catena globale del valore – dalla fabbrica al consumatore, ossia dalla Cina all´Europa via Mediterraneo – che Pechino sta cercando di irrobustire. Con buon successo.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Le imprese cinesi investono su tutta la portualità mediterranea, anche nordafricana (qui si va alla grande, anche se il crollo di Dubai World lascerà qualche traccia), e perfino a Napoli, dove la cinese Cosco ha stabilito una partnership paritetica al 46% con Msc.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Si noti di passaggio che i porti italiani sarebbero davvero interessanti per gli investimenti cinesi, non fosse che per due fattori: la modestia dei retroporti e quindi dei collegamenti con i mercati di consumo, e l´attivismo neoprotezionistico delle mafie.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Esempio: a Gioia Tauro si è mobilitata a suo tempo la ‘ndrangheta, inventando uno pseudosindacato con tanto di bandiere rosse, per ostacolarvi lo sbarco di investitori con gli occhi a mandorla. Non c´è dubbio che gli investimenti cinesi abbiano una logica economica. Che siano determinati anche dal privilegio/vincolo di disporre di enormi quantità di denaro.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ma c´è ancora meno dubbio sul fatto che le operazioni economiche e finanziarie di Pechino abbiano ricadute geopolitiche, in termini di crescente influenza cinese nell´area mediterranea intesa nel suo complesso: europea, africana, mediorientale. Un´area dove negli ultimi anni gli americani stanno ammainando bandiera, mentre non solo cinesi, ma anche arabi, indiani e brasiliani stanno entrando alla grande. E lo chiamavamo mare nostrum.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;B) I cinesi guardano al mondo con gli occhiali del G2, ma questo orizzonte non è ancora una realtà strutturata. La simbiosi economica non basta a produrre un´alleanza. Che i cinesi finora hanno perseguito, sottotraccia e talvolta apertamente. Ma i dubbi aumentano. Dopo averlo mitizzato, Pechino è sempre più delusa dal colosso americano, dalla pochezza della sua leadership politica e dalla inaffidabilità delle sue strutture finanziarie.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Come gli amanti delusi, i leader cinesi oscillano fra il sentimento che li porterebbe a stringersi comunque all´America, e la sensazione di aver puntato troppo su un cavallo che sta percorrendo il viale del tramonto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa delusione si esprime in codice. Come quando Wen Jiabao, subito dopo il crollo di Wall Street, faceva notare che in America si legge solo mezzo Adam Smith, quello della Ricchezza delle Nazioni, mentre si dimentica l´altro Smith, quello che teorizzava la necessità dell´intervento statale per redistribuire la ricchezza e garantire l´armonia sociale.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;O quando in novembre il numero due del regime, Xi Jinping, parlando alla Scuola centrale del Partito, ha raccomandato di «incoraggiare attivamente nel partito egemone la creazione di un modello di studio del marxismo».&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Che i cinesi riscoprano Marx è una notizia. Tradotto in italiano: forse ci siamo sbagliati a cercare di imitare troppo gli americani, a legarci troppo a loro, immaginando un percorso di riforme economiche e poi politiche in direzione liberaleggiante e parademocratica. Conviene invece puntare sul nostro capitalismo guidato e autoritario come modello utile per noi e spendibile nel resto del mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C) Il mese scorso il nostro ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, ha avuto il privilegio di parlare davanti alla succitata Scuola del Partito. Tremonti è stato brillante nel promuovere il ruolo del nostro paese e dell´Europa, ricordano i suoi uditori. La sua tesi: il G2 non basta, ci vuole il G3, ossia un treppiede Cina-Europa-Usa come garanzia della stabilità mondiale. «I tavoli si reggono su tre gambe, non su due», ha notato Tremonti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un tempo questa constatazione avrebbe acceso la fantasia degli eurofili cinesi. Oggi il clima a Pechino è più sobrio. Dopo essersi illusi, per wishful thinking, sulla crescita di un fattore di potenza europeo autonomo dagli Usa e dalla Russia, con il quale la Cina avrebbe stabilito una partnership privilegiata in funzione antirussa e di bilanciamento dell´egemonia americana, i cinesi hanno rinunciato a sperare nell´Europa in quanto soggetto geopolitico.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Preferiscono coltivare relazioni con i singoli paesi, specie con la Germania. A noi guardano soprattutto per il nostro stile di vita e in quanto eredi di un millenario patrimonio culturale, sperando che si abbia qualcosa da insegnar loro nella gestione di tale eredità (i cinesi stanno scoprendo con molto ritardo l´importanza economica e di soft power del patrimonio artistico-culturale).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per il resto, sono a caccia di asset. Con la consapevolezza che molti paesi europei – la Grecia è in cima alla lista – hanno bisogno di loro. Nel negoziato bilaterale sono i cinesi a tenere il coltello dalla parte del manico. Ciò che dovrebbe, ancora una volta, spingerci a fare l´Europa. E che invece, ancora una volta, ci trova chiusi nei tragicomici particolarismi nostrani.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-weight: bold;"&gt;Europa, Wall Street teme la bancarotta&lt;/p&gt;&lt;p&gt;di Ennio Caretto - www.corriere.it - 10 Dicembre 2009&lt;/p&gt;&lt;h2 style="font-style: italic; font-weight: normal;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;«Piigs» è l'acronimo di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, i Paesi con i maggiori debiti e deficit di bilancio&lt;/span&gt;&lt;/h2&gt;&lt;p&gt;Il &lt;i&gt;Wall Street Journal&lt;/i&gt; svela che nel mondo degli &lt;i&gt;hedge funds&lt;/i&gt;, i fondi ad alto rischio e alto profitto, un gruppo di Paesi dell’Unione europea è chiamato &lt;i&gt;piigs&lt;/i&gt;, termine spregiativo ispirato da &lt;i&gt;pigs&lt;/i&gt;, maiali. E che &lt;i&gt;piigs&lt;/i&gt; è l’acronimo di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, i Paesi con i maggiori debiti e deficit di bilancio della Unione.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il giornale riferisce che gli &lt;i&gt;hedge funds&lt;/i&gt; stanno facendo incetta di &lt;i&gt;credit default swaps&lt;/i&gt;, derivati che funzionano come assicurazioni contro la bancarotta dei &lt;i&gt;piigs&lt;/i&gt;, nella speranza di venderli con ingenti guadagni nel 2010 quando, a loro giudizio, le difficoltà dei cinque Paesi cresceranno. E nota che varie agenzie hanno ridotto il &lt;i&gt;rating&lt;/i&gt; della Grecia al minimo, e definito negativo quello del Portogallo e della Spagna. &lt;/p&gt;&lt;p&gt; &lt;b style="font-style: italic;"&gt;ITALIA IN RIPRESA&lt;/b&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; - &lt;/span&gt;Secondo il &lt;i&gt;Wall Street Journal&lt;/i&gt;, l’assedio degli &lt;i&gt;hedge funds&lt;/i&gt; ai &lt;i&gt;piigs&lt;/i&gt; è iniziato un anno fa e s’è accentuato alla bancarotta dell’Islanda prima e alla crisi del Dubai poi.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il giornale nomina alcuni fondi che scommettono contro di loro: il Balestra capital, l’Hyman capital partners, il North asset managment e il Pivot capital managment. Nel 2009, precisa, le loro aspettative sono andate deluse, ma adesso tutti pensano che i titoli dei &lt;i&gt;piigs&lt;/i&gt; o delle loro borse scenderanno.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dalle dichiarazioni fatte dai fondi al &lt;i&gt;Wall Street Journal&lt;/i&gt;, dei cinque Paesi la Grecia è nella posizione peggiore, l’Italia, in leggera ripresa, nella posizione relativamente migliore. Più esposti dei &lt;i&gt;piigs&lt;/i&gt; appaiono comunque alcuni Paesi dell’est europeo - il giornale cita Ungheria e Polonia - e i Paesi baltici.&lt;/p&gt; &lt;p&gt; &lt;b style="font-style: italic;"&gt;VENTRE MOLLE &lt;/b&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;- &lt;/span&gt;Ma stando a Carl George del Pivot capital managment, un fondo che ha base a Montecarlo, l’Europa in genere è il ventre molle dell’Occidente, la crisi degli ultimi due anni ha evidenziato la fragilità di molte sue economie.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A Wall Street non si escludono problemi neppure per l’Inghilterra e per l’America, il cui debito potrebbe arrivare nel 2010 rispettivamente al 90 e al 98 per cento circa del prodotto interno lordo. A parere degli esperti, è possibile che gli &lt;i&gt;hedge funds&lt;/i&gt; si sbaglino, perché l’Unione europea è tenuta ad aiutare i Paesi più a rischio.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma il pericolo è che nel frattempo a causa di questi fondi si scateni sui mercati una corsa al ribasso dei loro titoli, come accadde alle grandi banche un anno fa. La difesa migliore, ammoniscono gli esperti, è che i governi prendano provvedimenti per la ripresa economica da un lato e per la riduzione del debito e del deficit dall’altro.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4850260641517364701-7166846679143508566?l=enricosabatino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/7166846679143508566'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/7166846679143508566'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/2009/12/la-mafia-delle-banche.html' title='La Mafia delle banche'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14265115901062177501'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SyNbGOk-GwI/AAAAAAAABqA/Pz97cMBwikI/s72-c/bancaditalia.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-5310770757791498706</id><published>2009-12-11T03:45:00.005-06:00</published><updated>2009-12-11T05:01:05.543-06:00</updated><title type='text'>BASTA!!!</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SyIllVdK_7I/AAAAAAAABp4/rHVUGkauBf4/s1600-h/basta.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 242px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SyIllVdK_7I/AAAAAAAABp4/rHVUGkauBf4/s320/basta.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5413931025397645234" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Non ci sono ulteriori commenti sulla disgustosa e irreversibile deriva della situazione politica italiota.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rimane solo una parola da urlare a squarciagola: BASTA!!!!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dove ci porta lo stato d'eccezione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Ezio Mauro - La Repubblica - 11 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ieri è finita la lunga transizione italiana. Siamo entrati nello stato d'eccezione: ed è la prima volta, nella storia della nostra democrazia. Si apre una fase delicata e inedita, che chiude la seconda Repubblica su una prova di forza che non ha precedenti, e non riguarda i partiti ma direttamente le istituzioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Silvio Berlusconi ha scelto una sede internazionale, il Congresso a Bonn del Partito Popolare Europeo, per attaccare la Costituzione italiana (annunciando l'intenzione di cambiarla) e per denunciare due organi supremi di garanzia come la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale, accusandoli di essere strumenti politici di parte, al servizio del "partito dei giudici della sinistra" che avrebbe "scatenato la caccia" contro il premier.&lt;br /&gt;                                   &lt;br /&gt;Il Presidente della Camera Fini ha voluto e saputo rispondere immediatamente a questo sfregio del sistema istituzionale italiano, ricordando a Berlusconi che la Costituzione fissa "forme e limiti" per l'esercizio della sovranità popolare, e lo ha invitato a correggere una falsa rappresentazione di ciò che accade nel nostro Paese. Poco dopo, lo stesso Capo dello Stato ha dovuto esprimere "profondo rammarico e preoccupazione" per il "violento attacco" del Presidente del Consiglio a fondamentali istituzioni repubblicane volute dalla Costituzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo dunque giunti al punto. L'avventurismo subalterno del concerto giornalistico italiano aveva cercato per settimane di dissimulare la vera posta in gioco, nascondendo i mezzi e gli obiettivi del Cavaliere, fingendo che la repubblica fosse di fronte ad un passaggio ordinario e non straordinario, tentando addirittura di imprigionare il partito democratico nella ragnatela di una complicità gregaria a cui Bersani non ha mai nemmeno pensato.&lt;br /&gt;                                                                                                                 &lt;br /&gt;Ora il progetto è dichiarato. Da oggi siamo un Paese in cui il Capo del governo va all'opposizione rispetto alle supreme magistrature repubblicane, nelle quali non si riconosce, dichiarandole strumento di un complotto politico ai suoi danni, concordato con la magistratura. È una denuncia di alto tradimento dei doveri costituzionali, fatta dal Capo del governo in carica contro la Consulta e contro il Presidente della Repubblica. Qualcosa che non avevamo mai visto, e a cui non pensavamo di dover assistere, pur pronti a tutto in questo sciagurato quindicennio.&lt;br /&gt;                                   &lt;br /&gt;Tutto ciò accade per il sentimento da abusivo con cui il Primo Ministro italiano abita le istituzioni, mentre le guida. Lo domina un senso di alterità rispetto allo Stato, che pretende di comandare ma non sa rappresentare. Lo insegue il suo passato che gli presenta il conto di troppe disinvolture, di molti abusi, di qualche oscurità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo travolge la coscienza dell'avvitamento continuo della sua leadership politica, della maggioranza e del governo nell'ansia di un privilegio di salvaguardia da costruire comunque, con ogni mezzo e a qualsiasi costo, trasformando il potere in abuso. La politica è cancellata: al suo posto entra in campo la forza, annunciata ieri virilmente dal palco internazionale dei popolari: "Dove si trova uno forte e duro, con le palle come Silvio Berlusconi?".&lt;br /&gt;                                   &lt;br /&gt;La sfida è lanciata. E si sostanzia in tre parole: stato d'eccezione. Carl Schmitt diceva che "è sovrano chi decide nello stato d'eccezione", perché invece di essere garante dell'ordinamento, lo crea proprio in quel passaggio supremo realizzando il diritto, e ottenendo obbedienza. Qui stiamo: e non si può più fingere di non vederlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Berlusconi si chiama fuori dalla Costituzione ("abbiamo una grande maggioranza, stiamo lavorando per cambiare questa situazione con la riforma costituzionale"), rende l'istituzione-governo avversaria delle istituzioni di garanzia, soprattutto crea nella materialità plateale del suo progetto un potere distinto e sovraordinato rispetto a tutti gli altri poteri repubblicani, che si bilanciano tra di loro: la persona del Capo del governo, leader del popolo che lo sceglie nel voto e lo adora nei sondaggi, mentre gli trasferisce l'unzione suprema, permanente e inviolabile della sua sovranità.&lt;br /&gt;                                    &lt;br /&gt;Siamo dunque alla vigilia di una forzatura annunciata in cui lo stato d'eccezione deve sanzionare il privilegio di un uomo, non più uguale agli altri cittadini perché in lui si trasfigura la ragion di Stato della volontà generale, che lo scioglie dal diritto comune.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si statuisca dunque per legge che il diritto non vale per Silvio Berlusconi, che il principio costituzionale di legalità è sospeso davanti al principio mistico di legittimità, che la giustizia si arresta davanti al suo soglio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La teoria politica dà un nome alle cose: l'assolutismo è il potere che scioglie se stesso dal bilanciamento di poteri concorrenti, l'autoritarismo è il potere che non specifica e non riconosce i suoi limiti, il bonapartismo è il potere che istituzionalizza il carisma, la dittatura è il comando esercitato fuori da un quadro normativo.&lt;br /&gt;                                    &lt;br /&gt;Avevamo avvertito da tempo che Berlusconi si preparava ad una soluzione definitiva del suo disordine politico-giudiziario-istituzionale. Come se dicesse al sistema: la mia anomalia è troppo grande per essere risolvibile, introiettala e costituzionalizzala; ne uscirai sfigurato ma pacificato, perché tutto a quel punto troverà una sua nuova, deforme coerenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I grandi camaleonti sono invece corsi in soccorso del premier, spiegando che non è così. Hanno ignorato l'ipotesi che pende davanti ai tribunali, e cioè che il premier possa aver commesso gravi reati prima di entrare in politica, e l'eventualità che come ogni cittadino debba renderne conto alla legge. Hanno innalzato la governabilità a principio supremo della democrazia, nella forma moderna della sovranità popolare da rispettare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hanno così dato per scontato che il diritto e la legalità dovessero sospendersi per una sola persona: e sono passati ai suggerimenti affettuosi. Un nuovo lodo esclusivo. E intanto, nell'attesa, il processo breve. E magari, o insieme, il legittimo impedimento, possibilmente tombale. Qualsiasi misura va bene, purché raggiunga l'unico scopo: il salvacondotto, concepito non nell'interesse generale a cui i costituenti guardavano parlando di guarentigie e immunità, ma nell'esclusivo interesse del singolo. L'eccezione, appunto.&lt;br /&gt;                                    &lt;br /&gt;Ma una democrazia liberale si fonda sul voto e sul diritto, insieme. E il potere è legittimo, nello Stato moderno, quando poggia certo sul consenso, ma anche su una legge fondamentale che ne fissa natura, contorni, potestà e limiti. Il principio di sovranità va rispettato quanto e insieme al principio di legalità. Perché dovrebbe prevalere, arrestando il diritto davanti al potere, e non in virtù di una norma generale ma nella furia di una legge ad personam, che deve correre per arrivare allo scopo prima di una sentenza? Come non vedere in questo caso l'abuso del potere esecutivo, che usa il legislativo come scudo dal giudiziario?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È interesse dello Stato, della comunità politica e dei cittadini che il premier legittimo governi: ma gli stessi soggetti hanno un uguale interesse all'accertamento della verità davanti ad un tribunale altrettanto legittimo, che formula un'ipotesi di reato. Forse qualcuno pensa che il Presidente del Consiglio non abbia i mezzi e i modi e la capacità per potersi difendere e far valere le sue ragioni in giudizio? E allora perché non lasciare che la giustizia faccia il suo corso, anche nel caso dell'uomo più potente d'Italia, ricongiungendo sovranità e legalità?&lt;br /&gt;                                    &lt;br /&gt;L'eccezione a cui siamo di fronte ha una posta in gioco molto alta, ormai. Qualcuno domani, messo fuori gioco da Napolitano e Fini, condannerà le parole di Berlusconi, ma ridurrà lo sfregio costituzionale del premier a una questione di toni, come se fosse un problema di galateo. Invece è un problema di equilibrio costituzionale, di forma stessa del sistema. Siamo davanti a un'istituzione che sfida le altre, delegittimandole e additandole al popolo come eversive. Con un ricatto politico evidente, perché Berlusconi di fatto minaccia elezioni-referendum su un cambio costituzionale tagliato su misura non solo sulla sua biografia, ma della sua anomalia.&lt;br /&gt;                                    &lt;br /&gt;                                               &lt;!-- do nothing --&gt; Per questo, com'è chiaro a chi ha a cuore la costituzione e la repubblica, bisogna dire no allo stato d'eccezione. E bisogna aver fiducia nella forza della democrazia. Che non si lascerà deformare, nemmeno nell'Italia di oggi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Delusione del Colle: fine del dialogo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Federico Geremicca - La Stampa - 11 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A dir la verità, non è che lì sul Colle - forti delle amare esperienze fatte in questo ultimo anno - ci credessero davvero. Però, poiché la speranza è l’ultima a morire, lo speravano. Speravano, cioè, che per una volta il pesantissimo affondo portato dal Presidente del Consiglio contro la magistratura, la Corte Costituzionale e gli ultimi tre Capi dello Stato, venisse smentito o almeno corretto nei toni, attenuato nella sua inedita violenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dunque, hanno atteso. Naturalmente invano. Anzi, quando Silvio Berlusconi è tornato sulla questione («Non c’è niente da chiarire, sono stanco delle ipocrisie») anche i più prudenti tra i consiglieri del Presidente hanno inteso che non c’era altra via da seguire che mettere l’elmetto e tornare in campo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono nate così le poche righe dattiloscritte nelle quali - forse per la prima volta - il discorso di un capo di governo (per altro svolto fuori dei confini nazionali) viene definito «violento attacco contro fondamentali istituzioni di garanzia». Non solo: a far intendere che la misura è considerata ormai colma, nella nota del Quirinale viene espressa non solo la «preoccupazione» del Presidente della Repubblica, ma soprattutto il suo «profondo rammarico».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un rammarico che, a tarda sera, fonti della presidenza spiegavano sottolineando almeno un paio di fatti. Il primo: col suo «violento» j’accuse, Berlusconi ha di fatto mandato gambe all’aria quello che la nota del Colle definisce «spirito di leale collaborazione... che giorni fa il Senato ha concordemente auspicato».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il secondo: giusto due mesi fa (il 7 ottobre) Napolitano era dovuto intervenire per difendere se stesso, i suoi predecessori e la Corte Costituzionale da un attacco dai toni e dai contenuti del tutto analoghi. In quella occasione - attaccando magistratura e Corte Costituzionale - il premier affermò polemicamente che «tutti sanno da che parte sta il Presidente della Repubblica...»: e il Capo dello Stato fu costretto a intervenire per ricordare che «il Presidente della Repubblica sta dalla parte della Costituzione». Si pensava che la questione fosse così chiarita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma naturalmente si pensava male... E non sono gli unici motivi di rammarico. Al Colle, infatti, si lamenta l’infondatezza di una serie di affermazioni con le quali la maggioranza (compresi alcuni ministri) ha contestato il fatto che l’unica istituzione che non sarebbe mai difesa quando attaccata sarebbe, appunto, la presidenza del Consiglio. «E’ di non molti giorni fa - si ricorda al Quirinale - l’intervento col quale il Presidente ha richiamato “tutte le istituzioni”, magistratura compresa, ad uno spirito di maggior serenità, responsabilità e collaborazione».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’obiezione che arriva dal Popolo della Libertà sarebbe, dunque, infondata. Così come si smentisce, naturalmente, l’esistenza di un presunto «asse» tra il Quirinale e la presidenza della Camera. Ieri Fini è stato il primo a contestare le affermazioni tedesche di Silvio Berlusconi chiedendo al premier un «chiarimento» (e ricevendone in cambio un «sono stanco delle ipocrisie»).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma anche in questa occasione, si spiega, tra Quirinale e presidenza della Camera non c’è stato alcun contatto preventivo. Anzi, la dichiarazione di Fini è arrivata quando il Presidente della Repubblica non era stato ancora nemmeno informato del nuovo attacco del premier: alla fine di una giornata fitta di impegni, infatti, il Capo dello Stato stava incontrando famiglie di bambini provenienti da vari paesi del mondo e curati (in alcuni casi addirittura salvati) grazie ai fondi raccolti da Telethon.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ solo finita quell’udienza che il Presidente è stato informato dell’accaduto, decidendo - come detto - di attendere una possibile rettifica di Berlusconi prima di intervenire in difesa della Costituzione e degli organi dello Stato pesantemente attaccati dal premier. E così, il tentativo di rinsaldare quello «spirito di leale collaborazione» invocato dal Presidente, subisce un colpo duro e dalle conseguenze nuovamente imprevedibili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il premier andrà avanti con la sua polemica o raffredderà il clima? E cosa è lecito aspettarsi dal sistema dei partiti nei prossimi giorni? Lì al Colle si valutano con preoccupazione le dichiarazioni rilasciate nella durissima giornata di ieri: tanto quelle di sostegno al premier, quanto quelle di solidarietà al Capo dello Stato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si cerca di tratteggiare, insomma, il quadro della situazione ed il dislocarsi delle varie forze in campo. E qualcuno, in fondo, segnala e fa notare alcuni rumorosissimi silenzi. Come quello della seconda carica dello Stato, il presidente del Senato, muto per tutto il giorno di fronte al pesante attacco mosso alla magistratura, alla Corte Costituzionale ed agli ultimi tre Presidenti della Repubblica...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;E il Cavaliere sfida il Quirinale. "Usano i pentiti? Io vado al voto"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Liana Milella - La Repubblica - 11 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Lo grido io, a tutto il mondo, chi sono. La sinistra mi butta addosso gli Spatuzza e i Graviano? E io mi rivolgo al popolo, vado alle elezioni, e stravinco ancora una volta. Nel nome di Berlusconi. Nel mio nome". Non era voce dal sen fuggita quella del Cavaliere a Bonn. Era voce pensata e calibrata. Studiata a tavolino. Contro le colombe che lo invitano alla prudenza e lavorano per ricucire il rapporto lacero con Fini e con Napolitano il premier strappa la tela e alza la voce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da una settimana Berlusconi ha annusato l'aria e ha scelto la via della prova di forza. Scioccato dalla performance del pentito Spatuzza, preoccupato per quella di Graviano, anche se il suo avvocato Niccolò Ghedini continua a dirgli che "in quelle carte non c'è niente per cui preoccuparsi", il Cavaliere ha ordinato ai suoi di forzare ovunque la mano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Guardasigilli Alfano si esibisce con il ministro dell'Interno Maroni sui miracoli del governo contro la mafia, ribadisce che "sul processo breve si va avanti". E lui parla a Bonn, aggredisce la Consulta e l'attuale presidente della Repubblica con i suoi due predecessori, domenica già pregusta il bagno di folla nella sua Milano, in piazza Duomo, per la festa del tesseramento.&lt;br /&gt;                                     &lt;br /&gt;Avanti, da solo, contro tutti. Come dice ai suoi il leader dell'Udc Casini, che è già pronto a ritirare le aperture sul legittimo impedimento perché non ci sono più le condizioni sufficienti, "ormai Berlusconi ha avvicinato al massimo a sé la riga entro cui deve mantenersi chi sta dalla sua parte". Gli altri sono fuori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A cominciare da Napolitano e Fini, se i due non faranno quello che il premier pretende come dovuto. Ovviamente le leggi per salvarlo dai processi passati e futuri. Per questo nella sede Ppe Berlusconi provoca volutamente il capo dello Stato. La sua è una minaccia chiara, che il presidente intende assai bene, e che respinge con uguale forza e fermezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per certo, dopo quello che già chiamano "l'editto di Bonn", è in crisi nera il rapporto tra i due palazzi. Napolitano ha parlato sia con Bersani che con Casini, si è reso conto che i suoi tentativi per ricucire un dialogo sulle riforme sono finiti in pezzi e che la prospettiva di uno scontro diretto con il Cavaliere si fa sempre più prossima. Un Cavaliere che spadroneggia, mentre le opposizioni si indeboliscono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                                                                             Il ciclone Berlusconi si abbatte su un presidente della Camera che decide di vestire del tutto i panni di terza carica dello Stato. Quando Fini legge le agenzie telefona subito a Napolitano. Dice ai suoi: "Sappiamo come la pensa, ma un premier non può parlare in quel modo e in quel contesto". E ancora: "La mia richiesta di chiarimento è doverosa sul piano istituzionale, la faccio nel pieno di questo ruolo e non certo come uomo politico". Poi un amaro commento: "La verità è che Silvio sta distruggendo tutto".&lt;br /&gt;                                     &lt;br /&gt;Ma il Cavaliere vuole per sé due leggi, il processo breve e il legittimo impedimento. Le vuole al più presto. Stavolta dal Quirinale e da Fini non ammette sorprese. Li avverte entrambi. "Io vado avanti. Se Napolitano non firma sappia che la mia reazione sarà identica a quella di oggi. Se insiste mi rivolgerò direttamente ai cittadini, sono pronto ad andare al voto e agli italiani chiederò di darmi il via libera per cambiare completamente la Costituzione". Se la prende con la Consulta, giusto l'istituzione che Napolitano prima e Fini poi difendono.&lt;br /&gt;                                     &lt;br /&gt;A chi, nell'ultima settimana, ha provato a convincerlo che sarebbe meglio rinunciare al processo breve per puntare tutto sul legittimo impedimento, Berlusconi ha risposto con un secco niet: "Li voglio tutti e due, e basta". Subito il primo, incardinato al Senato, per concentrasi poi sul secondo, che sta alla Camera, dove teme l'azione frenante del duo Fini-Bongiorno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Della presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno non fa che parlare male perché la considera l'ispiratrice delle uscite giudiziarie di Fini. A cui addebita anche, per il tramite di Napolitano, l'ultima stroncatura del Csm sul processo breve. Un parere che gli ha fatto cadere gli ultimi dubbi sulla possibilità di bloccare il processo breve.&lt;br /&gt;                                      &lt;br /&gt;                                                &lt;!-- do nothing --&gt; Fini, Napolitano, Casini, il dialogo a sinistra. Eccoli, in fila, i "nemici" del Cavaliere. Tutti quelli che lo invitano al dialogo, alla politica delle riforme condivise, ma poi alle sue spalle si augurano che siano i pentiti a sbalzarlo di sella. Per questo il premier dice ai suoi: "Voglio quelle due leggi e non voglio essere costretto a pagare un prezzo alla sinistra. Non tratto con Bersani e non cedo nulla a chi mi attacca ogni giorno. Contro tutto questo ho diritto di difendermi ovunque, soprattutto all'estero".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La campagna elettorale senza fine&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Stefano Folli - Il Sole 24 Ore - 10 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di tutto ha bisogno l'Italia di oggi, tranne che di una tensione permanente ai vertici delle istituzioni. Viceversa, i capitoli di questo brutto romanzo d'appendice sembrano infiniti. E' vero, Berlusconi ha parlato ieri in una sede non istituzionale, ma politica (il congresso dei popolari europei).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuttavia egli era a Bonn - cioè fuori dei confini nazionali - non solo nella veste di capo del Pdl, bensì in quella di presidente del Consiglio in carica che parlava di fronte a una vasta rappresentanza della classe dirigente dell'Europa moderata. A cominciare da Angela Merkel.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ebbene, agli esponenti del più grande partito continentale Berlusconi ha offerto una fotografia drammatica e inquietante del suo paese. L'ossessione verso la magistratura politicizzata ha fatto aggio su tutto il resto, al punto che le angosce domestiche sono state riversate senza alcun filtro su di un uditorio perplesso e incuriosito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come in un intervento telefonico a un «talk show» serale, il presidente del Consiglio ha di nuovo delegittimato la Corte costituzionale, accusando di fatto gli ultimi tre capi dello Stato («tutti di sinistra») di aver coperto, volenti o nolenti, l'espropriazione della volontà popolare a vantaggio dei pubblici ministeri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa sarebbe «la verità senza ipocrisie», come ripetevano ieri sera i collaboratori del premier. Tuttavia si tratta, nella migliore delle ipotesi, di una verità politica, utile in una campagna elettorale. Al contrario, la verità istituzionale è diversa e parla di un sistema fondato sull'equilibrio delle garanzie, come previsto dalla carta costituzionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora pochi giorni fa Giorgio Napolitano aveva voluto rassicurare il premier: nessun fattore improprio ed extra-politico avrebbe stravolto il cammino di una maggioranza nata dal voto degli italiani. Era un richiamo alla validità di un meccanismo garantista che ha proprio nel Quirinale il suo arco di volta. E che nessuno Spatuzza, allo stato delle cose, sarà in grado di spezzare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fatto che Berlusconi affermi per l'ennesima volta di non riconoscersi in questo equilibrio, crea un problema politico-istituzionale piuttosto rilevante. La sfiducia conclamata verso la Corte Costituzionale e di fatto verso la presidenza della Repubblica (non parliamo della magistratura), mina nel profondo il patto istituzionale su cui si regge, non solo la legislatura, ma l'assetto complessivo dei poteri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sotto questo aspetto, il presidente del Consiglio ha esposto al congresso del Ppe un manifesto elettorale, una piattaforma per rivolgersi presto o tardi al popolo in cerca di una nuova investitura. Di sicuro il suo non sembrava il discorso di un personaggio desideroso di unire il paese, piuttosto era l'appello di un combattente che si prepara all'ultima battaglia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella sostanza, il Berlusconi di Bonn è, sì, un uomo esasperato dalle inchieste giudiziarie, ma è anche un leader politico che non teme di incrinare la stabilità istituzionale di cui dovrebbe essere il custode, in quanto capo della maggioranza. E c'è da dubitare che il vero significato dell'intervento di ieri sia il rilancio delle riforme costituzionali (dalla giustizia al presidenzialismo).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il centrodestra ha avuto per anni la possibilità di riformare il paese e, se si vuole, anche di riportare la magistratura nel suo alveo. Ma non lo ha fatto, lo ha solo minacciato. È tutto da dimostrare che domani, in un clima aspro e conflittuale, saranno centrati gli obiettivi mancati in un decennio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È molto più probabile che il premier si proponesse tre risultati immediati. Primo, ricompattare dietro di sé il centrodestra percorso da gravi lacerazioni, da Milano alla Sicilia. Il problema non riguarda solo il presidente della Camera, ancora ieri molto critico verso il discorso di Bonn. Tocca anche una Lega sempre più forte e autonoma nel Nord, come si è visto nella polemica contro il cardinale Tettamanzi. Berlusconi sentiva il bisogno di riproporre la sua leadership anche sul piano mediatico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo, le norme di salvaguardia giudiziaria, a cominciare dalla disciplina del «processo breve», incontrano crescenti difficoltà. Il fuoco dell'artiglieria berlusconiana serve a spianare il terreno e suona come monito agli organi costituzionali affinchè non mettano bastoni tra le ruote del governo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Terzo, il premier parla e agisce, in Italia e all'estero, come se fosse sempre alla viglia di un trionfo nelle urne. La tensione perenne gli serve per tenere pronto e vigile il suo elettorato. Ma tutto questo ha un prezzo ed è il logoramento istituzionale. La Costituzione subisce colpi gravi, soprattutto nell'immaginario collettivo, e nessuno Stato è in grado alla lunga di reggere un simile conflitto. La destabilizzazione non paga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Veleni e rischi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Massimo Franco - Il Corriere della Sera - 11 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;p&gt;La chiave per capi­re lo sfogo di Sil­vio Berlusconi da­vanti alla platea del Ppe, ieri a Bonn, è certa­mente l’esasperazione. Troppi veleni e troppe ten­sioni, anche nel centrode­stra; e troppa incertezza. Al­trimenti, non si capirebbe come un presidente del Consiglio dotato di una maggioranza schiacciante possa dire che «la sovrani­tà è passata dal Parlamen­to al partito dei giudici».&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lo stupore della platea fa pensare che il discorso sia stato iscritto più nella cate­goria delle stranezze italia­ne che in quella degli attac­chi alla democrazia, come sostiene l’opposizione: an­che se la scelta di parlare ad un congresso interna­zionale accentua l’imbaraz­zo. È come se da giovedì le ano­malie del Belpaese fossero state offerte al giudizio del­l’Europa. Le nazioni alleate sono state informate del rapporto tormentato fra magistratura e potere poli­tico; fra i processi e l’inve­stitura popolare di un capo di governo.&lt;/p&gt; &lt;p&gt; Il sospetto, pe­rò, è che il problema sia as­sai poco sentito fuori dai nostri confini; e che l’esportazione di un conflit­to istituzionale in una fase di crisi economica e finan­ziaria generalizzata sia ac­colta come un tema stacca­to dalla realtà.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I contraccol­pi interni, però, ci sono: so­prattutto per il nuovo attac­co alla Consulta. Berlusconi, l’uomo che ha forgiato e dominato la Seconda Repubblica, sem­bra diventato il suo invo­lontario picconatore. Eppu­re, è convinto di non esse­re lui a sferrare i colpi che rischiano di lesionare il Pa­ese: si considera la vittima di una serie di sabotatori annidati in un potere sen­za legittimazione popola­re; e senza diritto di repli­ca.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma in una lotta che ap­pare sempre più di soprav­vivenza, i rischi si moltipli­cano. Per questo il presi­dente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e quel­lo della Camera, Gianfran­co Fini, non potevano tace­re; e infatti la cosa più ru­morosa è il silenzio della seconda carica dello Stato, Renato Schifani. La «preoccupazione» ed il «rammarico» espressi da Napolitano fotografano una situazione in bilico.&lt;/p&gt; &lt;p&gt; Il fatto che Berlusconi abbia scelto di non replicargli di­mostra che la sua offensi­va non risponde ad una strategia a tavolino; che non c’è la volontà di rom­pere con il Quirinale, seb­bene le critiche del Pdl al presidente della Repubbli­ca segnalino un’ostilità strisciante.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La prospettiva di un governo costretto a procedere per altri tre anni in un clima di conflittuali­tà così accentuata fa venire i brividi. Promette un logo­ramento ed una paralisi de­cisionale dei quali paghe­rebbe il prezzo il Paese, ol­tre che Berlusconi. Il premier ribadisce la volontà di rivoluzionare le istituzioni.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma se davvero ne è convinto, non si spie­ga il senso di impotenza che filtra dalle sue parole sui giudici. Mai come in questi giorni si ha l’impres­sione di un Berlusconi combattuto fra voglia di uscire dall’accerchiamento tornando davanti al corpo elettorale, e consapevolez­za che il Paese gli chiede di governare. Per quanto giu­stificata da un contorno di veleni, l’esasperazione non è il consigliere migliore. E gli annunci non seguiti da scelte conseguenti posso­no rafforzare gli avversari.&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Rincorsa pericolosa&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Marcello Sorgi - La Stampa - 11 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ inutile girarci attorno: quello di Berlusconi ieri a Bonn, al congresso del Ppe, è stato un discorso di rottura, di un leader che sta prendendo la rincorsa per andare ad elezioni anticipate e che a questo punto conta solo sull’appoggio del popolo - del «suo» popolo - per uscire dalle difficoltà. Un piano esposto in un tono che il Presidente della Repubblica, anche lui nel mirino del premier, ha definito «violento», e che ha lasciato stupiti parte dei delegati europei cattolici moderati che erano lì ad ascoltarlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad evitare equivoci e a neutralizzare l’efficacia - ormai scarsa - degli unguenti e dei brodini che i più prudenti collaboratori del Cavaliere si affrettano a spargere e a distribuire da mesi, per lenire i bruciori provocati dalle sue ultime uscite, Berlusconi stesso, interrogato poco dopo il suo intervento, a proposito delle reazioni durissime che aveva provocato a Roma, da Fini all’opposizione fino al Quirinale, ha risposto che non aveva «niente da chiarire».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E aveva detto quel che aveva detto perché «stanco delle ipocrisie. Tutto qui».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non siamo insomma di fronte all’ennesima «uscita di pancia» di un uomo che ci ha abituato da sempre a un linguaggio fuori dalla politica, quando non antipolitico (ieri tra l’altro ha parlato di sé come di uno «con le palle»).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Semmai lo è stato, il Cavaliere non è più uno sprovveduto: è in carriera da quindici anni e sa benissimo quel che fa. Se ha scelto Bonn, e la platea del Ppe, per alzare la mira contro la Corte Costituzionale, i magistrati e gli ultimi tre Presidenti della Repubblica, è perché è consapevole che con questi argomenti e con questi obiettivi, la legislatura già avvitata su se stessa andrà verso un precipizio, e nessun accordo sarà possibile per salvarla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Né con la parte della sua maggioranza più vicina al presidente della Camera, giustamente convinto che le riforme, e soprattutto quella della giustizia, non debbano alterare l’equilibrio costituzionale tra i diversi poteri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Né tanto meno con quella parte dell’opposizione, che faticosamente, e d’intesa con Napolitano, stava valutando proprio in questi giorni la possibilità di un’intesa, magari provvisoria, per por fine alla guerra che s’è aperta dopo la cancellazione del lodo Alfano da parte della Consulta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per chi ancora nutriva qualche dubbio, ora è chiaro che di queste mediazioni, compromessi, accordi ipotizzati e sudati a costo di buona volontà e reciproche rinunce dei diversi interlocutori, a Berlusconi non importa niente. Non gli servono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’Italia com’è, e il suo sistema istituzionale che funziona normalmente, in cui appunto chi vince le elezioni governa, porta in Parlamento per farle approvare le leggi che fanno oggetto del suo programma, ma se poi sbaglia, o forza, o comunque fa qualcosa che non è previsto dalla Costituzione, incappa nella rete degli organi di garanzia, per Berlusconi non assomigliano per niente a ciò che ha promesso ai suoi elettori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dunque, sono da cambiare. Con le buone o con le cattive, con chi ci sta e contro tutti quelli che non ci stanno. Tra i quali ultimi, per inciso, il Cavaliere annovera i magistrati che da anni cercano vanamente - anche se talvolta in maniera persecutoria - di processarlo, e che per questo vanno assimilati a tutti gli altri suoi avversari «comunisti», presenti e nascosti, a suo giudizio, nelle pieghe dei poteri e dell’establishment nazionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal discorso di Bonn - pronunciato non a caso all’estero, per smentire il ritratto dell’Italia che a dispetto del Cavaliere i media stranieri fanno circolare in tutto il mondo - è lecito ricavare anche di che tenore sarà la prossima campagna elettorale del premier.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con al fianco Bossi, l’unico alleato che considera fidato e che ieri s’è affrettato, da solo, a schierarsi con lui, Berlusconi, ottenuto lo scioglimento delle Camere anche grazie al sostegno della Lega, con cui la trattativa preelettorale è molto avanti, si rivolgerà agli elettori con uno schema molto semplice.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non starà neppure a perdere tempo per sminuire le accuse che si porta sul collo o alleggerire il peso delle vicende personali che hanno macchiato la sua immagine. Dirà più o meno così: come sono io lo sapete, ma se non volete che tornino «quelli», votatemi anche stavolta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un giudizio di Dio. Voglia il Cielo che un Paese ridotto com’è riesca a evitare anche questa prova. O a sopportarla, con le ultime risorse, se davvero ci si arriverà.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4850260641517364701-5310770757791498706?l=enricosabatino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/5310770757791498706'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/5310770757791498706'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/2009/12/basta.html' title='BASTA!!!'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14265115901062177501'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SyIllVdK_7I/AAAAAAAABp4/rHVUGkauBf4/s72-c/basta.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-2911284484690566903</id><published>2009-12-10T02:41:00.006-06:00</published><updated>2009-12-10T03:25:27.324-06:00</updated><title type='text'>L'indipendenza del Kosovo al vaglio inutile della Corte Internazionale di Giustizia</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SyC811BeDEI/AAAAAAAABpw/Tnx3X9mm0vE/s1600-h/kosovo2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 156px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SyC811BeDEI/AAAAAAAABpw/Tnx3X9mm0vE/s320/kosovo2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5413534385051667522" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Tra pochi mesi si conoscerà il parere non vincolante della Corte Internazionale di Giustizia in merito alla legittimità della dichiarazione d'indipendenza del Kosovo, proclamata unilateralmente nel Febbraio 2008.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alcuni Paese UE come Spagna, Romania e Cipro ritengono illegale la dichiarazione d'indipendenza del Kosovo e, nonostante le pressioni dell'Unione Europea, continuano a rifiutarsi di riconoscere il Kosovo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il governo di Belgrado continua d'altra parte a considerare il Kosovo come parte integrante del proprio territorio - grazie all'appoggio di Russia e Cina - e qualche mese fa ha appunto ottenuto l'approvazione dell'Assemblea generale dell'ONU per chiedere alla Corte Internazionale di Giustizia di esprimersi sulla dichiarazione d'indipendenza kosovara.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il deferimento alla Corte da parte dell'Assemblea generale è una procedura molto rara, che è stata applicata anche nel 2003-2004 per documentare l'illegittimità del muro di sicurezza costruito da Israele nei confronti dei palestinesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma ormai per il Kosovo la strada dell'indipendenza è già stata decisa e spianata da molti anni e sarà difficile tornare indietro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Kosovo, scontro tra titani alla Corte di Giustizia Internazionale&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Nicola Sessa - Peacereporter - 10 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;p style="font-style: italic;"&gt;Si avvia alla conclusione il dibattito sulla legittimità dell'indipendenza del Kosovo. Scontro dialettico tra Usa, Russia, Cina e Spagna&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Venerdì si concluderanno le audizioni davanti alla Corte di Giustizia Internazionale (Icj) che dovrà prendere una posizione, non vincolante, sulla legittimità o meno della dichiarazione unilaterale di indipendenza pronunciata dal Kosovo il 17 febbraio del 2008. Ormai, tra i 28 paesi iscritti a parlare (più il Kosovo), i big hanno già presentato le loro osservazioni. Davanti ai 15 giudici della Corte si sono alternati Stati Uniti, Russia, Cina, Spagna , Francia.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Questo procedimento fa registrare, a margine, alcuni dati storici importanti: per la prima volta dopo 50 anni Russia e Stati Uniti si trovano avversari davanti a un tribunale internazionale; per la prima volta la Cina "compare" nelle aule dell'Icj; per la prima volta tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu prendono parte nello stesso procedimento; per la prima volta la Corte Internazionale si trova a esaminare una questione di natura territoriale.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Quelli che... il Kosovo non si tocca.&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;Il governo degli Usa, rappresentato da Harold Hongju Koh, ha fatto da capofila alla schiera dei paesi che chiedono alla Corte di "benedire" l'indipendenza del Kosovo: tutti allineati e coperti, Germania, Francia, Bulgaria, Ungheria, Croazia.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Gli Stati Uniti hanno invitato, pertanto, la Corte a rispettare la volontà del popolo del Kosovo e addirittura ad astenersi dal dare una propria opinione sulla legalità alla base della dichiarazione stessa. Secondo il rappresentate Usa, non bisogna guardare alla questione del Kosovo nell'ambito dell'autodeterminazione in accordo con le leggi di diritto internazionale, bensì trattarla come un caso unico.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il processo di indipendenza del Kosovo sarebbe maturato, stando alle parole di Koh, in relazione a tre eventi determinanti: la dissoluzione della Federazione Jugoslava, le ripetute violazioni dei diritti umani nei confronti degli albanesi del Kosovo, la Risoluzione 1244 del 1999 che pose fine alla guerra. Se "unico" è il caso del Kosovo, "uniche" sono anche le argomentazioni proposte dal delegato Usa. Secondo questi, infatti, non ci sarebbe nessuna violazione del diritto internazionale in quanto "le leggi internazionali non favoriscono né proibiscono il diritto all'autodeterminazione".&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E poi, da abile funambolo Koh ha aggiunto: "La Risoluzione 1244 non è garante dell'integrità territoriale della Serbia, ma della Repubblica Federale della Jugoslavia, che non esiste più", alludendo alla uscita del Montenegro dalla Federazione (dal 2003 Unione di Stati) e sorvolando sul fatto che il Kosovo fosse una provincia autonoma della Serbia.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Come se non bastasse, Koh ha aggiunto che "l'integrità territoriale deve essere rispettata dalle altre nazioni e non da entità interne". A ulteriore riprova che la Risoluzione 1244 non rappresenti un ostacolo alla indipendenza del Kosovo, il delegato Usa ha presentato il dato per il quale 9 dei 15 paesi del Consiglio di Sicurezza (Cs) che nel '99 votarono il documento hanno poi proceduto al riconoscimento delle autorità albanesi di Pristina.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Quelli che... il Kosovo è Serbia. &lt;/strong&gt;Ben altro peso e dignità ha assunto, invece, la Risoluzione nelle argomentazioni di chi chiede alla Corte di dichiarare illegittima l'indipendenza del Kosovo. Russia, Cina e Spagna si sono attenute a una più rigida interpretazione delle leggi.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tutte e tre seguono con particolare coinvolgimento la discussione in atto all'Aja perché, come la Serbia, si trovano ad affrontare simili pretese nazionalistiche entro i propri confini: Madrid è impegnata con i baschi, Pechino con gli uiguri e i tibetani, Mosca con i ceceni (sebbene, per onore di cronaca, i russi abbiano riconosciuto le due repubbliche secessioniste georgiane di Abkhazia e Ossezia del Sud). Tutte e tre sono convinte, con leggere sfumature, che fin quando il Consiglio di Sicurezza non revochi la Risoluzione 1244, le trattative tra Belgrado e Pristina dovrebbero continuare.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Rimanendo in piedi quel documento, nessuna della parti in causa poteva prendere delle iniziative unilateralmente, cosa che ha invece fatto Pristina. In nessun caso, diversamente da quanto ha sostenuto Washington, la Risoluzione poteva essere interpretata nel senso di "anticipatrice" dell'indipendenza del Kosovo come risultato finale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il rappresentate russo Kirill Gevorgian non ha risparmiato di criticare l'operato di Martti Ahtisaari, l'inviato del Segretario Generale Onu, che sovvertendo i contenuti della Risoluzione ha deciso di porre fine alle negoziazioni e raccomandare l'indipendenza del Kosovo come unica soluzione sostenibile, mentre il Consiglio di Sicurezza decideva di estendere le trattative e la Serbia offriva larghe autonomie, incluse le rappresentane nelle organizzazioni internazionali.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;"Con l'adozione della 1244/1999, il Cs non votava per l'indipendenza del Kosovo, né ché l'allora Repubblica Federale di Jugoslavia perdesse la sovranità su quella provincia", ha detto il rappresentate spagnolo Concepcion Escobar Herandez, "ma si cercò di bilanciare gli interessi delle due parti", ha continuato, ribadendo che gli albanesi del Kosovo non sono titolari dell'autodeterminazione, diritto questo riservato dalla Carta delle Nazioni Unite ai Paesi cui è riconosciuto lo status di colonia. &lt;/p&gt; &lt;p&gt;La decisione della Corte è attesa entro l'estate prossima. Secondo Belgrado il verdetto non può che essere favorevole alla Serbia, se i giudici si atterranno alle norme di indirizzo internazionali. Anche Pristina è convinta che la ragione sarà dalla parte delle "vittime". Gli scettici, e forse i benpensanti, si aspettano un provvedimento alla Ponzio Pilato, una decisione-non-decisione che non dica sì e non dica no. Un pareggio che per il Kosovo vorrebbe dire vittoria.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Serbia, al via dibattito sull'indipendenza di Pristina&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Nicola Sessa - Peacereporter - 1 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Per dieci giorni si avvicenderanno le delegazioni di 28 paesi. Atteso per l'estate il parere della Corte&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se per la Serbia non è una vittoria, la giornata di oggi ha almeno il sapore di una finale. È cominciata infatti martedì, davanti alla Corte di giustizia internazionale (Icj), la discussione sulla legittimità della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo. A prescindere da come andrà a finire (il parere della Corte non avrà effetto vincolante alcuno) si tratterà di un "processo" di importanza storica che produrrà comunque degli effetti collaterali sul proscenio internazionale. È la prima volta che l'Onu demanda alla Corte una decisione su una disputa territoriale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A turno, 28 paesi più il Kosovo compariranno davanti ai 15 giudici per rilasciare una propria dichiarazione e argomentare la posizione favorevole o contraria all'indipendenza autoproclamata da Pristina il 17 febbraio del 2008. "E' conforme alle leggi di diritto internazionale l'indipendenza dichiarata dal governo provvisorio del Kosovo?", questa la domanda a cui la Corte presieduta dal giapponese Hisashi Owada è chiamata a rispondere.     &lt;p&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;I serbi, minoranza in patria. &lt;/strong&gt;La prima delegazione a prendere la parola è stata quella guidata dall'ambasciatore serbo in Francia Dusan Batakovic. Tre ore di tempo per spiegare perché la dichiarazione del 17 febbraio contrasta con le norme di diritto internazionale di sovranità e integrità territoriale.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nella dichiarazione di apertura, Batakovic ha espresso il "sincero rammarico per le atrocità commesse in nome della Serbia durante il conflitto del Kosovo e per le ripetute violazioni dei diritti umani nei confronti degli albanesi tra il 1998 e il 1999", sottolineando che molti paramilitari e poliziotti serbi sono stati condannati dal tribunale serbo per i crimini di guerra.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ripercorrendo i fatti storici, il capo delegazione serbo ha richiamato anche le responsabilità dei guerriglieri dell'Uck rei di crimini ai danni dei serbi, degli albanesi rimasti leali a Belgrado e di altre minoranze etniche. Batakovic ha lamentato il fatto che da quando i kosovari albanesi hanno preso il comando tutte le maggiori città, eccetto Mitrovica, hanno subito un processo di pulizia etnica riducendo i serbi allo status di minoranza all'interno della propria nazione. &lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Reazione a catena. &lt;/strong&gt;Il ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremic ha presenziato alla seduta come uditore. È convinto che la Corte, se si atterrà al mero profilo del merito, non potrà che emettere un parere favorevole a Belgrado perché una "secessione su base etnica in tempo pace lede tutte le norme di diritto internazionale", che potrebbe determinare delle rivoluzioni geografiche in tutto il pianeta. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Anche il Kosovo, benché non abbia un seggio alle Nazioni Unite, ha avuto il permesso di partecipare alle audizioni come parte in causa. Il ministro degli Esteri di Pristna Skender Hyseni, coadiuvato dall'avvocato inglese Michael Wood, baserà le sue argomentazioni "sulle ripetute violazioni dei diritti umani ai danni degli albanesi", sul sangue delle 12 mila vittime della guerra, sulla memoria delle migliaia di deportati fuori dai confini del Kosovo. Sul pulpito si avvicenderanno gli altri 27 paesi fino all'11 dicembre, dopo di che la corte avrà un tempo indeterminato per arrivare a una soluzione (secondo alcuni non prima dell'estate prossima).&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sebbene il parere dell'Icj non sarà vincolante, il dibattito ha attirato l'attenzione dei media e di molti paesi che non hanno riconosciuto la sovranità del Kosovo perché direttamente toccati da problematiche simili: la Spagna con la regione basca, la Cina con lo Xinjiang, Cipro con i turchi nel lord dell'isola e così via.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il Kosovo ad oggi è stato riconosciuto da 63 paesi, tra cui gli Stati Uniti e 22 dei 27 membri dell'Unione Europea.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-weight: bold;"&gt;Kosovo, esami di democrazia&lt;/p&gt;&lt;p&gt;di Nicola Sessa - Peacereporter - 17 Novembre 2009&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-style: italic;"&gt;Arrivano i risultati e le congratulazioni della comunità internazionale. Ma davvero tutto si è svolto secondo le regole di democrazia e civiltà?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I kosovari hanno votato. Si trattava della prima tornata elettorale a livello locale da quando Pristina, nel febbraio del 2008, ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza da Belgrado. Era un esame importante non solo per le parti politiche in corsa, ma anche per l'Unione Europea considerato quanto sta investendo in Kosovo.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L'esame non è ancora finito, dal momento che in molti comuni si voterà ancora il 13 dicembre per il ballottaggio. I giudizi della comunità internazionale sono tutti positivi. Anche se l'afflusso alle urne non è stato caratterizzato da una larga partecipazione (quella dei serbi è stata scarsissima: dei 123 mila serbi iscritti alle liste solo 8 mila avrebbero espresso una preferenza), le operazioni si sarebbero svolte correttamente, "nel pieno delle regole della democrazia". Questo è quanto sostiene anche il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;L'eccezione dei brogli. &lt;/strong&gt;In realtà le accuse di brogli non hanno tardato ad arrivare e l'Akr (Nuova alleanza per il Kosovo) ha denunciato alcuni rappresentati dell'Aak di Ramush Haradinaj (Alleanza per il futuro del Kosovo) di aver agito in maniera fraudolenta in diversi seggi nel distretto di Gjakova.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mimoza Kusari Lila, candidata a sindaco della municipalità per la coalizione guidata dall'Akr, ha mostrato una clip ripresa con un telefono cellulare in un seggio di Demjan in cui si vedono un uomo e una donna aggiungere delle schede nelle urne. A Novoselo, i rappresentati di lista del suo partito sarebbero stati minacciati. In questo modo, sostiene Kusari Lila, il candidato dell'Aak ha conquistato la carica al primo turno evitando il ballottaggio.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Geografia politica.&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;Secondo i risultati diffusi dalla Commissione centrale elettorale, l'Ldk (Lega democratica del Kosovo) ha conquistato la vittoria a Pristina e Podjuevo, mentre il Partito democratico di Hashim Thaci ha già chiuso la partita a Gllogovc, Skenderaj e Ferizaj. Ramush Haradinaj ha confermato di essere il favorito nel suo feudo del Kosovo occidentale: all'Aak vanno Decan, Gjakova, Leposavic e Zvecan mentre i suoi candidati se la giocheranno il 13 dicembre a Kline, Istog, Rahovec e Suhareke.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Anche le due importanti e strategiche città del sud e del nord, Prizren e Mitrovica conosceranno il nuovo sindaco solo a metà dicembre. I risultati, di fatto, confermano e rispettano quelle che sono le "divisioni territoriali" in cui agiscono i tre più influenti uomini politici del Kosovo: il presidente Fatmir Sejdiu, il premier Thaci e l'ex premier e Haradinaj.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Un'accesa campagna elettorale. &lt;/strong&gt;Fin dai tempi della guerra del '99 Thaci e Haradinaj non si sono mai amati. E questo non è un segreto. Nel corso della campagna elettorale, si sono verificati due episodi che, invero, non fanno propriamente pensare a un democratico svolgimento delle elezioni.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Martedì 10, nel corso di un comizio a Decan, baluardo di Haradinaj, alcune persone hanno lanciato delle pietre contro il premier Thaci e la sua scorta. Il leader del Pdk ha accusato Haradinaj il suo Aak di essere dietro l'aggressione: "Ricordiamo a Ramush Haradinaj che il potere si conquista con il consenso e non con la violenza e le armi", ha fatto scrivere Thaci sul web site del Pdk. Due giorni dopo, il candidato a sindaco di Mitrovica per la lista dell'Aak è scampato a un agguato.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mentre viaggiava verso la città del nord etnicamente divisa tra serbi e albanesi, la sua automobile è stata colpita da diversi colpi di pistola. Hysni Ahmeti, il candidato sindaco, è rimasto illeso. I vertici dell'Aak hanno condannato l'episodio. Pur senza far riferimento ad alcun mandante, il partito ha comunque fatto allusione a un attacco di matrice politica.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"Le elezioni? Un successo"&lt;/span&gt;. &lt;/strong&gt;L'ambasciata Usa da un lato e il Rappresentate speciale per l'Ue Pieter Feith dall'altro hanno richiamato gli esponenti dei partiti politici a un comportamento corretto e a evitare "atti violenza e provocazioni".&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nonostante tutto il Segretario generale della Nato, A.F. Rasmussen, ha accolto le elezioni amministrative in Kosovo come un successo congratulandosi con le autorità e con la popolazione per come esse si sono svolte. Inoltre, Rasmussen ha espresso soddisfazione per la partecipazione dei kosovari serbi alle elezioni dimenticando la scarsa affluenza in città come Gracanica (dove i serbi sono la maggioranza) e il fatto che a nord del fiume Ibar non è stato istallato un solo seggio elettorale a causa di "difficoltà tecniche".&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E ancora, ma questo lascia il tempo che trova, una tale "Peggy", commentando una notizia sulle elezioni pubblicata sul sito specialistico &lt;em&gt;Balkaninsight, &lt;/em&gt;scrive: "Mi meraviglia quanti nomi presi dal cimitero siano stati spuntati come votanti nei registri ai seggi. A quanto pare hanno votato molti serbi morti, mentre quelli vivi si sono astenuti".&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;I sicari di stato del libero Kosovo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Zlatko Vujovic - www.clarissa.it - 9 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nessuno conosceva pubblicamente il nome di Nazim Bllaca, ora questo uomo è sotto la luce dei riflettori su tutti i media kosovari. Durante una conferenza stampa shock, Bllaca ha rivelato i retroscena di 17 omicidi politici commessi tra il 1999 ed il 2003 in Kosovo, per uno dei quali si è anche auto-accusato.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;    &lt;/p&gt; &lt;p&gt;Nazim Bllaca, attualmente sotto sorveglianza dei poliziotti di Eulex, la missione europea dislocata nel paese, è stato un membro dell'UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo) e poi agente, alla fine della guerra contro il regime di Milosevic, dello SHIK, il Servizio di Informazione del Kosovo, ovvero l'agenzia di intelligence legata al Partito Democratico dell'attuale primo ministro Hashim Thaci, uno dei principali leader di quello che fu l'UCK.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Bllaca ha raccontato di essere stato un membro della struttura responsabile degli assassinii dei dirigenti del partito rivale, la Lega democratica del Kosovo di Ibrahim Rugova, presentati dai mandanti come collaboratori dei servizi serbi. Le altre vittime sarebbero state testimoni che dovevano comparire davanti al Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia a L'Aia che doveva giudicare i comandanti dell'UCK.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Impressionante la massa dei dettagli nel racconto di Bllaca e la loro pianificazione che derivava direttamente, per via gerarchica, dai dirigenti dello SHIK, poi smantellato nel 2008. "Credevo di lavorare nell'interesse nazionale, che doveva essere il nostro riferimento, e il Kosovo intero" ha spiegato Nazim Bllaca, "ma era il contrario".&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tuttavia non sono solo i rimorsi che hanno condotto l'ex agente a queste drammatiche rivelazioni. Lui stesso spiega che dopo il mancato pagamento di un compenso di 220mila euro, si è allontanato dal servizio rifugiandosi con la famiglia in Croazia. Rientrato a Pristina, temendo per la sua vita, ha contattato la Eulex ponendosi sotto la sua protezione e rivelando i crimini di cui era a conoscenza.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La Eulex, da parte sua, incaricata di intervenire in appoggio alla polizia e magistratura kosovara, ha ritenuto di occuparsi in esclusiva del caso, apparendo chiaro che le accuse di Nazim Bllaca tirano in ballo direttamente tutta l'attuale leadership politica del Kosovo.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il presidente Fatmir Sejdiu e il primo ministro Hashim Thaci hanno pubblicato un comunicato comune per esprimere la loro fiducia nelle istituzioni kosovare e nella Eulex. Tuttavia hanno voluto specificare che gli "atti criminali nel periodo del dopo-guerra" non devono essere sottomessi a un "influsso politico", in particolare essere tenuti distinti dalla campagna elettorale in vista delle elezioni amministrative del 13 dicembre, il primo scrutinio che si tiene dalla proclamazione dell'indipendenza.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il vecchio primo ministro Ramush Haradinaj, presidente dell'Alleanza per l'avvenire del Kosovo (AAK), principale partito dell'opposizione ma anche lui, a sua volta, ex comandante dell'UCK, condivide questa posizione. "Non vogliamo trasformare questo caso giudiziario in un affare politico. Avremmo voluto, certo, che anche la magistratura kosovara fosse interpellata ma i giudici internazionali hanno l'expertise e l'esperienza. Hanno la nostra fiducia".&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La questione degli omicidi politici nel Kosovo del dopo guerra, a lungo passati sotto silenzio pur nella conoscenza e consapevolezza di molti, si trova per la prima volta sulla pubblica piazza. Le rivelazioni rischiano di succedersi con conseguenze imprevedibili.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il momento è delicato per il Kosovo. Oltre l'imminente voto, pende davanti alla Corte Internazionale di Giustizia una domanda dei Serbi per la dichiarazione di illegalità della proclamazione dell'indipendenza del Kosovo avvenuta il 17 febbraio 2008.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4850260641517364701-2911284484690566903?l=enricosabatino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/2911284484690566903'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/2911284484690566903'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/2009/12/lindipendenza-del-kosovo-al-vaglio.html' title='L&apos;indipendenza del Kosovo al vaglio inutile della Corte Internazionale di Giustizia'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14265115901062177501'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SyC811BeDEI/AAAAAAAABpw/Tnx3X9mm0vE/s72-c/kosovo2.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-4988211835124509764</id><published>2009-12-09T03:23:00.007-06:00</published><updated>2009-12-09T04:40:48.659-06:00</updated><title type='text'>Crisi economica in Grecia e le vecchie fallimentari ricette</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sx95N9A1hoI/AAAAAAAABpo/WN33pfh1y_0/s1600-h/atene-scontri-3.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 214px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sx95N9A1hoI/AAAAAAAABpo/WN33pfh1y_0/s320/atene-scontri-3.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5413178557745956482" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;In Grecia la crisi economica sta svelando il suo vero volto con tutte le annesse esplosive conseguenze a livello sociale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ieri poi la Commissione Europea, in una nota diramata dal commissario UE agli affari economici e monetari Joaquin Almunia, ha reso noto che "&lt;span style="font-style: italic;"&gt;sta monitorando la situazione della Grecia da molto vicino, in stretto contatto con il presidente dell'Eurogruppo, ed è pronta ad assistere il governo greco nel mettere a punto un programma di risanamento e di riforme complessivo, nel quadro delle misure previste dal trattato per gli Stati membri della zona euro&lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;[...] Prendiamo atto del fatto che la sostenibilità delle finanze pubbliche in Grecia attira l'attenzione dei mercati finanziari e delle agenzie di rating [...] La situazione difficile in uno Stato membro della zona euro è una questione che riguarda tutta l'area dell'euro&lt;/span&gt;".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'agenzia Fitch ha infatti ieri rivisto al ribasso il rating a lungo termine (da A- a BBB+, ma se si scende oltre BBB le obbligazioni di stato vengono considerate spazzatura) per l'aumento del debito pubblico e "&lt;span style="font-style: italic;"&gt;la bassa credibilità delle istituzioni finanziarie e il clima politico&lt;/span&gt;", anche se il presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker ha ribadito che il Paese non corre rischi di bancarotta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bontà sua...ma "&lt;span style="font-style: italic;"&gt;il programma di risanamento e riforme&lt;/span&gt;" che l'UE chiederà alla Grecia di mettere in atto avrà sicuramente pesanti risvolti per le tasche e il futuro della stragrande maggioranza dei cittadini greci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tanto per cambiare, la Grecia sarà costretta a varare un'altra riforma delle pensioni, a tagliare la spesa pubblica e ad aumentare le tasse. Insomma, le vecchie fallimentari ricette con i soliti effetti collaterali...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma anche l'Italia non è in una situazione molto diversa, così come il resto del globo...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Conti pubblici: come prima di Tangentopoli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Superbonus - http://antefatto.ilcannocchiale.it - 5 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Grecia non salterà, né arriverà vicina a un default almeno nel breve periodo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuttavia al ministero delle Finanze la mattina si svegliano e guardano con preoccupazione al debito del vicino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Grecia ha un rapporto debito/Pil del 110 per cento quest’anno e 120 per cento il prossimo, l’Italia ha un rapporto del 115 per cento e 117,3 per cento il prossimo anno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ vero che la Grecia spende di più dell’Italia ma quando gli investitori hanno iniziato a vendere i titoli greci contemporaneamente hanno venduto anche quelli italiani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così negli ultimi giorni l’allarme sul BTP che perdeva terreno in relazione ai titoli di Stato tedeschi ha destato molte preoccupazioni. Tutto rientrato a seguito delle misure fiscali straordinarie annunciate dal governo greco ? Non del tutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli investitori iniziano a preoccuparsi della dimensione del debito dei singoli Stati e chiedono rendimenti maggiori ai più indebitati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Approfittando dei tassi tenuti bassi dalla Banca centrale europea Giulio Tremonti ha avuto buon gioco a collocare i titoli del debito italiano che rendevano poco sopra il tasso di riferimento, ma nel 2010 tutti sanno che la musica cambierà e i suonatori non saranno più le Banche centrali e i governi ma gli investitori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il governo greco è stato costretto dai mercati a correre ai ripari annunciando misure fiscali e tagli alle spese senza precedenti, il governo italiano corre sul filo di un rasoio di cui solo il ministero delle Finanze sembra avere idea di quanto possa essere tagliente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il patto politico vero stipulato fra Berlusconi-Tremonti-Bossi e gli italiani si basa su tre principi fondamentali per gli imprenditori: fate quello che volete in termini fiscali (o evadete pure); per le famiglie a reddito fisso: non aumenteremo le tasse; per un grosso ceto dipendente da spesa pubblica e appalti: non taglieremo le spese improduttive e aumenteremo i grandi lavori pubblici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In cambio la società italiana lascia libero il presidente del Consiglio e i suoi alleati di perseguire i propri fini. Ma nello scenario greco tutto si inceppa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;O salta lo Stato o salta il patto. Le misure impopolari colpirebbero tutti e farebbero venire alla luce una finanza pubblica fatta di rinvii e condita da un incosciente tiriamo a campare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono in molti in questi giorni a dire che l’Italia di oggi è molto simile a quella che precedette Tangentopoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono in pochi a ricordare che prima di questa ci fu la crisi del debito pubblico italiano e la svalutazione della lira. A buon intenditor…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:large;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;GEAB 39 - Crisi sistemica globale - Parte I&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;da &lt;/span&gt;&lt;a href="http://informazionescorretta.blogspot.com/"&gt;informazione scorretta&lt;/a&gt; - 5 Dicembre 2009 &lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;Gli Stati di fronte alle tre scelte brutali del 2010: Inflazione, Forte pressione fiscale o Cessazione dei pagamenti. &lt;div&gt;&lt;br /&gt;Come già anticipato dal LEAP/2020 nel Febbraio scorso, in mancanza di un importante riassetto del sistema monetario internazionale, il mondo sta entrando attualmente nella fase della dislocazione geopolitica mondiale della crisi sistemica globale. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Per l’anno 2010, sul fondo della depressione economica e sociale e dell’accresciuto protezionismo, questa evoluzione sta così condannando la maggioranza degli Stati a scegliere fra tre scelte “brutali” e cioè: l’inflazione, la forte crescita dell’imposizione fiscale o la cessazione dei pagamenti. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Un numero crescente di paesi (USA, Regno Unito, Eurolandia [1], Giappone, Cina [2], avendo già sparato tutte le cartucce in materia di politiche di bilancio e di politiche monetarie nella crisi finanziaria del 2008/2009, non può più in effetti darsi altre alternative. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Tuttavia, per un riflesso ideologico, e per tentare di evitare con tutti i mezzi a loro disposizione delle scelte dolorose, essi nondimeno tentano di lanciare dei nuovi piani di stimolazione economica (spesso sotto altre denominazioni) perfino quando è diventato evidente che i formidabili sforzi pubblici di questi ultimi mesi miranti a rilanciare la crescita economica non saranno affatto recepiti dal settore privato. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In effetti il consumatore, come lo si è conosciuto ed inteso da parecchi decenni a questa parte è praticamente morto, e non esiste alcuna speranza di poterlo resuscitare [3]. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dato che oggi quasi il 30% delle economie dei paesi occidentali è costituito da “zombie economici” – istituzioni finanziarie, imprese, e perfino Stati, la cui sopravvivenza è dovuta soltanto alle massicce e quotidiane iniezioni di liquidità nel sistema effettuate dalle banche centrali, l’ineluttabilità della “ripresa impossibile” [4] è dunque confermata. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il “si salvi chi può” internazionale e sociale (in seno a ciascun paese) è così programmato, così come l’impoverimento generale dell’Ex Occidente, Stati Uniti in testa. In effetti stiamo assistendo in &lt;b&gt;diretta al fallimento dell’Occidente&lt;/b&gt;, con dei dirigenti incapaci d’affrontare la realtà del mondo successiva alla crisi, e che si ostinano a ripetere le ricette del passato per cui tutti possono constatarne l’inefficacia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo GEAB N° 39, il nostro gruppo ha deciso di sviluppare le proprie anticipazioni sull’evoluzione generale dell’anno 2010, il quale sarà caratterizzato da queste scelte da parte degli Stati principali, limitate alle tre scelte brutali che sono l’inflazione, la forte pressione fiscale o la cessazione dei pagamenti, e di tutti i loro vani tentativi per evitare queste scelte dolorose. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Essendo la morte del consumatore, così come l’abbiamo conosciuto per una trentina di anni, una delle cause di questo impasse dei piani di rilancio, analizziamo il fenomeno in questo numero del GEAB così come le conseguenze per le imprese, il marketing e la pubblicità. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In materia geopolitica sviluppiamo altresì in questo GEAB N° 39 le anticipazioni di LEAP/2020 riguardo la Turchia in previsione del 2015, sia nei confronti della NATO che della UE. Resta inteso che presenteremo le nostre raccomandazioni mensili così come i risultati dell’ultimo Global/Eurometre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Le ricette del passato senza effetto sulla crisi sistemica globale&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Le possibilità per gli Stati di sfuggire alle tre scelte brutali si riassumono in due speranze molto semplici: che riprendano o i consumi oppure che gli investimenti privati. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Senza una o l’altra di queste dinamiche positive, gli Stati non avranno altra scelta nel 2010 che quella d’aumentare in maniera significativa le imposte per fronteggiare gli enormi deficit pubblici, lasciare che l’inflazione corra affinché si riduca il peso del loro indebitamento oppure dichiararsi insolventi. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Alcuni fra loro, come gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Irlanda, l’Argentina, la Lettonia e forse anche la Spagna, la Turchia, il Dubai o il Giappone potrebbero dover scegliere di usare le tre opzioni contemporaneamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora, sul fronte dei consumi come su quello degli investimenti, le tendenze sono molto negative. Il consumatore riceve da tutte le parti pressioni ad economizzare in maniera duratura, a rimborsare i suoi debiti e, più generalmente, a rifiutare (volontariamente o meno) il modello di consumo occidentale di questi ultimi trenta anni [5] che porta la crescita, segnatamente negli Stati Uniti e nel Regno Unito, a dipendere quasi interamente da lui [6]. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Quanto alle imprese, la loro mancanza di visibilità (per essere positive) o le loro previsioni negative provocano una caduta degli investimenti che le restrizioni al credito, organizzate dalle banche, non fanno altro che accentuare [7]. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;L’investimento pubblico cozza dal suo lato con i propri limiti di bilancio perché i piani di rilancio non potranno essere prolungati o rinnovati in maniera significativa salvo far crescere ancora di più i deficit pubblici e condannarsi, da qui alla fine del 2010, a dovere assumere simultaneamente due delle tre scelte brutali [8]. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In effetti gli Stati devono affrontare pressioni crescenti (opinione pubblica, organismi di controllo, operatori privati) [9] per riequilibrare le loro situazioni di bilancio che sono come minimo inquietanti e spesso pericolose. Tanto vale dire subito che gli investimenti pubblici per il periodo 2010/2011 sono condannati a ridursi come una pelle di zigrino (“Zigrino, pelle di grossi pesci, di superficie granulosa e scabra che, conciata, serve a fabbricare scarpe, coperture di borse e di libri…” Qui il riferimento è al fatto che i bilanci 2010/2011 avranno una dimensione molto limitata, per analogia con la pelle di zigrino che, solo dopo la conciatura, aumenta considerevolmente di superficie – NDT).&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Per quel che riguarda la domanda esterna, si assiste ad una saturazione completa: tutti vogliono ormai esportare, per trovare il consumatore avido o l’impresa che vuole investire, al loro vicino, e questo a causa della mancanza di domanda interna. Il mito dominante è che l’Asia, e la Cina in particolare, fornirà questo “nuovo consumatore all’occidentale”. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Oltre al fatto che ci saranno molti chiamati e pochi esclusi non cinesi o non asiatici per approfittare del mercato della regione, immaginare che il consumatore (cinese, asiatico) sarà così avido così come quello occidentale, oramai moribondo, vuol dire non fare caso alla natura sistemica della crisi attuale. Eppure L’industria del lusso ed i suoi insuccessi attuali in Asia ne forniscono una buona illustrazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E allora che cosa resta?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’ “economia “zombie” rappresenta oramai una parte considerevole dell’economia mondiale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Banche centrali&lt;/b&gt; che continuano ad approvvigionare i mercati finanziari di liquidità sperando che, ad un dato momento, questo immenso sforzo quantitativo provocherà un salto qualitativo verso l’economia reale. Pretendendo sempre che la crisi non rifletta un problema d’insolvenza generalizzata delle banche, dei consumatori, degli organismi pubblici e di parecchie imprese, in particolar modo negli Stati Uniti, nel Regno Unito, le banche aspettano Godot creando le condizioni per una forte inflazione e per un crollo delle loro rispettive monete nonché delle loro finanze pubbliche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Stati&lt;/b&gt;, che assumendo senza batter ciglio tutte le colpe delle banche e seguendo nondimeno ancora e sempre i consigli dei banchieri, si sono indebitati al principio aldilà di ogni ragionevolezza, poi aldilà del sopportabile, e che oggi si apprestano a tagliare drasticamente le spese pubbliche [10] aumentando fortemente le imposte, in modo da tentare di evitare la bancarotta [11].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;“Zombie economici” &lt;/b&gt;[12], privati o pubblici, che compongono oramai una parte considerevole delle economie occidentali e cinesi: Stati in corso di cessazione dei pagamenti effettivi (come il Regno Unito o gli Stati Uniti) ma che nessuno tecnicamente dichiara come tali, imprese in fallimento ma che continuano a lavorare come se niente fosse per evitare una disoccupazione ancora più massiccia [13], banche insolventi [14] per le quali si modificano le regole contabili e che si fanno ingrandire per meglio nascondere i loro attivi oramai senza valore, al fine di respingere il più tardi possibile la loro implosione [15].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Mercati finanziari&lt;/b&gt; che nutrono i loro rialzi con liquidità graziosamente offerte dalla banche centrali [16] preoccupate di restituire al consumatore/operatore di borsa il sentimento della ricchezza, affinché ricominci a essere se stesso ed a consumare in modo massiccio mentre tutte le categorie di attivi [17], come l’oro per esempio, sono egualmente in rialzo (e spesso in modo molto forte), segno d’una inflazione già ben vigorosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Disoccupati&lt;/b&gt; che s’accumulano a decine di milioni dentro e fuori le statistiche ufficiali, garanzia di un 2010 socialmente brutale e commercialmente ubicato sotto il segno del protezionismo per la salvaguardia dell’impiego (attraverso le barriere tariffarie, ambientali o sanitarie, o attraverso delle semplici svalutazioni competitive), mentre i governanti si domandano per quanto tempo ancora potranno sostenere il costo globale del risarcimento di questa disoccupazione massiccia, senza alcuna ripresa all’orizzonte [18].&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_qF5SGx8dNAI/SxqkJj8J6MI/AAAAAAAAA4I/wrDnEhOlSLU/s1600-h/evoluzione-disocc.JPG"&gt;&lt;img src="http://4.bp.blogspot.com/_qF5SGx8dNAI/SxqkJj8J6MI/AAAAAAAAA4I/wrDnEhOlSLU/s320/evoluzione-disocc.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5411818386412398786" style="margin: 0px 10px 10px 0px; float: left; cursor: pointer; width: 320px; height: 188px;" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Evoluzione del tasso di disoccupazione in Eurolandia e negli USA (1991 - 2009) – Fonte: Eurostat, Ufficio Statistico del Lavoro, Morgan Stanley&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;LEAP/2020 aveva già scritto in Febbraio e Marzo 2009 che senza una rielaborazione completa del sistema monetario internazionale prima dell’estate 2009, il mondo si sarebbe orientato ineluttabilmente verso questa situazione di dislocazione geopolitica globale, tipo “una grandissima depressione” a livello planetario, basata sul crollo del pilastro americano del passato. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ci siamo [19]. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dietro le cifre che, perfino adulterate [20], non riescono più nascondere il deterioramento della situazione economica e sociale mondiale, e la continuazione della discesa agli inferni dell’economia e della società americana, è questa realtà che si profila chiaramente adesso e che diventerà una evidenza per tutti da qui all’inizio del secondo trimestre del 2010.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo GEAB N° 39 il nostro gruppo tenta, come ogni mese, d’anticipare queste principali evoluzioni affinché ciascuno, personalmente o nelle sue mansioni, possa prepararsi al meglio al contesto molto difficile del 2010: l’anno dove le ricette del passato mostreranno definitivamente la loro inefficacia per contenere la crisi sistemica globale.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;NOTE:&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;[1] Tra tutte le grandi nazioni solo la Germania di Angela Merkel può ancora farlo e lo farà poiché il cancelliere tedesco ha deciso di mettere in funzione un nuovo piano di rilancio basato su … delle diminuzioni di imposte. Si può difficilmente fare una cosa più ideologica e disconnessa dalla realtà di questa! La Germania si deve dunque attendere da qui alla fine del 2010 un forte peggioramento della sua situazione di bilancio e … a dei forti rialzi delle imposte per tentare di rimediare in qualche modo al tracollo fiscale. Per il nostro gruppo l’accecamento ideologico dei dirigenti occidentali in materia fiscale in questa fine del 2009 non ha paragoni se non con quello dei dirigenti comunisti nei primi mesi del 1989: nessuna comprensione del fatto che le vecchie ricette non funzionano più. E come il “buon comunista” non era più disposto ad obbedire passivamente, oramai il “buon consumatore occidentale” non è più disposto a consumare attivamente. Ma, è vero che nessuno ha mai detto che Angela Merkel, Nikolas Sarkozy o Barack Obama capiscono qualcosa di Economia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[2] La Cina può ancora dotarsi di un piano di stimolazione economica ma il problema cinese , come gi è stato analizzato da LEAP/2020, sconta la lentezza dell’emergenza di una domanda interna sufficiente per rimediare in qualche modo al crollo delle esportazioni. E, all’occorrenza, nessuno stimolo può “comprare” questo tempo mancante , questo decennio necessario affinché la Cina sviluppi una forte domanda interna. Il 2010 mostrerà questo fatto, una volta che la cortina fumogena, generata dal rialzo stimolato della produzione, si sarà dissipata tutti constateranno che questa produzione non è stata smerciata … per mancanza di acquirenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[3] questo video illustra perfettamente e con umorismo il cambiamento radicale del modo di consumo che sta prendendo campo negli Stati Uniti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[4] vedere GEAB N° 37&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[5] sviluppiamo quest’analisi in un altro capitolo di questo GEAB N° °39&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[6] Nel 2008 il consumo familiare rappresentava il 70% del PIL americano ed il 64% del Regno Unito contro il 56% in Germania ed il 36% in Cina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[7] Fonte: MarketWatch, 09/11/2009; IrishTimes, 27/10/2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[8] Secondo LEAP/2020 l’amara ironia della situazione è che in effetti gli Stati che rifiutano, in questa fine del 2009, d’affrontare frontalmente la prospettiva delle tre scelte brutali, si danno così i mezzi per barcamenarsi al meglio entro le tre, si condannano a dovere affrontare simultaneamente due delle tre da qui alla fine del 2010. È come indietreggiare per saltare peggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[9] E così, a causa della sua impopolarità, il “secondo stimolo USA” (che sarà infatti il terzo se ci si ricordasse del piano di riduzione delle imposte di G.W. Bush nel 2008) è in preparazione in forma “non riscontrabile”. Si tratterà di una serie di misure le più disparate che l’amministrazione Obama eviterà di presentare dentro un piano unico in modo da nasconderne la sua vera natura. Nella stessa categoria, si trova anche il “grande prestito” del governo francese che Nikolas Sarkozy tenta di far passare per un investimento di lungo termine ma che Bruxelles reintegrerà nel debito francese come un semplice piano di stimolazione economica a breve termine. Delle politiche inefficaci prese le si passano così a delle politiche inefficaci nascoste … che grande vittoria sulla crisi! Fonte: TheKatyCapsule, 22/10/2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[10] L’OCSE è chiara su questo punto: per uscirne, i paesi occidentali devono tagliare vigorosamente tutte le spese per l’istruzione, la sanità, i programmi sociali, … l’Irlanda, modello tra i modelli di questi stessi OCSE, UE o FMI appena due anni fa, s’appresta a dare l’esempio: prima nella frenesia consumatrice ultra-liberale, prima nell’austerità ultra-liberale. Non c’è da meravigliarsi che delle massicce manifestazioni abbiano invaso le strade delle grandi città del paese. Fonte: FinancialTimes, 22/09/2009; RTENews, 06/11/2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[11] Fonte: EUObserver, 10/11/2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[12] È interessante leggere la definizione molto dettagliata dell’”economia zombie” proposta da PA Consulting Group il 10/11/2009.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[13] Occorre in effetti andare oggi a passeggiare per le strade delle grandi città del Nord America o dell’Europa per constatare che molte insegne continuano a brillare per attirare l’acquirente, ma che esse non sono altro che apparenza ingannatrice d’imprese in fallimento mantenute artificialmente in vita a colpi di denaro pubblico o di ristrutturazioni dall’avvenire incerto come per CIT, GM, Chrysler, Saab, Opel, Karstad, Quelle, Iberia, Alitalia, … In apparenza tutto si muove come fosse normale, ma in materia di salute economica, è una malattia che colpisce sempre più profondamente tutto il tessuto delle imprese, popolate di veri zombies. In Cina, gli zombies sono le fabbriche che girano senza clienti grazie alle sovvenzioni di Stato. Tutti questi “morti economici che vivono” rappresentano il passaggio progressivo nell’economia reale da 20.000 a 30.000 miliardi di Dollari d’attivi fantasma analizzati nei GEAB precedenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[14] Fonte: Bloomberg, 02/11/2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[15] il termine “Banca Zombie” ha oramai la sua definizione in Wikipedia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[16] Fonte Financial Times , 22/10/2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[17] Escluso l’immobiliare&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[18] Poco più di 324.000 Dollari per ogni impiego creato (secondo le cifre della Casa Bianca), ci si può domandare in effetti per quanto tempo ancora queste politiche inefficaci potranno essere perseguite. Fonte: Global Economic Trend Analysis , 31/10/2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:large;"&gt;GEAB 39 - Crisi sistemica globale - II parte&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;da &lt;a href="http://informazionescorretta.blogspot.com/"&gt;informazione scorretta&lt;/a&gt; - 7 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-style: italic;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;La fine del consumatore come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 30 anni&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Il consumatore americano, incarnazione del Sogno Americano dai tempi di Ford, è deceduto. &lt;div&gt;&lt;br /&gt;Ma anche il consumatore occidentale (fuori dagli USA) come lo conosciamo negli ultimi 30 anni si sta consumando. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Oltre a questo, LEAP / E2020 ritiene che sarebbe sbagliato pensare che gli asiatici e i latinoamericani rimpiazzeranno queste "macchine da consumo".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;La nuova povertà del consumatore americano&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riguardo gli USA, per più di 2 anni, il nostro team ha anticipato i cambiamenti in corso considerati come il problema della insolvenza generalizzata del consumatore americano. Già alla fine del 2006, avevamo detto che il &lt;b&gt;potere d'acquisto delle famiglie americane&lt;/b&gt; sarebbe stato &lt;b&gt;dimezzato &lt;/b&gt;dal processo della &lt;b&gt;crisi sistemica globale&lt;/b&gt;. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Secondo i trend economici in corso negli USA, e visto il disperato e vano tentativo di far ripartire il consumo delle famiglie, questo è esattamente quanto sta accadendo al di là dell'atlantico: il consumatore americano è defunto perchè non ha più soldi e non avrà più quelli che ha avuto negli ultimi decenni. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Punto, fine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel frattempo, l'irresistibile ascesa della disoccupazione (presto al 20% della popolazione attiva, senza riduzioni significative nei prossimi 10 anni) fornisce le condizioni per un impoverimento generalizzato della maggior parte delle famiglie americane.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;Nuova multipolarità del consumatore occidentale&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Giappone, molte nazioni di Eurolandia e Canda, il prossimo decennio potrebbe essere marcato da un relativo impoverimento se comparate all'Asia in particolare (ma anche paragonate all'america latina), comunque non ci sarà un totale crollo del potere d'acquisto della famiglia media.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In queste nazioni, due eventi alternativi giocheranno un ruolo principale: la generazione dei baby boomers sarà rimpiazzata dalle prossime generazioni, e le generazioni non occidentali inizieranno ad influenzare il processo di consumo e le interazioni economiche:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;li&gt;le &lt;b&gt;generazioni europee&lt;/b&gt;, giapponesi, canadesi , ... nate dopo gli anni 60 e 70 inieranno ora a battere il ritmo, sapendo che sono molto più eterogenei della relativamente monolitica generazione dei baby boomer. Di conseguenza, i consumator&lt;b&gt;I&lt;/b&gt;, anziche' &lt;b&gt;IL&lt;/b&gt; consumatore, incarneranno queste generazioni. Naturalmente questi trend sono già in corso e la crisi è un catalizzatore, un acceleratore. &lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;&lt;ul&gt;&lt;li&gt;le &lt;b&gt;generazioni non occidentali&lt;/b&gt;, tipicamente asiatiche e latinoamericane, sono ora all'origine dei nuovi trend di consumo e delle nuove interazioni tra consumo, risparmio e investimento, molto diverse da quando praticamente un solo tipo di comportamente, quello americano, determinava tutti gli altri. &lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;Il consumatore tornerà ad essere un pagatore di tasse&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La crisi avrà un altro effetto, particolarmente destabilizzante, sul consumatore occidentale. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Al di là dell'impoverimento reale, più o meno rilevante a seconda della nazioni, diventerà (di nuovo) un pagatore di tasse, sapendo che la situazione si ridurrà nella stessa proporzione la sua natura di "consumatore". &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Secondo il nostro team, entro la fine del 2010 la maggior parte delle nazioni occidentali dovranno aumentare le tasse in modo significativo per evitare il falimento delle finanze pubbliche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutti i discorsi attuali ed i progetti di stabilizzare o abbassare le tasse dureranno tanto quanto possono durare le promesse che non si possono mantenere, suggerite dalla codardaggine politica e/o cieca ideologia: molto poco. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Nonostante questo, gli stati torneranno a mettere le mani nelle tasche dei cittadini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In un contesto di recessione o stagnazione economica, le conseguenze saranno immediate e brutali: il consumo delle famiglie si ridurrà nella stessa proporzione. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;Uscire dalla crisi: in collisione con la realtà, stato reale delle cose alla fine del 2009&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Gli USA, UK, o anche il Giappone, che tentano di evitare il default, o la Francia e la Germania lasciate senza altra scelta che alzare le tasse entro la fine del 2010, in ogni caso, nel 2010, quando l'inflazione colpirà i beni di prima necessità e gli asset speculativi, le politiche anti crisi e la realtà della crisi sistemica globale entreranno in collisione.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;b style="font-style: italic;"&gt;Negli USA la situazione econmica e sociale contrinua a deteriorarsi&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La disoccupazione ha raggiunto il 10% [...] ma è in realtà sopra al 17%.&lt;br /&gt;Nel frattempo, i salari hanno visto il &lt;a href="http://www.usatoday.com/money/economy/2009-10-15-cola-wages-drop-recession_N.htm"&gt;peggior declino negli ultimi 18 anni&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il mercato immobiliare puo' sopravvivere solo grazie all'enorme supporto pubblico (85% dei nuovi prestiti sono assicurati dallo stato, il governo federale offre 8000 USD per ogni nuovo acquirente, la Fed contribuisce con ogni mezzo, incluso il tasso zero). &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In ogni caso, le foreclosure continuano a crescere al ritmo di più di 300.000 ogni mese per l'ottavo mese a fila, mentre le banche accumulano grandi quantità di proprietà che non osano mettere sul mercato per paura di far crollare il mercato immobiliare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I default aziendali stanno crescendo, colpendo soprattutto la piccola e media impresa, e molte banche regionali &lt;a href="http://www.bankimplode.com/"&gt;falliscono ogni settimana&lt;/a&gt; . Anche le famiglie sono &lt;a href="http://money.cnn.com/2009/11/04/news/economy/October_consumer_bankruptcy/index.htm?postversion=2009110412"&gt;colpite da questo trend&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I servizi pubblici si stanno contraendo, gli stati e le amminiztrazioni municipali devono lasciare a casa persone o semplicemente fermare servizi sociali e di amministrazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La caduta senza fine del dollaro, che secondo il nostro team non si fermerà molto presto, hoh è riuscita a ottenere una equivalente riduzione del deficit commerciale; inoltre, ora contribuisce alla spinta inflattiva (prezzi dell'energia in particolare). &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;La&lt;b&gt; rivalutazione dello Yuan&lt;/b&gt; sarà &lt;b&gt;impossibile &lt;/b&gt;da portare avanti al ritmo blando inizialmente pianificato da Pechino, ora costrettta a rivalutare nel 2010/2011, il che contribuisce ad alimentare l'inflazione negli USA. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Inoltre, l'effetto combinato della caduta della moneta americana e della contrazione economica nel 2009 provoca meccanicamente una forte &lt;b&gt;riduzione del peso economico degli USA nel mondo&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Calcolato in Euro o in Yen, il PIL americano è già sceso dal 15% al 20% rispetto al 2008. In un mondo dove &lt;b&gt;la supremazia del dollaro è ora pubblicamente sfidata&lt;/b&gt;, questo tipo di calcoli iniziano a diventare molto rilevanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per concludere, in un momento in cui gli esperti dichiarano che il picco dei piani di stimolo all'economia dovrebbe rivelare il massimo impatto, il nostro team stima che in realtà ha solo marginalmente fermato il crollo dell'economia americana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli USA, l'anno 2010 sarà sotto il segno dell'inflazione crescente dei beni di prima necessità (cibo ed energia in particolare) ed il bruciante dilemma di aumentare le tasse o fare praticamente deafult.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Eurolandia, aumento delle tasse nel 2010&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;In Europa, ci focalizziamo su Eurolandia. In realtà abbiamo già estensivamente descritto la situazione inglese nelle edizioni precedente e, a questo punto, puo' essere riassunta con il fatto che è una situazione ancora peggiore degli USA e che Londra sarà la destinazione ideale per lo shopping di Natale grazie ad una Sterlina al collasso.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Nell'Eurozona, la situazione è ancora diversa tra nazioni come Irlanda e Spagna da una parte, e Germania e Francia (naturalmente....! il think tank europe2020 dimostra come sempre la sua natura mitteleuropea, NDFC) dall'altra. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Comunque, LEAP/E2020 stima che l'Eurozona sperimenterà una forte "febbre da tasse" durante la seconda metà del 2010. Spagna e Irlanda hanno già iniziato. &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Francia e Germania stanno posponendo il momento più possibile, ma il rapido deterioramento della loro situazione fiscale non lascia loro alcuna scelta.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="grey"&gt;&lt;b&gt;«È stato di polizia», e scoppia la rivolta&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Stefano Liberti - Il Manifesto - 8 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;         &lt;span style="font-style: italic;" class="grey-l"&gt;Il Pasok mostra il suo volto duro: decine di feriti e fermi preventivi per arginare la rabbia delle nuove generazioni che ritengono non sia cambiato nulla dalla fine della dittatura&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ragazzo raccatta una pietra, la solleva e la lancia contro i poliziotti schierati a una ventina di metri. «Porci sbirri, andatevene! - grida con rabbia - Questa è per Alexis». Andreas ha sedici anni appena compiuti, l'età che avrebbe oggi Alexandrous Grigoropoulos se non fosse stato ucciso da un poliziotto esattamente un anno fa. Intorno, con i volti coperti, decine di suoi coetanei scaricano improperi e sassaiole contro «la polizia assassina» e lo «stato fascista».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La generazione dei quindicenni, anima della rivolta che l'anno scorso aveva messo a ferro e fuoco la capitale greca per tre settimane in seguito alla morte di Alexis, è tornata in piazza ieri e domenica, per commemorare l'anniversario di quel giorno maledetto. Insieme a loro, migliaia di giovani e meno giovani, movimenti anarchici, membri dei partiti di sinistra (soprattutto della coalizione Syriza), insegnanti e lavoratori della scuola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due manifestazioni tesissime, segnate da tafferugli, lanci di lacrimogeni come se piovesse, qualche vetrina rotta, cassonetti bruciati, decine di feriti (almeno venti, fra cui sedici poliziotti) e centinaia di arresti. Un bilancio tutto sommato neanche troppo alto, soprattutto se si considerano le premesse iniziali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È infatti una città letteralmente militarizzata quella che accoglie i manifestanti: fin da giovedì, 10mila poliziotti sono minacciosamente schierati in tenuta anti-sommossa a presidiare le strade, collocati strategicamente nella zona dell'università e poco più in alto a Exarchia, il quartiere «caldo» dove è stato ucciso Alexis.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ordine è imperativo: «Non lasceremo che i vandali mettano a sacco Atene», ha dichiarato pubblicamente Michalis Chrisochoidis, il ministro per la «sicurezza del cittadino» (come è stato ribattezzato dal nuovo governo socialista del Pasok l'ex «ministero dell'ordine pubblico»).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E così è stato: il nuovo governo ha deciso di mostrare il volto duro. Ha dato ordine alla polizia di rispondere alle provocazioni e, soprattutto, ha disposto l'arresto di centinaia di presunti manifestanti facinorosi come misura preventiva. Più di quattrocento persone sono state fermate non solo nella capitale, ma anche a Salonicco, Patrasso, Ioannina e Creta. Fra questi i cinque italiani - quattro uomini e una donna - bloccati sabato sera a Exarchia con cappucci e bastoni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negozi chiusi, strade bloccate, distribuzione di sciarpe e maschere anti-gas, la zona centrale di Atene sembra fin dall'inizio il terreno di combattimento di un'imminente battaglia campale. Da una parte i manifestanti, dotati delle arance amare che punteggiano gli alberi lungo i viali, di sassi e di qualche bottiglia molotov.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dall'altra i poliziotti, armati di scudi, manganelli e grandi quantità di lacrimogeni. La lotta si annuncia da subito senza esclusione di colpi. Perché la manifestazione di fatto è «contro la polizia», contro quei «porci sbirri» che solo un anno fa hanno assassinato Alexis. I poliziotti non sono il bersaglio più vicino per colpire altri obiettivi più lontani, come il governo. Sono il nemico principale. La loro presenza vistosa ed evidente è vista come una provocazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ostentazione delle loro armi irrita la gente in piazza, la loro vicinanza è motivo di continui insulti. Il «porci sbirri andatevene» riecheggia senza sosta. Partono le sassaiole. I lacrimogeni cominciano a volare ancora prima che i manifestanti si mettano in marcia e punteggiano tutti e due i cortei, che vengono spezzati a più riprese, per poi velocemente ricompattarsi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I giovani in piazza non si lasciano intimidire e fa davvero impressione vedere ragazzi di quindici-sedici anni destreggiarsi così bene con le tecniche della guerriglia urbana, armati di sassi, molotov, mascherine e boccette di malox contro i lacrimogeni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La rabbia è palpabile, sia nei cortei che in alto a Exarchia, l'area diventata di fatto il fulcro della protesta. L'ingresso dei poliziotti in massa nel quartiere negli ultimi giorni è considerato l'ultima provocazione del ministro Chrisochoidis. «La Grecia è uno stato di polizia. Non è cambiato niente dalla fine della dittatura», tuona Panos, un manifestante cinquantenne che dice di scendere in piazza «per il mio diritto a bere una birra senza che mi sparino addosso».&lt;br /&gt;Ma fuori da Exarchia e dal Politecnico occupato, la musica è diversa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quasi tutti i media plaudono al governo che è riuscito a controllare la protesta e ha evitato che la situazione degenerasse come l'anno passato. Le televisioni e i giornali si concentrano sul ferimento del rettore dell'università, colpito mentre cercava di fronteggiare un gruppo di giovani che voleva occupare la facoltà di lettere. Gli organi di stampa lo danno colpito da un infarto e definiscono le sue condizioni gravi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I manifestanti postano su indymedia una foto in cui si vede il rettore lasciare l'università sulle proprie gambe e accusano i giornalisti di non menzionare nemmeno il caso di una donna investita da un poliziotto in moto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al di là di questi episodi, l'impressione è che la solidarietà che aveva segnato i moti del dicembre del 2008 sia evaporata. Sembra che la maggioranza della popolazione greca assista, impassibile se non con un po' di fastidio, alle manifestazioni che commemorano l'anniversario della morte del giovane Grigoropoulos.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La crisi economica che morde, la disoccupazione a due cifre, i salari da fame, le prevaricazioni della polizia non sono motivo di mobilitazione popolare. Al contrario, spingono la gente a guardare avanti e a sperare nelle politiche del nuovo governo socialista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Pasok può incassare anche questa vittoria, dopo quella elettorale del 4 ottobre, e affrontare ora il principale problema del paese: il deficit e la minaccia di default. Andreas e i suoi compagni possono continuare a lanciare le loro pietre, ma il timore è che cadranno nel vuoto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4850260641517364701-4988211835124509764?l=enricosabatino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/4988211835124509764'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/4988211835124509764'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/2009/12/crisi-economica-in-grecia-le-vecchie.html' title='Crisi economica in Grecia e le vecchie fallimentari ricette'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14265115901062177501'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sx95N9A1hoI/AAAAAAAABpo/WN33pfh1y_0/s72-c/atene-scontri-3.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-7901441908976768919</id><published>2009-12-08T03:46:00.009-06:00</published><updated>2009-12-08T04:23:19.959-06:00</updated><title type='text'>Iraq: ennesima ondata di violenza in vista delle elezioni</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sx4nhObkPMI/AAAAAAAABpg/9eQCIfTMg04/s1600-h/baghhhdaaddd.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 213px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sx4nhObkPMI/AAAAAAAABpg/9eQCIfTMg04/s320/baghhhdaaddd.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5412807253908798658" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A 48 ore dall'approvazione della nuova legge elettorale è puntualmente riesplosa la violenza in Iraq.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È infatti di oltre 100 morti e quasi duecento feriti il bilancio ancora provvisorio di una serie di esplosioni avvenute oggi in diversi punti di Baghdad, provocate molto probabilmente da varie autobombe. &lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una delle esplosioni è avvenuta a Dora, poco dopo un'autobomba è esplosa nella zona di Nahda, davanti ad un edificio dove sono ospitati uffici del ministero degli interni, un'altra nei pressi di un ufficio giudiziario davanti alla moschea al Nidaa, nel quartiere al Qahiria, un'altra ancora nei pressi dell'università al Mustansiriya, poco distante dall'ingresso del ministero del lavoro e degli affari sociali, mentre la quinta è esplosa nei pressi della piazza al Rusafi, nel centro della capitale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ultimo sanguinoso attentato nella capitale irachena è del 25 ottobre scorso quando un duplice attentato aveva provocato 165 morti e oltre 500 feriti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come era facilmente prevedibile, il periodo pre-elettorale sarà sempre più contraddistinto dall'ennesima nuova ondata di violenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="title"&gt;&lt;h2&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:100%;" &gt;&lt;span style="font-family:georgia;"&gt;Tutti contenti della nuova legge elettorale&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h2&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-family:georgia;font-size:100%;" class="content"  &gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;  di Ornella Sangiovanni&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt; - www.osservatorioiraq.it - 7 Dicembre 2009&lt;/span&gt;  &lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sarebbero stati i kurdi, e non l’eventualità di un secondo veto da parte del vice presidente Tariq al Hashimi, il fattore che rischiava di far saltare l’accordo faticosamente raggiunto fra le diverse forze politiche sulla legge elettorale. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;" class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8580"&gt;Approvata dal Parlamento&lt;/a&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt; nella versione definitiva (la terza) dieci minuti prima della mezzanotte di ieri. Appena in tempo. Con il sì di tutti i deputati presenti – 138 su 275, il minimo per il quorum.&lt;/span&gt;  &lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La stampa statunitense oggi riferisce non solo di una febbrile attività, nel corso di tutto il fine settimana, da parte dei diplomatici della Missione Onu in Iraq (UNAMI) e di quelli dell’ambasciata Usa a Baghdad, ma di pressioni al massimo livello – telefonate a tarda notte da parte del vice presidente americano Joe Biden, nonché dello stesso presidente Barack Obama – a Mas’ud Barzani, il presidente della regione autonoma del Kurdistan. &lt;/span&gt;  &lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Colloqui che oggi sono stati confermati dal portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs.&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;Pressioni, ma anche – pare – garanzie. Secondo il deputato kurdo Faryad Rawanduzi, da Washington dovrebbe arrivare un comunicato relativo proprio alle promesse fatte a Barzani nel corso delle telefonate notturne. Impegni in tal senso sarebbero stati strappati anche alle Nazioni Unite.&lt;/span&gt;  &lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunque sia, è andata. Il compromesso raggiunto fra le diverse forze politiche, oltre a scongiurare un secondo veto da parte di Hashimi, la cui opposizione aveva determinato una situazione di stallo che porterà comunque a un rinvio delle elezioni legislative &lt;/span&gt;&lt;a style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;" class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8570"&gt;di almeno un mese&lt;/a&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;, apparentemente soddisfa tutti.&lt;/span&gt;  &lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il vice presidente, dopo il sì del Parlamento al testo emendato, ha ritirato formalmente il &lt;/span&gt;&lt;a style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;" class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8517"&gt;primo veto&lt;/a&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;, contento di quella che ha definito “una vittoria storica per il popolo iracheno”.&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;E ora si parla di andare a votare il 27 febbraio - data che già l’UNAMI aveva &lt;/span&gt;&lt;a style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;" class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8570"&gt;definito “fattibile”&lt;/a&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt; &lt;strong style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;&lt;br /&gt;Tutti contenti?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt; &lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;La legge elettorale, nella sua versione definitiva, non è molto diversa da quella &lt;/span&gt;&lt;a style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;" class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8465"&gt;approvata l’8 novembre&lt;/a&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt; – la stessa a cui Hashimi aveva posto il veto, in quanto non avrebbe garantito una rappresentanza adeguata agli iracheni che vivono all’estero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;I negoziati febbrili degli ultimi giorni hanno riguardato soprattutto il numero di seggi da assegnare alle 18 province in cui è diviso l’Iraq, senza scontentare nessuno – sunniti, sciiti, e kurdi – questi ultimi, sul piede di guerra, avevano &lt;/span&gt;&lt;a style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;" class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8511"&gt;minacciato di boicottare le elezioni&lt;/a&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;, sostenendo che le tre province che compongono la loro regione autonoma del nord (Irbil, Dohuk, e Sulaimaniya) erano state penalizzate.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;E proprio per accontentare tutti, i seggi del nuovo Parlamento passano dagli attuali 275 a 325 – restituendo alle province a maggioranza sunnita quelli persi con il primo emendamento alla legge elettorale, &lt;/span&gt;&lt;a style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;" class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8536"&gt;approvato&lt;/a&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt; il 23 novembre.&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;Dei 325 seggi, 310 saranno distribuiti fra le province: i restanti 15 sono i cosiddetti “seggi di compensazione”, e comprendono quelli riservati alle minoranze – cristiani, yazidi, sabei-mandei, e shabak.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;La &lt;/span&gt;&lt;a style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;" class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8584"&gt;ripartizione dei seggi che vanno alle province&lt;/a&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt; è contenuta in un allegato, approvato anch’esso ieri assieme alla legge elettorale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;In assenza di un censimento generale della popolazione, che è stato &lt;/span&gt;&lt;a style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;" class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8158"&gt;rinviato al prossimo anno&lt;/a&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;, per il conteggio sono state utilizzate le statistiche del ministero del Commercio (ovvero i dati delle tessere del razionamento governativo) relative al 2005, con l’aggiunta di un 2,8% annuo, per tener conto della crescita media della popolazione – aumento che è stato applicato a tutte le province.&lt;/span&gt;  &lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, tutto a posto – o quasi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-weight: normal;"&gt;Ora dall’UNAMI esortano il Consiglio di presidenza – ovvero il presidente della Repubblica Jalal Talabani e i suoi due vice - a far presto e a fissare una data per le elezioni. Di tempo se ne è perso fin troppo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Non chiudono ancora le carceri Usa&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Ornella Sangiovanni - www.osservatorioiraq.it - 7 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="content"&gt;Oltre alla data delle elezioni, in Iraq slitterà anche il calendario previsto per il trasferimento agli iracheni dei detenuti ancora in custodia delle forze statunitensi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche se una data precisa non è mai stata fissata, si era parlato di gennaio 2010 – il 10 gennaio, per l’esattezza, quando &lt;span class="yshortcuts1"&gt;Camp Taji, la più grande delle strutture di detenzione ancora gestite dagli americani, avrebbe dovuto essere consegnata alle autorità di Baghdad.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ora le previsioni sono per fine febbraio o primi marzo (curiosamente coincidenti con le nuove date possibili per le elezioni legislative), ha detto oggi il capitano Brad Kimberly, un portavoce militare americano – senza dare alcuna spiegazione per il ritardo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La comunicazione di Kimberly è contenuta in una e-mail. “Intendiamo trasferire o rilasciare quasi tutti i detenuti in nostra custodia entro fine agosto 2010”, si legge nel messaggio. “Tuttavia, lavorando assieme al governo iracheno, potremmo trattenerne circa un centinaio, su loro richiesta. Sarebbero i detenuti più pericolosi”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La consegna alle autorità di Baghdad di tutti i detenuti in custodia delle forze Usa è fra le varie disposizioni dell’”accordo di sicurezza”, il cosiddetto SOFA, firmato dall’allora Amministrazione Bush con il governo dell’Iraq a fine 2008, dopo mesi di lunghi e faticosi negoziati. Esso prevede che il loro rilascio avvenga in modo “sicuro e ordinato”. O che vengano consegnati al sistema della giustizia iracheno, se è stato determinato che ci sono buone ragioni per tenerli in carcere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal 2003, data dell’invasione del Paese, per le carceri gestite dagli americani in Iraq sono passati in circa 100.000. Dal gennaio di quest’anno, sempre in base al SOFA, gli americani non possono più arrestare un iracheno se non con un mandato del magistrato – iracheno, a sua volta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo le cifre fornite da Kimberly, 7.499 detenuti sarebbero stati rilasciati dagli inizi dell’anno, e 1.441 consegnati alle autorità irachene. Le forze Usa ne tengono ancora in custodia 6.466.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8259"&gt;Chiuso a settembre&lt;/a&gt; &lt;span class="yshortcuts1"&gt;Camp Bucca&lt;/span&gt;, la maggiore delle strutture carcerarie, in mezzo al deserto nell’estremo sud del Paese, sarebbe dovuto toccare a Camp Taji, appunto il 10 gennaio 2010. Per ultimo &lt;span class="yshortcuts1"&gt;Camp Cropper&lt;/span&gt;, dove si trovano, fra gli altri i cosiddetti “detenuti eccellenti”, nei pressi dell’Aeroporto internazionale di Baghdad – ad agosto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A sentire Kimberly, la decisione spetterebbe agli iracheni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“In ultima analisi, è il governo dell’Iraq che decide chi resta nelle nostre strutture, e per quanto tempo”, dice il portavoce militare statunitense.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E fra quelli che restano in carcere, a Camp Cropper, c’è anche Ibrahim Jassam – cameraman e fotografo che lavorava per la Reuters.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=6352"&gt;Arrestato più di un anno fa&lt;/a&gt; nella sua abitazione di Mahmudiya, circa 30 km a sud di Baghdad, le accuse precise nei suoi confronti non sono mai state rese note.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel dicembre 2008 un tribunale iracheno ne aveva &lt;a class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=6748"&gt;ordinato il rilascio&lt;/a&gt;, per mancanza di prove.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prove che invece ci sarebbero – secondo gli americani. Solo che sono secretate. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;I postini iracheni mettono la prorpia vita nelle mani di Dio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di &lt;span class="content"&gt;Sammy Ketz - &lt;/span&gt;&lt;span class="content"&gt;Agence France Presse - 27 Novembre 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="content"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Traduzione di Arianna Palleschi per Osservatorio Iraq&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="content"&gt;Alle 10:20 del 25 ottobre, il postino Mussa Sallus ha consegnato delle lettere in una banca presso il Ministero della Giustizia di Baghdad. Cinque minuti dopo essere uscito dall’edificio, un’onda d’urto lo ha scaraventato a terra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“ Ringrazio Dio per avermi salvato la vita,” dice Sallus, che si trovava a poco meno di trecento metri dall’edificio quando è esploso un camion-bomba, uccidendo decine di persone, molti dei quali bambini che si trovavano nell’asilo per i dipendenti del ministero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un minuto dopo, un secondo attentatore  si è diretto con un minibus carico di esplosivo verso l’entrata della sede del municipio di Baghdad, situata a soli 800 metri di distanza, innescando un’esplosione che ha fatto salire il bilancio delle vittime a 153.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questi attentati sono stati i più sanguinosi che hanno colpito l’Iraq in oltre due anni, ferendo centinaia di persone, e causando ingenti danni a decine di edifici vicini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando Sallus, che percorre le strade della capitale irachena da 27 anni, è tornato all’ufficio postale, i suoi colleghi pensavano che fosse un fantasma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“ Mi hanno detto di stare a casa”, ricorda il 56enne scapolo. "Ma il giorno dopo ero al mio posto; in Iraq siamo abituati a questo tipo di situazioni: non è un motivo per smettere di lavorare”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A differenza di quanto avviene nella maggior parte dei Paesi, e di com’era durante il regime del dittatore spodestato Saddam Hussein, i postini iracheni non indossano un’uniforme che li distingua, sebbene una proposta per un abbigliamento standard sia al vaglio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’ufficio postale del distretto di Salhiya, nel centro di Baghdad, ha 46 dipendenti; tra loro ci sono sei postini, uno dei quali per poco non è stato ucciso in un simile attentato simultaneo, il 19 agosto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Avevo appena finito una consegna di raccomandate al Ministero degli Esteri, quando è arrivato”, dice Abdul Hussein Tuma, descrivendo il camion-bomba suicida che ha ucciso decine di dipendenti del Ministero e abitanti della zona.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuma, anch’egli 56enne, stava per entrare nella &lt;em&gt;Green Zone&lt;/em&gt;, considerata la zona più sicura di Baghdad e luogo di residenza di diplomatici e lavoratori internazionali, che è parte del suo settore, ma ha iniziato a correre scioccato verso il Ponte della Repubblica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Le persone inorridivano quando mi guardavano, quindi mi sono fermato e ho visto che ero coperto di sangue”, dice Tuma, “veterano” che lavora per le poste da 30 anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli attacchi ai Ministeri degli Esteri e delle Finanze dello scorso agosto hanno ucciso 95 persone, ferendone circa 600. Questo evento ha  spaventato Tuma, ma non lo ha dissuaso dal fare i suoi giri di consegne il giorno successivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ovviamente sono tornato al lavoro”, dice. “ Cos’altro si può fare? È la routine. Dio decide quando morirò. Io sono sopravvissuto perché così ha voluto”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli ultimi 18 mesi, la violenza è diminuita notevolmente; nonostante ciò, i ribelli, fedeli a Saddam e ad al-Qaeda – accusati dal governo per gli attentati contro i ministeri – hanno chiaramente ancora una notevole capacità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sebbene ci siano stati dei miglioramenti dal punto di vista della sicurezza e l’ambiente lavorativo sia migliore, il servizio postale non sta prosperando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il numero di lettere e pacchi consegnati a livello nazionale si è dimezzato – da 10 a 5 milioni tra il 2002 e il 2008, a quanto mostrano le ultime statistiche disponibili - e i profitti sono scesi da 2,5 a 1,7 miliardi di dollari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paradossalmente, però, il numero dei lavoratori delle poste è cresciuto - da 1.600 a 2.864: un andamento che si ripete in tutto il settore pubblico dell’Iraq, che predomina, e viene utilizzato, fra le critiche internazionali, per limitare la forte disoccupazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sono 330 postini in tutto il Paese – rispetto ai 150 di sette anni fa – dice alla &lt;em&gt;Agence France Presse&lt;/em&gt; Hannah Ali, direttrice amministrativa e della pianificazione degli uffici postali. Di questi, 130 lavorano a Baghdad.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dall’invasione guidata dagli Usa, che ha rovesciato Saddam sei anni fa,  a oggi, sono stati tre i postini che hanno perso la vita in attentati; altri tre sono morti in attacchi di natura confessionale, dice la Ali, e un altro è stato ucciso a colpi di arma da fuoco in un crimine il cui movente è ancora da chiarire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abdul Razak Talib, 43 anni, postino capo a Salhiya, ricorda un episodio avvenuto ad Haifa Street, la zona più pericolosa della capitale al culmine dell’insurrezione  nel 2006.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ero sul motorino con il mio collega per consegnare le bollette del telefono, quando i ribelli ci hanno detto di tornare indietro perché stavano per iniziare a combattere”, dice. “ Conoscevano le nostre facce, ma, per loro, non facevamo parte del conflitto”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli attacchi contro i ministeri hanno dimostrato che i postini si trovano ad affrontare, ancora oggi, un ambiente di lavoro precario, e i ricordi delle esplosioni giornaliere, che hanno polverizzato la città durante gli anni seguiti all’invasione, sono ancora vivi.&lt;br /&gt;Un attentato a Shawaf Street, una via principale affollata, piena di ristoranti, resta vivido nella mente di Talib.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ho temuto per la mia vita”, dice. “ Ho attraversato la strada, e l’attentatore suicida, che indossava una cintura imbottita di esplosivo, si è fatto esplodere pochi secondi dopo”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’attentato del 19 giugno 2005 ha ucciso 23 persone, compresi 6 poliziotti, vicino alla &lt;em&gt;Green Zone&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“È un miracolo che così tante esplosioni non abbiano ucciso un numero maggiore di miei colleghi”, dice Talib, con il sorriso sulle labbra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Dio deve pensare che facciamo parte di una missione umanitaria”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Amnesty: fermare immediatamente le esecuzioni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;da www.osservatorioiraq.it - 5 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="content"&gt;L’Iraq ha giustiziato almeno 120 detenuti quest’anno, e altri 900 sono ancora nel braccio della morte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La denuncia arriva da Amnesty International, che in un &lt;a class="blu" href="http://www.amnesty.org/en/news-and-updates/news/over-900-people-death-row-iraq-face-imminent-execution-20091204" target="_blank"&gt;comunicato&lt;/a&gt; ieri ha chiesto al governo di Baghdad di sospendere immediatamente tutte le esecuzioni, sottolineando che alcuni dei condannati a morte “lo sono stati probabilmente dopo processi iniqui”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fra loro ci sono 17 donne: le sentenze sarebbero già state ratificate dal Consiglio di presidenza (composto dal presidente della Repubblica Jalal Talabani e dai suoi due vice) – e perciò sarebbero definitive.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’Iraq ha reintrodotto la pena capitale (in vigore ai tempi di Saddam Hussein) nell’agosto 2004, dopo una breve moratoria seguita all’invasione guidata dagli Usa e alla caduta del regime nell’aprile 2003. Normalmente, le esecuzioni vengono eseguite per impiccagione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"In un Paese che ha già uno dei più alti tassi di esecuzione al mondo, la prospettiva che queste statistiche possano aumentare in modo significativo è in effetti inquietante", sottolinea Philip Luther, vice direttore del programma Medio Oriente e Nord Africa dell’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’approssimarsi delle elezioni legislative, previste nei primi mesi del 2010, non aiuta, osserva il comunicato di Amnesty: il governo di Baghdad sta infatti cercando di presentarsi come capace di affrontare con il pugno di ferro la criminalità, e di tenere sotto controllo l’assai precaria situazione della sicurezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esponenti politici dell’opposizione hanno espresso la preoccupazione che le esecuzioni dei condannati a morte possano essere utilizzate dal premier Nuri al Maliki e dalla sua coalizione politica a fini di propaganda elettorale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo Amnesty, nel 2008 in Iraq erano state condannate a morte almeno 285 persone e 34 giustiziate. Nel 2007, le condanne erano state almeno 199, 33 delle quali eseguite.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non esistono cifre ufficiali sul numero di detenuti in attesa di esecuzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sulla pena di morte, l’attuale leadership irachena è divisa: con il Primo Ministro Nuri al-Maliki che ne è un ardente sostenitore, mentre il presidente Jalal Talabani è contrario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo che ha scelto un atteggiamento ponziopilatesco: ovvero di delegare la ratifica delle sentenze ai suoi due vice, Tariq al Hashimi e Adel Abdel-Mahdi. Che, evidentemente, si fanno meno problemi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Finanziamenti dall'estero a personalità politiche in vista delle elezioni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;da www.osservatorioiraq.it - 4 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="content"&gt;La data delle elezioni legislative &lt;a class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8570"&gt;si allontana&lt;/a&gt;, ma fra le forze politiche irachene cresce la preoccupazione che quando si andrà al voto il suo esito possa essere influenzato da fattori che nulla hanno a che fare con una competizione corretta e trasparente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uno dei problemi riguarda i finanziamenti che arriverebbero dall’estero ad alcuni partiti, movimenti, e personalità – con l’obiettivo di influenzare la situazione in Iraq.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La denuncia arriva da Muwaffaq al Rubai’e,  ex consigliere per la sicurezza nazionale, ora Segretario Generale del movimento “&lt;em&gt;al Wasat&lt;/em&gt;” (in arabo, “il centro”), che sostiene di avere informazioni in merito, e minaccia di fare i nomi – delle forze politiche e delle personalità irachene che ricevono soldi da fuori, e in particolare dai Paesi confinanti, per la loro campagna elettorale – se su questo non ci sarà subito un accordo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rubai’e &lt;a class="blu" href="http://www.aawsat.com/details.asp?section=4&amp;amp;article=546895&amp;amp;issueno=11328" target="_blank"&gt;dice&lt;/a&gt; [in arabo] al quotidiano arabo &lt;em&gt;al Sharq al Awsat&lt;/em&gt; che le informazioni in suo possesso confermano l’esistenza di tali finanziamenti, e sono “molto precise”. Se quelli che ricevono questi finanziamenti esteri (partiti e personalità) dovessero vincere le elezioni, sottolinea l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, le ingerenze esterne nella situazione irachena diventeranno inevitabili.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Manca una legge sui partiti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Il problema è l’assenza di una legge sui partiti – che regolamenterebbe, fra le altre cose, anche la questione dei finanziamenti. Una bozza che era stata messa a punto non ha fatto molta strada, con il Parlamento bloccato per mesi sulla questione della legge elettorale. E così la patata bollente è stata rinviata alla nuova Assemblea – quella che uscirà, appunto, dalle elezioni, che erano previste per metà gennaio 2010. Data che ormai &lt;a class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8570"&gt;slitterà&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che cosa si può fare allora per istituire un minimo di controllo sulle casse di partiti, movimenti, e singoli che si preparano a correre per un seggio in Parlamento?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo Rubai’e, dovrebbe intervenire la Banca centrale irachena, “dato che questi soldi sono da considerarsi denaro politico, che ha l’obiettivo di sabotare il processo politico in Iraq, e di confondere il processo elettorale” – il tutto “per interferire negli affari iracheni”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E i nomi? L’ex consigliere per la sicurezza nazionale, che è entrato di recente con il suo movimento nella &lt;em&gt;Iraqi National Alliance&lt;/em&gt;, la coalizione che raggruppa le principali forze sciite (ma &lt;a class="blu" href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=8120"&gt;non il partito del premier Nuri al Maliki&lt;/a&gt; - al Da’wa), per ora si limita alle minacce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Adesso non è il momento opportuno per rivelare i nomi”, dice ad &lt;em&gt;al Sharq al Awsat&lt;/em&gt;, “ma se la situazione continuerà così, saremo costretti a farlo”.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4850260641517364701-7901441908976768919?l=enricosabatino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/7901441908976768919'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/7901441908976768919'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/2009/12/iraq-ennesima-ondata-di-violenza-in.html' title='Iraq: ennesima ondata di violenza in vista delle elezioni'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14265115901062177501'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sx4nhObkPMI/AAAAAAAABpg/9eQCIfTMg04/s72-c/baghhhdaaddd.JPG' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-8708999164015683321</id><published>2009-12-06T01:22:00.005-06:00</published><updated>2009-12-06T01:44:36.240-06:00</updated><title type='text'>Update italiota</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sxte2rxNZfI/AAAAAAAABpY/kGlYablG7As/s1600-h/itamafia.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 240px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sxte2rxNZfI/AAAAAAAABpY/kGlYablG7As/s320/itamafia.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5412023670770853362" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Il consueto update italiota con alcune "perle" dell'ultima settimana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Color Viola Costituzione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Fabrizio Casari - Altrenotizie - 6 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;p&gt;Un milione di persone? Cinquecentomila? Sono tante. Tantissime. Ancor di più se si considera che arrivano spontaneamente, con un passa parola degno dei nostri tempi, su Internet.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sono i social-network, i blog e i siti internet a fornire e a gestire l’idea di un raduno di popolo.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In un’Italia sommersa dall’informazione di regime, dove il controllo totale del Presidente del Consiglio sui mass-media si avverte in tutta la sua virulenza, la comunicazione dal basso, quella piena di entusiasmo e povera di risorse, per un giorno ribalta il mercato della circolazione delle idee.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ad organizzare questo pezzo di popolo non ci sono partiti, sindacati, gli specialisti dell’organizzazione, coloro insomma in qualche modo deputati a convocare. Nella chiarezza che la forza di questo governo risiede innanzitutto nella debolezza cronica dell’opposizione ufficiale, qualcuno si è rimboccato le maniche, come in un’emergenza nazionale. Sono arrivati a Roma con treni, pullman, aerei e navi, macchine e moto: tutto quello che trasporta andava bene per esserci.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L’opposizione di oggi si autoconvoca, si autodisciplina, si dà un colore e un tono, un obiettivo massimo di gran lunga simile a quello minimo: dire forte e chiaro che di questo governo non ne possono più.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non propone campagne, non chiede riforme, non vuole scambi, non ammette inciuci. Ha nella Costituzione della Repubblica il suo riferimento valoriale, il suo programma politico; ha in coloro che la calpestano o che la ignorano i suoi avversari.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le facce. Sono facce normali e straordinariamente serene quelle di chi marcia. Una manifestazione di popolo autentica, fatta da chi è comunista, da chi un tempo lo é stato e da chi non lo è mai stato, da chi è democratico e da chi non si è mai nemmeno autodefinito. Ma la domanda di tutti è una e una sola: dov’è finita la sinistra?&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A manifestare ci sono, certo, la Federazione della Sinistra e l’Italia dei Valori. Ci sono perché vogliono e perché devono, se in qualche modo aspirano a rappresentare quanti, anche senza di loro, sarebbero stati in piazza lo stesso. Non c’è invece, tanto per cambiare, il Partito Democratico: e questo, invece, merita una riflessione.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Se un milione di persone si mobilitano contro il governo senza - anzi nonostante - il principale partito d’opposizione (così almeno si autodefinisce il PD) non è perché non avvertano la necessità di saldare l’opposizione di piazza e quella parlamentare.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quel milione di persone che ieri manifestava a Roma, non voleva né cercava una distanza programmatica dal PD; è il PD che invece ha deciso che a quella manifestazione non si doveva partecipare, é il PD che ha stabilito, unilateralmente, una distanza da quella piazza.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Perché? Perché Bersani ed il suo gruppo dirigente ha ritenuto di restarne fuori? Eppure in buona sostanza quel milione di persone rappresentano una parte importante del blocco sociale di opposizione culturale e politica a Berlusconi ed al berlusconismo.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Rifiutarsi di aderire balbettando poco credibili distinguo tra il promuovere e l’aderire, poi dividersi al suo interno tra chi va e chi non va, per poi ritrovarsi schiacciati tra un governo e la sua opposizione, ugualmente indifferenti alla sua presenza o alla sua assenza, rappresenta infatti, per l’ennesima volta, la raffigurazione di un’armata Brancaleone che procede in ordine sparso, di un partito che, così, non serve a niente ed a nessuno. Peraltro, succede che molti dei suoi militanti ed elettori in piazza ci siano, cosicché gli errori di valutazione si sommano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;C’è nei vertici del PD un errore di valutazione figlio di una cultura profondamente sbagliata nell’interpretare lo scenario politico del Paese. Se si ritiene - come vuole Violante - che Berlusconi debba difendersi non solo &lt;em&gt;nei &lt;/em&gt;processi ma &lt;em&gt;dai&lt;/em&gt; processi e che la politica debba normalizzare il conflitto tra la giustizia e il potere e, nello stesso tempo, si pensa che scendere in piazza contro il governo non sia una strada perseguibile, come si crede possa cadere Berlusconi? Sostiene, il PD, che Berlusconi non cade con la piazza.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Una perla di saggezza, un pensiero acuto. Come se qualcuno avesse pensato che Berlusconi possa dimettersi se non obbligato. per dimettersi bisogna avere una cultura delle istituzioni, un senso del dovere, tutte qualità che Berlusconi non possiede. Ma se invece non andiamo in piazza si dimette?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sembra di capire che il PD ritenga lo scenario del golpe di Palazzo l’unica strada percorribile. Che sia cioè l’alleanza tra Fini, Casini, Montezemolo e il raggiungimento del livello di non ritorno nei rapporti all’interno del PDL - come nel ’94 con la rottura tra il Cavaliere e Bossi - l’unico cammino percorribile per la crisi di governo e l’uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Allora, a proposito di velleitarismo, sappiano i vertici del PD che Berlusconi non cadrà forse per le manifestazioni di piazza, ma nemmeno per Fini, Casini e Montezemolo, che sono fortissimi nei salotti e piccoli nelle urne.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L'opposizione fa bene ad ascoltare ogni spiffero nella porta del governo, a tendere le orecchie per leggerne le contraddizioni interne. Ma basta questo? Un'opposizione che non dialoga con il blocco sociale e culturale che vorrebbe rappresentare si candida all'autoreferenzialità politica.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Un'opposizione che non sa presidiare i luoghi per eccellenza della democrazia, si candida ad un ruolo subalterno e tutto centrato sul tecnicismo parlamentare; tecnicismo inutile, poi, visti i numeri alla Camera e al Senato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il Parlamento e la piazza sono due momenti inscindibili l'uno dall'altro e non saremo certo noi a negare la centralità delle Istituzioni. Ma senza la piazza c’é il silenzio, il bisbigliare delle manovrine da cortile. Con la piazza si manda un messaggio preciso e potente ai disegni autoritari, molto diverso dal messaggio che si lancerebbe chiudendoci in casa.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L’opposizione vera di questo paese, quella che non compone origami e si ciba di complotti prendendo schiaffi in Italia e in Europa, che non riduce la politica ad un coacervo di lotte intestine e di giochini di società, quella cioè che chiede un altro destino per questo martoriato, pur non incolpevole Paese, sceglie la piazza.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Chi pensasse di essere assente oggi nelle piazze ed essere presente domani nelle urne, compierebbe un errore madornale. Gemello di quello che ha dato vita ad un partito che non c'é.&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La guerra alla mafia e il marketing politico nel giorno dell'Onda Viola&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Pietro Orsatti - www.antimafiaduemila.com - 5 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Arrestati contemporaneamente due latitanti di rango di Cosa Nostra, a Palermo Gianni Nicchi e a Milano Gaetano Fidanzati. Sulle tracce di Nicchi, sfuggito alla cattura  dopo l’operazione Gotha di tre anni fa, c’era da più di un anno la squadra Catturandi della polizia del capoluogo siciliano, mentre Fidanzati, che era ricercato da solo un anno anche se la sua “potenzialità” di uomo d’onore era conosciuta fin dagli anni ‘70, è stato tratto in arresto dalla squadra mobile di Milano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un ottimo risultato da aggiungere alla recente cattura dell’emergente boss di Altofonte Domenico Raccuglia. E soprattutto per quel gruppo di élite della Catturandi di Palermo, che dopo la cattura di Bernardo Provenzano più di tre anni fa era stata tenuta, in maniera incomprensibile, “fuori dal giro”,  in secondo piano, affidando la maggior parte delle indagini sui latitanti a uffici diversi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un grande successo, quindi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma c’è un aspetto in queste due operazioni che lascia perplessi. I tempi. Coincidenti con le accuse in aula a Dell’Utri e Berlusconi da parte del pentito Gaspare Spatuzza e con lo svolgersi della manifestazione No B Day.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un aspetto che avremmo volentieri tralasciato se il premier Silvio Berlusconi non si fosse affrettato a rilasciare questa dichiarazione: «Credo sia una notizia che fa piacere a tutti gli italiani nel buon senso dei quali e nella loro capacità di giudizio non ho mai dubitato».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E fa bene, il premier, a non dubitare nella nostra capacità di giudizio: le coincidenze strane le vediamo ancora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Spatuzza: troppe aspettative, ma il pentito conferma le accuse&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Monica Centifante e Lorenzo Baldo - www.antimafiadumeila.com - 4 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tanta pressione e un'aspettativa eccessiva. Di sicuro controproducente. Anche il procuratore generale Antonino Gatto, poco prima dell'udienza, lo aveva dichiarato: “Si sta enfatizzando una cosa certamente importante, ma che non ha il rilievo eccezionale che le è stato dato e tutto questo toglie serenità”. &lt;p&gt;    &lt;/p&gt;  Nella maxi-aula1 del Palazzo di Giustizia Bruno Caccia erano stipati oggi circa duecento giornalisti, provenienti da tutta Europa, e molti curiosi. Gente comune che ha rinunciato a un giorno di lavoro per ascoltare il super-pentito, come per giorni è stato presentato da tutta la stampa e nel dibattito politico e mediatico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E che in molti avrà fatto maturare l'idea che Spatuzza, se non addirittura l'unico, fosse comunque il più importante tra i collaboratori di giustizia ascoltati al processo Dell'Utri. Quello in cui il senatore del Pdl, in primo grado, è stato condannato a nove anni di reclusione e con una mole di prove talmente imponente che l'accusa, “per crisi di abbondanza”, nel corso della requisitoria non ha potuto presentarle tutte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello in cui le deposizioni di numerosi pentiti e i relativi riscontri hanno dimostrato il ruolo di mediatore di Marcello Dell'Utri tra l'imprenditore prima e politico poi Silvio Berlusconi e diversi soggetti appartenenti al vertice della mafia siciliana. E la continuità dei rapporti tra il senatore e Cosa Nostra, in contatto per oltre 35 anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le dichiarazioni di Spatuzza, è chiaro, rappresentano una prova in più (e non solo in questo processo). E non sorprende che la difesa, in apertura dell'udienza, questa mattina, abbia tentato invano la carta della revoca dell'interrogatorio con la motivazione che “l'inondazione di carte provenienti da Firenze rischiano di trasformare la natura del processo: non più un appello, ma un nuovo primo grado”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E che poi, quando il tentativo è caduto nel vuoto, non abbia perso occasione per accentuare la tensione già presente in aula, soprattutto all'arrivo del collaboratore di giustizia, scortato e incappucciato mentre dalle forze dell'ordine veniva accompagnato dietro al paravento allestito davanti al tavolo dei giudici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel corso dell'esame e del controesame il collaboratore di giustizia ha però confermato, passo dopo passo, quanto dichiarato in precedenza ai magistrati e riportato nei verbali depositati a processo. Il suo rapporto di “fratellanza” con la famiglia “di sangue” dei fratelli Graviano, la sua partecipazione alle stragi e il suo percorso di vera e propria “conversione”, che è poi sfociato nella collaborazione con la giustizia. Nonché l'iniziale timore di fare i nomi di Berlusconi e Dell'Utri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Dagli anni Ottanta fino al 2000 – ha esordito Spatuzza – ho fatto parte di un'associazione terrostico-mafiosa denominata Cosa Nostra”. “Terroristica perché, per quello che mi consta personalmente, dopo gli attentati di Capaci e via D'Amelio ci siamo spinti un po' oltre. Abbiamo commesso stragi che non ci appartengono”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quelle di Milano, Roma e Firenze (presente in aula anche Giovanna Maggiani Chell, madre di Francesca, ferita gravemente nella strage dei Georgofili e fidanzata di Dario Capolicchio, morto nella stessa strage). Il senso di quegli attentati, l'ex boss di Brancaccio lo avrebbe capito più tardi, quando tra il '93 e il '94 si incontrò in due particolari occasioni con il boss Giuseppe Graviano. Prima a Campofelice di Roccella e poi al bar Doney di via Veneto, a Roma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella prima occasione, in compagnia di Cosimo Lo Nigro, chiese al boss il perché di quei morti che non erano strettamente legati agli interessi di Cosa Nostra, sentendosi rispondere: “E' bene che ci portiamo un po' di morti dietro così chi si deve muovere si dà una mossa”. Poi, continua il pentito, “Giuseppe Graviano ci chiede a me e a Lo Nigro se capivamo qualcosa di politica. Noi diciamo di no e lui ci spiega che è abbastanza preparato e che se andrà a buon fine ne avremo tutti benefici compresi i carcerati”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Subito dopo sarebbe iniziata la fase di preparazione dell'attentato all'Olimpico (fallito per un guasto al telecomando della bomba). “Un attentato contro i Carabinieri che doveva essere di portata devastante”, continua Spatuzza, prima di raccontare il secondo degli incontri con Giuseppe Graviano avvenuto appunto al bar Doney di Roma. In quell'occasione, ricorda, “Graviano aveva un atteggiamento gioioso, potrei dire come uno che ha vinto l'Enalotto”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il boss lo invita ad entrare nel bar. “Ci siamo seduti ai tavolini e abbiamo consumato qualche cosa e lui, sempre con quell'espressione gioiosa, mi disse: Abbiamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo, grazie alla serietà di quelle persone che avevano portato avanti questa cosa”. E “che non erano come quattro crasti (cornuti ndr.) dei socialisti. Poi mi fece i nomi di Berlusconi e del nostro compaesano Dell'Utri e dice che ci eravamo messi il paese nelle mani”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un incontro che già di per sé, prosegue Spatuzza, “rappresentava un'anomalia”. Poiché era la prima volta che “Graviano entrava direttamente nella preparazione di un attentato, tanto che da lui dovevamo aspettare le disposizioni finali”. “Non so cosa stesse aspettando, quali risposte, ma è chiaro che era un'anomalia”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A una trattativa in corso Spatuzza aveva pensato anche nel luglio del '93, quando lo stesso Graviano gli chiese di imbucare cinque lettere, la sera prima dell'attentato a San Giovanni in Laterano. Lettere dirette a testate giornalistiche: tra le altre “Il Messaggero e il Corriere della Sera”, ricorda il pentito e anche questa, sottolinea era “per me era un po' un'anomalia dalla quale capisco che c'era qualcosa che si stava muovendo a livello politico”. “Le lettere provenivano da Giuseppe Graviano, ma mi sono state consegnate da Fifetto Cannella”.Che in quel periodo del Graviano curava la latitanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 2004 poi, prosegue Spatuzza incalzato al pg Gatto, quando “mi ero un po' dissociato da Cosa Nostra”, durante un periodo di detenzione comune insieme al boss Filippo Graviano, “parlo con lui della dissociazione e Filippo mi spiega che non è un discorso che ci interessa, non ci interessa la dissociazione dai magistrati perché noi dobbiamo arrivare alla politica”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In quello stesso anno, dopo un colloquio investigativo con il dottor Pier Luigi Vigna, Graviano “mi disse ancora: è bene far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare dobbiamo iniziare a parlare con i magistrati”. “La cosa io la collego al discorso del bar Doney”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al termine dell'udienza, alla quale era presente anche l'imputato Dell'Utri, la Corte ha deliberato che il prossimo 11 dicembre saranno sentiti in videoconferenza i fratelli Graviano e Cosimo Lo Nigro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E mentre in aula la difesa si dice sicura che le dichiarazioni del pentito non saranno riscontrabili, gli attacchi politici proseguono senza sosta. Allargandosi anche ad altri processi e altri contesti che forse fanno più paura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dimmi con chi vai...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Luca Galassi - Peacereporter - 1 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Berlusconi in Bielorussia: la fascinazione per i dittatori&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="articolo"&gt;&lt;p&gt;Chi pensava che il nostro Paese ormai da tempo languisse nelle paludi di una politica estera vetusta, mediocre, provinciale, deve oggi ricredersi, e salutare l'avvento del pioniere Silvio Berlusconi, navigatore delle rotte geopolitiche più tempestose, primo politico occidentale in visita a Minsk da 15 anni a questa parte.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Gheddafi è un problema per l'Unione Europea? Ci pensa Berlusconi a legittimarlo, promuovendolo al ruolo di statista al recente G8 con un obolo da 5 miliardi di dollari. Che poi la contropartita sia l'applicazione di disumane politiche sull'immigrazione poco importa agli euroburocrati, che da un lato le condannano, dall'altro le implementano con lo scudo navale anti-clandestini Frontex.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Putin deve ripulirsi la suola delle scarpe dai diritti umani calpestati nel suo Paese, con la ferocia e gli abusi sui ceceni, la repressione della stampa ostile, delle opposizioni politiche e degli oligarchi scomodi?.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Berlusconi se ne fa garante, eleggendolo a partner privilegiato e 'amico intimo', offrendogli dorate villeggiature e visitandolo 'privatamente' a San Pietroburgo. La Bielorussia preme con insistenza alle porte dell'Unione Europea, nonostante le manifeste attitudini antidemocratiche del suo presidente? Ci pensa lo sdoganatore Berlusconi a oliare i cardini e stendere il tappeto, con la sua politica estera fai da te.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La visita del presidente del Consiglio italiano a Minsk è solo l'ultimo capitolo in una lunga serie di relazioni diplomatiche artigianali e avventurose, fondate esclusivamente su robusti interessi economici o personali. Missioni dove il visitante è incurante, ignaro, o indifferente alla situazione civile e morale del Paese visitato, del suo grado di democrazia, del suo passato.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La Bielorussia è il luogo che più di ogni altro ha conservato la propria identità sovietica. Dettagli trascurabili, per un Premier che all'estero si fa amici tutti, mentre in Italia continua a parlare del complotto comunista.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il leader dell'opposizione bielorussa ha definito Berlusconi un &lt;em&gt;businessman&lt;/em&gt; puro, uno capace di vendere qualsiasi cosa, anche i valori europei in cambio di un tornaconto. In questo caso, ricche commesse per le aziende italiane, Finmeccanica in testa. "Con Lukashenko - ha detto Anatoly Lebedko, capo del Partito civico unito - Berlusconi non ha parlato di democrazia, libere elezioni o prigionieri politici".&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Anzi, il Premier ha candidamente elogiato il presidente bielorusso, un uomo "amato dalla sua gente, come dimostrano tutti i risultati delle elezioni che sono sotto gli occhi di tutti, che noi conosciamo e apprezziamo".&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Forse la superficialità di una simile dichiarazione è solo apparente: Berlusconi sa che un presidente eletto con l'80 percento dei voti nel '94, il 75,6 nel 2001 e l'82,1 percento nel 2006 non è un uomo 'amato' dalla sua gente, ma un uomo che obbliga la sua gente a votarlo.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Perché non c'è alternativa. Lukashenko soffoca la stampa libera monopolizzando le televisioni di Stato, sottopone al diretto controllo del governo la magistratura, imbavaglia e incarcera gli oppositori politici, modifica la Costituzione per potersi candidare a un terzo mandato. Tutte le elezioni dove Lukashenko ha ottenuto la grande 'prova d'amore' da parte della sua gente sono state censurate dagli osservatori dell'Ocse e condannate dall'Unione Europea.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Una superficialità apparente, quella di Berlusconi, che sicuramente conosce le risoluzioni di condanna dell'Unione Europea, oltre alle sanzioni che Bruxelles ha prorogato giusto tre settimane fa contro "l'ultima dittatura d'Europa" (secondo la definizione di Condoleezza Rice).&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Siffatta dichiarazione di stima ("Lukashenko è un uomo amato dalla sua gente") rivela probabilmente gli inconfessabili sogni di un Premier che ha sempre ammirato chi governa con pugno di ferro, desiderando, non solo in segreto, mutuarne metodi e personalità, emularne le caratteristiche autocratiche, invidiando le circostanze storico-politiche che rendono ancora possibile la sopravvivenza di una dittatura nel cuore del continente. Purtroppo, per sua sfortuna, la Costituzione italiana non si cambia per decreto presidenziale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-weight: bold;"&gt;Ascarismo italiota e patriottismo di liberazione&lt;/p&gt;&lt;p&gt;da "Indipendenza" - Megachip - 3 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il premio Nobel per la pace, il presidente USA Barack Obama, annuncia la «new strategy» (imperiale) degli Stati Uniti in Afghanistan: prima una dichiarazione-immagine (ritiro entro luglio 2011) poi la sostanza (comprare i capi e clan taliban e, soprattutto, incremento delle truppe con 30mila uomini).&lt;/p&gt; &lt;p&gt;    &lt;/p&gt; &lt;p&gt;Al &lt;em&gt;Corriere della Sera&lt;/em&gt;, il ministro della Difesa Ignazio La Russa dice che l'Italia invierà circa 1.000 soldati(/ascari) per sostenere gli USA. «Finora, gli americani pensavano che prima si dovesse mettere in sicurezza un’area e poi avviare la ricostruzione. Ora si sono convinti che le due operazioni devono marciare insieme (...). C’è da parte nostra la condivisione del piano ed è cambiato l’atteggiamento americano: non siamo più esecutori ma partecipi di un’operazione comune».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Insomma, da «esecutori» ascari a «partecipi» ascari. Muta la forma delle parole, non la sostanza dei fatti. La Russa ammette una subalternità dell'Italia che deve molto far riflettere sulla condizione di sudditanza di questo paese. La politica estera è sempre la punta di un iceberg, la spia dello status interno di ogni paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il capo del Pentagono, Robert Gates, ha detto di sperare in un incremento del numero delle truppe alleate in Afghanistan da 44 a 50mila uomini. Svariati analisti giudicano l'affermazione di Obama sul ritiro «rischiosa» e «irrealistica». Non si annuncia una data di ritiro ancora prima dell’inizio di una nuova fase di operazioni varata per ribaltare l’esito della guerra. E' ovvio che l'idea del «ritiro» serve ad indorare la pillola oltre che propagandisticamente.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;A parte gli esiti incerti (in termini militari, geopolitici e di perdite), vi sono costi pesanti che torneranno ad essere chiesti anche ai governi dei paesi alleati/subalterni, oltre che al contribuente americano. Obama ha ammesso che la nuova strategia sarà costosa e ai contribuenti americani ha già parlato, per il prossimo anno, di ulteriori 30 miliardi da rastrellare... Insomma, stessa politica e stesse parole di Bush.&lt;br /&gt;I taliban hanno già risposto promettendo agli invasori sangue a fiumi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sudditanza politica della nostra nazione tocca anche le tasche. Con buona pace dei pesanti effetti della crisi americana in atto riverberatisi anche nel nostro paese, con i tagli e restrizioni sociali come da un paio di decenni, il Consiglio dei Ministri ha varato con quattro giorni di anticipo sulla scadenza la proroga trimestrale al 31 dicembre 2009 per le "missioni di pace" con uscite autorizzate che arriveranno a fine anno a 1 miliardo e 521 milioni di euro.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In realtà, per le operazioni di "ascarismo militare all'estero" si arriva a quasi 2 miliardi e mezzo di euro compresi i "rilievi" denunciati dalla Corte dei Conti che risultano omessi nella contabilità. Il ministero per lo Sviluppo Economico e l’Industria ha contribuito nel 2008 a finanziare la Difesa per 1.8 miliardi, il ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (e si continua a tagliare nella scuola...) ha contribuito per 1 miliardo.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Con i "rientri" di capitale dal gettito dello scudo fiscale, La Russa ha dichiarato che si prevede di incassare da Tremonti 1.1 miliardi dei 5 previsti con una destinazione di spesa di 480 milioni di euro per le "missioni di pace" del 2010 che vedranno un ulteriore aumento di militari italiani impegnati in Afghanistan.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E si sa già che la spesa lieviterà ulteriormente. La Russa è stato esplicito: «Le illazioni, i numeri e le date apparse sui giornali sono tutte ipotesi (...). Quello che è sicuro è che guardiamo con grande attenzione alla richiesta che viene dalla NATO e dagli Stati Uniti». Insomma, pare si speri solo che Washington sia clemente nel non appesantire l'onere da pagare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non c'è opposizione reale, su "queste" problematiche reali, in Italia.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Non ci sono più nemmeno i testimoniali cortei pacifisti di un tempo. Non c'è nemmeno quell' "imperialismo italiano" che è solo servito a non guardare in faccia la realtà della condizione coloniale dell'Italia ed ha consentito di eludere il nodo decisivo di una questione nazionale irrisolta legata a doppio e triplo filo allo status dei rapporti sociali dominanti in questo paese.&lt;/p&gt; Non emergono, dietro questo ascarismo militare italiota, ragioni politiche e nemmeno interessi finanziari, commerciali, industriali. Niente che possa almeno giustificare l’enormità delle risorse profuse e da profondere ancora, nemmeno autonomi interessi capitalistici interni contro cui scagliarsi. I ritorni, per quanto se ne sa, oscillano tra il modestissimo e l'inesistente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Urge più che mai (e latita da troppi decenni) l'assunzione di una rivendicazione patriottica di liberazione in questo paese. E' giunta l'ora di cominciare a muoversi significativamente in questa direzione.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4850260641517364701-8708999164015683321?l=enricosabatino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/8708999164015683321'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/8708999164015683321'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/2009/12/update-italiota.html' title='Update italiota'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14265115901062177501'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sxte2rxNZfI/AAAAAAAABpY/kGlYablG7As/s72-c/itamafia.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-8769352165322904109</id><published>2009-12-05T02:10:00.009-06:00</published><updated>2009-12-05T02:43:44.753-06:00</updated><title type='text'>Gli abbagli della "sinistra"...</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sxob3MVbi3I/AAAAAAAABpQ/2N_X0hlnBg4/s1600-h/obama_wars.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 156px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sxob3MVbi3I/AAAAAAAABpQ/2N_X0hlnBg4/s320/obama_wars.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5411668537256938354" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Una serie di articoli su un paio di clamorosi abbagli presi dalla cosiddetta "sinistra" nel mondo, ma soprattutto in Europa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giusto due esempi tra i tanti...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Finalmente bianco e di destra. Solo abbronzato&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Paolo Barnard - www.paolobarnard.info - 3 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 6 novembre 2008 avevo pubblicato un commento intitolato ‘Obama? Gioire con prudenza’, in cui dicevo che la tradizione Democratica USA era ben altro dalle sciocchezze scritte da Veltroni, dette da Travaglio, o dai miraggi offerti da Repubblica ai sognatori italiani. Seguiva un’aggiunta dal titolo ‘Obama? Seguite i soldi’, dove mostravo da quali fonti del Vero Potere erano venuti i fondi per la campagna elettorale del nuovo Presidente, cioè chi lo comandava.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Martedì 1 dicembre scorso, di fronte a 4.000 cadetti dell’accademia di West Point, il Presidente degli Stati Uniti, cioè quel bianco abbronzato di destra che siede alla Casa Bianca, ha finalmente lasciato cadere gli ultimi brandelli della pellicola con cui si era travestito ed è apparso in tutto il suo fulgido orrore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per chi ha anche solo la più vaga idea di cosa sia stato l’impero americano nel mondo – dai seicentomila trucidati delle Filippine a cavallo del XIX e XX secolo, ai due milioni in Indonesia negli anni ’60; dal Piano Condor del 1975 con le sue camere di tortura neonaziste in America Latina, fino al genocidio dei contadini di tre quarti del mondo scientificamente architettato dal Fondo Monetario Internazionale (leggi Tesoro USA) e dalla Federal Reserve americana e ancora in corso, col record di 2,7 miliardi di affamati odierni; passando per il sostegno al progetto sionista di annientamento dei palestinesi e i due milioni di morti fra Iraq e Afghanistan dal 2001 a oggi – le parole pronunciate da Obama martedì possono solo sembrare un’esperienza psichedelica. Non lo è, è realtà. Leggetele:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;“Più di ogni altra nazione al mondo, gli Stati Uniti hanno assicurato la sicurezza globale per più di 60 anni, un’epoca che ha visto muri cadere, i mercati aprirsi, e miliardi di persone sollevate dalla povertà… Al contrario delle grandi potenze del passato, noi americani non abbiamo cercato di dominare il mondo. La nostra Unione fu fondata sulla resistenza all’oppressione. Noi non cerchiamo di occupare altre nazioni, non pretendiamo le risorse di altre nazioni, e non colpiamo altri popoli a causa della loro fede o etnia differente dalla nostra…”.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aggiungo il commento di Andrew Bacevich, professore di Storia e Relazioni Internazionali alla Boston University , intervistato da Amy Goodman:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;“Credo che questa descrizione che Obama ha fatto della Storia moderna americana è assai significativa, e la ragione per cui è così importante è che le sue parole potevano essere state fotocopiate da un discorso di Harry Truman, o John Kennedy, o Lyndon Johnson, o Richard Nixon, Ronald Reagan, o George W. Bush. Questa è la narrativa preferita dagli americani, noi ci vogliamo vedere così, e così giustifichiamo ciò che facciamo al mondo. E’ incredibile che questo Presidente, che si è insediato promettendo il cambiamento, abbracci quella narrativa così del tutto. Ci conferma che i cambiamenti a Washington sono marginali, e che lo status quo è fermamente al suo posto.”&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ho molto da aggiungere, se non il fatto che Silvio Berlusconi aveva visto giusto. Riconobbe istintivamente un suo pari nel giovane Presidente americano già dal primo incontro, anzi, un suo maestro. Maestro di conflitto di interessi – Obama ha garantito con almeno 5 mila miliardi di dollari rubati ai contribuenti, e anche ai 50 milioni di americani che oggi soffrono la fame (dato Dipartimento dell’Agricultura USA 2009), gli interessi della sua premiata azienda finanziaria, la Rubin-Summers-Paulson-Geithner e Associati, che lo aveva premiato con oltre 38 milioni di dollari pochi mesi prima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Maestro di indebitamento pubblico – con un deficit di 1.400 miliardi di dollari e con un debito pubblico record di 10.600 miliardi di dollari, di cui 1.700 in mano alla Cina, e che Obama sta ora peggiorando con una dissennata nuova avventura militare in Afghanistan al costo di 160 miliardi di dollari all’anno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Maestro di conservatorismo – Obama ha inserito nella sua falsa riforma sanitaria pubblica (che premia con altri 70 miliardi di dollari un altro club che finanzia il Presidente) una clausola, la Stupak, che proibisce a qualsiasi assicurazione sanitaria garantita dallo Stato di fornire servizi per l’aborto, condannando milioni di donne americane all’illegalità o a indebitarsi presso le cliniche private.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, è un obbligo morale riconoscere che la notoria battuta del Cavaliere sull’abbronzato Barak coglieva un punto di grande verità: ci troviamo di fronte a un bianco, di destra e conservatore, solamente un pelo più  scuro di pelle. Oggi almeno è chiaro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il resto della storia della &lt;i&gt;"grande democrazia americana"&lt;/i&gt; sicuramente nel prossimo passaparola di Marco Travaglio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Obama: un Vietnam in versione "Lite"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Pepe Escobar - www.asiaonline.com - 2 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:georgia;font-size:100%;"  &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Traduzione di Manuela Vittorelli, membro di &lt;a href="http://www.tlaxcala.es/"&gt;Tlaxcala&lt;/a&gt;, la rete di traduttori per la diversità linguistica. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli Stati Uniti si trovano nel mezzo della più grave crisi occupazionale dai tempi della Grande Depressione, e il Presidente Barack Obama sta seguendo le orme di George W. Bush dispensando trilioni di dollari a poche grandi banche. I contribuenti americani non hanno avuto nulla. E adesso si prendono la ciliegina sulla torta, con Obama che intensifica la sua guerra in Afghanistan. &lt;p&gt;    &lt;/p&gt; &lt;p&gt;Un Vietnam in versione “lite” con una provvisoria data di scadenza, luglio 2011, per l'inizio di un ritiro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tanto pubblicizzato discorso tenuto da Obama martedì sera a West Point – ritoccato fino all'ultimo dal presidente in persona – era una scaltra rimasticatura del fardello dell'uomo bianco, con la sicurezza nazionale americana avvolta nel glorioso manto della “nobile lotta per la libertà”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A un livello più pedestre è vero che la storia si ripete, ma come farsa. Con il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;surge&lt;/span&gt; [incremento truppe, N.d.T.] in versione “lite” di Obama, le truppe di occupazione USA e NATO raggiungeranno nella prima metà del 2010 il livello dell'occupazione sovietica al suo punto più alto, nella prima metà degli anni Ottanta. E tutta questa formidabile potenza di fuoco per combattere non più di 25.000 taliban afgani, solo 3000 dei quali armati di tutto punto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciascun soldato del nuovo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;surge&lt;/span&gt; di Obama (parola che non ha mai pronunciato nel suo discorso, tranne quando si è riferito a un “&lt;span style="font-style: italic;"&gt;surge &lt;/span&gt;di civili”) costerà un milione di dollari – benché il Pentagono insista nel dire che è solo mezzo milione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Gli uomini veri vanno &lt;/strong&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;a Riyadh&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Obama continua a ripetere che l'Afghanistan è una “guerra di necessità”, per via dell'11 settembre. Sbagliato. L'amministrazione Bush aveva pianificato l'attacco all'Afghanistan già prima dell'11 settembre. (Si veda &lt;a href="http://www.atimes.com/ind-pak/CH30Df01.html"&gt;Get Osama! Now! Or else ...&lt;/a&gt;, Asia Times Online, 30 agosto 2001.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Guerra di necessità” è un educato remix della vecchia “guerra al terrore” dei neocon: date la colpa ai tizi con l'asciugamano in testa e sfruttate l'ignoranza e la paura dell'opinione pubblica. Fu così che al-Qaeda fu equiparata ai taliban e che il leader iracheno Saddam Hussein venne coinvolto nell'11 settembre dalla cricca dei neoconservatori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al di là della sua nobile retorica Obama continua a comportarsi come Bush, non facendo distinzione tra al-Qaeda – un'organizzazione araba che pratica il jihad e il cui obiettivo è un califfato globale – e i taliban, afghani autoctoni che vogliono un emirato islamico in Afghanistan ma non avrebbero scrupoli a far affari con gli Stati Uniti, come fecero all'epoca dell'amministrazione Clinton quando gli Stati Uniti volevano a tutti i costi costruire un gasdotto trans-afghano. E inoltre Obama non può ammettere che i neo-taliban “Pak” adesso esistono a causa dell'occupazione statunitense dell'“Af”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mettendocela tutta per distanziare la sua nuova strategia dal trauma del Vietnam, Obama ha sottolineato che “Diversamente dal Vietnam, il popolo americano è stato malignamente attaccato dall'Afghanistan”. Sbagliato. Se la ricostruzione ufficiale dell'11 settembre regge, i dirottatori furono addestrati in Europa Occidentale e perfezionarono le loro tecniche negli Stati Uniti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E quando sottolinea gli sforzi per “disgregare, smantellare e sconfiggere” al-Qaeda e per negarle un “rifugio sicuro”, Obama contraddice in tutto e per tutto il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il General James Jones, il quale ha ammesso che in Afghanistan ci sono meno di 100 jihadisti di al-Qaeda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il mito di al-Qaeda va smascherato. Come ha potuto al-Qaeda mettere in atto l'11 settembre e tuttavia essere incapace di organizzare un solo significativo attentato in Arabia Saudita? Perché al-Qaeda è essenzialmente una brigata mal camuffata dei servizi segreti sauditi. Gli Stati Uniti vogliono vincere “la guerra al terrore”? Perché non mandare dei corpi speciali in Arabia Saudita anziché in Afghanistan e far fuori i wahhabiti, che stanno alla base di tutto?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Obama avrebbe perlomeno potuto far caso a quello che ha detto ad al-Jazeera Gulbuddin Hekmatyar, il famigerato guerrigliero afghano, ex protetto dell'Arabia Saudita, ex beniamino della CIA e attuale nemico degli Stati Uniti. “Il governo taliban in Afghanistan è caduto a causa della strategia sbagliata di al-Qaeda”, ha sottolineato Hekmatyar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È una vivida descrizione dell'attuale completa frattura tra al-Qaeda e i taliban, entrambi “Af” e “Pak”. I taliban afghani, a cominciare dal loro leader storico, il Mullah Omar, hanno imparato dal loro grave errore, e non permettono agli arabi di al-Qaeda di avvelenare l'Afghanistan. Analogamente, l'ascesa del neo-talibanismo di qua e di là del confine non si traduce necessariamente in un “rifugio sicuro” per al-Qaeda. I jihadisti di al-Qaeda si nascondono presso pochi selezionati e prezzolati elementi tribali che i servizi segreti pakistani potrebbero localizzare all'istante, se solo lo volessero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Obama ha anche accettato la premessa del Pentagono secondo cui l'America può ricolonizzare l'Afghanistan con la contro-insurrezione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo la dottrina del Generale David “Mi sto sempre posizionando in vista delle elezioni del 2012” Petraeus, la proporzione soldati/autoctoni dev'essere 20 o 25 su 1000 afghani. Adesso Petraeus e il Generale Stanley McChrystal ne hanno ottenuti altri 30.000. Inevitabilmente i generali – proprio come nel Vietnam, che a Obama piaccia o no – chiederanno molto di più, fino a ottenere quello che vogliono; almeno 660.000 soldati, più tutti gli extra. Al momento gli Stati Uniti hanno circa 70.000 soldati in Afghanistan.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo significherebbe ripristinare la coscrizione negli Stati Uniti. E sono altri trilioni che gli Stati Uniti non hanno e che dovranno prendere in prestito... dalla Cina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E a cosa porterebbe? Negli anni Ottanta la potente armata rossa sovietica ha usato tutti gli espedienti della contro-insurrezione a sua disposizione. I sovietici hanno ucciso un milione di afghani. Hanno fatto cinque milioni di profughi. Hanno perso 15.000 soldati. Hanno praticamente mandato l'Unione Sovietica in bancarotta. Ci hanno rinunciato. E se ne sono andati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;E il nuovo grande gioco&lt;/strong&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma allora perché gli Stati Uniti sono ancora in Afghanistan? Con uno sguardo in macchina, come rivolgendosi al “popolo afghano”, il presidente ha detto: “non abbiamo interesse a occupare il vostro paese”. Ma non poteva dire le cose come stanno agli spettatori americani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per l'America delle corporazioni l'Afghanistan non significa nulla; è il quinto paese più povero del mondo, una società tribale e decisamente non consumistica. Ma per le grandi compagnie petrolifere statunitensi e per il Pentagono l'Afghanistan ha un gran fascino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per il Big Oil, il sacro graal è l'accesso al gas naturale del Turkmenistan proveniente dal Mar Caspio, cioè il Pipelineistan nel cuore del nuovo grande gioco in Eurasia, evitando sia la Russia che l'Iran.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma non c'è modo di costruire un gasdotto enormemente strategico come il TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) – attraverso la provincia di Helman e il Balochistan pakistano – con un Afghanistan che si trova nel caos grazie alle misere imprese dell'occupazione USA/NATO.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è interesse a sorvegliare/controllare un traffico di droga da 4 miliardi di dollari l'anno, direttamente e indirettamente. Fin dall'inizio dell'occupazione USA/NATO l'Afghanistan è diventato un narco-Stato &lt;em&gt;de facto&lt;/em&gt;, producendo il 92% dell'eroina mondiale per una serie di cartelli narco-terroristici internazionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E c'è la dottrina del dominio ad ampio spettro del Pentagono per cui l'Afghanistan fa parte dell'impero mondiale delle basi statunitensi, che controllano da vicino competitori strategici come la Cina e la Russia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Obama ha semplicemente ignorato che in Eurasia si sta svolgendo un nuovo grande gioco dalla posta vertiginosamente alta. E così, a causa di tutto quello che Obama &lt;em&gt;non&lt;/em&gt; ha detto a West Point, gli americani si sorbiscono una “guerra di necessità” che sta prosciugando trilioni di dollari che potrebbero essere impiegati per ridurre la disoccupazione e aiutare davvero l'economia statunitense.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Anche noi sappiamo fare i &lt;/strong&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;surge &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Inevitabilmente i taliban metteranno in atto a loro volta un ben coordinato contro-&lt;span style="font-style: italic;"&gt;surge&lt;/span&gt;. Già adesso, senza &lt;span style="font-style: italic;"&gt;surge &lt;/span&gt;e nonostante tutti i piani di contro-insurrezione di Petraeus, hanno catturato la provincia del Nuristan. E ve lo ricordate il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;surge &lt;/span&gt;estivo di Obama nella provincia di Helmand? Be', Helmand è ancora la capitale mondiale dell'oppio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel suo discorso Obama ha cercato con tutti i mezzi di dare l'impressione che la guerra afghana possa essere controllata da Washington. È impossibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con tutte le sue promesse di “cooperazione con il Pakistan” (menzionato 21 volte nel discorso) Obama non ha potuto in alcun modo ammettere che il suo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;surge &lt;/span&gt;versione “lite” destabilizzerà il Pakistan ancor di più. Al contrario potrebbe affidare la guerra al Pakistan.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Invece di fissare, come ha fatto Obama, il luglio 2011 come data per il possibile inizio di un ritiro, comunque subordinato alle “condizioni sul terreno”, questa vera strategia d'uscita dovrebbe fissare una tempistica per un ritiro completo. Islamabad sarebbe così libera di fare quello che non è stato possibile né ai sovietici né agli americani: sedersi con i capi tribù e negoziare attraverso una serie di &lt;em&gt;jirga&lt;/em&gt; (concili&lt;span style="font-family:Times New Roman,serif;"&gt; &lt;/span&gt;tribali).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Obama scommette su quella che definisce “transizione delle responsabilità agli afghani”. È un miraggio. I servizi di sicurezza pakistani – che vedono ancora l'Afghanistan in termini di “profondità strategica” e di spazio di manovra nel contesto più ampio di un conflitto con l'India – non permetterà mai che ciò avvenga rigorosamente alle condizioni afghane. Non sarà corretto nei confronti degli afghani, ma così stanno le cose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Afghanistan praticamente tutti ritengono – giustamente – che Hamid Karzai sia il Presidente dell'occupazione. Karzai, che a malapena riesce a restare aggrappato al suo trono a Kabul, è stato imposto nel dicembre 2001 al re Zahir Shah dal proconsole di Bush Zalmay Khalilzad dopo una rovente discussione, ed è stato di recente confermato in un'elezione alla americana, palesemente truccata.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lo stile americano non è lo stile afghano. Il collaudato stile afghano si è basato per secoli sulla &lt;em&gt;loya jirga &lt;/em&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;– un grande concilio tribale in cui tutti partecipano, discutono e infine raggiungono un consenso&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dunque il finale di partita in Afghanistan non può essere molto diverso da una spartizione del potere all'interno di una coalizione, con i taliban nel ruolo di partito più forte. Perché? Basta esaminare la storia della guerriglia dall'Ottocento in poi, o ripensare al Vietnam. I guerriglieri che combattono più strenuamente contro gli stranieri l'hanno sempre vita.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E perfino con una fetta del potere ai taliban a Kabul, i potenti vicini dell'Afghanistan – il Pakistan, l'Iran, la Cina, la Russia, l'India – si assicureranno che il caos non superi i loro confini. È un affare asiatico, questo, che deve essere risolto dagli asiatici; è una buona ragione per trovare una soluzione nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel frattempo, c'è la realtà. Il dominio ad ampio spettro del Pentagono ha ottenuto quello che cercava, per ora. Chiamatela vendetta dei generali. Chi vince, a parte loro? Il guerriero da salotto australiano David Kilcullen, consigliere e ghostwriter di Petraeus e McChrystal considerato un semidio dai guerrafondai di Washington.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alcuni neocon moderati; di certo non l'ex vice presidente Dick Cheney, che ha condannato la “debolezza” di Obama. E complessivamente tutti coloro che hanno sottoscritto il concetto di “guerra lunga” del Pentagono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due settimane prima di andare a Oslo per accettare il Premio Nobel per la Pace, Obama vende &lt;span style="font-style: normal;"&gt;al mondo &lt;/span&gt;il suo nuovo Vietnam in versione “lite” tenendo un discorso in un'accademia militare. Onore a George Orwell. È proprio vero che la guerra è pace.&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il mistero delle società di Tony Blair&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;da www.cobraf.com - 4 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come mai questa mega crisi finanziaria globale ? Prendiamo il paese che in proporzione ne soffre di più al punto che si &lt;a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;amp;file=article&amp;amp;sid=6531&amp;amp;mode=&amp;amp;order=0&amp;amp;thold=0"&gt;parla&lt;/a&gt; di un rischio per il debito sovrano della nazione e la sua valuta da due anni perde contro ogni valuta al mondo, l'Inghilterra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi ha governato dal 1996 al 2007 ? Toni Blair che se leggevi i giornali era laburista, erede di una tradizione socialista e sindacale, ma più "moderno". Due anni fa appena prima che scoppiasse il bubbone grosso della crisi Blair ha lasciato il posto al suo ministro delle Finanze e ora sembra che non faccia politica e lo senti solo a eventi benefici come presidente di Fondazioni che promuovono cause ecologiche&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il &lt;a href="http://www.guardian.co.uk/politics/2009/dec/01/mystery-tony-blair-finances"&gt; Guardian&lt;/a&gt; ieri ha lanciato un appello ai lettori bravi in contabilità e finanza per aiutarlo a districare la rete di società finanziarie, trust e limited partnership in cui finiscono i milioni di sterline che Toni Blair guadagna con la serie di società di consulenza varia intestate al suo nome che il giorno dopo essere uscito dall'ufficio di Downing Street sono apparse istantaneamente e con le cariche presso banche che si sono materializzate per lui.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I politici italiani che incassano ancora mazzette di banconote in una busta come Del Turco sono ancora all'età della pietra rispetto a quelli anglosassoni che prendono molto di più in modo legale ed elegante e apparendo come coinvolti solo in Fondazioni culturali e non-profit all'esterno. Una volta un politico specie socialista, se non era ricco di famiglia, viveva con uno stipendio o pensione da deputato e basta, magari scrivendo sui giornali e venendo pagato per quello se era capace.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi un politico inglese o americano importante si trasforma in una multinazionale, Clinton o Blair (o Schroeder anche), vengono sommersi di milioni tramite dozzine di incarichi di consulenza, fees per discorsi, pagamenti per servizi di "advisory" da parte di multinazionli di tutti i paesi del mondo e specialmente da parte di banche e istituzioni finanziarie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre appare una rete di fondazioni no-profit a scopi sociali vari (in genere il cambiamento climatico ed energie verdi) che ricevono decine di milioni che i politici di cui sopra dirigono e che consentono di avere influenza&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma questo denaro che arriva a Blair non viene semplicemente incassato e poi dichiarato come succede ai comuni mortali, sparisce in una serie di società con nomi e statuto legale da fantascienza&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Clinton ha guadagnato da 100 a 200 milioni da quando non è più presidente e ha una rete di fondazioni, trust a suo nome impressionanti ma non come Al Gore che è partner di due fondi di investimenti che investono in energia verde dove il governo rovescia miliardi di sussidi, ma finora forse perchè la stampa inglese è più onesta non ho mai visto i dettagli come nel caso qui di Blair in cui trovi una serie di trust e partnership impenetrabili e che attraverso arrangiamenti bizzarri non pagano quasi tasse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono meraviglie dell'ingegneria legale e contabile rivolta ad "ottimizzare" le tasse che il 99.9% dei contribuenti inglesi non arriva nemmeno a sognare perchè richiedono il lavoro di una dozzina di avvocati, commercialisti ed esperti ai massimi livelli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Politici come Blair parte dell'ELITE FINANZIARIA GLOBALE, sono di casa nel mondo della finanza, delle banche e e delle multinazionli a livello personale, delle loro finanze personali, ma vengono comprati in modo elegante e legale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La parte migliore per loro arriva dopo che non sono più ministri perchè allora vedono i milioni di sterline o di dolllari e i loro amici e protettori nella finanza, a cui hanno fatto indirettamente favori per anni, ricambiano mettendo a loro disposizione le strutture e scatole legali impenetrabili e a prova di tasse che hanno per i loro clienti miliardari e che garantiscono che il popolo bue non noti nemmeno che diventano ricchi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4850260641517364701-8769352165322904109?l=enricosabatino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/8769352165322904109'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/8769352165322904109'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/2009/12/gli-abbagli-della-sinistra.html' title='Gli abbagli della &quot;sinistra&quot;...'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14265115901062177501'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sxob3MVbi3I/AAAAAAAABpQ/2N_X0hlnBg4/s72-c/obama_wars.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-7487579495590922978</id><published>2009-12-04T19:02:00.004-06:00</published><updated>2009-12-04T19:19:54.749-06:00</updated><title type='text'>Caso Marrazzo: un altro "mistero" italiano...</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sxm0CQoWZCI/AAAAAAAABpI/sdRQwuYDZEM/s1600-h/piero-marrazzo.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 239px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sxm0CQoWZCI/AAAAAAAABpI/sdRQwuYDZEM/s320/piero-marrazzo.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5411554378179306530" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;I possibili inquietanti risvolti dietro il caso Marrazzo e la morte di Brenda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ennesimo "mistero" italiano e con Via Gradoli ancora protagonista...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Caso Marrazzo - Trans, clan e Ros&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Rita Pennarola - www.lavocedellevoci.it - 4 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Anche nel caso Marrazzo, proprio come era avvenuto nei mesi precedenti per il Noemi-gate, al di la' del clamore gossipparo si nasconderebbe ben altro, con la storia dei quattro carabinieri pronti a vendersi per pochi soldi che comincia a fare acqua da tutte le parti. Ricostruiamo per la prima volta il dietro le quinte piu' inquietante. Che potrebbe condurre fino a Servizi e Casalesi.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La domanda, in fondo, e' semplice. Eppure nessuno, finora, se l'era posta: perche' mai quattro carabinieri, almeno due dei quali con un curriculum di tutto rispetto all'interno dell'Arma, dovevano cacciarsi in un affare sporco da piccoli e maldestri ricattatori, con tanto di confessioni platealmente rilasciate e poi ritrattate, ricostruzioni pasticciate e, soprattutto, senza avere mai effettivamente incassato nemmeno un euro dal presunto ricatto?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il caso e' lo scandalo dell'ex governatore del Lazio Piero Marrazzo, habitue' di numerosi transessuali e pusher nella zona di via Gradoli, nonche' cocainomane confesso. I quattro carabinieri sono il maresciallo capo Nicola Testini di Adelfia (Bari), il brindisino Carlo Tagliente, Luciano Simeone di Napoli ed Antonio Tamburrino di Parete (Caserta).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Per chiunque abbia un minimo di conoscenza degli ambienti investigativi - taglia subito corto un esperto di intelligence - la questione dei quattro carabinieri, definiti “mele marce” (anche dal loro superiore, il generale Vittorio Tomasone, ndr) appare quanto meno incredibile. Ma basta anche il semplice buon senso: a che scopo rischiare la galera e la fine della carriera per una somma come quella emersa dalle indagini, al massimo di 50 mila euro, che divisa in quattro non avrebbe consentito neppure di acquistare un'utilitaria a testa?».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma le stranezze, su quei militari in servizio alla stazione Trionfale di Roma, non finiscono qui. Passato l'effetto shock dei primi giorni, a distanza di un mese dallo scoppio della vicenda qualcuno comincia a domandarsi perche' siamo stati fin qui subissati di immagini dei trans in tutte le pose, di Marrazzo in mutande e degli avvocati, ma mai neppure una foto e' trapelata dei quattro, contrariamente a quanto avviene in qualsiasi servizio di cronaca giudiziaria, con gli inquirenti che rilasciano immagini segnaletiche delle persone finite in manette, anche se sono finanzieri, poliziotti o carabinieri in servizio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Accadde, per esempio, quando finirono sotto accusa i carabinieri che causarono la morte di Carlo Giuliani. Il primo ad essere sbattuto sotto i riflettori fu proprio lui, il giovanissimo Mario Placanica, che verra' poi riconosciuto - e scagionato - come autore materiale del delitto. Un fantasma, quello di Genova, forse non poi cosi' lontano da questa storia. E vedremo perche'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Torniamo ai quattro militari di Roma. Cosa giustifica tanta riservatezza sui loro volti? Viene in qualche modo riconosciuta ai quattro una sorta di “protezione” magari perche' qualcuno, dall'alto, si e' servito di loro?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questi interrogativi si aggiunge l'appello accorato di Maria Rosa Valletti. Di professione e' avvocato, la moglie del maresciallo Testini, impegnata anche in politica come consigliere comunale del Pd ad Adelfia e componente del Nucleo di valutazione dell'Asl di Bari. Una reputazione specchiata, la sua, non meno di quella del marito, famiglia di carabinieri, a cominciare dal padre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mai una macchia. «Ci sara' un giorno in cui potro' gridare l'innocenza di mio marito - dichiara fin dal primo momento - e quel giorno arrivera', perche' mio marito e' innocente». «Di piu' - aggiunge il 28 ottobre - non voglio e non posso dire, perche' ho una vita e una famiglia da proteggere in questo momento».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sara' l'unico ad essere rimesso in liberta' dal Riesame, il maresciallo Testini, lo scorso 11 novembre. Resta a Regina Coeli Tagliente, a Rebibbia Simeone; va ai domiciliari nella casa di famiglia a Parete, in provincia di Caserta, Antonio Tamburrino. Due settimane dopo, Maria Rosa Valletti risponde al telefono con voce cortese, come sempre, ma ferma: «abbiamo scelto di non rilasciare dichiarazioni per non turbare il corso delle indagini - dice - ma mi fa piacere che si comincino a ricostruire con maggiore chiarezza i contorni di questa vicenda. Scrivetelo: mio marito ed anche i suoi colleghi arrestati hanno una storia limpida. Mi dispiace per i due che sono rimasti in carcere, non c'e' giorno che io non pensi a loro».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le incongruenze si fanno sempre piu' macroscopiche. E dalla cappa di fumo - anche quello che ha avvolto per sempre il corpo di Brenda, il trans “che sapeva troppo” - cominciano ad emergere i contorni di una gigantesca macchinazione, di cui i quattro esponenti dell'Arma potrebbero risultare solo le pedine mandate in avanscoperta, loro malgrado, per obbedire ad ordini superiori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bruno Von Arx ha la fama di essere - a Napoli, ma non solo - fra i penalisti piu' stimati. I suoi clienti non sono quasi mai persone qualsiasi. Attualmente nell'intricato caso giudiziario Global Service che ha travolto Alfredo Romeo e una ventina di altri indagati, Von Arx segue personalmente la difesa dell'imprenditore partenopeo. E nel non meno clamoroso ciclone che coinvolge Clemente e Sandra Mastella, e' sempre Bruno Von Arx ad aver assunto la difesa di un protagonista, il numero uno Arpac Luciano Capobianco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Ma quali “mele marce” - esordisce il penalista dal suo studio di Santa Lucia - qui sono state fatte ricostruzioni del tutto inverosimili. Per le accuse che sostengono a tutt'oggi la custodia cautelare del mio assistito Luciano Simeone, vale a dire i reati che sarebbero stati commessi durante l'irruzione in via Gradoli, c'e' solo la parola di Marrazzo contro la sua, manca qualsiasi altro riscontro oggettivo».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad avvalorare il ragionamento di Von Arx c'e' almeno una circostanza: il giovane carabiniere Simeone si era finora distinto per una carriera lineare, in cui brillava per giunta il solenne encomio ricevuto per i soccorsi prestati durante il terremoto di San Giuliano di Puglia. Una famiglia della Napoli piccolo borghese, la sua: lavoratori, mai problemi con la giustizia e, anzi, oltre al figlio carabiniere, un altro nella polizia di Stato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perche', allora, andarsi a cacciare in una brutta storia di droga, trans, filmini hard e ricatti, che anche agli occhi di un pivello sarebbe apparsa subito per quello che era, una trappola mortale? E perche' farlo per i quattro soldi che si potevano ricavare piazzando il filmino dopo le lunghe e defatiganti (oltre che ancor piu' rischiose, come si evince dalla ricostruzione della vicenda) ricerche dell'acquirente?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo stesso fatto che tardi ad arrivare - e che, anzi, non arrivi per nulla - quell'acquirente, e' un particolare eloquente per chi conosce l'ambiente dei paparazzi. «Quel filmato, che normalmente sarebbe andato a ruba - prova ad azzardare la spiegazione un anziano fotografo, con lunga esperienza negli scatti segreti ai vip - doveva in realta' servire a far scoppiare il caso giudiziario. E non certo a finire sui giornali. Tanto e' vero che nessuno lo ha comprato».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uno scenario che va guardato, insomma, dietro le quinte. E ricorda in qualche modo la regia occulta tante volte evocata per i fatti di Genova (benche' la morte di un ragazzo colpito da un proiettile d'ordinanza alla fronte e schiacciato sotto un defender dei carabinieri, non abbia mai meritato neppure l'approfondimento di un processo).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A distanza di otto anni e passa, sembra che a pagare sia stato - oltre a Carlo - solo lui, il “Placanica di turno”, che di tanto in tanto torna alle cronache, come nei giorni scorsi, per i brutti scherzi (ora e' accusato di molestie ad una bambina) che gli fa la sua mente. E tutto da quel maledetto giorno quando - stando ai riscontri fotografici - al giovanissimo in divisa qualcuno, molto in alto, ordino' di confessare che si', a sparare era stato proprio lui. E non quel suo superiore di elevato grado che si intravede nella sequenza di quei tragici momenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA MACCHINA DA GUERRA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Torniamo a Roma. A quella colossale “macchina da guerra” della quale, pur con qualche cautela, parla anche Von Arx alla Voce: «Si continua a fare una distinzione semplicistica, in questo caso, fra “buoni” e “cattivi”. Ma le cose sono ben piu' complesse...». Complesse magari al punto da lasciar ipotizzare, con una buona sequenza di riscontri, una macchinazione ordita forse all'interno della stessa Arma, coi quattro carabinieri costretti in qualche modo ad obbedire? «La nostra professione - risponde Von Arx - ci obbliga a stare alle carte. Dalle quali, ovviamente, uno scenario simile non emerge. Ma se c'e' stata una macchinazione, guardi, mio parere e' partita da ambienti ben piu' in alto dell'Arma dei Carabinieri...».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci siamo arrivati. Eccoci a un passo da quei servizi segreti che, in casi giudiziari come questo, aleggiano dietro ogni particolare della vicenda. Dalle trattative Stato-Mafia che emergono oggi sulla cattura di Toto' Riina (con i magistrati di Palermo che solo ora si presentano dinanzi a Gianni De Gennaro chiedendo di “aprire gli archivi” del Sisde) fino a vicende come il rapimento di Abu Omar (su cui si comincia a far chiarezza), vengono alla luce manovre sempre piu' torbide e pervasive, spesso ordite con lo scopo di coprire altre vicende o depistare le indagini e l'opinione pubblica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma chi aveva interesse a tendere quella trama di finti ricatti - e ancor piu' risibili tentativi di ricettazione - che si addebitano ai carabinieri della Trionfale? Quali sono, in questa vicenda, le vere poste in gioco?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Proviamo a guardare il contesto istituzionale dentro cui maturano i fatti. E partiamo dall'ex comandante del Ros e generale del Sisde Mario Mori, da oltre un anno al fianco del sindaco Gianni Alemanno in qualita' di consulente per la sicurezza urbana. Alemanno aveva voluto accanto a se', nel giugno 2008, proprio Mori che in quel periodo, insieme al colonnello Mauro Obinu, era stato rinviato a giudizio con l'accusa di favoreggiamento nei confronti del capo di Cosa Nostra Bernando Provenzano (di mezzo c'e' il mancato blitz nel casale di Mezzojuso, che fin dal ‘95 avrebbe potuto portare all'arresto del super latitante).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi insomma, meglio del generale, per occuparsi di “sicurezza urbana” nella capitale? Tra mille polemiche interne alla maggioranza - e fra un'udienza e l'altra del processo, che e' in pieno svolgimento - nel corso degli ultimi mesi Mori si doveva occupare, come prevede il suo mandato da circa 100 mila euro l'anno, di questioni quali il “censimento di case e casali abbandonati” nel perimetro urbano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vale a dire proprio i classici luoghi di spaccio, abitualmente frequentati da pusher e trans. Addirittura avrebbe potuto monitorare, attraverso la “Sala Sistema Roma”, in diretta video dalle telecamere sparse lungo la citta', ogni movimento del torbido sottobosco venuto alla ribalta col caso Marrazzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al punto che il Capitano Ultimo, al secolo Sergio Di Caprio, prontamente chiamato da Mori accanto a se' nel nuovo incarico romano, aveva dichiarato: «a lui mi lega una lunga storia umana e professionale di lotta al crimine». «Stavolta pero' - commentava la cronista di Repubblica - niente piu' boss: solo rom e prostitute».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha scoperto qualcosa, il generale Mori, sul turbinoso giro di transessuali e coca nel quale e' stato per anni coinvolto Marrazzo? E il generale Giampaolo Ganzer? Ne vogliamo parlare? Ci dice nulla il fatto che ai vertici del Ros, come successore di Mori, resista Ganzer, l'ufficiale anhe lui sotto processo, a Milano, per reati degni di un boss come riciclaggio di denaro, commercio di stupefacenti, oltre al mancato arresto di pericolosi latitanti?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo il gip milanese Andrea Pellegrino, che ne aveva disposto il rinvio a giudizio, Ganzer ed altri “fidati” uomini del Ros (un capitano, sette sottufficiali e un appuntato), «prendevano in carico lo stupefacente anche per lunghi periodi, talvolta lasciandolo nella disponibilita' dei trafficanti»; tra il ‘96 e il ‘97 provvedevano «all'installazione di laboratori per la raffinazione e alla ricerca degli acquirenti, istigandoli all'acquisto». Autentiche messinscena, sporche macchinazioni che, qualora le accuse risultassero provate, potrebbero gettare oggi una luce sinistra anche sulla ricostruzione ufficiale del caso Marrazzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se Ganzer, Mori, il Ros o i Servizi abbiano avuto un ruolo in questa vicenda, o se, al contrario, pur essendo in vetta a cotanti apparati investigativi, nulla sapessero dei traffici di cocaina nel giro dei trans della capitale, sono al momento solo ipotesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fatto sta che, secondo quanto emerge oggi dalle indagini di Palermo, personalita' di spicco del Ros non esitarono negli anni ‘90 a trattare con Cosa Nostra. Mentre finora i rapporti con le cosche campane erano si erano limitati - da quel che e' dato sapere - a frange isolate di carabinieri infedeli. Finora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perche' non si puo' escludere - anche alla luce della vicenda Marrazzo - che nel frattempo, grazie alle coperture politiche giuste, i Casalesi abbiano fatto, nei rapporti col apparati deviati del Ros, l'ennesimo, l'ultimo, salto di qualita'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E allora, a chi poteva servire che divampasse questo caso giudiziario nei modi in cui e' avvenuto, con preparativi intrapresi gia' in primavera e ben due morti (oltre al trans Brenda, anche il confidente dei carabinieri Gianguarino Cafasso) lasciati sul campo con la bocca tappata per sempre?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DA CASALE CON FURORE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Degli oltre settemila milioni di euro che rappresentano il giro d'affari della camorra sui soli traffici di stupefacenti, buona parte provengono dal Lazio e soprattutto dalla capitale, epicentro di smercio della cocaina grazie alla massicci concentrazione di facoltosi clienti. Il giro d'affari della sola polvere bianca sfiora nella capitale i 250 milioni di euro l'anno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E a contendersi il “favoloso” mercato - del quale il mondo trans rappresenta l'ideale piazza di smercio - sono le diverse mafie operanti ormai stabilmente nella citta' eterna. Con le compagini di Casal di Principe a fare, sin qui, la parte del leone. Come dimostrano, da ultime, inchieste giudiziarie che hanno portato alla richiesta di scioglimento del comune di Fondi per infiltrazioni della malavita organizzata campana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Magari qualcuno stava provando a sfidare i clan sul loro stesso terreno. Magari i Casalesi dall'avamposto dell'area pontina - dove e' “latitante” da oltre quindici anni Antonio Iovine, nipote di quel Mario che proprio in Brasile ammazzo' nel 1988 il boss rivale Antonio Bardellino - rischiavano di perdere quel ruolo di monopolisti che ha contribuito a trasformare il loro potere economico in una holding capace di orientare perfino taluni assetti della politica e del governo del Paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di sicuro, ora quel “qualcuno” stara' piu' attento. I trans brasiliani sono avvertiti: cambiare “fornitori” di coca o diventare confidenti della polizia costa caro. In primis perche' qualcuno squarcia l'alone di riservatezza che deve circondare i clienti vip, i piu' facoltosi. E poi perche' si rischia di fare una brutta fine. Come e' accaduto a Brenda e a Gianguarino. Ma questa, forse, e' ancora un'altra storia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il silenzio di Brenda&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Rosa Ana De Santis - Altrenotizie - 21 Novembre 2009&lt;br /&gt;&lt;p&gt;Al numero 180 di Via Due Ponti, nel seminterrato dove viveva, é stato trovato il corpo carbonizzato di Brenda, il trans brasiliano coinvolto nel caso Marrazzo. A riconoscere quel corpo supino, con il volto girato a sinistra, è un’amica. Nella stanza invasa dal fumo, oltre alla bottiglia di whisky, ci sono le valigie pronte per l’imminente partenza. Brenda voleva andar via. Ritornare in Brasile, fuggire da una situazione di pericolo e d’insidie. I suoi amici la descrivono, nell’ultimo mese, depressa e angosciata. Spaventata. Non era passato molto tempo dall’aggressione che agli inizi di novembre l’aveva portata in ospedale. Gli era stato sottratto il cellulare. Una persecuzione contro il trans che aveva qualcosa da raccontare. Qualcosa che non riguardava più soltanto Marrazzo, ormai sconfitto, umiliato e fuori di scena.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lo scandalo del sesso che ha travolto l’ex Governatore della Regione Lazio non è chiuso ed è proprio la morte di Brenda a confermarlo. S’ipotizza l’omicidio volontario. Le valigie pronte e le aggressioni subite negli ultimi tempi sono più che il sospetto di una condanna a morte.  Brenda era scomoda per quello che sapeva e che taceva. Era stata sentita il 2 novembre scorso dal PM sul quel secondo video hard che la filmava insieme a Marrazzo. Quando scoppia il caso, Natalie e Brenda, le due trans del governatore, si rincorrono nelle reciproche accuse. E’ Natalie la vera protagonista, Brenda si tiene in disparte, ma è proprio Marrazzo a confessare di aver avuto almeno due incontri sessuali con lei.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Brenda, la mora, è una forte dell’ambiente. Affatto sentimentale, è una che gestisce bene gli affari e il suo giro. Natalie alla stampa la descrive così. Conosce bene, guarda caso, proprio Gianguarino Cafasso, il pregiudicato romano, architetto di tutto il ricatto dei video e delle foto che ha coinvolto i carabinieri, questa volta comode “mele marce” per qualcuno, morto a settembre anche lui in circostanze ancora da chiarire. Un’altra coincidenza davvero misteriosa. Il mondo dei viados brasiliani custodisce segreti. Bollenti e pericolosi. Liste “secretate” di nomi che scottano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La Brenda terrorizzata degli ultimi giorni è una disperata inghiottita in un giro troppo grande, nell’industria del ricatto, in dossier comandati dall’alto. Ben altro e più in alto dei nomi lanciati al gossip dalla collega Natalie che aveva accennato a un esponente di primo piano della destra. A calciatori, a uomini e coppie di spettacolo. Il caso Marrazzo, che davanti al Paese doveva risarcire la dignità ferita del premier dagli scandali delle giovani escort di Palazzo Grazioli, è diventato qualcosa di più. Una minaccia difficile da arginare e da archiviare per tanti nomi illustri. Politica e partiti. Potere intoccabile, potere sacro. Non bastava immergere il suo pc nell’acqua, non bastava spaventare con le aggressioni. A Brenda bisognava impedire di parlare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Al mistero della morte si unisce la responsabilità di chi non l’ha protetta, soprattutto a fronte degli ultimi episodi violenti che l’avevano riguardata. Una volta tolto di mezzo Marrazzo, Brenda diventava più un pericolo che un testimone da tutelare? Dietro i seni gonfi e pompati di estrogeni, dietro le voci maschili camuffate dai rossetti scarlatti non c’è solo il capriccio e il vezzo di un uomo che compra sesso trasgressivo. Dietro questi corpi plastificati, turgidi e in vendita si è mosso in blocco tutto il potere. In una escalation di mosse e reazioni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il governo con Berlusconi che prova a salvare Marrazzo vincolandolo alla sudditanza di un segreto ingombrante, le cliniche di Angelucci da preservare, la stampa dell’impero mediatico del premier che rimpalla le foto di scrivanie in scrivanie, l’Arma dei Carabinieri e le sue mele marce, i pappa e i ricattatori che conoscono clienti e prostitute. Ponti di contatto tra chi compra e chi vende. Servizi segreti e liste di nomi sotto lucchetto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La scenografia di una morte plateale, che sembra strappata alla trama di un classico romanzo giallo, richiama alla memoria di questo Paese quasi un’uccisione in perfetto stile mafioso che poco sembra coerente con la tesi del gruppetto dei romeni violenti o di qualche spacciatore occasionale. Il mandante va cercato più in alto, lassù. Brenda non scompare, di lei non si perdono le tracce. La sua è stata un’esecuzione per dare un messaggio a tutte. Tacere.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La bionda Natalie dice di non avere idea di come sia morta e di cosa sia accaduto. Dice che a lei importa solo di sé. Insomma ha paura di pronunciare anche solo una parola. Le amiche di Brenda, quelle che battono nelle celle dove abitano, hanno paura. Qualche esponente dell’opposizione chiede che almeno Natalie sia protetta. Chissà cosa pensa Piero Marrazzo.  Forse che qualcuno, ben più in alto e ben più protetto di lui, non finirà alla gogna mediatica e non pagherà. Tanto  Brenda ormai non parla più.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4850260641517364701-7487579495590922978?l=enricosabatino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/7487579495590922978'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/7487579495590922978'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/2009/12/caso-marrazzo-un-altro-mistero-italiano.html' title='Caso Marrazzo: un altro &quot;mistero&quot; italiano...'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14265115901062177501'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sxm0CQoWZCI/AAAAAAAABpI/sdRQwuYDZEM/s72-c/piero-marrazzo.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-5528265446558040066</id><published>2009-12-03T01:54:00.005-06:00</published><updated>2009-12-03T02:31:46.251-06:00</updated><title type='text'>Obama: l'ennesimo fantoccio in mano al Pentagono</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sxd2wFvlwOI/AAAAAAAABpA/ESbzEx8gJA0/s1600-h/obama-silvio.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 310px; height: 209px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sxd2wFvlwOI/AAAAAAAABpA/ESbzEx8gJA0/s320/obama-silvio.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410924045856522466" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Qualche articolo relativo alla scontata decisione del presidente Usa Barack Obama di mandare altri 30.000 soldati in Afghanistan.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una decisione che comunque è la riprova di quanto questo presidente sia l'ennesimo fantoccio nelle mani della potente lobby dell'industria militare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altri 5000 soldati arriveranno poi dagli alleati della NATO, e si tratta di contributi aggiuntivi a quelli che erano già attesi per il 2010.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intanto il governo italiano si è subito messo sull'attenti "&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Abbiamo avuto, in questi giorni, strette consultazioni con gli Stati Uniti sull'Afghanistan. Io stesso ne ho parlato con il presidente Obama la scorsa settimana e, quindi, condivido la strategia annunciata ieri sera: un approccio regionale, a partire dal ruolo fondamentale del Pakistan; un rafforzamento delle attività civili nel Paese, che salvaguardi i progressi già compiuti in diversi settori; uno sforzo militare supplementare adesso, per porre le premesse di un più agevole disimpegno domani. Il nostro Paese farà la sua parte perchè in gioco c'è anche la lotta al terrorismo e di conseguenza la nostra stessa sicurezza.&lt;/span&gt;", ha ripetuto ieri Berlusconi come un disco rotto, fermo ancora al 2001.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ennesimo stantio ritornello anche nelle parole di Frattini che ha indicato nel 2013 la data della possibile fine della presenza della NATO in Afghanistan, dopo la fase di disimpegno graduale che, secondo quanto annunciato da Obama, dovrebbe iniziare nel luglio 2011.&lt;br /&gt;"&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il rientro delle truppe si realizzerà via via che l'Afghanistan sarà in grado di garantire la sua sicurezza. E questo non potrà avvenire in un tempo lungo&lt;/span&gt;", ha detto Frattini con una forte dose di fantasia...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Naturalmente gli unici che hanno pronunciato parole realistiche sono stati proprio i talebani, che ieri hanno dichiarato "&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Aumenteremo gli attacchi&lt;/span&gt;".&lt;br /&gt;E c'è da credergli...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Ignobel per la pace&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Enrico Piovesana - Peacereporter - 2 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;"Come comandante in campo, ho deciso di inviare altri 30mila soldati in Afghanistan nel vitale interesse della nostra nazione. (...) Sono convinto che la nostra sicurezza è a rischio in Afghanistan e Pakistan. Quello è l'epicentro dell'estremismo violento praticato da Al Qaeda. E' da laggiù che noi siamo stati attaccati l'11 settembre ed da laggiù che, mentre parlo, nuovi attacchi vengono pianificati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo non è un pericolo immaginario, una minaccia ipotetica: nei mesi scorsi abbiamo catturato all'interno dei nostri confini dei terroristi inviati dalla regione di confine tra Afghanistan e Pakistan per compiere atti terroristici. (...)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli americani sono stati vittime di attentati abominevoli provenienti dall'Afghanistan e sono tuttora il bersaglio di questi stessi estremisti che stanno complottando lungo il confine afgano. Abbandonare quell'area adesso significherebbe creare un rischio inaccettabile di nuovi attacchi contro il nostro paese e i nostri alleati".&lt;/em&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"In Afghanistan per impedire nuovi 11 Settembre".&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;Obama ha detto quello che avrebbe detto Bush. Il discorso pronunciato a West Point dal premio Nobel per la pace poteva essere benissimo pronunciato dal presidente guerrafondaio che lo ha preceduto. Stesse parole, stessi concetti, stessa visione politica, stessa propaganda basata su falsità.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il presidente Barack, dopo aver già raddoppiato nel giro di un anno il numero dei soldati Usa schierati in Afghanistan (erano 32mila quando arrivò alla Casa Bianca, sono 68mila oggi), ora manda al fronte altri 30mila giovani americani, li manda a uccidere e morire.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per cosa? Per difendere l'America dai terroristi di Al Qaeda che stanno laggiù, che da laggiù hanno colpito l'11 settembre e che laggiù stanno preparando nuovi attacchi contro l'America, come dimostrerebbe l'arresto a settembre di tre immigrati afgani che vivevano a Denver e New York, accusati di progettare un attentato alla Gran Central Station di Manhattan.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;L'Afghanistan non rappresenta una minaccia per gli Usa.&lt;/strong&gt; A parte i dubbi sulla fondatezza dei nuovi allarmi terrorismo americani (i tre afgani, che vivevano da anni negli Stati Uniti, sono stati arrestati nell'ambito di una stravagante operazione antiterrorismo dei servizi segreti britannici - Operation Pathway - che ha portato all'arresto anche di diversi studenti immigrati pachistani, poi rilasciati senza accuse), merita ricordare che l'associazione ‘Afghanistan-11 settembre', con cui sia Bush che Obama giustificano la guerra, è una falsità.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nessuno degli attentatori dell'11 settembre era afgano (c'erano sauditi, yemeniti, giordani, egiziani, algerini, tunisini, ma non afgani.); la base operativa dove i terroristi si sono addestrati per gli attentati non era in Afghanistan ma negli Stati Uniti (dove sono stati fatti entrare con visti falsi della Cia); la responsabilità di Osama bin Laden, che si nascondeva in Afghanistan, non è mai stata dimostrata (l'Fbi, ad oggi, afferma di non avere una sola prova valida del coinvolgimento dello sceicco negli attentati in quanto i video e i messaggi di Osama non sono ritenuti credibili); dopo l'11 settembre 2001 nemmeno un afgano è stato mai coinvolto in vicende o inchieste di terrorismo internazionale; gli insorti afgani che oggi combattono le truppe d'occupazione alleate non sostengono il ‘jihad globale' di Al Qaeda: combattono solo per la liberazione del loro paese.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il vero pericolo per l'Occidente è continuare la guerra.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; Continuare a giustificare la guerra d'occupazione in Afghanistan con la necessità di difendere gli Stati Uniti da nuovi attacchi terroristici è falso perché l'Afghanistan non rappresenta una minaccia per il popolo americano ne per i suoi alleati.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Al contrario, continuare l'occupazione militare dell'Afghanistan (sostenendo un regime fantoccio illegittimo e corrotto) e ordinare addirittura un'escalation militare che porterà più guerra, più violenza, più morti e più sofferenza, non farà altro che fomentare i sentimenti antiamericani e antioccidentali nel mondo islamico, accrescere la popolarità dell'estremismo jihadista e quindi, in ultima analisi, aumentare concretamente il rischio di attentati terroristici contro obiettivi statunitensi e occidentali. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;La vera minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e dei suo alleati è rappresentata dalla guerra in Afghanistan di Obama, come prima dalla guerra in Iraq di Bush, poiché queste costituiscono la migliore cassa di risonanza della propaganda antiameircana e antioccidentale dello jihadismo terrorista.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;I valori americani per giustificare una guerra che quei valori calpesta.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;&lt;/strong&gt;L'aggressione militare, l'invasione, l'occupazione, le stragi di civili, i crimini di guerra e contro l'umanità commessi contro il popolo afgano, rappresentano una flagrante violazione di quei valori occidentali che l'America sostiene di voler difendere e diffondere nel mondo: libertà, autodeterminazione, rispetto per la vita e per la dignità delle persone, rifiuto della violenza.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nel suo discorso a West Point, Obama ha definito la guerra in Afghanistan &lt;em&gt;"un test per la nostra società libera e per la leadership americana nel mondo. (...) La nostra forza risiede nei nostri valori. (...) Deve essere chiaro a ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che vive sotto le oscure nubi della tirannia che l'America difenderà i loro diritti umani, la libertà, la giustizia, le opportunità e la dignità dei popoli. Questo è quello che siamo. Questa è la fonte morale del potere dell'America". &lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Agli uomini, le donne e i bambini afgani che da otto anni vivono e muoiono sotto le bombe americane non è molto chiaro. Magari glielo spiegheranno i 30mila nuovi soldati statunitensi inviati da Bush, pardon, da Obama.&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Obama: soldi e soldati per Kabul&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Michele Paris - Altrenotizie - 3 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;p&gt;Dopo tre mesi di incertezze e ripensamenti, Barack Obama ha alla fine ceduto alle richieste dei vertici militari americani dando il via libera all’invio di 30.000 soldati da impiegare in Afghanistan entro la metà del prossimo anno. La decisione definitiva è stata annunciata in diretta televisiva dal presidente presso l’Accademia Militare di West Point di fronte ad un pubblico di 4.000 cadetti, molti dei quali destinati a morire in territorio afgano nei prossimi mesi.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nonostante il richiamo a quell’unità che gli Stati Uniti avevano dimostrato all’indomani dell’11 settembre, il discorso dell’inquilino della Casa Bianca è sembrato estremamente contraddittorio, rivelando le profonde divisioni all’interno dell’establishment politico e tra gli stessi cittadini americani su un conflitto che appare ormai a molti senza via d’uscita.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dopo otto anni di conflitto, oltre 900 soldati americani deceduti e più di 200 miliardi di dollari spesi, la sfida di Obama per rovesciare in Afghanistan una tendenza che ha visto il crescente controllo del paese da parte dei ribelli talebani, porta con sé non pochi rischi.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L’appoggio ad un governo profondamente corrotto e screditato come quello di Karzai, l’intensificarsi delle azioni militari che inevitabilmente produrranno migliaia di ulteriori perdite tra la popolazione civile e l’inasprimento delle tensioni nel continente asiatico in seguito alla maggiore presenza americana, difficilmente si tradurranno da qui a un paio d’anni in risultati concreti. E le conseguenze politiche del prevedibile fallimento finiranno per pesare come un macigno sulle prospettive di Obama nelle elezioni presidenziali del 2012.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La promessa di nuove truppe che dovrebbero essere integrate dai contingenti di alcuni paesi europei - Italia compresa - è stata accompagnata dall’annuncio di un impegno per una “exit strategy”, il cui inizio è stato inverosimilmente fissato per la metà del 2011.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La contemporanea espansione del coinvolgimento americano e il profilarsi di una fine della guerra, sia pure vincolata alle condizioni sul campo, riflette la necessità di Obama di districarsi tra lo scetticismo, da un lato, di una buona fetta dei parlamentari democratici e dell’opinione pubblica e il desiderio, dall’altro, dei militari e di un’opposizione repubblicana che sarà probabilmente decisiva in vista della prossima approvazione al Congresso dei fondi necessari all’escalation.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il prolungamento dell’impegno militare americano costerà circa 30 miliardi di dollari solo nel prossimo anno e le risorse economiche per sostenerne il costo dovranno uscire da un dibattito parlamentare che si annuncia teso.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Se i repubblicani - in gran parte entusiasti per l’invio di nuove forze ma delusi dalla scadenza fissata per il disimpegno militare - saranno pronti a rimediare a defezioni tra le file della maggioranza, già si sono detti contrari ad appoggiare una tassa aggiuntiva sui redditi proposta dai democratici per continuare a finanziare la guerra.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dopo le delusioni incassate negli ultimi mesi, lo sconforto tra la sinistra del partito di governo e l’elettorato liberal è così aumentato ulteriormente all’indomani dell’annuncio di una strategia che molto ricorda quella avviata dall’allora presidente Bush nel 2007 per invertire le sorti del conflitto in Iraq, alla quale Obama si oppose. Come il cosiddetto “surge” iracheno, dicono dalla Casa Bianca, il piano stabilito per Kabul prevede la (ri)costruzione dell’esercito afgano e delle forze di polizia locali che dovrebbero farsi carico in futuro della sicurezza interna.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A differenza di quanto avvenuto in Iraq, tuttavia, l’aiuto fornito all’Afghanistan sarà vincolato a determinati traguardi che il governo di Karzai dovrà raggiungere. Meno chiare sono però le conseguenze alle quali quest’ultimo andrà incontro in caso di mancato adempimento degli obblighi stabiliti da Washington.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Altro punto fondamentale della strategia americana sarà il Pakistan, da dove si teme un’uscita di scena troppo rapida degli Stati Uniti dall’Afghanistan, ma allo stesso tempo viene visto con timore un aumento delle forze occupanti nel paese confinante per possibili nuove ripercussioni interne.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per quanto Obama non abbia definito in maniera esplicita la posizione degli USA nei confronti di Islamabad, pare che già ci sia l’OK della Casa Bianca ad una maggiore presenza della CIA in questo paese e per un aumento delle incursioni dei droni che hanno causato centinaia di vittime civili negli ultimi anni ed alimentato un diffusissimo sentimento anti-americano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Con la presenza in Afghanistan di militanti di Al-Qaeda ridotta, per stessa ammissione del Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Obama, Generale James L. Jones, a un centinaio di uomini, il pantano afgano a otto anni dall’invasione dimostra allora, e in maniera sempre più evidente, il carattere imperialista di un conflitto combattuto ormai contro la volontà della maggioranza delle popolazioni americana ed europea (per non parlare di quella afgana).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La decisione, che minaccia di avere conseguenze rovinose, oltre che per le condizioni di vita delle popolazioni locali e le sorti dei soldati impegnati, per le stesse prospettive dell’intera presidenza Obama, condurrà fatalmente ad un coinvolgimento americano della durata indefinita e dagli effetti destabilizzanti.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Un’occupazione senza alcuna fine in vista e asservita unicamente ad assicurare a Washington una posizione dominante in un’area del pianeta ricca di risorse naturali e strategicamente fondamentale per controbilanciare la crescente influenza di altre potenze come Cina, India, Russia e Iran.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-weight: bold;"&gt;Obama ordina rinforzi all'Italia&lt;/p&gt;&lt;p&gt;di Enrico Piovesana - Peacereporter - 26 Novembre 2009&lt;/p&gt;&lt;p style="font-style: italic;"&gt;E Berlusconi risponde 'signorsì', promettendo di mandare al fronte altre centinaia di soldati. Che pagheremo noi&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il presidente Barack Obama chiama il premier Silvio Berlusconi.&lt;br /&gt;Subito dopo il capo del Pentagono Robert Gates chiama il ministro della Difesa Ignazio La Russa. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Poi la visita del segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che incontra entrambi con l'aggiunta del ministro degli Esteri Franco Frattini.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Un'offensiva diplomatica concentrica per sottoporre al governo italiano una di quelle proposte "che non si possono rifiutare": inviare più truppe sul fronte di guerra afgano.&lt;br /&gt;La risposta non poteva che essere un immediato e incondizionato 'signorsì'.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma quanti? &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Altri 400 soldati al fronte.&lt;/strong&gt; Fosse per La Russa, ne manderebbe a migliaia. "Possiamo avere anche 20mila soldati all'estero, ma bisogna valutare l'estensione del periodo in cui si tengono fuori".&lt;br /&gt;Il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini, è più realistico ed esplicito: "Le forze armate italiane hanno schierato all'estero in passato fino a 12.500 uomini e oggi siamo circa a quota 8.500: non è un problema di uomini, è un problema di soldi: la nostra aliquota di rinforzi non può superare le 500 unità".&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Infatti, la cifra che circola in queste ore è 400: quei quattrocento soldati inviati come ‘rinforzi temporanei' per le elezioni afgane e che sono già tornati a casa. Rasmussen ha chiesto a La Russa di rispedirli al fronte.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma pare che verrà trovata una soluzione alternativa. "Diamo un po' di riposo alla gente!", ha dichiaro il generale Camporini. "Per i militari impegnati in missione all'estero è previsto un turno ogni quattro. Sarebbe ragionevole uno ogni cinque e comunque non possiamo prendere la gente, riportarla a casa e dopo una settimana rimandarla lì".&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;5mila uomini dagli alleati.&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;Gli Stati Uniti e la Nato chiedono agli alleati altri 7mila uomini.&lt;br /&gt;La Gran Bretagna ne ha messi sul piatto 500, la Georgia almeno 700, la Turchia 800, la Slovacchia 250, la Francia non più di 150. Se, come sembra, il nuovo ministro della Difesa tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg è disposto a inviare al fronte altri 2.500 soldati della Wehrmacht, si arriverebbe a sfiorare quota 5mila.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Che infatti è la cifra complessiva fatta nei giorni scorsi dal premier britannico Gordon Brown - "Penso che probabilmente potremmo trovare altri 5mila soldati" - senza comprendere i 500 uomini del British Army.&lt;br /&gt;Prendendo per buoni questi numeri, mancherebbero all'appello giusti giusti i 4-500 soldati che sono stati chiesti all'Italia.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il costo della guerra.&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;Più di questi l'Italia non se ne può permettere. Per ragioni di bilancio, come ha detto il capo di Stato maggiore della Difesa.&lt;br /&gt;Il costo della partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan, che negli anni passati era sui 300 milioni di euro l'anno, ha già superato il mezzo miliardo.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Un ulteriore aumento della spesa bellica sarebbe difficile da fare digerire, non solo al ragionier Tremonti, ma anche a un'opinione pubblica italiana sempre più contraria alla guerra.&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il fantoccio Obama&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Paul Craig Roberts - &lt;span class="newsSottotitolo"&gt;&lt;a href="http://www.informationclearinghouse.info/article24098.htm" target="_blank"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#ff0e00;"&gt;InformationClearingHouse&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; - 1 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Traduzione di www.saigon2k.altervista.org&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Non c’è voluto molto per la Lobby di Israele a mettere in ginocchio il Presidente Obama per il suo divieto di costruire nuovi insediamenti illegali Israeliani nei territori Palestinesi occupati. Obama ha scoperto che un semplice presidente Americano è impotente quando viene affrontato dalla Lobby di Israele, e che agli Stati Uniti semplicemente non viene permesso di avere una politica in Medio Oriente diversa da quella di Israele.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Obama ha anche scoperto che non può cambiare niente, sempre che ne avesse mai avuto l’intenzione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Nell’agenda della lobby militare e della difesa c’è la guerra e uno stato di polizia interno, e un semplice presidente Americano non può farci niente.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il Presidente Obama può ordinare che vengano chiuse le camere della tortura di Guantanamo, e che i sequestri di persona e le torture vengano fermati, ma nessuno esegue i suoi ordini.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;In pratica, Obama è irrilevante.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il Presidente Obama può promettere che porterà a casa le truppe, e la lobby militare dice, “No, invece li manderai in Afghanistan, e nel frattempo inizierai una guerra in Pakistan e costringerai l’Iran in una posizione che ci darà un pretesto per fare una guerra anche lì. Le guerre sono troppo lucrose per noi perchè tu possa fermarle”. E il piccolo presidente dirà, “Sissignore!”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Obama può promettere l’assistenza sanitaria a 50 milioni di Americani che non ce l’hanno, ma non può sconfiggere il veto della lobby della guerra e della lobby delle assicurazioni. La lobby della guerra dice che i profitti di guerra sono più importanti dell’assistenza sanitaria e che il paese non si può permettere sia la “guerra al terrore” che la “medicina socializzata”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;La lobby delle assicurazioni dice che l’assistenza sanitaria deve venir data dalle assicurazioni sanitarie private; altrimenti non possiamo permettercela.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Le lobbies della guerra e delle assicurazioni hanno sventolato le loro agende con i contributi versati in campagna [elettorale] e molto velocemente hanno convinto il Congresso e la Casa Bianca che lo scopo reale del progetto di legge sull’assistenza sanitaria è di salvare soldi tagliando i benefici a Medicare e Medicaid, e quindi “mettere gli entitlements [Ndr. diritti acquisiti] sotto controllo”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Entitlements è una parola usata dalla destra per denigrare le poche cose che, in un lontano passato, il governo faceva per i suoi cittadini. La Social Security e Medicare, ad esempio, vengono denigrati come “entitlements”. La destra continua senza sosta a parlare della Social Security e di Medicare come se fossero regali dati a persone incapaci che rifiutano di prendersi cura di se stesse, quando in realtà i cittadini vengono di gran lunga sovratassati con un’imposta del 15% nelle loro paghe per avere in cambio dei magri benefici.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Infatti per decenni ormai il governo federale ha finanziato le sue guerre e i budget militari con le entrate in surplus raccolte dalla tassa sul lavoro della Social Security.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sostenere, come fa la destra, che non possiamo permetterci l’unica cosa nell’intero budget che ha in modo consistente prodotto delle entrate in eccesso sta ad indicare che lo scopo reale è di portare il cittadino medio ad uno stato di indigenza.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;I veri entitlements non vengono mai menzionati. Il budget della “difesa” è un entitlement per il complesso militare e della difesa, sul quale il Presidente Eisenhower ci mise in guardia 50 anni fa. Una persona dev’essere folle per credere che gli Stati Uniti, “l’unica superpotenza del mondo”, protetta da oceani ad Est e a Ovest e da stati fantoccio a Nord e a Sud, abbia bisogno di un budget della “difesa” superiore all’intera spesa militare del resto mondo messo insieme.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il budget militare è nient’altro che un entitlement per il complesso militare e della sicurezza. Per nascondere questo fatto, l’entitlement viene mascherato come una protezione contro i “nemici” e fatto passare attraverso il Pentagono.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Io dico, eliminiamo l’intermediario e distribuiamo semplicemente una percentuale del budget federale al complesso militare e della sicurezza. In questo modo non avremo bisogno di inventare scuse per invadere altri paesi e andare a fare la guerra con il solo scopo di dare al complesso militare e della difesa il suo entitlement. Sarebbe molto più economico dargli i soldi direttamente, e salverebbe anche un sacco di vite umane e sofferenze in patria e all’estero.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;L’invasione Statunitense dell’Iraq non aveva proprio niente a che fare con gli interessi nazionali Americani. Aveva a che fare con i profitti sugli armamenti e con l’eliminazione di un ostacolo all’espansione territoriale Israeliana. Il costo della guerra, oltre i 3 trilioni di dollari, è stato di 4,000 Americani morti, oltre 30,000 feriti e mutilati, decine di migliaia di matrimoni Americani distrutti e carriere perdute, un milione di Irackeni morti, quattro milioni di Irackeni dislocati e un paese ridotto in macerie.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Tutto questo è stato fatto per i profitti del complesso militare e della sicurezza e anche affinchè la paranoide Israele, armata con 200 bombe nucleari, potesse sentirsi “sicura”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;La mia proposta renderebbe il complesso militare e della difesa ancora più ricco dato che le compagnie riceverebbero i soldi senza aver bisogno di costruire le armi. Piuttosto, tutti i soldi potrebbero venir usati per bonus multimilionari e dividendi distribuiti agli azionisti. Nessuno, in patria o all’estero, dovrebbe venir ucciso, e il contribuente sarebbe ben più felice.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Non c’è alcun interesse nazionale Americano nella guerra in Afghanistan. Come rivelato dall’ex Ambasciatore Britannico Craig Murray, lo scopo della guerra è di proteggere gli interessi della Unocal per un oleodotto che passa attraverso l’Afghanistan. Il costo della guerra è di gran lunga superiore all’investimento dell’Unocal nell’oleodotto. L’ovvia soluzione è di comprare l’Unocal e dare l’oleodotto agli Afghani come parziale risarcimento per la distruzione che abbiamo inflitto a quel paese e alla sua popolazione, e di portare le truppe a casa.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il motivo per cui le mie ragionevoli soluzioni non verranno attuate è che le lobbies pensano che i loro entitlements non potrebbero sopravvivere se diventassero evidenti a tutti. Loro pensano che se il popolo Americano sapesse che le guerre stanno venendo combattute per arricchire le industrie degli armamenti e del petrolio, la gente fermerebbe le guerre.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;In realtà, il popolo Americano non ha diritto di opinione su ciò che il “suo” governo fa. I sondaggi mostrano che metà o più della metà del popolo Americano non sostiene le guerre in Iraq e Afghanistan e non sostiene l’escalation del Presidente Obama per quanto riguarda la guerra in Afghanistan. Nonostante ciò, le occupazioni e le guerre continuano. Secondo il Generale Stanley McChrystal, le 40,000 truppe aggiuntive sono sufficienti per mettere in stallo la guerra, cioè, per farla continuare all’infinito, una situazione ideale per la lobby degli armamenti.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il popolo vuole l’assistenza sanitaria, ma il governo non lo ascolta.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il popolo vuole un lavoro, ma Wall Street vuole azioni più costose e costringe le aziende Americane a trasferire i posti di lavoro in paesi dove la manodopera è più economica.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il popolo Americano non ha il controllo su niente. Non può influire su niente. E’ diventato irrilevante come Obama. E continuerà ad essere irrilevante fino a quando gruppi di interesse organizzati potranno comprare il governo USA.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;L’incapacità della democrazia Americana di produrre un qualsivoglia risultato che gli elettori vogliono è un fatto dimostrato. La completa assenza di reazione del governo al popolo è il contributo che il conservatorismo ha dato alla democrazia Americana.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Qualche anno fa ci fu un tentativo di rimettere il governo nelle mani del popolo mettendo un freno alla capacità dei gruppi d’interesse organizzati di versare enormi somme di denaro nelle campagne politiche e, quindi, obbligare gli ufficiali eletti ad essere dipendenti a coloro che avevano versato i soldi. I conservatori dissero che ogni restrizione sarebbe stata una violazione del Primo Amendamento che garantisce la libertà di parola.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Gli stessi “protettori” della “libertà di parola” non ebbero alcuna obiezione però quando la Lobby di Israele fece passare il disegno di legge sull’ “hate speech”, che ha criminalizzato le critiche al trattamento genocida che Israele riserva ai Palestinesi e al costante furto della loro terra.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;In meno di un anno, il Presidente Obama ha tradito tutti i suoi sostenitori e rotto tutte le sue promesse. Obama è il prigioniero dell’oligarchia degli imperanti gruppi d’interesse. A meno che venga salvato da un evento orchestrato tipo l’11 Settembre, la presidenza Obama non durerà più di un termine. In realtà, l’economia al collasso lo dannerà indipendentemente da un “attacco terrorista”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;I Repubblicani stanno preparando la Palin. La nostra prima presidentessa femmina, dopo il nostro primo presidente nero, completerà la transizione ad uno stato di polizia Americano arrestando i critici e i contestatori dell’immorale politica estera e domestica di Washington, e la Palin completerà così la distruzione della reputazione Americana all’estero.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;La Russia di Putin ha già paragonato gli USA alla Germania Nazista, e il premier Cinese ha paragonato gli USA ad un debitore irresponsabile e immorale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;In modo sempre più crescente il resto del mondo vede gli USA come l’unica fonte di tutti i suoi problemi. La Germania ha perso il capo delle sue forze armate e il suo ministro della difesa, perchè gli USA convinsero o premettero, in un modo o nell’altro, il governo Tedesco a violare la propria Costituzione e mandare truppe a combattere per gli interessi della Unocal in Afghanistan.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;I Tedeschi hanno fatto finta che le loro truppe non stavano davvero combattendo, ma che fossero impegnati in una “operazione di peace-keeping”. Questo ha funzionato più o meno finchè i Tedeschi hanno ordinato un’attacco aereo che ha ucciso oltre 100 donne e bambini che aspettavano in fila per un pò di carburante.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Gli Inglesi stanno indagando sul loro capo criminale, l’ex primo ministro Tony Blair, e l’inganno che mise in piedi contro il suo stesso consiglio dei ministri per fornire una scusa a Bush per la sua invasione illegale dell’Iraq.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Agli investigatori Inglesi è stata negata l’abilità di presentare accuse penali, ma la questione della guerra basata interamente su una macchinazione di bugie e inganni sta venendo ben diffusa. Riecheggierà per tutto il pianeta, e il mondo vedrà che non esiste un’indagine simile negli USA, il paese da dove ebbe origine la Guerra Falsa.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Nel frattempo, le banche d’investimento USA, che hanno distrutto la stabilità finanziaria di molti governi, incluso quello degli USA, continuano a controllare, come hanno sempre fatto fin dall’amministrazione Clinton, la politica economica e finanziaria degli USA. Il mondo ha sofferto in modo terribile per i gangsters di Wall Street, e adesso guarda all’America con un occhio critico.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Gli Stati Uniti non suscitano più il rispetto che suscitavano sotto il Presidente Ronald Reagan o il Presidente George Herbert Walker Bush. I sondaggi nel mondo mostrano che gli USA e il suo capo-fantoccio vengono visti come le due più grandi minacce per la pace. Washington e Israele superano nella lista dei più pericolosi il regime pazzoide della Nord Korea.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-family: georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il mondo sta iniziando a vedere l’America come un paese che deve andarsene via. Quando il dollaro sarà sovra-inflazionato da una Washington incapace di pagare i suoi conti, il mondo sarà motivato dall’avidità e cercherà di salvarci per salvare i suoi investimenti, oppure dirà, grazie a Dio, che liberazione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4850260641517364701-5528265446558040066?l=enricosabatino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/5528265446558040066'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/5528265446558040066'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/2009/12/obama-lennesimo-fantoccio-in-mano-al.html' title='Obama: l&apos;ennesimo fantoccio in mano al Pentagono'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14265115901062177501'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/Sxd2wFvlwOI/AAAAAAAABpA/ESbzEx8gJA0/s72-c/obama-silvio.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-2391778551409120023</id><published>2009-12-03T01:17:00.004-06:00</published><updated>2009-12-03T01:47:03.396-06:00</updated><title type='text'>11/9: la ricerca della Verità continua</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SxdsgVVXN_I/AAAAAAAABo4/Vl-pV1RJjSI/s1600-h/twins-sequenza.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 299px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SxdsgVVXN_I/AAAAAAAABo4/Vl-pV1RJjSI/s320/twins-sequenza.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410912780047300594" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Una serie di articoli sui progressi delle ricerche in corso per smascherare la Menzogna del XXI secolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La ricerca della Verità prosegue senza sosta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;11/9 come disarmare gli F-16 che proteggevano Washington&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Wayne Madsen - &lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;a href="http://www.prisonplanet.com/two-f-16s-on-alert-to-counter-attacks-on-washington-ordered-to-stand-down-on-911.html"&gt;prisonplanet.com&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; - 1 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Traduzione per Megachip a cura di Efisio Piludu.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;em&gt;Un'esercitazione militare che disarma i caccia. Il comandante che muore in un incidente alla metropolitana. Le fatalità di una difesa inceppata. Altri appunti sull'11/9, lato Washington DC. Materiali per nuove inchieste&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;      &lt;p&gt;Il Wayne Madsen Report (WMR) ha appreso da fonti informate dell’intelligence militare USA che - dopo che un monomotore Cessna venne rubato da un campo di aviazione a nord di Baltimora dall’apprendista di volo Frank Corder il 12 settembre 1994, fino a farlo volare sul Prato Sud della Casa Bianca, sbattendo sul lato ovest del palazzo presidenziale - il Dipartimento della Difesa prese delle misure volte a contrastare qualsiasi futuro incidente che avesse implicato missioni suicide con aerei. Nell'incidente del 1994, Corder rimase ucciso nello schianto del Cessna sul prato della Casa Bianca.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Alla Guardia aerea nazionale del Distretto federale con sede alla base di Andrews dell’Air Force, in Maryland, fu ordinato di mantenere due aerei F-16 pronti all’uso e armati con due missili a ricerca di calore.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La &lt;em&gt;ratio &lt;/em&gt;era che, con un piccolo aereo come un Cessna, i missili a ricerca di calore erano da preferire ai sistemi a ricerca radar. Di fatto, due F-16 sono stati sempre mantenuti in stato di allerta a Andrews e armati, per certo, fino all’11 settembre 2001.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Anche in risposta allo schianto del Cessna, alcuni addetti del Secret Service della Casa Bianca equipaggiati con lanciatori portatili di missili terra-aria furono disposti sul tetto del palazzo presidenziale.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Durante quella mattina particolare, era in corso un’esercitazione che ha portato i due F-16 tenuti in &lt;em&gt;stand-by&lt;/em&gt; a volare privi dei loro missili a ricerca di calore. Quando si decise che gli aerei dovevano essere distolti dallo status di esercitazione verso una reale situazione di minaccia, questi atterrarono a Andrews e furono ridispiegati immediatamente sui cieli della Pennsylvania.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il WMR ha già riferito che i due F-16 si occuparono del volo 93 della United sopra Shanksville e lo abbatterono. Testimoni oculari che vivevano nel Mount Vernon, dal lato della Virginia riferirono di aver sentito forti esplosioni sopra il fiume Potomac, durante la mattinata dell’11/9. Queste esplosioni potrebbero essere state causate dagli F-16 provenienti da Andrews mentre infrangevano la barriera del suono sopra l'area a sud di Washington nel corso del loro volo verso la Pennsylvania per intercettare il volo United 93.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il Comandante della 113ª unità dei caccia della Guardia aerea nazionale a Andrews alla data dell’11 settembre era l'allora brigadiere generale &lt;strong&gt;David Wherley&lt;/strong&gt;. Wherley e sua moglie Ann sono morti nello schianto di un treno della Linea Rossa della metropolitana il 22 giugno di quest'anno. Era stato Wherley a ordinare l’uscita degli F-16 dallo stato di esercitazione per entrare in modalità di attacco la mattina dell’11/9.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;È stato riferito che Wherley era a conoscenza di chi nella catena di comando aveva ordinato che gli F-16 fossero messi in stato di esercitazione e disarmati.&lt;/p&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;&lt;a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Wayne_Madsen"&gt;&lt;strong&gt;Wayne Madsen&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, ex analista della National Security Agency (NSA), è ora un giornalista investigativo con molte fonti interne all'&lt;em&gt;intelligence&lt;/em&gt; statunitense. Cura il &lt;a href="http://www.waynemadsenreport.com/"&gt;«Wayne Madsen Report&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www.waynemadsenreport.com/"&gt;»&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="font-weight: bold;" class="Titolo_big"&gt;11 settembre: il volo 77 non poteva essere dirottato&lt;/div&gt;           &lt;span class="artAutore"&gt;da www.voltairenet.org- 30 Novembre 2009&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Traduzione per Megachip a cura di &lt;/span&gt;&lt;strong style="font-weight: normal; font-style: italic;"&gt;Anna Mele&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="font-style: italic;"&gt;Cade un altro pezzo delle inchieste ufficiali.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;Secondo il rapporto della Commissione presidenziale Kean-Hamilton, il volo 77 sarebbe stato dirottato da pirati dell’aria l’11 Settembre 2001 e si sarebbe schiantato sul Pentagono.&lt;/p&gt;     &lt;p&gt;Il rapporto precisa che il dirottamento ha avuto luogo tra le ore 08:51 (momento dell'ultimo contatto radio) e le 08:54 (ora in cui l'aereo cambia rotta), e che essendo stato spento il transponder, si sono perse le tracce del velivolo alle 08:56. È stato solo alle 09:32 che l'aviazione civile ha osservato un aereo vicino a Washington, che ha identificato per deduzione come il volo AA77.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il rapporto afferma inoltre che due passeggeri, Renée May e la giornalista Barbara Olson hanno indicato al telefono ai loro cari che vi erano sei dirottatori (non cinque) armati di taglierini. Secondo la testimonianza di Ted Olson, procuratore generale degli Stati Uniti, sua moglie gli avrebbe detto che i passeggeri e l'equipaggio erano stati raggruppati nella parte posteriore del Boeing e gli avrebbe chiesto quali istruzioni doveva trasmettere al capitano, che si trovava accanto.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Le testimonianze dei passeggeri sono già state invalidate dall'inchiesta dell'FBI, nel corso delle udienze del processo Moussaoui. In questa occasione si è accertato che non è era possibile all’epoca passare delle comunicazioni telefoniche in un volo a quell’altitudine e che, inoltre, non vi era alcuna traccia di tali comunicazioni sui tabulati delle società telefoniche.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Documenti del National Transportation Safety Board (NTSB) recentemente declassificati su istanza dell'associazione «&lt;a href="http://pilotsfor911truth.org/"&gt;Pilots for 9/11 Truth&lt;/a&gt;» fanno apparire la registrazione del parametro «CI», dal titolo “Flight Deck Door”. Questo dimostra che la porta della cabina di pilotaggio è rimasta bloccata. &lt;a href="http://pilotsfor911truth.org/american_77_hijack_impossible.html"&gt;Era dunque impossibile entrare nella cabina di pilotaggio&lt;/a&gt; e farne uscire il pilota durante il volo.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;In queste condizioni, solo il comandante Charles F. Burlingame e il copilota David Charlebois si trovavano nella cabina di pilotaggio quando l'aereo ha cambiato rotta.&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Il comandante Charles F. Burlingame era un ex pilota di caccia della US Navy. Era stato portavoce del Pentagono durante l'operazione Desert Storm. Era stato anche responsabile di un’esercitazione che metteva in scena la simulazione di un possibile schianto di un aereo di linea sul Pentagono. In virtù di una legge &lt;em&gt;ad hoc&lt;/em&gt;, i suoi presunti resti sono stati sepolti nel prestigioso cimitero militare di Arlington, benché sia considerato come morto da civile.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Sua sorella, Debra Burlingame, co-presiede assieme a Liz Cheney (figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney) l’associazione &lt;a href="http://www.voltairenet.org/article162521.html"&gt;Keep America Safe&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="color: rgb(0, 0, 0); font-style: italic;"&gt;&lt;strong&gt;Nota di Pino Cabras per Megachip:&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;L’articolo della Rete Voltaire qui tradotto – che rivela particolari inquietanti, poco o nulla approfonditi dalle inchieste ufficiali, ma che andranno appofonditi anche in via "ufficiosa" – richiama l’attenzione su alcune anomalie di quella terribile giornata. Non è solo la figura del comandante Burlingame ad essere in grado di attirare l’attenzione. Il Volo 77 aveva un’alta densità di passeggeri che lavoravano in posizioni segrete nel settore della difesa. All’incirca tra i 16 e i 21 dei 58 passeggeri.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Molti di essi erano ingegneri aerospaziali. Uno di essi, il signor Yamnicky, era da una vita un operativo della CIA che lavorava per la Veridian in qualità di ingegnere aerospaziale. Un altro passeggero di questa lista, il signor Caswell, guidava un team di un centinaio di scienziati per la marina militare statunitense. Diversi altri lavoravano per Boeing e Raytheon, a El Segundo, in California, sul progetto denominato ‘Global Hawk’.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Ecco di seguito un &lt;strong&gt;&lt;a href="http://portland.indymedia.org/en/2004/10/299484.shtml"&gt;insieme di appunti&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt; sommari sui passeggeri interessanti del Volo 77, ottenuti scorrendo necrologi apparsi sul web o sui giornali già dai giorni successivi all’attentato.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;1. &lt;strong&gt;John D. Yamnicky Sr.&lt;/strong&gt;, 71, di Waldorf, Maryland, era in un viaggio di lavoro sul Volo 77 dell’American Airlines. Era un aviere navale in congedo, ma aveva lavorato come fornitore della difesa per la Veridian Corp, basata in Virginia, dove – a partire dal suo congedo avvenuto con il grado di capitano nel 1979 – operava sui programmi relativi ai caccia e i missili aria-aria. Suo figlio, John Yamnicky, dichiarò che suo padre aveva lavorato allo sviluppo del caccia F/A-18.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;John Yamnicky Sr., dopo essersi laureato nella U.S. Naval Academy nel 1952, divenne un pilota collaudatore della US Navy, ai comandi di un bombardiere A-4, e avrebbe talvolta raccontato dei suoi viaggi e del suo servizio per la marina militare USA in Corea e Vietnam. «È precipitato cinque volte e se l’è scampata ogni volta», ha detto Cindy Sharpley, un’amica di famiglia. «Ma non quest’ultima volta» (AP, 2001).&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Yamnicky si laureò alla Navy Test Pilot School a Patuxent River nel 1960. Ricevette anche l’attestato di un master in relazioni internazionali dalla George Washington University nel 1966. Il signor Yamnicky, che prestava servizio su aerei da trasporto, divenne capitano nel 1971, quando era assegnato a Patuxent River, poi lavorò presso l’ufficio del Segretario della Difesa.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;«&lt;strong&gt;Aveva svolto un certo numero di programmi ‘neri’ – ossia top secret&lt;/strong&gt;», disse suo figlio. «Non ci veniva fornito alcun dettaglio».&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;2. &lt;strong&gt;William E. Caswell&lt;/strong&gt; era un fisico di terza generazione il cui lavoro alla US Navy era così segreto che i suoi familiari sapevano pochissimo di quanto facesse ogni giorno.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Non sapevano nemmeno esattamente perché fosse stato mandato a Los Angeles su quel disgraziato Volo 77 dell’American Airlines dell’11 settembre 2001.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Era un viaggio che faceva spesso, disse sua madre, Jean Caswell. «&lt;strong&gt;Non sapevamo mai che cosa stesse facendo là perché non poteva dircelo. Semplicemente s’impara a non fare domande&lt;/strong&gt;» (Profilo riportato dal «Chicago Tribune»).&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;In una pubblicazione della Princeton University, il consigliere di dottorato di Caswell dichiarò che negli anni Ottanta sapeva che «la US Navy aveva bisogno di uno scienziato bravissimo che la consigliasse in merito a un progetto segreto a tecnologia avanzata e suggerì il nome di Bill Caswell. Non ero addentro ai suoi sviluppi quotidiani, ma a tutti gli effetti, era ancora una volta il suo progetto di tesi: iniziando da zero, salì rapidamente a una posizione di responsabilità scientifica complessiva, alla guida di una squadra di oltre cento scienziati in una delle più impegnative ricerche della US Navy. Le sue capacità tecniche e manageriali erano tenute nella massima considerazione da parte dei suoi colleghi ed erano ufficialmente riconosciute attraverso i più importanti premi ed encomi della marina militare.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Con tragica ironia, stava viaggiando per questo progetto da passeggero nel Volo 77 dirottato dell’American Airlines, e perì con tutto a bordo quando si schiantò. »&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;3 e 4. &lt;strong&gt;Wilson Flagg&lt;/strong&gt;, 63 anni, di Millwood, Virginia, un Ammiraglio della US Navy e pilota dell’American Airlines prima che andasse in pensione. Era stato uno dei tre ammiragli censurati dalla US Navy nel corso dello scandalo Tailhook del 1991, relativo a una violenza sessuale. Anche sua moglie &lt;strong&gt;Darleen&lt;/strong&gt;, coetanea, è morta nello schianto.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;La lettera di censura nel suo dossier bloccò di fatto ulteriori promozioni e lo portò a congedarsi dalla US Navy. Divenne un pilota dell’American Airlines e poi andò in pensione. Suo cognato Ray Sellek disse che veniva ancora invitato al Pentagono a fornire consigli tecnici, &lt;strong&gt;tanto da avervi addirittura un suo ufficio&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;5. &lt;strong&gt;Stanley Hall&lt;/strong&gt;, 68 anni, di Rancho Palos Verdes, California, direttore di programmi presso la Raytheon Co. Era «il nostro &lt;strong&gt;decano della guerra elettronica&lt;/strong&gt;», ha detto un collega della Raytheon, un fornitore della Difesa. Hall aveva sviluppato e costruito tecnologie anti-radar. Era calmo e competente, qualcosa come una figura paterna. «Abbiamo molti giovani ingegneri che hanno guardato a lui come a un mentore», ha dichiarato il portavoce della Raytheon, Ron Colman.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;6. &lt;strong&gt;Bryan Jack&lt;/strong&gt;, 48 anni, di Alexandria, Virginia, analista del budget e direttore della divisione di programmazione e di economia fiscale al Dipartimento della Difesa. Jack, che lavorava al Pentagono, era stato mandato in California per fare una lezione presso la Naval Postgraduate School. I colleghi ricordano che Jack era un matematico brillante. Come capo della programmazione e delle politiche fiscali nell’ufficio del Segretario della Difesa, era un analista di budget di punta. Lavorava al Pentagono da 23 anni.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Jack si era sposato con l’artista Barbara Rachko nel giugno precedente. La Rachko passava i giorni della settimana al suo studio di New York e i due si vedevano nei fine settimana, sia nella loro casa di Alexandria, sia nel loro appartamento di New York. Barbara Rachko ha una licenza di pilota commerciale e aveva trascorso sette anni da ufficiale navale. Si congedò dal servizio attivo ma è comandante nella Riserva navale.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;7. &lt;strong&gt;Keller, Chandler ‘Chad’ Raymond&lt;/strong&gt;. Chad è nato a Manhattan Beach, California, l’8 ottobre 1971 ed è morto l’11 settembre 2001, a bordo del volo 77 dirottato dell’American Airlines partito da Dulles International, Washington D.C. in rotta per Los Angeles. Chad era un eminente ingegnere delle propulsioni e un Project Manager alla Boeing Satellite Systems (da «The Los Angeles Times», 21 Settembre 2001).&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;8. &lt;strong&gt;Dong Lee&lt;/strong&gt;, 48 anni, di Leesburg, Virginia, un ingegnere della Boeing Co.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;9. &lt;strong&gt;Ruben Ornedo&lt;/strong&gt;, 39 anni, di Los Angeles, era un ingegnere delle propulsioni per la Boeing a El Segundo, California.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;10. &lt;strong&gt;Robert Penninger&lt;/strong&gt;, 63 anni, di Poway, California, un ingegnere elettrico presso il fornitore della Difesa BAE Systems. Aveva lavorato a San Diego dal 1990.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;11 e 12. &lt;strong&gt;Robert R. Ploger III&lt;/strong&gt;, 59 anni, di Annandale, Virginia, un architetto di software alla Lockheed Martin Corp., e sua moglie, &lt;strong&gt;Zandra Cooper&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;13. &lt;strong&gt;John Sammartino&lt;/strong&gt;, 37 anni, di Annandale, Virginia, un manager tecnico per XonTech Inc. ad Arlington, Virginia, un’azienda di scienza e tecnologia legata a materie militari e specializzata in difesa missilistica e tecnologie dei sensori, poi acquisita nel 2003 da un’altra industria a produzione militare, la Northrop Grumman. Sammartino era un viaggiatore assiduo con carta platino dell’American Airlines e si stava recando alla sede della società a Van Nuys, California, assieme al suo collega Leonard Taylor.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Una volta uscito dal college, Sammartino era stato assunto come ingegnere al Naval Research Lab; lavorava da 11 anni alla XonTech.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;14. &lt;strong&gt;Leonard Taylor&lt;/strong&gt;, 44 anni, di Reston, Virginia, manager tecnico alla XonTech, era nato a Pasadena, California. Si era laureato alla Andover High School nel 1975 e al Worcester Polytechnic Institute nel 1979 (Su «Globe Star», 27 settembre 2001).&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;15. &lt;strong&gt;Vicki Yancey&lt;/strong&gt;, 43 anni, di Springfield, era in viaggio per Reno per una conferenza di lavoro ma non aveva pianificato di essere nel Volo 77. Yancey, un’ex tecnica di elettronica navale, lavorava per una società fornitrice della difesa, la Vredenburg, e aveva programmato di partire da Washington più presto, ma dei problemi di biglietto ritardarono la sua partenza, come ha dichiarato suo marito David al «Washington Post». Chiamò suo marito 10 minuti prima dell’imbarco sul volo per informarlo che aveva ottenuto un posto sull’aereo («Chicago Tribune»).&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;16. &lt;strong&gt;Charles F. Burlingame III&lt;/strong&gt;, 52 anni, laureatosi nel 1971 alla U.S. Naval Academy, era capitano del volo 77 dell’American Airlines. Burlingame era nella Riserva della US Navy e aveva perfino &lt;strong&gt;lavorato nella stessa ala del Pentagono&lt;/strong&gt; colpita dall’attentato.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;17. &lt;strong&gt;Barbara K. Olson&lt;/strong&gt;, 45 anni, avvocato e commentatrice conservatrice. La Olson era nota ai telespettatori come una commentatrice politica combattiva e sicura che rappresentava il punto di vista conservatore. Era anche la metà di un’influentissima coppia della scena sociale e politica di Washington. Suo marito, Theodore B. Olson, un avvocato affermato, aveva difeso con successo la causa dell’elezione in Florida di George W. Bush prima della Corte Suprema. Il Presidente Bush aveva nominato il signor Olson alla carica di procuratore generale degli Stati Uniti, ossia il funzionario che formula la strategia dell’amministrazione davanti alle corti della nazione.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;È curiosa la storia della telefonata riportata. Mr. Olson ha dichiarato che si trovava nel suo ufficio al Dipartimento di Giustizia il martedì mattina quando ricevette due chiamate dalla moglie, che avrebbe usato il suo cellulare a bordo del Volo 77 dell’American Airlines per dirgli che l’aereo era stato dirottato. Questa versione, molto criticata per l’impossibilità di fare chiamate al cellulare dall’aereo, fu cambiata successivamente con un’altra in cui la Olson avrebbe usato un telefono in dotazione sull’aereo. Ma come riporta anche la Rete Voltaire, non ci sono tracce nei tabulati.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Gli Olson, sposati da quattro anni, si completavano a vicenda in fatto di stile. La Olson era la più schietta dei due nei suoi commenti televisivi, mentre lui mostrava un volto più riflessivo nel suo ruolo di avvocato costituzionale in carica per l’establishment repubblicano.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Barbara Olson fu un’instancabile critica di Bill Clinton e Hillary Rodham Clinton, contro i quali condusse inchieste spietate. Scrisse tra l’altro un libro, &lt;em&gt;Hell to Pay&lt;/em&gt; (Regnery, 1999), estremamente critico nei confronti di Hillary Rodham Clinton, seguito da un volume postumo incentrato sulle ultime settimane dei Clinton alla Casa Bianca, &lt;em&gt;Final Days&lt;/em&gt;, Regnery, 2001 (Si veda il necrologio di «The New York Times» del 13 settembre 2001).&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;18. &lt;strong&gt;Karen Kincaid&lt;/strong&gt;, 40 anni, di Washington, DC. Nativa dello Iowa, era partner dello studio legale di Washington di Wiley Rein &amp;amp; Fielding, specializzato in leggi in materia di comunicazione. Volava per Los Angeles per partecipare a una conferenza sull’industria wireless. Si stava allenando per correre la maratona del corpo dei Marines prevista il 28 ottobre assieme all’uomo da lei sposato cinque anni prima, &lt;strong&gt;Peter Batacan&lt;/strong&gt;, un avvocato di un altro studio. Wiley Rein &amp;amp; Fielding, è un potentissimo studio legale repubblicano che fu parte della vasta squadra di legali coinvolta a sostegno di Bush e Cheney nell’estremamente controversa disputa post-elettorale seguita alle elezioni del 2000 nonché un importante collegio di difesa per reati da colletti bianchi.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;19. &lt;strong&gt;Steven ‘Jake’ Jacoby&lt;/strong&gt; era il direttore operativo della Metrocall Inc., sede ad Alexandria, Virginia, una delle due più grandi società di pager (gli strumenti cercapersone) della nazione. «Il fatto che la rete operativa tecnica di Metrocall abbia continuato a funzionare e fornire comunicazioni d’importanza critica nel corso di questo orribile evento è stato un tributo a Jake», ha dichiarato Vince Kelly, il responsabile finanziario dell’azienda. Jacoby da ultimo sovrintendeva allo sviluppo di un dispositivo cercapersone bidirezionale per persone gravemente ammalate da usare in casi di emergenza, ha rivelato il portavoce Timothy Dietz. La società ha distribuito apparecchi al personale di emergenza che lavorava sulla scena di Washington e New York. […].&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;********&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Anche nelle liste dei passeggeri degli altri voli possiamo registrare una certa densità di figure legate al mondo militare e dell’intelligence.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Tre addetti della Raytheon erano sul Volo 11 dell’American Airlines che si schiantò sulla Torre Nord del World Trade Center. &lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.raytheon.com/"&gt;Raytheon&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt; è un fornitore leader della Difesa, ed è un tassello fondamentale delle tecnologie ‘Global Hawk’ e di controllo remoto preferite del Pentagono. Fra le tante ipotesi affacciatesi su scenari ancora indimostrabili ma tecnicamente plausibili e comunque degni di approfondimento, sono ricomprese delle congetture su aerei “telecomandati”.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Ci sono alcune cose molto curiose che in proposito riguardano Raytheon. Un articolo del quotidiano «USA Today» dell’ottobre 2001 annunciava che Raytheon aveva teleguidato per ben sei volte un Boeing 727 della FedEx in un atterraggio sicuro su una base dell’aeronautica militare in New Mexico &lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.historycommons.org/context.jsp?item=a100201raytheon#a100201raytheon"&gt;nell’agosto 2001 senza un pilota&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Il sistema utilizzava dei segnali radio che venivano originati dalla parte finale della pista ed erano inviati all’aereo. Gli ordini elettronici da terra si coordinavano con la localizzazione tramite GPS. Nessun pilota a bordo dovette intervenire sulla manovra. Va ribadito: era una tecnologia perfettamente disponibile già nell’agosto 2001, il mese prima dei fatidici attentati.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Già all’inizio del 2001 un aereo speciale del programma ‘Global Hawk’ aveva attraversato l’Oceano Pacifico, volando dagli USA all’Australia senza esseri umani a bordo.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Il decano di questi programmi e altri supertecnici del settore aerospaziale, come abbiamo visto, sono morti ufficialmente l’11 settembre 2001.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Una delle obiezioni sollevate rispetto alla realizzabilità di un complotto in qualche misura interno a realtà legate alle istituzioni e all’intelligence degli Stati Uniti è la difficoltà – se non l’impossibilità – di mantenere un segreto ove si coinvolgano troppi congiurati ed esecutori. Chi organizza una strage come quella dell’11 settembre è tuttavia sufficientemente spietato da poter includere nel sacrificio anche gli esecutori che potrebbero parlare, e confonderli fra le altre vittime. I rilievi forensi sono stati interamente gestiti in ambiti militari. Difficile oggi sapere con certezza come e dove sono morti i passeggeri.&lt;/p&gt; &lt;p style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;Per ora sono ipotesi d’inchiesta.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;"&gt;&lt;strong&gt;AGGIORNAMENTO DELLA REDAZIONE DEL 3 DICEMBRE 2009&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Un post pubblicato sul blog &lt;a href="http://undicisettembre.blogspot.com/2009/12/non-aprite-quella-porta.html"&gt;undicisettembre.blogspot.com&lt;/a&gt; critica il presente articolo concentrando l'attenzione su un punto specifico della ricerca dei &lt;strong&gt;Pilots For Truth&lt;/strong&gt;. Il post dice in sostanza che nella scatola nera del Boeing 757 il parametro dell'apertura della porta è elencato sotto la voce &lt;em&gt;"Parametri non funzionanti o non validati" &lt;/em&gt;in ragione di un semplice fatto: quell'aereo non poteva avere il sensore relativo all'apertura o chiusura della porta di accesso alla cabina di pilotaggio perché tale dispositivo è stato montato solo nei velivoli prodotti a partire dal 1997, mentre quell'apparecchio era stato fabbricato nel 1991.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Insistendo sul punto, viene affermato che "&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;il parametro in questione non poteva segnalare l'apertura della porta, semplicemente perché il relativo sensore non c'era.&lt;/span&gt;" Seguono trionfali cachinni, che come al solito chiudono con qualche formula di rito i loro articoli.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Risulta tuttavia che anche i Boeing 757 più anziani siano arrivati all'11 settembre 2001 con un 'lifting' che li aveva già assimilati agli aerei più giovani dello stesso modello. Nell'operazione di ringiovanimento c'erano i nuovi sensori ricompresi nei dati registrati nelle "scatole nere", incluso anche il sensore sull'apertura della porta. Lo si può leggere nel nuovo &lt;a href="http://img38.imageshack.us/img38/5027/fcdps4.png" target="_blank"&gt;manuale di manutenzione&lt;/a&gt; edito la prima volta il 28 settembre 2000, ben prima che tali aggiornamenti fossero resi obbligatori nell'agosto 2001.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le date di manifattura degli aeroplani non hanno a che fare con i sistemi di registrazione dei dati. E' anche possibile leggere la lista dei parametri che devono comparire nella scatola nera, forniti dal NTSB (l'agenzia che indaga sugli incidenti nel settore dei trasporti e in quello petrolifero) dopo una richiesta di accesso ai documenti:  &lt;a rel="nofollow" href="http://www.warrenstutt.com/NTSBFOIARequest2-1-09/CDROM/757-3b_1.TXT" target="_blank"&gt;http://www.warrenstutt.com/NTSBFOI [...] 7-3b_1.TXT&lt;/a&gt;. Ebbene, nella lista c'è anche il Flight Deck Door.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Controprova, per il volo UA 93, quello che ha terminato la sua corsa in Pennsylvania, essendo coperto da un diverso modello di aereo, il NTSB non ha messo nella &lt;a href="http://www.ntsb.gov/info/UAL93FDR.pdf"&gt;lista dei parametri&lt;/a&gt; quello dell'apertura della porta.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Quindi il sensore doveva esserci, e un suo cattivo funzionamento sarebbe stata un'anomalia. Pertanto i dati registrati sono incompatibili con la presunta storiella di Barbara Olson e con la dinamica di dirottamento raccontata dalla versione ufficiale nonché dall'assessorato allo schiacciamento delle bufale.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;C'è semmai da chiedersi quanto attendibili siano i dati ufficiali. La scatola nera del Volo 77 non appare esente da manipolazioni. E i Pilots For Truth hanno segnalato stridenti &lt;a href="http://pilotsfor911truth.org/forum//index.php?showtopic=8240&amp;amp;st=0#entry10740958" target="_blank"&gt;anomalie nei dati&lt;/a&gt;. Il punto è proprio questo. I dati ufficiali esistenti, siano creduti veri o meno, non sono comunque compatibili con gli altri dati che compongono la narrazione dominante dell'attacco al Pentagono.&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;11/9: Fuga di notizie da New York&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Pino Cabras - Megachip - 26 Novembre 2009&lt;br /&gt;&lt;p&gt;L’11/9, evento sempre incontenibile, è un’enormità che deflagra come una cosa nuova, anche adesso, con un’overdose di piccole informazioni disperse. Centinaia di migliaia di messaggi, rilasciati da &lt;a href="http://www.wikileak.org/"&gt;wikileak.org&lt;/a&gt; (sito specializzato in fughe di notizie), sono proprio tanti. Superano in clamore la volta in cui il sito divulgò il manuale operativo segreto di Guantanamo.&lt;/p&gt;     &lt;p&gt;I messaggi - sms, mail, ma soprattutto &lt;em&gt;pager&lt;/em&gt; (cercapersone) - sono stati registrati proprio l’11 settembre 2001 mentre era in corso il dramma. Il sito li fa trapelare di botto. Ognuna delle nostre vite è investita dalle frasi di centinaia di migliaia di altre vite. Troppa informazione per un essere umano, anche per quello che divora notizie. È impossibile oggi fare commenti fermi, così come quel giorno. La scena è ancora confusa. Ma qualche considerazione provvisoria è pure possibile.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Emerge innanzitutto il rivelarsi orwelliano delle tecnologie della comunicazione. Stupisce il livello di penetrazione della capacità di registrare, conservare la vita elettronica di cittadini e istituzioni da parte di potenti apparati. Qualunque sia la manina che ha riportato emozioni personalissime e ordini impersonali trasmessi l’11/9, essa rivela un potere enorme. Non importa ora stabilire quanto ordinato, consapevole, razionale, oppure caotico e incongruente sia quel potere. È un fatto che sia pervasivo, incapace di garantire privacy, e infine manipolabile da apparati che ne sfruttino il potenziale. Il sistema di controllo è diventato più integrato negli anni dell’amministrazione Bush-Cheney, e di certo Obama non lo sta smantellando.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Va registrata poi la coincidenza di queste rivelazioni con l’avvio di una nuova fase della guerra in Afghanistan. La versione ufficiale dell’11/9 – la quale vuole che il soggetto al-Qai’ida abbia attaccato l’America facendo base in Afghanistan - è il sostrato narrativo che ha portato a giustificare l’invasione di quel paese. Se cade quella versione, cade il pretesto della guerra. Il partito democratico giapponese, da poco al governo, lo ha capito benissimo. Vuole sganciarsi dai costi politici ed economici del buco nero centroasiatico, perciò guarda all’origine di tutto, e quell’origine &lt;a href="http://www.megachipdue.info/finestre/zero-11-settembre/642-giappone-tutto-il-pd-giapponese-e-importanti-settori-della-societa-civile-con-yukihisa-fujita-per-una-nuova-inchiesta-sull119.html"&gt;non lo convince&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;È presto per dirlo, ma non è da escludere che qualche problema se lo stiano ponendo anche in seno all’&lt;em&gt;establishment &lt;/em&gt;militare e spionistico statunitense, di fronte al budget militare di Obama, che supera persino i primati stabiliti da Bush, e lo fa nel pieno della più pericolosa crisi economica dai tempi della Grande Depressione. Alcune di queste rivelazioni potrebbero smantellare le versioni ufficiali dell’11/9, e quindi indebolire la &lt;a href="http://it.peacereporter.net/articolo/19080/Afghanistan%2C+Obama+approva+il+%27surge%27"&gt;spinta a intensificare la guerra&lt;/a&gt; che sopraggiunge dal vincitore del premio Nobel per la pace 2009.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;È anche vero però che l’11/9 è una tragedia di prima grandezza, un dramma capitale. Le migliaia di frasi angosciate, gli addii, gli sconvolgimenti delle famiglie spezzate si prestano ad altri impieghi mediatici. Può esserci la prevalenza dell’emozione sulla riflessione ragionata, l’ingrandimento del dettaglio a scapito della visione d’insieme, l’uso dei mille sottotesti della tragedia per riconfermare il “bias”, l’inclinazione pregiudiziale di un mondo che cerca prima di tutto protezione e sicurezza, un’autorità che prenda paternamente la mano, e giustifichi meglio altri 40mila soldati da spedire nei monti afghani, di cui 34mila americani e una parte italiani.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Vittorio Zucconi su «Repubblica» ha scelto il terreno irriflessivo delle lacrime. Forse non ne conosce altro, non su questo argomento. Non è un caso isolato.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Eppure c’è dell’altro, a ben guardare, non solo struggenti commiati. Ci sono i messaggi che facevano ronzare di continuo i cercapersone in mano agli agenti del Secret Service, l’agenzia che si occupa della difesa delle alte cariche istituzionali degli Stati Uniti. I loro &lt;em&gt;pager &lt;/em&gt;di servizio erano inondati di &lt;a href="http://www.cbsnews.com/blogs/2009/11/25/taking_liberties/entry5770280.shtml?tag=mncol;txt"&gt;allarmi continui&lt;/a&gt;, spesso fuorvianti, con notizie di autobomba che esplodevano e altre minacce spesso false. Non si dimentichi che quel giorno erano in corso molte esercitazioni militari nonché simulazioni e allerta antiterrorismo che già complicavano i “luoghi del delitto”, tanto da inquinare le capacità di ricostruzione da parte delle future inchieste.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;C’è inoltre la conferma che si era mobilitato l’apparato per la “continuità di governo”, con funzionari chiave caricati in direzione del superbunker di Mount Weather, il luogo che – assieme agli aerei E-4B detti ‘Doomsday’ (Giorno del Giudizio) – attiva gli strumenti per la «interoperabilità» delle comunicazioni e delle catene di comando governative in caso di eventi catastrofici della portata di una guerra atomica.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Viene anche confermato un fatto inquietante che a suo tempo il portavoce della Casa Bianca, Ari Fleischer, aveva provato a smentire. Parliamo della minaccia rivolta al presidente degli Stati Uniti con un codice che solo una persona interna agli apparati poteva conoscere. Alle 10:32 un messaggio del Secret service infatti annunciava: «ANONYMOUS CALL TO JOC REPORTING ANGEL IS TARGET.» Ossia: «Chiamata anonima al JOC riferisce che Angelo è l’obiettivo».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Angel era la parola in codice che quel giorno il Secret Service usava per definire l’Air Force One, l’aereo del presidente USA. JOC significa Joint Operations Center. Le linee telefoniche che ricevettero la chiamata non si trovavano certo sull’elenco, erano riservatissime. Chi aveva chiamato?&lt;/p&gt; &lt;p&gt;L’aereo di Bush aveva lasciato mezzora prima la Florida, rotta per Washington. Quel messaggio aveva sconvolto i piani. Gli eventi si prestavano a essere visti non come un attentato di terroristi stranieri, ma come un chiaro «&lt;em&gt;pronunciamiento&lt;/em&gt;» di un colpo di Stato interno, collegato ad ambienti militari perfettamente addentro al segreto più importante, quello che può provocare una guerra nucleare. I giornalisti a bordo hanno raccontato che durante la prima fase del volo sembrava di trovarsi su un missile in partenza per lo spazio, tanta era l’accelerazione che portò l’Air Force One fino a 13mila metri di altitudine.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nessuno sapeva allora dove l’aereo fosse destinato – nemmeno il pilota stesso. Da lì la necessità di volare – seppure tortuosamente – verso la base militare di Offutt, Nebraska. In quella base – non una base qualsiasi , ma la principale sede del comando strategico degli USA - già dalla sera prima c’era un “&lt;em&gt;parterre de rois&lt;/em&gt;” composto dai vertici delle principali società che avevano sede al WTC, convocati irritualmente da Warren Buffet. Notizie importantissime che poi si sono dissolte nei media per molti anni.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Nel gioco dell’«unisci i puntini» ora si sono improvvisamente aggiunti migliaia di nuovi segni. Non bisogna distrarsi, e magari occorre sollevare lo sguardo.&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;11/9: L'ipotesi del sorvolo del Pentagono&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;da www.zerofilm.info - 19 Novembre 2009&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Traduzione per Megachip a cura di &lt;/span&gt;&lt;strong style="font-style: italic; font-weight: normal;"&gt;Pino Cabras&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; e &lt;/span&gt;&lt;strong style="font-style: italic; font-weight: normal;"&gt;Pina Mele&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;strong&gt;Lettera aperta a Guillaume Dasquié: riconoscerà i suoi errori sull'11/9?&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Quell'aereo il Pentagono lo ha solo sorvolato? Pubblichiamo la traduzione di un'interessante ipotesi che emerge da un'analisi minuziosa delle testimonianze legate all'attentato dell'11/9. L'articolo - pubblicato anche su ReOpen911.info, è una lettera aperta che sfida uno dei mitografi delle prime versioni ufficiali, Guillaume Dasquié. &lt;/p&gt;    &lt;p&gt;Sig. Guillaume Dasquié, &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nel libro “&lt;em&gt;&lt;a href="http://www.ibs.it/code/9788883353765/dasquieacute/complotto-verita-menzog.html"&gt;Il complotto. Verità e menzogne sugli attentati dell’11 settembre&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;”, (ediz. ital. edita da Guerini e Associati, prefazione di Lucia Annunziata, NdT), pubblicato nel giugno 2002, lei pretendeva di rispondere «punto per punto» alla tesi di Thierry Meyssan, riassunta nella copertina de “&lt;em&gt;&lt;a href="http://www.ibs.it/code/9788887517347/meyssan-thierry/incredibile-menzogna-nessun-aereo.html"&gt;L'incredibile menzogna&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;” da questa frase perentoria: «nessun aereo si è schiantato sul Pentagono». &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Meyssan non sviluppava tanto delle teorie alternative nell’opera in questione, limitandosi ad analizzare fotografie e conferenze stampa dei primi soccorsi. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le ipotesi investigative iniziarono a seguito del giro promozionale. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Considerando dapprima l'esplosione di un camion-bomba parcheggiato di fronte alla parete ovest del Pentagono, Meyssan passò subito alla tesi del missile, indubbiamente in risposta alle testimonianze pubblicate dalla stampa e dopo l'analisi di cinque immagini pubblicate dal Dipartimento della Difesa nel marzo 2002. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;La teoria del missile andava a soffocare ogni velleità di un'indagine presso i giornalisti professionisti. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;L'autenticità e le numerose testimonianze sull’aereo di linea che volava a bassa quota in direzione del Pentagono ha convinto l’insieme delle redazioni della realtà dell’impatto contro la facciata. Un collegamento tra causa ed effetto in realtà poco evidente, come ha dimostrato il &lt;a href="http://www.citizeninvestigationteam.com/index.html"&gt;Citizen Investigation Team&lt;/a&gt; (CIT), alla fine di un’inchiesta durata tre anni. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;La tesi del &lt;strong&gt;sorvolo&lt;/strong&gt;, che pochi scettici consideravano prima di tale lavoro, è una possibilità credibile e ad oggi documentata che potrebbe spiegare molte anomalie della scena del crimine. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Essendo il libro “&lt;em&gt;Il complotto&lt;/em&gt;” (titolo originale "&lt;em&gt;L’effroyable mensonge&lt;/em&gt;") un punto di riferimento del giornalismo d’inchiesta di fronte ai deliri complottisti, era normale metterlo a confronto con &lt;a href="http://www.dailymotion.com/video/xav0rl_v2-national-security-alert-le-penta_news"&gt;l’inchiesta del CIT&lt;/a&gt; sugli avvenimenti di Arlington. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dopo una rapida presentazione della «teoria del sorvolo e dell'allontanamento», ci concentreremo sulle quaranta pagine tecniche della sua opera, le sole utili a trattare la materia che qui ci interessa: il volo 77 si è schiantato sì o no sul Pentagono, l’11 settembre 2001 alle ore 09:36?&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;1. La tesi del sorvolo e allontanamento (“the flyover/flyaway theory”)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;La traiettoria ufficiale si basa su due elementi: i lampioni "strappati" quando l'aereo ha sorvolato l'autostrada I27 - uno dei principali argomenti usati per invalidare la tesi del missile - e l'orientamento dei danni tra gli anelli E e C Pentagono. &lt;p&gt;Un tale tracciato richiede che il velivolo si trovasse a sud di Columbia Pike, a sud della pertinenza della US Navy, a sud della ex stazione Citgo, prima di scendere a 850 chilometri all'ora, all’altezza dei lampioni, per colpire finalmente il piano terra dell'edificio, orizzontalmente, a pochi centimetri dal suolo. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nel 2006, il CIT ha iniziato un'indagine indipendente sul campo, il cui scopo era quello di porre fine alle speculazioni circa gli eventi di Arlington. L'indagine ha dimostrato che i testimoni oculari, compresi gli ufficiali di polizia del Pentagono e il controllore di volo dell’eliporto, confermavano il passaggio a bassa quota di un aereo commerciale. Ma lungo una linea di volo assolutamente incompatibile con il tracciato dei danni materiali. &lt;/p&gt; &lt;img style="margin: 2px 3px;" src="http://www.megachipdue.info/images/stories/rokstories/traiettorie_pentagono.jpg" alt="traiettorie_pentagono" width="410" height="221" /&gt; &lt;p&gt;Questo schema mostra la traiettoria ufficiale, come stabilita in base ai dati del governo. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le linee gialle sono le traiettorie tracciate sul piano dai testimoni oculari. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sean Boger, il controllore di volo dell'eliporto del Pentagono è un testimone cruciale. Dalla torre di controllo, a meno di 20 metri dal punto d'impatto, godeva di una vista panoramica della superstrada I27. &lt;a href="http://www.thepentacon.com/SeanBogerATC.htm"&gt;Interrogato dal CIT il 2 settembre 2009&lt;/a&gt;, ha confermato la traiettoria Nord descritta dai testimoni che si trovavano a monte del suo punto di osservazione. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Se queste descrizioni sono esatte, implicano che l’aereo non ha colpito, bensì sorvolato l’edificio. Torneremo in seguito sulle contromisure multiple destinate a coprire la fuga dell’aereo attaccante: il C130, l’E4B e la DRA dell’aeroporto Reagan. &lt;/p&gt; &lt;a href="http://dailymotion.virgilio.it/video/xarnky_fr-national-security-alert-le-penta_news" target="_blank"&gt;&lt;img style="margin: 2px 3px;" src="http://www.megachipdue.info/images/stories/rokstories/video_cit.jpg" alt="video_cit" width="251" height="192" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;National Security Alert&lt;/em&gt; è un’eccellente introduzione al lavoro del CIT. Vi invitiamo a visionare questa presentazione prima di consultare le interviste complementari proposte sui due siti internet dell’associazione. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Certamente, i testimoni potrebbero sbagliarsi, ricostruire a posteriori i fatti su influenza degli intervistatori, o perfino mentire. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma due poco conosciute indagini ufficiali, condotte nel 2001, accreditano le risultanze delle indagini del CIT: Il &lt;a href="http://memory.loc.gov/ammem/collections/911_archive/index.html"&gt;"&lt;strong&gt;911 documentary Projet&lt;/strong&gt;"&lt;/a&gt; (“Progetto di documentazione sull’11/9", NdT) della Biblioteca del Congresso e il &lt;a href="http://www.citizeninvestigationteam.com/cmh_master_index.pdf"&gt;"Project Noble Eagle"&lt;/a&gt; del Center For Military History - parzialmente declassificato dal Pentagono dopo una richiesta FOIA di John Farmer. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non solo i testimoni descrivevano nel 2001, poche settimane dopo l'attacco, una traiettoria coerente con le dichiarazioni del 2006 e del 2009, ma gli archivi della Biblioteca del Congresso e del C.M.H contengono diverse testimonianze sul sorvolo dell’edificio e l'allontanarsi del velivolo attaccante. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Così, il 30 Novembre 2001, il sergente Roosevelt Robert assicurava agli investigatori del Congresso di aver visto, pochi secondi dopo l’esplosione, un aereo a 30 metri di altezza che sorvolava il parcheggio sud del Pentagono. Controinterrogato dal CIT, Robert R. ha confermato l'identità del velivolo: un aereo a reazione color argento, di tipo commerciale e inclinato a destra. Una descrizione del tutto identica a quella indicata da tutti i testimoni della traiettoria a nord. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Erik Dihli dichiarava dal suo canto agli inquirenti del progetto "Noble Eagle", il 31 dicembre 2001, che «nella confusione dei primi istanti, la gente urlava che una bomba era esplosa e l'aereo fuggiva via». &lt;/p&gt;&lt;p&gt;La stessa informazione fu diffusa dalla catena televisiva WUSA tra le ore 09:37 e le 10:00. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Questo scenario spiegherebbe la testimonianza dei dipendenti del Pentagono che hanno riferito di aver riconosciuto l'odore specifico di cordite, un esplosivo ben noto ai militari. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma quanto credito accordare alla testimonianza? Più precisamente, quale valore vi attribuiscono a partire dal 2002 i difensori della versione ufficiale?&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;2. Dell’importanza dei testimoni&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;  &lt;p&gt;Il suo primo attacco, e senza dubbio il più legittimo, contro “L’incredibile menzogna”, si è concentrato sui testimoni oculari dell’evento. Avendoli Thierry Meyssan spazzati via dalla sua indagine, perché «non sarebbero di grande aiuto», lei scrive alle pagine 25 e 26 della versione francese de "Il complotto": &lt;/p&gt; &lt;em&gt;«Una considerazione rivoluzionaria! I testimoni oculari di solito sono molto ascoltati soprattutto a proposito di un evento materiale, fisico, come quello di uno schianto sul Pentagono, e soprattutto quando sono così numerosi come in questo caso (perché la moltiplicazione dei testimoni per decine vanifica qualsiasi tentativo di costruire false testimonianze). A meno che i testimoni oculari non siano ignorati perché contraddicono un’impalcatura dallo spirito così palpitante.&lt;/em&gt; &lt;p&gt;Cosa dicono i testimoni oculari?&lt;/p&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt; &lt;p&gt;Per farci un'opinione, abbiamo fatto il lavoro accuratamente evitato dall'autore di “L'incredibile menzogna”: una presa di contatto diretta e personale con i testimoni, senza intermediari, vale a dire interviste con la gente più vicina all’origine delle informazioni - l'ABC di un’inchiesta giornalistica. (...) I nostri contatti personali a Washington, la consultazione di stampa e televisione locali dell’11 e 12 settembre hanno consentito nello spazio di tre giorni di identificare diciotto persone che vivono nella zona di Arlington e Washington, facilmente raggiungibili consultando gli elenchi telefonici locali...» &lt;/p&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt; &lt;p&gt;Una dichiarazione di principi seguita da 18 nomi, senza una mappa né una collocazione spaziale dei testimoni, con la notevole eccezione di Paul Coleridge. E una formulazione enigmatica, che non consente al lettore di determinare la portata del suo lavoro sul campo, specie dei suoi eventuali movimenti ad Arlington. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Interrogati su questo punto, né lei, né il signor Jean Guisnel avete voluto risponderci. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Iniziamo dal caso di Paul Coleridge, che secondo lei &lt;em&gt;«... era sul ponte Wilson quando vide l'aereo»&lt;/em&gt;. &lt;/p&gt; &lt;img style="margin: 2px 3px;" src="http://www.megachipdue.info/images/stories/rokstories/washington_area.jpg" alt="washington_area" width="410" height="280" /&gt; &lt;p&gt;Come le mostra questa mappa, l’aeroporto Reagan giusto vicino al Pentagono e 8 km separano queste due costruzioni dal ponte Wilson. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;L'esempio di Paul Coleridge è interessante perché Steve Chaconas, un importante testimone del CIT, si trovava nel frattempo sul fiume Potomac, a circa 1 chilometro e mezzo a nord della presunta posizione di Coleridge.&lt;/p&gt;  &lt;img style="margin: 2px 3px;" src="http://www.megachipdue.info/images/stories/rokstories/flight_path.jpg" alt="flight_path" width="410" height="281" /&gt; &lt;p&gt;Questa seconda mappa rappresenta la traiettoria ufficiale del "volo 77" e la traiettoria approssimativa descritta da Steve Chaconas. Prima osservazione: &lt;strong&gt;né lui, né Paul Coleridge potevano vedere il punto d'impatto dai loro rispettivi punti di osservazione&lt;/strong&gt;. Questi due testimoni sono utili, nel migliore dei casi, per determinare il percorso di approccio dell’aeromobile. Ma Paul Coleridge era in grado di distinguere il “volo 77” nel traffico giornaliero del Reagan Airport? &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Steve Chaconas è un &lt;em&gt;habitué&lt;/em&gt; del fiume Potomac, lungo il quale porta i suoi clienti ogni giorno a pescare. Sottolinea in &lt;a href="http://thepentacon.com/TheEastSideClaim.htm"&gt;un’intervista del 4 marzo 2008&lt;/a&gt; che il "Volo 77" aveva catturato la sua attenzione per via della sua traiettoria lontano dal DRA (DRA: Down Rever Approach, ossia la rotta imboccata sopra il Potomac dagli aerei in partenza o in arrivo presso il Reagan Airport), un dettaglio che solo le persone che hanno familiarità con quei luoghi avrebbero notato. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Ironia di questa testimonianza», è molto probabile che Paul Coledrige, presentato a difesa della versione ufficiale, sia in realtà un testimone a carico. Solo un colloquio approfondito condotto e filmato sul Ponte Wilson, potrebbe chiarire il suo status. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma apprendiamo degli altri 17 testimoni de «Il complotto», tra cui John O 'Keefe, un ex "News Supervisor" di «USA Today», di cui lei pubblica la lunga testimonianza - «scritta e firmata» - alle pagine 29 -31. Nonostante una descrizione piuttosto dettagliata dei fatti, nulla consente di localizzare John O’Keefe nei dintorni del Pentagono né di determinare se sia un testimone oculare diretto dell’impatto contro la facciata. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ecco la sua testimonianza: &lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Là, improvvisamente, proveniente dal mio lato sinistro - non so se all’inizio l’ho visto o sentito - è passato un aereo di colore argento. (...) Io sono abituato a vedere degli aerei volare a bassa quota in questo settore, perché siamo veramente a uno o due miglia [1 miglio = 1,6 km] dal National Airport. Ma là sembrava volare troppo basso e girare nella direzione sbagliata. Fino a quando mi sono reso conto che entrava in collisione con il Pentagono. È arrivato in discesa, passando sopra l'autostrada, alla mia sinistra, ed è passato davanti alla mia auto. L'aereo non volava in picchiata. Sembrava sotto controllo e volava come un aereo che sta per atterrare. È successo molto rapidamente e molto vicino a me, ma ho visto chiaramente il nome e il logo dell’American Airlines sull’aereo. C’è stata una gigantesca esplosione, con fiamme arancioni che uscivano dal Pentagono. Pensavo che la strada davanti a me sarebbe stata distrutta. Poi tutto è diventato nero, c'era solo un denso fumo nero.» &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quanti testimoni, fra i 18 citati nel suo libro, avevano una chiara visione della facciata del Pentagono? E tra questi, quanti si misero al riparo al passaggio del velivolo, non essendo più da allora testimoni dell'impatto diretto, ma solo testimoni della traiettoria? &lt;/p&gt;&lt;p&gt;I difensori della versione ufficiale pretendono che 40 persone abbiano assistito allo schianto del Volo 77 sul muro esterno. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;La testimonianza del pompiere Allan Wallace, &lt;a href="http://www.liberation.fr/evenement/0101408112-pourquoi-la-demonstration-de-meyssan-est-cousue-de-tres-gros-fils-blancs"&gt;pubblicata da «Libération» il 30 marzo 2002&lt;/a&gt;, è un caso da manuale: «Ero a circa 10 metri dalla facciata ovest del Pentagono nei pressi di un camion, con altri due vigili del fuoco. Ho guardato il cielo e improvvisamente &lt;strong&gt;ho visto un aereo appena passato sopra l'autostrada, ad altitudine molto bassa. Abbiamo allora cominciato a correre in direzione opposta all’aereo. Non l'ho visto colpire l'edificio, ma abbiamo sentito un rumore tremendo. Quando sono tornato, era per vedere un’enorme palla di fuoco&lt;/strong&gt;.» &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non è forse legittimo supporre che le persone in posizione tale da vedere l’impatto ebbero il riflesso naturale di mettersi al riparo? Essendo la sincronizzazione degli eventi tale da portare un gran numero di testimoni a dedurre che l'aereo era all’origine dell'esplosione. La differenza tra "vedere" e "dedurre" non sfuggirà a chiunque, soprattutto non un giornalista investigativo del suo livello. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Purtroppo, i pochi testimoni “oculari” del suo libro non fanno eccezione alla regola. Lei afferma, ad esempio, che Omar Campos «ha visto l’aereo passare sopra la sua testa e urtare il Pentagono». &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Eppure ecco la &lt;a href="http://www.guardian.co.uk/world/2001/sep/12/expertopinions.charlieporteronmensfashion"&gt;sua precisa dichiarazione a «The Guardian», il 12/09/2001&lt;/a&gt;: «It was a passenger plane. I think an American Airways plane. I was cutting the grass and it came in screaming over my head. &lt;strong&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;I felt the impact&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. The whole ground shook and the whole area was full of fire. I could never imagine I would see anything like that here ». &lt;/p&gt;&lt;p&gt; &lt;/p&gt;(Trad.: «Era un aereo passeggeri. Credo un American Airways. Stavo tagliando l'erba ed è passato con gran fracasso sopra la mia testa. &lt;strong&gt;Ho avvertito l'impatto&lt;/strong&gt;. L’intero terreno tremava, e tutta la zona era piena di fuoco. Non avrei mai potuto immaginare che avrei visto niente del genere qui»). &lt;p&gt;&lt;a href="http://thepentacon.com/LloydEngland_AccompliceVideo.htm#FromLawtoLord"&gt;L’intervista del CIT a Steven MacGraw&lt;/a&gt; (la n.15 della sua lista), ex legale del dipartimento della giustizia ordinato sacerdote tre mesi prima dell’attentato, è esemplare. Giudicate l'abisso tra la sua testimonianza, così come pubblicata dall’«&lt;a href="http://www.catholicherald.com/"&gt;Arlington Catholic Herald&lt;/a&gt;»: «L’aereo ha spezzato un lampione», e le sue dichiarazioni di fronte alla telecamera nel 2008:«L’aereo era così basso che sembrava aver spezzato un lampione». &lt;/p&gt;&lt;p&gt;MacGraw e Sean Boger (presentato come un "testimone oculare" dell’impatto fino a quando non ha riconosciuto, il 9 febbraio 2009, d’essersi rifugiato sotto la sua scrivania, alla vista dell'aereo che arrivava dal lato nord della CITGO) non sono dei casi isolati. Vi invitiamo a guardare l’intervista a Joel Sucherman (n. 6 della sua lista) pubblicata dal CIT, così come la sua analisi dettagliata delle testimonianze dei dipendenti di «USA Today», una redazione massicciamente rappresentata nella lista dei testimoni di "L’effroyable mensonge". &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il che ci porta a Mike Walter, stranamente dipinto del pari di Sucherman e Gaskin en passant&lt;/p&gt;come "anonimo" nel suo libro. Il giornalista di «USA Today» stava guidando nei pressi del Pentagono. Interrogato dai giornalisti della CBS e CBS-9 pochi minuti dopo l'evento, ha detto inizialmente che gli alberi ostruivano il suo campo visivo e gli avevano impedito di vedere l'impatto contro la facciata. Tuttavia, sottolineò che l'aereo aveva strappato un lampione, il famoso lampione n. 1, mentre volava sopra il ponte dell’autostrada I27. Successivamente, la sua testimonianza non ha smesso di evolversi in funzione delle esigenze della versione ufficiale. &lt;p&gt;Nel marzo 2002, intervistato da LCI poco dopo l'uscita de "L'incredibile menzogna", affermerà all'improvviso di aver osservato «l’aereo piegarsi come una fisarmonica contro la facciata», la fisarmonica mutandosi in libellula quando i sostenitori della versione ufficiale avanzarono la teoria delle ali ripiegate. Mike Walter è il testimone star dell’11 settembre 2001: sistematicamente citato dai giornalisti francesi, a volte sull'impatto e i detriti («Libération» del 30marzo 2002, e più recentemente sul set di G. Durand nella trasmissione "L’objet du scandale"), altre volte sui lampioni e sull’affare Loyd England. &lt;a href="http://thepentacon.com/eyeofthestorm.htm"&gt;La confessione di quest’ultimo sulla messa in scena del lampione n. 1 &lt;/a&gt;- che avrebbe falsamente trafitto il parabrezza della sua auto - suggeriscono che Mike Walter giocava un ruolo particolarissimo nella costruzione della narrazione mediatica dell’evento, la mattina dell’11 settembre 2001.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In ogni caso, la sua onniscienza (impatto, detriti, lampioni) e l'adattamento costante della sua testimonianza secondo il corso delle evoluzioni della versione ufficiale dovrebbe essere sufficiente ad escluderlo dal novero dei testimoni utili ad accertare i fatti. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;È un peccato che né lei né il signor Guisnel vi siate degnati di specificare la natura dei tre mesi d’inchiesta che andavano a compiersi ne “Il complotto”. Perché se il capitolo consacrato ai testimoni non apporta alcuna certezza né argomenti definitivi in favore della versione ufficiale, quello intitolato "La risposta degli esperti", avrebbe dovuto scatenare i sani interrogativi dei suoi colleghi.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;3. Gli esperti&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;   &lt;p&gt;A prima vista, però, questo capitolo de "Il complotto" è fra i più convincenti. Tre esperti vi esprimono un giudizio senza appello: il volo 77 si è schiantato sul Pentagono, essendo l'assenza di rottami di fronte al punto d'impatto e la portata del danno sul lato ovest ben spiegati dalle leggi classiche della balistica aeronautica. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Purtroppo, questi tre esperti danno tre versioni diverse e inconciliabili dello schianto. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Secondo Jacques Roland, militare ed esperto presso la Corte d’Appello di Parigi, il volo 77 si sarebbe immolato a una forma rarissima di schianto aereo, lo schianto a 90°. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per François Grangier, perito del BEA (&lt;em&gt;bureau enquête accident&lt;/em&gt;, ossia ufficio indagine incidenti NdT) alla Corte d’Appello di Pau, «il tracciato della traiettoria traiettoria così come lo possiamo conoscere oggi non permette di concludere per un impatto sulla facciata, bensì più verosimilmente sul tetto…». &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Uscito dunque di scena lo schianto a 90°, Grangier sarebbe piuttosto da classificare nel campo degli scettici. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Infine il suo ultimo esperto, il generale Brisset, ha detto che «un tale shock trasforma l’aereo in munizioni a “carica cava”, producendo quanto si definisce una punta di fuoco. Nel momento dell'impatto, l'aereo si disintegra e brucia progressivamente, a misura della penetrazione nel foro che ha scavato.» Esce dunque di scena l’impatto a 90°, esce l’impatto sul tetto. Questa volta, un militare ci parla di carica cava ... Cioè un missile! &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Prima di non riuscire più a raccapezzarci su questo capitolo chiave del suo libro, desidereremmo ascoltare le sue spiegazioni, specie sulle informazioni messe a disposizione di Jacques Rolland, Francois Grangier, Jean-Vincent Brisset. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per esempio, che cosa intende quando scrive &lt;em&gt;«Quindi tre costruzioni sono state distrutte, a partire da un cratere con un diametro di entrata di 19 metri. Ironia di questo dettaglio: diverse fotografie aeree brandite da Thierry Meyssan, alle quali tenta di dare un significato equivoco, designano semplicemente una linea di mezzo del tetto carbonizzate e danneggiate sopra la zona attraversata dal Boeing dell’American Airlines...»&lt;/em&gt;. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non solo non c'è alcun riferimento a diversi punti importanti dello schianto: i 5 pali sradicati dal Boeing lungo la traiettoria ufficiale, il generatore colpito dal motore destro del velivolo e l'entità precisa dei danni sulla facciata ovest del Pentagono. Ancora più importante, il termine "cratere di 19 metri" è ambiguo: esso non può determinare se i suoi esperti hanno lavorato a partire dalle fotografie della facciata dopo il crollo del tetto o dalle foto precedenti che mostrano danni lineari concentrati sul pianterreno dell'edificio. &lt;/p&gt; &lt;img style="margin: 2px 3px;" src="http://www.megachipdue.info/images/stories/rokstories/prima_del_crollo.jpg" alt="prima_del_crollo" width="410" height="244" /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;a. prima del crollo&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &lt;p&gt; &lt;/p&gt; &lt;img style="margin: 2px 3px;" src="http://www.megachipdue.info/images/stories/rokstories/dopo_il_crollo.jpg" alt="dopo_il_crollo" width="410" height="410" /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;b. dopo il crollo&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &lt;p&gt;Riassumendo la «risposta degli esperti»: &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Jacques Rolland parla di un impatto orizzontale, conforme alle leggi della balistica. Ma non menziona - a dispetto di una descrizione dell’avvenimento «centesimo di secondo per centesimo di secondo» - i numerosi ostacoli talvolta massicci incontrati dal Boeing, né l'asse diagonale di penetrazione del velivolo. Un “dettaglio” che lei sottolinea ancora nel parlare dei lavori preliminari dell’ASCE. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Francois Grangier dubita da parte sua sulla realtà dell’impatto contro la facciata e preferisce prendere in considerazione un impatto attraverso il tetto, che corroborerebbe indirettamente la tesi del CIT. Consideri che Francois Grangier sapeva perfettamente al tempo del vostro incontro che le foto della facciata mostravano la linea del tetto intatta. Lo scambio che segue tra Grangier e Daphne Roulier è estratto dalla trasmissione "C+Clair" del 24 marzo 2002 (Canal+).&lt;/p&gt;&lt;a href="http://www.dailymotion.com/video/x6rwa6_meyssan-dans-clair-11-septembre-mar_news"&gt;&lt;/a&gt; &lt;p&gt;«- F. Grangier: … quando si vede la foto di questa facciata che è intatta, è evidente che l’aereo non è passato da lì. Si può immaginare che un aereo di quella dimensione non possa passare da una finestra lasciando l’infisso in piedi. Ma è evidente che se aereo c’è stato, ha bussato da un altra parte. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;- D.Roulier: «Dunque un Boeing 757, in questo lato, avrebbe dovuto fare molti più danni? È d’accordo su questo con Thierry Meyssan? &lt;/p&gt;&lt;p&gt;- F. Grangier : «Con riferimento preciso alla facciata, sì… » &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Infine, come un appiglio proteso verso i complottisti (un termine caro a Guisnel), il generale Brisset evoca un aereo trasformato in carica cava. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;La consultazione della voce "&lt;a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Charge_creuse"&gt;charge creuse&lt;/a&gt;" (carica cava, NdT) sulla versione in francese di Wikipedia ci lascia perplessi. Se la definizione data dalla enciclopedia cooperativa è accurata, la carica cava, definita anche HEAT dai militari, sarebbe «un tipo di munizione destinata a perforare le blindature (...) L'avvio di una carica cava infligge gravi danni a una blindatura, che viene generalmente perforata, nel caso di un impatto, lungo una traiettoria perpendicolare al suo piano. La potenza concentrata dell'esplosione, se questa riesce a perforare la blindatura, proietta uno spruzzo di metallo fuso e gas caldi all'interno del veicolo, che, in funzione dell’impatto arriva al &lt;em&gt;K-kill&lt;/em&gt; ("Distruzione dell’equipaggio") e molto spesso accende le munizioni stoccate a bordo del veicolo con un risultato ancora più devastante.» &lt;/p&gt;&lt;p&gt;«... Un tale shock trasforma l’aereo in una munizione a "carica cava"....» Non riusciamo ancora a crederci, mentre scriviamo queste righe, che due giornalisti del vostro livello abbiano raccolto, trascritto e pubblicato tali dichiarazioni. Il naso di un aereo di linea è fatto di una lega leggera, difficilmente paragonabile alle testate perforanti delle munizioni antiblindatura. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Aggiungiamo che le affermazioni di Brisset sugli «incendi ad altissima temperatura provocati dal titanio e dal magnesio» non corrispondono agli incendi osservati l’11 settembre 2009 al Pentagono. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per dar credito al suo intervento, Brisset si rifugia dietro una batteria di esperti anonimi «in virtù di un obbligo di riservatezza». ...Una frase dal sapore amaro, giacché sei pagine dopo, nella stessa opera, si legge questo: «una rete di esperti i cui membri richiedono l'anonimato, ma che si esprime attraverso la penna e la voce di Thierry, (...) è così che i membri della Rete Voltaire lasciavano intendere che alcuni assi del volo avevano apportato un magistrale contributo al libro di Meyssan». La solita vecchia storia della pagliuzza e della trave (&lt;em&gt;Matteo 7,3&lt;/em&gt;) &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Resta la traiettoria del velivolo e le complesse manovre necessarie al posizionamento di un 757-200 all'altezza della parete esterna del Pentagono. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Grangier ha ottime ragioni per escludere un impatto orizzontale contro la facciata a meno di 5 metri da terra: le leggi dell'aerodinamica impediscono a un aereo di scendere al di sotto di una certa altitudine, a seconda della densità locale dell'aria, della velocità e il peso dell'apparecchio, come del suo design. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Questo punto è ancora oggetto di accese discussioni tra piloti e specialisti. Gli scettici sostengono che un Boeing di 120 tonnellate non sarebbe in grado di eseguire le manovre attribuite al volo 77, soprattutto se si tiene conto della topografia della zona intorno al Pentagono. I paladini della versione ufficiale sostengono il contrario e spesso citano un esperimento condotto in Olanda dal Laboratorio Aerospaziale Nazionale. Un esperimento tuttavia attualmente sconfessato dai suoi stessi progettisti, poiché il Laboratorio ha riconosciuto in una &lt;a href="http://pilotsfor911truth.org/forum/index.php?showtopic=18229"&gt;lettera a "Pilots for 911 truth"&lt;/a&gt; che «il simulatore non è stato certificato per consentire il confronto con le manovre di volo in situazioni reali». &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Un modo semplice per porre fine a questa controversia sarebbe di replicare il volo American Airlines 77 in un simulatore reale, nel quadro di un esperimento controllato da parte di rappresentanti di ciascun campo presenti. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il parere di Brisset, Roland e Grangier sui secondi finali della traiettoria del velivolo (cioè tra la pertinenza della Navy e la parete esterna del Pentagono), sarebbe fra i più interessanti. Purtroppo, nessuno degli esperti de "Il complotto" è stato interrogato sul punto. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sul fatto che si tratti di testimonianze o esperimenti sciatti, pieni di contraddizioni, le quaranta pagine tecniche del suo libro sollevano numerosi interrogativi.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;4. Note, anticipazioni e speculazioni&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p&gt;Immaginiamo che la sua risposta, se risposta c'è, assumerà la forma di domande (un metodo ben noto ai teorici della cospirazione, no?) &lt;/p&gt;&lt;p&gt;«Se il volo 77 non si è schiantato contro il Pentagono, allora dov'è e dove sono  i passeggeri?» &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le nostre certezze si limitano a quattro fatti: &lt;/p&gt; &lt;p&gt;-  Il volo 77 è decollato dall'aeroporto Washington-Dulles alle ore 08:20. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;-  Il suo transponder sarà spento alle ore 08:56. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;-  La sua eco sparirà per 8 minuti e 56 secondi dagli schermi di controllo civili e militari. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;- L’eco radar riapparsa alle ore 09:06 non sarà mai positivamente identificata per essere quella del volo American Airlines 77. &lt;/p&gt; &lt;p&gt;La commissione Kean/Hamilton scrive d’altronde, a questo proposito: «L'incapacità di captare un eco radar per l'American 77 ci ha spinto a condurre un’inchiesta più approfondita (...) I radar della FAA hanno seguito il volo dopo la neutralizzazione il suo transponder alle ore 08:56. Ma per 8 minuti e 56 secondi, il volo 77 scompare dagli schermi radar. Le ragioni di ordine tecnico vanno da un guasto del software nel trattare l’informazione del radar, alla debolezza della copertura radar nella zona di volo del volo 77 dell’American. Riapparso alle ore 09:06 sugli schermi di controllo, il volo 77 viaggerà verso Washington per 26 minuti senza essere individuato». Alle 09:32 «un’eco non identificata sarà individuata dai controllori del Dulles Airport pochi minuti prima dello schianto». &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per il resto, ci rifiutiamo di speculare sul destino del volo 77. Non contestiamo né la sua esistenza né la sparizione dei suoi passeggeri. Dubitiamo semplicemente, in riferimento alle informazioni pubblicate dal CIT e alle spiegazioni della commissione Kean Hamilton, che questo volo abbia colpito la facciata ovest del Pentagono alle ore 09:36. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Un’altra domanda ci sarà certamente rivolta: «perché concepire un piano così complicato anziché precipitare in modo puro e semplice il volo 77 e i suoi passeggeri sul Pentagono?» &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Se i congiurati appartenevano alle forze armate e ai servizi d’intelligence degli Stati Uniti, è facile capire perché non abbiano scagliato un 757 alla velocità di 850 kmh sul loro quartier generale. Soprattutto se l'operazione aveva come obiettivo colpire l'area in cui lavoravano i revisori dei conti. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Solo 58 militari hanno trovato la morte durante l'attacco, alla fine poco letale se confrontato con le vittime potenziali qualora l'attacco avesse colpito una qualsiasi altra ala del Pentagono. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;La sezione colpita, con una ristrutturazione in corso, ospitava essenzialmente degli analisti finanziari incaricati di completare l'esercizio e i revisori responsabili per l'indagine sui 2300 miliardi di dollari spariti dal bilancio della difesa. &lt;a href="http://www.dailymotion.com/video/x8974n_10-septembre-2001_news%20"&gt;La conferenza stampa di Donald Rumsfeld, il 10 settembre 2001&lt;/a&gt;, è semplicemente surreale se consideriamo gli eventi che hanno colpito l'America meno di 24 ore dopo: «... Il nemico è più vicino di quanto pensassimo, si tratta della burocrazia del Pentagono ... Secondo alcune stime, abbiamo perso le tracce di 2.300 miliardi dollari ...» &lt;/p&gt;&lt;p&gt;La contea di Arlington afferma a pagina 68 &lt;a href="http://www.arlingtonva.us/departments/Fire/Documents/after_report.pdf"&gt;dell’allegato A dell’Arlington after report &lt;/a&gt; che «significative informazioni di bilancio si trovavano nella zona devastata del Pentagono». Questi fatti, come anche il crollo dell’edificio 7 del World Trade Center alle ore 17:25, non sono nemmeno menzionati nella relazione finale della Commissione d'inchiesta sugli attentati dell’11/9. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;A New York il crollo del WTC7 fece sparire le migliaia di dossier che la SEC archiviava al 12° piano del palazzo (informazione confermata dal presidente della SEC in un’intervista concessa al «New York Post» il 12 settembre 2001 e dalla FEMA nella sua relazione &lt;a href="http://www.fema.gov/rebuild/mat/wtcstudy.shtm"&gt;Buiding Performance Report&lt;/a&gt; del maggio 2002). &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Coincidenza? I due eventi più sospetti di quel giorno hanno in comune, oltre al fatto di essere stati regalmente ignorati dalla Commissione Kean/Hamilton, l’aver colpito il cuore dei servizi di vigilanza finanziaria: quelli militari ad Arlington e quelli civili a New York. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Approfittiamo di questa parentesi per segnalarvi che l'elenco degli occupanti del WTC 7 è stato ufficialmente stabilito dopo la pubblicazione nel maggio 2002 del WTC Building Performance Report. La sua dichiarazione del 10 marzo 2009 sul set di Michael Field «&lt;em&gt;secondo alcuni&lt;/em&gt;, il WTC 7 avrebbe ospitato gli uffici della CIA, vi lascio immaginare il seguito» mostra nel caso migliore la sua ignoranza del dossier, nella peggiore delle ipotesi un’indicibile malafede. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Riproduciamo qui la tabella 5.1 del WTC BPR "WTC7 tenants": &lt;/p&gt; &lt;img style="margin: 2px 3px;" src="http://www.megachipdue.info/images/stories/rokstories/wtc7_tenants.jpg" alt="wtc7_tenants" width="410" height="410" /&gt; &lt;p&gt;Infine, un precedente storico inconfutabile dimostra che lo stato maggiore americano è capace, per legittimare un intervento militare presso l’opinione pubblica, di pianificare degli attentati sotto falsa bandiera contro la propria popolazione nel proprio territorio. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il progetto &lt;strong&gt;Northwoods&lt;/strong&gt;, &lt;a href="http://www.gwu.edu/%7Ensarchiv/news/20010430/northwoods.pdf"&gt;disponibile sul sito internet dell’ università George Washington&lt;/a&gt;, prevedeva un'operazione molto simile allo scenario di attacco contro il Pentagono: la sostituzione dei velivoli, falsi rottami, la testimonianza di un pilota in buona fede inviato tempestivamente sui luoghi dell'attacco (l’11 settembre 2001 questo pilota si chiamava Steve O’Brien), diffusione di voci... tutti i difensori della versione ufficiale dovrebbe conoscere questo documento. […]. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Potremmo anche parlare delle reti &lt;em&gt;Stay-behind&lt;/em&gt; dispiegate dalla NATO e la CIA in Europa dopo la seconda guerra mondiale: un segreto di Stato perfettamente conservato per 40 anni, nonostante le migliaia di uomini reclutati e le centinaia di civili uccisi in attentati sotto falsa bandiera attribuiti alla sinistra estrema. Il suo modo di spazzare via la possibilità di un complotto interno in occasione dell’11/9 in opposizione a «un’élite americana più che mai aperta verso il mondo e un Partito Repubblicano piegato su se stesso (...) la cui funzione è quella di gestire la dinamica propria dell'egemonia americana», spiega certamente perché l'episodio Gladio sia rimasto sconosciuto per la popolazione francese, a differenza dei nostri vicini di casa, dove lo scandalo di Stato è stato investigato sia dai giornalisti che da commissioni parlamentari d'inchiesta (Belgio, Svizzera, Italia ...) &lt;/p&gt;&lt;p&gt;L'ultima obiezione spesso sollevata nei confronti del lavoro svolto dal CIT riguarda il basso numero di testimonianze dirette sul sorvolo dell’edificio e l'allontanarsi del velivolo attaccante. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le testimonianze oggi conosciute sono estratte dagli archivi di due agenzie federali le cui tecniche d'intervista non corrispondono a quelle dei giornalisti. La Biblioteca del Congresso e il Center For Military History hanno condotto interviste non strutturate, archiviate in brutta copia, senza riscrittura né montaggio. Questo punto è fondamentale. Era improbabile che un giornalista avesse riprodotto le parole di Erik Dihli o del sergente Robert una volta che la versione ufficiale si fosse fusa nello stampo della narrazione dei mezzi di comunicazione di quel giorno. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Inoltre, la vicinanza del Reagan Airport e il Pentagono (che distrugge il mito, ben radicato negli ambienti cospirazionisti, delle batterie di difesa antiaerea) ha certamente giocato un ruolo importante nel successo dell'operazione. Il D.R.A. era una linea di volo idonea per l'allontanarsi dell’apparecchio attaccante. Dopo aver sorvolato il Pentagono, era praticamente impossibile per i testimoni distinguere il velivolo attaccante dagli aerei regolari in partenza o in arrivo all'aeroporto Reagan. Infine, la “cover-story” del C130, giunto sulla scena 2-3 minuti dopo l'attacco, ha fatto il resto. Fonti di stampa accuratamente selezionate hanno provato a far credere che questo aereo avesse inseguito il volo 77 fino alle immediate vicinanze del Pentagono (nonostante le dichiarazioni unanimi dei testimoni e il pilota, il colonnello Steve O’Brien, per non parlare delle velocità relative di un C130 e un 757). Questa storia, come l’E4B videoripreso sopra Washington subito dopo l'attacco, potrebbe servire da alibi di fronte alle testimonianze residue sul sorvolo dell’edificio. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Signor Dasquié, nel portare a sua conoscenza l’inchiesta del CIT, noi speriamo di suscitare un nuovo dibattito sui fatti di Arlington et di Washington accaduti l’11 settembre 2001. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;In aggiunta alla sua analisi del Citizen Investigation Team, le chiediamo di fornire ai ricercatori l'archivio delle interviste con i testimoni del suo libro, specie la testimonianza scritta e firmata da John O'Keefe. Ci attendiamo soprattutto dei chiarimenti sui suoi metodi d'indagine tra marzo e maggio 2002. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Noi siamo a sua completa disposizione per discutere queste questioni, a titolo privato o nel corso di un dibattito pubblico, ddiffuso ad esempio su Internet. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le inviamo, signor Dasquié, cordiali saluti. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;em&gt;Alexis de B. (alias &lt;/em&gt;&lt;a href="http://www.dailymotion.com/kropotkine427"&gt;Kropotkine&lt;/a&gt;&lt;em&gt;) e Virginie G. (alias &lt;/em&gt;&lt;a href="http://faitsdivers.blog4ever.com/"&gt;Ikky&lt;/a&gt;)&lt;/p&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;Pubblicato sul blog &lt;/em&gt;&lt;a href="http://faitsdivers.blog4ever.com/blog/lire-article-287239-1505846-lettre_ouverte_a_monsieur_guillaume_dasquie___l_ef.html"&gt;enquêtes et faits divers, réalité et fiction&lt;/a&gt; e su &lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.reopen911.info/News/2009/11/10/lettre-ouverte-a-monsieur-guillaume-dasquie-leffroyable-mensonge-nest-il-quune-imposture/" target="_blank"&gt;ReOpen911.info&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;Per approfondire il tema dell’ipotesi del sorvolo del Pentagono si vedano i seguenti siti:&lt;/p&gt;&lt;span style="color: rgb(128, 0, 0);"&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;  &lt;span style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;-          Sito del  &lt;a href="http://www.citizeninvestigationteam.com/index.html"&gt;Citizen Investigation Team&lt;/a&gt; (CIT), ricco di materiali e filmati in inglese.&lt;/span&gt;   &lt;span style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-          Blog &lt;strong&gt;&lt;a href="http://pentagonreports.blogspot.com/"&gt;PentagonReports&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;, in italiano, con numerose traduzioni e analisi sulle testimonianze raccolte dal CIT. Nel blog è presente anche un articolo di taglio scientifico che contiene un'analisi rigorosissima della metodologia di valutazione delle testimonianze coinvolte nei fatti del Pentagono: &lt;strong&gt;&lt;a href="http://pentagonreports.blogspot.com/2008/09/il-passaggio-nord-realt-illusione-o.html"&gt;Il passaggio a Nord: realtà, illusione o falsi ricordi?&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4850260641517364701-2391778551409120023?l=enricosabatino.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/2391778551409120023'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4850260641517364701/posts/default/2391778551409120023'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://enricosabatino.blogspot.com/2009/12/119-la-ricerca-della-verita-continua.html' title='11/9: la ricerca della Verità continua'/><author><name>Enrico Sabatino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10449787561130880520</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14265115901062177501'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SxdsgVVXN_I/AAAAAAAABo4/Vl-pV1RJjSI/s72-c/twins-sequenza.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4850260641517364701.post-4385035470370102975</id><published>2009-12-02T03:15:00.005-06:00</published><updated>2009-12-02T04:05:25.904-06:00</updated><title type='text'>Tra crack e geopolitica</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SxY3_2v6mCI/AAAAAAAABow/ciRryzSjKJA/s1600-h/crisi1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 213px; height: 320px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_jo9ikJZhhAc/SxY3_2v6mCI/AAAAAAAABow/ciRryzSjKJA/s320/crisi1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5410573572500002850" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Una serie di articoli sul crack di Dubai (ma non solo...) e gli annessi risvolti geopolitici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La geopolitica della crisi del debito di Dubai: è Iran contro Stati Uniti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di John Carney - http://alethonews.blogspot.com - 29 Novembre 2009&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Traduzione a cura di Jjules per www.comedonchisciotte.org     &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Il ruolo dell’Iran potrebbe essere l’aspetto più trascurato nella crisi del debito di Dubai.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di tutti gli stati della federazione degli Emirati Arabi Uniti, Dubai è quello che ha mantenuto i legami più stretti con l’Iran. In effetti, mentre nell’ultimo decennio aumentava la pressione internazionale sull’Iran, Dubai ha prosperato grazie a questi legami: fornendo collegamenti bancari e commerciali fondamentali per l’Iran e spesso agendo da tramite per le aziende europee o asiatiche e le società finanziarie che vogliono fare affari con l’Iran senza violare le sanzioni internazionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abu Dhabi, il membro più ricco degli EAU e un fedele alleato degli Stati Uniti, potrebbe esercitare pressioni su Dubai per limitare i suoi rapporti con l’Iran. Sicuramente potrebbero celarsi queste pressioni dietro le dichiarazioni che provengono da Abu Dhabi sull’offerta di un aiuto “selettivo” per Dubai. Le aziende o i creditori che si pensa abbiano intrecciato rapporti troppo stretti con l’Iran potrebbero ritrovarsi tagliati fuori da qualunque salvataggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il governo degli Stati Uniti, che è rimasto alquanto silenzioso durante questa crisi, sta senza dubbio spingendo Abu Dhabi a mettere in pratica queste pressioni. A causa in parte dei rapporti di Dubai con l’Iran, gli istituti finanziari americani non sono tra i maggiori creditori di Dubai World.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Naturalmente non si tratta solo dell’Iran. I problemi di Dubai, il membro degli Emirati Arabi Uniti che si è ritrovato in una spaventosa crisi finanziaria, rispecchia da vicino coloro che stanno dietro la crisi finanziaria globale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel corso dell’ultimo decennio, il paese ha cercato di diversificare la propria economia dalla dipendenza dalle proprie riserve petrolifere in calo – e in buona parte c’è riuscito. Ma come una banca di Wall Street che cerca di superare il declino del proprio business tradizionale investendo pesantemente in prodotti immobiliari a forte leva, Dubai ha accumulato debiti enormi – stimati in circa 80 miliardi di dollari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Buona parte degli asset di Dubai dipendevano dal turismo, dalle spedizioni, dall’edilizia e dal mercato immobiliare – che si sono trovati in difficoltà nel corso della flessione economica globale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come gli altri membri degli EAU, Dubai è governata da un’esuberante famiglia reale. In questo caso, si tratta della famiglia Al Maktoum. Quello che esattamente viene considerato come proprietà personale della famiglia regnante e quello che è di proprietà del governo a Dubai non è molto chiaro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il governo di Dubai possiede tre società: la Investment Corporation of Dubai, la Dubai Holding, che è gestita da Mohammed Al Gergawi, e Dubai World, gestito dal sultano bin Sulayem.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abu Dhabi sta cercando di mettere pressione su Dubai per troncare i rapporti con l’Iran. La separazione tra Abu Dhabi e l’Iran in parte ha origine in antiche liti territoriali, nella paura delle aspirazioni nucleari iraniane, nelle differenze religiose tra sciiti e sunniti e – l’aspetto più importante – gli stretti rapporti di Abu Dhabi con Washington.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli EAU sono vicini al raggiungimento di un accordo di collaborazione sull’energia atomica con Washington, una mossa che molti esperti della regione ritengono rappresenti una sfida alla tradizionale egemonia saudita nel Golfo. Un punto d’arresto nei negoziati con Washington sono stati i timori che Dubai possa condividere la tecnologia nucleare americana con l’Iran.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo braccio di ferro tra Abu Dhabi e Arabia Saudita sta avendo anch’esso un ruolo importante. In maggio, gli EAU si sono tirati fuori dalla proposta di un’unione monetaria del Golfo dopo l’insistenza saudita per ospitare la banca centrale della regione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dubai, che è un luogo molto aperto e tollerante rispetto all’Iran, viene visto da molti iraniani come un posto in cui lasciarsi andare liberamente. Ha un’attiva comunità di emigrati iraniani e l’Iran è la destinazione più gettonata dell’aeroporto di Dubai, con oltre 300 voli alla settimana. Ma la cosa più rilevante è che Dubai è un importante esportatore verso l’Iran e un importante riesportatore di merci iraniane.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il commercio tra Iran e Dubai è una delle fonti principali della fiducia di Teheran di poter sopravvivere alle sanzioni avviate dagli Stati Uniti. Gli investimenti iraniani a Dubai ammontano ogni anno a circa 14 miliardi di dollari. I funzionari dell’intelligence americana da tempo sospettano che il governo iraniano utilizzi delle società con sede a Dubai per aggirare le sanzioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alcune delle banche che si dice abbiano avuto le maggiori esposizioni verso Dubai hanno avuto rapporti in passato con l’Iran. In particolare, HSBC, BNP Paribas e Standard Chartered negli ultimi anni hanno subìto le indagini e le pressioni delle autorità americane per troncare i legami con l’Iran.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alcuni funzionari americani hanno affermato tranquillamente che queste banche facevano passare i propri traffici con l’Iran attraverso Dubai. Gli Stati Uniti potrebbero voler vedere questi creditori subire perdite dalle loro esposizioni verso Dubai.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Possiamo starne certi: il governo americano non vuole assistere al disastro finanziario di Dubai. A parte i suoi legami con l’Iran, Dubai è largamento considerato come un paese islamico modello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha un governo relativamente irreprensibile e, per la regione, vi è un notevole livello di tolleranza religiosa e un atteggiamento progressista nei confronti delle donne. I diplomatici americani hanno indicato Dubai come il loro modello per una nuova Baghdad – progressista, tollerante e capitalista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello è che molto probabile che avvenga ha caratteristiche più sfumate. Gli Stati Uniti e Abu Dhabi sperano di utilizzare le difficoltà finanziarie di Dubai come mezzo per troncare definitivamente gli stretti rapporti con l’Iran.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per anni, Dubai ha goduto dei benefici di mantenere una linea equidistante tra la sua alleanza militare ed economica con gli Stati Uniti e i benefici economici provenienti dai rapporti bancari e commerciali con l’Iran.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il prezzo di un salvataggio da parte di Abu Dhabi potrebbe essere alla fine quello di dover rinunciare ai rapporti iraniani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dietro il crack della finanza islamica, la vendetta dei petrodollari&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Gianni Credit - www.ilsussidiario.net - 30 Novembre 2009&lt;br /&gt;&lt;span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Il default da 60 miliardi di dollari del Dubai World, il braccio finanziario dell’emirato del Golfo, sta apparentemente riproiettando un “video” finanziario già quasi logoro. Da un lato c’è la gestione valutaria a Dexia, alle Landesbanken tedesche fallite o a un altro “paese virtuale” andato in rovina come l’Islanda: un mix di aiuti pubblici e di mutuo soccorso interbancario sovrannazionale, anche se attraverso la probabile variante un po’ tribale dell’intervento da parte di Abu Dhabi: emirato formalmente federato con Dubai, sostanzialmente retto da una nobiltà rivale.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Semmai l’ironia della sorte è che Dubai, nei primi mesi della Grande Crisi veniva indicato come sede di uno di quei fondi sovrani dei paesi emergenti/emersi che avrebbero sorretto le economie del G8 azzoppate dalla finanza derivata.  &lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Neppure l’analisi a caldo dell’ennesimo scoppio di bolla sta del resto riservando sorprese particolari. C’è l’odore forte e dominante di immobiliarismo bruciato in fretta sulle sabbie costiere del Golfo: rispetto a quello massiccio dell’America post 11 settembre (o di quello un po’ più pittoresco dei “newcomers” italiani come Ricucci o Zunino) c’è magari con la variante esotica e glamour degli alberghi a sette stelle con campo da tennis sul tetto; o delle mega-tower alte il doppio dei grattacieli di Manhattan, ma alla fine più simili all’inquietante gigantismo di un dittatore come Ceausescu.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Attorno a Dubai si nota anche sicuramente il pullulare di investment bank impegnate nell’ennesima corsa all’oro. In questo caso il “fly to quality” - per la verità molto terra-terra - si è risolto nella ricerca di un luogo dove la “regulation” finanziaria era inversamente proporzionale all’immagine mediatica e dove fosse quindi possibile tentare di replicare il modello turbo-finanziario. Ma - come la gelida, spopolata e ultra-europea Islanda - anche il rovente, immigratissimo ed occidentalizzante emirato si è rivelato una piattaforma drammaticamente inconsistente, al di là dei giganteschi cantieri aperti.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Mentre Rejkyavik, tuttavia, fino a quindici anni fa era più o meno un grande porto peschereccio, reinventatosi come paradiso fiscale della City londinese, travestito alla bell’e meglio da “parco per new business”, le monarchie del Golfo - capeggiate dall’Arabia Saudita - hanno alle spalle più storia, sia recente che antica.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Hanno alle spalle quasi mezzo secolo di grandi incassi petroliferi: centinaia, migliaia di miliardi di dollari di ricchezza finanziaria “reale”, per almeno un decennio “sottratti” in termini reali alle economie occidentali, che hanno dovuto lavorare duro per ristrutturare i propri sistemi produttivi.&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span id="ctl00_ContentBox_ArticleBody"&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Potrà sembrare un paradosso, ma la terziarizzazione globalistica e finanziarizzata dell’economia euramericana a partire dagli anni ’80 è stata certamente accelerata - se non provocata - dagli choc petroliferi. L’euro - come simbolo sintetico di una dinamica storico economica di lungo periodo - è il punto d’approdo del Vecchio Continente dopo un ventennio di squilibri valutari e più in generale macroeconomici. I&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;l “big bang” delle Borse e il gigantismo bancario sono due altre facce di un cammino di liberalizzazione e internazionalizzazione economica che ha avuto nella finanza di mercato il traino e - da ultimo - una leadership ora sotto processo.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ma i veri grandi “neo-capitalisti” del pianeta a lungo sono stati emiri e sceicchi: molto prima che le onde della ripresa di fine secolo ricreassero i surplus finanziari nelle tasche di centinaia di milioni di famiglie o, via via, in quelle dei primi tycoons di Brasile, Russia, India e Cina. Ora, già quasi al giro di boa del primo decennio del nuovo secolo, Dubai (che di petrolio non ne ha molto, ma di petrodollari sì) si rivela poco più che un “parco di divertimenti” per banche d’affari in fuga.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Così - non diversamente da molti americani indebitati a forza di subprime per comprarsi case che non potevano permettersi - anche un emirato islamico può vedersi ritornare parte dei propri capitali - intermediati dalle grandi banche apolidi - sotto forma di investimenti solo apparentemente reali, ma di fatto altamente speculativi.&lt;/p&gt;  &lt;p style="text-align: justify;"&gt;E in questo, il capitalismo islamico non si è rivelato più attrezzato nel resistere al richiamo della scorciatoia: dello sviluppo indotto per via esclusivamente finanziaria, con l’illusione (in fondo il cuore della cultura globalista entrata in crisi) che la mobilità apparentemente totale dei capitali fosse condizione necessaria e sufficiente per impiantare, da subito e ovunque, imprenditorialità, occupazione, education.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Il crack di Dubai conferma - tristemente - che la finanza autoreferenziale colpisce indiscriminatamente: perfino chi ha avuto - oggettivamente - la possibilità di determinarne il gioco.&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="font-weight: bold;" class="Titolo_big"&gt;I “fondi avvoltoi” fanno festa a Dubai&lt;/div&gt;           &lt;span class="artAutore"&gt;di Mauro Bottarelli - www.ilsussidiario.net - 1 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="newsSottotitolo"&gt;&lt;span class="postbody"&gt;George Orwell diceva che «nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario». E aveva ragione. Da vendere. Pensiamo alla crisi finanziaria di Dubai World, la holding finanziaria dell'emirato del Dubai che ancora ieri ha fatto sentire i suoi strascichi sui mercati e fatto tremare le vene ai polsi a molti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche il sottoscritto, giovedì scorso, si era spaventato: i tempi sono quello che sono e cosa ci sia dentro le scatole cinesi dei fondi arabi è davvero impossibile saperlo. Temevo, lo ammetto, un effetto domino devastante e quasi immediato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora ho cambiato idea. Soprattutto alla luce dell'annuncio fatto ieri da Abddulrahman al-Saleh, direttore generale del ministero delle Finanze di Dubai, in base al quale il governo di Dubai non intende garantire i debiti di Dubai World e i suoi creditori subiranno «a breve termine» le conseguenze della ristrutturazione del debito della conglomerata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«I creditori - ha spiegato Abdulrahman al-Saleh alla tv di Dubai - dovranno assumersi la loro parte di responsabilità per la loro decisione di prestare soldi alle compagnie. Essi pensano - ha aggiunto - che Dubai World faccia parte del governo, il che non è corretto. Il governo è il proprietario della compagnia ma fin dalla sua fondazione è stato stabilito che la compagnia non è garantita dal governo». Dubai World, precisa il direttore generale «fa accordi con tutti su questa base e i suoi prestiti si basano sui suoi progetti e non sulle garanzie del governo».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo Saleh la reazione dei mercati, che ha mandato a picco le Borse di Dubai e di Abu Dhabi, è esagerata. «La ristrutturazione del debito - dice ancora - è una decisione che è nell'interesse di tutte le parti nel lungo termine ma potrebbe infastidire i creditori nel breve termine». La ristrutturazione dovrebbe riguardare 5,7 miliardi di debiti, con scadenza prima del prossimo maggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La banca centrale degli Emirati Arabi Uniti ha assicurato che fornirà liquidità extra al sistema bancario, ma Saleh dubita che ce ne sarà bisogno: «Penso - spiega - che le banche a questo stadio non abbiamo bisogno di liquidità extra da parte della banca centrale». Parole che ovviamente hanno picchiato duro sui mercati dell'area, concretizzando i timore con chiusure in profondo rosso per le borse di Dubai e Abu Dhabi. Il listino di Dubai ha perso il 7,3% con tutti i gruppi bancari ed edilizi in picchiata. Giù anche la borsa di Abu Dhabi, che ha fatto registrare un -8,3%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Peccato che prima del terremoto finanziario, la borsa di Dubai aveva chiuso in rialzo del 28% dall'inizio dell'anno: come mai, invece, la chiusura è stata in direzione opposta per le borse dell’Asia, dove Tokyo ha concluso gli scambi con un balzo del 2,91% e Hong Kong del 3,25% e anche l'Europa e Wall Street non hanno brillato ma certamente nemmeno pianto lacrime di disperazione?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Semplice, la crisi di Dubai è un'opportunità: ci si lancia in shopping a prezzo di saldo in casa di chi, fino a poco tempo fa, lo shopping era abituato a farlo forte dei dollari garantiti dal petrolio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certo, le banche inglesi sono quelle che rischiano di pagare il prezzo più caro per le ripercussioni della ristrutturazione del debito del Dubai e a confermarlo ci ha pensato ieri Morgan Stanley in una nota basata sui dati della Banca dei regolamenti internazionali ma attenzione a leggere bene le notizie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È vero che gli istituti del Regno Unito, tra cui Hsbc e Standard Chartered, hanno investito 50 miliardi di dollari nella regione ed è vero che, come sostengono gli analisti di Morgan Stanley, «le banche inglesi sono quelle potenzialmente più colpite dalle ampie ripercussioni della ristrutturazione del debito del Dubai», ma è altrettanto vero che «l'impatto diretto di Dubai World sulle banche europee è modesto e il rischio è stato fin troppo scontato».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come dire, le banche non hanno certo brillato per intelligenza in questo periodo ma questo non significa che debbano sbagliare sempre e comunque: basta agire con la logica dei vulture fund, ovvero fondi comuni, soprattutto americani, specializzati nell'investire su società fallite o "decotte". Il rischio, evidentemente, è altissimo ma in caso il fondo riesca a risollevare la società e a pagare i suoi debiti, può realizzare grandi profitti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il business principale dei "fondi avvoltoio", negli ultimi anni, è infatti stato quello di comprare, a prezzi stracciati, bond (obbligazioni) dei Paesi in via di sviluppo, vicini al default, che nessun altro oserebbe toccare. Salvo poi passare all'incasso con tutti i mezzi possibili, anche portando i debitori in tribunale: d’altronde, nessuno ha detto loro di contrarre debito in quel modo scriteriato, utilizzando i fondi dei paesi ricchi per mantenere pletore di dittatorelli con cortigiani al seguito e rubinetti d’oro invece di costruire scuole e ospedale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si tratta, nella maggior parte dei casi, dei paesi indebitati con l’acqua alla gola dell'Africa, del Congo Brazzaville, Zambia o dell’America Latina, messi nel mirino dalle "locuste" della finanza americana: molti fondi pensioni americani per garantire interessi a doppia cifra ai loro sottoscrittori, li hanno in portafoglio e quindi li finanziano. Smettiamola con il moralismo da quattro lire: i fondi pensione Usa investono circa 80 miliardi di euro l'anno in hedge fund, alcuni arrivano fino al 30-35% delle loro quote in strumenti di investimento alternativi e fortemente speculativi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei prospetti informativi si liquida la parte "hedge" con le voci "equity securities", "debt securities", "other" tutto dipende dalla trasparenza del gestore: ma nessun cliente chiede la trasparenze come prima condizione d’investimento, la voce principale è la potenzialità di guadagno. Come pensate che ragionassero fino a ieri a Dubai, compresi i parrucconi governativi che ora vorrebbero scaricare sugli azionisti gli errori e i guai?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora, quindi, paghino il prezzo al libero mercato, tanto vituperato dai pauperisti ma che ora potrebbe chiamare alla cassa chi fino a ieri alla cassa ci è stato e senza troppi scrupoli: democrazia allo stato puro, nessuno moral hazard, la responsabilità personale è totale. Guarda caso, ieri Wall Street ha aperto piatta ma non è crollata e anzi i titoli bancari hanno guadagnato: ascoltate George Orwell, la realtà non è mai un titolo di giornale. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La Morgan Stanley teme la crisi del debito nel Regno Unito per il 2010&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Ambrose Evans-Pritchard - www.telegraph.co.uk - 1 Dicembre 2009&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Traduzione a cura di http://informazionescorretta.blogspot.com&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;L’Inghilterra rischia di diventare la prima nazione del G10 a rischiare la fuga dei capitali e una crisi sul debito nei prossimi mesi, secondo una nota di Morgan Stanley.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La banca d’investimento ha dichiarato che sussiste il rischio che il mix tossico di problemi inglesi arriveranno al capolinea presto, il prossimo anno, attivato dalla paura che Westminster potrebbe dimostrarsi incapace di restaurare credibilità fiscale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“I crescenti timori di un parlamento senza una maggioranza stabile probabilmente peseranno sia sulla valuta sia sui rendimenti dei Gilt (titoli del debito), dal momento che sarà in un certo senso un salto nel buio, ed aumenterà la probabilità che alcune delle agenzie di rating toglieranno lo &lt;a href="http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/6539671/UK-more-at-risk-than-other-major-economies-of-losing-top-credit-rating.html"&gt;status di AAA&lt;/a&gt; al Regno Unito”, si legge nel report scritto dalla banca d’investimento europea, di Roman Carr, Teun Draaisma e Graham Secker&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“in una situazione estrema, una crisi fiscale potrebbe portare ad una fuga dei capitali interni, grave debolezza del Pound e una svendita di buoni del tesoro inglesi. La Banca d’Inghilterra potrebbe sentirsi costretta ad alzare i tassi per sostenere la fiducia nella politica monetaria e stabilizzare la moneta, minacciando la fragile ripresa economica”, hanno dichiarato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Morgan Stanley ha dichiarato che questi eventi a catena potrebbero alzare i rendimenti del Gilt a 10 anni di 150 punti base.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo farebbe alzare il costo dei prestiti ben oltre il 5% - il livello che ora affronta la Grecia, e ben più alto dei costi di Italia, Messico e Brasile (NDFC: l’affezionato lettore avrà tristemente notato l’accostamento del nostro paese ad altri che percepiamo come lontani).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I migliori titoli di debito di aziende come BP, GSK, o Tesco, potrebbero portare un rischio premium inferiore al debito sovrano inglese – semplicemente impensabile in passato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una impennata dei rendimenti dei bond potrebbero complicare molto l’obiettivo di finanziare il deficit di budget, che è atteso per essere il peggiore di tutto il gruppo OSCE l’anno prossimo, al 13.3% del PIL.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per un certo tempo gli investitori sono stati preoccupati, in privato, del fatto che la Banca d’Inghilterra avrebbe dovuto alzare i tassi prima di essere pronta a farlo – rischiando una recessione a &lt;a href="http:///"&gt;W &lt;/a&gt; , ed una incipiente spirale di pagamento del debito – ma questa è la prima volta che una principale società di investimenti solleva un warning così forte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nessuna nazione del G10 ha visto la sua abilità di fornire uno stimolo di emergenza severamente limitato da forze esterne dall’inizio della crisi del credito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è chiaro come i mercati potrebbero rispondere se iniziassero a mettere in discussione l’efficacia del potere statale (NDFC: vogliamo tirare a indovinare?)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Morgan Stanley dichiara che la sterlina potrebbe cadere di un altro 10% in termini di potere d’acquisto. Questo completerebbe il più aspro declino del Pound dai tempi della rivoluzione industriale, superiore al calo del 30% dopo che l’Inghilterra uscì dal Gold Standard nelle cataclismiche circostanze del 1931.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le azioni inglesi performerebbero ragionevolmente bene.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un buon 65% dei guadagni delle aziende della borsa inglese vengono dall’estero, quindi godrebbero di vantaggi della caduta della moneta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche se il report “Tempi più duri nel 2010” non è collegato alla debacle di Dubai , ci ricorda che le nazioni hanno a malapena comprato tempo durante la crisi per rivolgersi agli stimoli fiscali e travasare le perdite private sui libri contabili pubblici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I salvataggi – per quanto necessari – non hanno risolto il problema sottostante del debito. Hanno accumulato un secondo insieme di problemi, degradagando il debito sovrano in buona parte del mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Morgan Stanley ha dichiarato che il travaglio inglese  è una delle tre “sorprese” attese per il 2010.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le altre due sono&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* Rimbalzo del dollaro&lt;br /&gt;* Forti performance delle azioni delle compagnie farmaceutiche (NDFC: “...!”)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;David Buik, di BGC Partners, ha dichiarato che l’Inghilterra è particolarmente fuori forma perchè i ritorni fiscali sono soggetti ad una forte leva sul ciclo economico globale: i servizi finanziari hanno fornito il 27% dei ritorni in fase di boom, ma ora sono crollati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli inglesi hanno mancato di mettere da parte denaro negli anni delle vacche grasse per bilanciare questo ciclo fiscale giunto al momento della verità. Hanno avuto un deficit del 3% del PIL al massimo del boom, mentre le nazioni prudenti come la Finlandia e perfino la Spagna avevano un surplus di più del 2%.&lt;br