tag:blogger.com,1999:blog-41318397586700807362009-02-21T07:19:13.949+01:00nonsoloasiaRecensioni di un critico innamorato dei film orientali. E non solo.Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.comBlogger89125tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-12878765485527759732008-01-12T22:42:00.000+01:002008-01-12T23:06:31.097+01:00Triangle鐵三角 | Tie sam gok<br /><br />Hong Kong / Repubblica Popolare Cinese, 2007<br />Regia: Johnnie To, Tsui Hark, Ringo Lam<br /><br />***<br /><br /><img style="float:left; margin:0 10px 10px 0" src="http://bp3.blogger.com/_GZ3rNaRLg0U/R4k19z9ROFI/AAAAAAAAACc/ZtD771x9dmg/s200/triangle.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5154710584537725010" />Tre amici ai limiti del collasso economico organizzano un colpo che potrebbe sistemarli. Peccato che un poliziotto poco pulito e tre mafiosi siano inconsciamente di intralcio al loro piano: l’avventura che ne scaturisce è un rocambolesco susseguirsi di guai e delitti. La struttura a base di humour nero e violenza appena accennata fa pensare ad un <em>divertissement </em>per i tre padri fondatori del cinema d’azione di Hong Kong, per la prima volta riuniti in un gioco autoreferenziale ad alto rischio. Le loro esperienze si uniscono senza soluzione di continuità e l’amalgama di stili regge bene nonostante una sceneggiatura cui mettono mano almeno cinque penne diverse. Attori e situazioni richiamano volutamente le personalità degli artefici: il gusto di To per il simbolismo si ritrova, ad esempio, nella prima simulazione di una rapina, con noccioline e posacenere utilizzati per mimare le parti in causa. Il finale romanzesco è un omaggio ai limiti dell’onirico ad un modo di pensare il poliziesco che oggi forse non esiste più. Tutto scorre, «panta rei», ed accade l’impensabile, come in un libro <em>pulp</em> di James Lee Burke, con la leggiadrìa del balletto di piombo. Tra paludi infestate da coccodrilli, spettri presunti ed equivoci orchestrati, si compie ineluttabile il fato di gangster e agenti, anti-eroi protagonisti di un’ennesima interminabile notte di passione. È stato presentato al Festival di Cannes e, in una versione leggermente rimontata da Tsui Hark, al Festival catalano di Sitges.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-1287876548552775973?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com1tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-4269160927567215562008-01-10T23:24:00.000+01:002008-01-10T23:43:41.111+01:00Mr. Magorium e la bottega delle meraviglieMr Magorium's Wonder Emporium<br /><br />USA, 2007<br />Regia: Zach Helm<br /><br />*1/2<br /><br /><img style="float:right; margin:0 10px 10px 0" src="http://bp3.blogger.com/_GZ3rNaRLg0U/R4aenj9ROEI/AAAAAAAAACU/hGVGjw5q-jQ/s200/mr_magorium.jpg" border="0" alt="Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5153981226076420162" />Un inventore tricentenario sta per lasciare il mondo terreno e il suo negozio magico, un paradiso dei balocchi. Sarà la sua assistente, una pianista alla ricerca di una scintilla, aiutata da un bimbo e da un austero contabile, a coglierne lo spirito e a portare avanti la sua tradizione festosa. Revisione metafisica di Willy Wonka, a metà tra Disney e New Age, è un inno alla fuga dall'ordinarietà cittadina, verso il mondo giocoso e spensierato dei bambini. Troppo maturo per un pubblico infantile, scontato per gli spettatori adulti, il film è una fiaba dolceamara in cui gli attori, Dustin Hoffman in primis, affogano spaesati tra brillantini ed effetti speciali colorati. L'utilità dell'operazione, orchestrata da Zach Helm, sceneggiatore debuttante che vien dalla campagna e che fa del buonismo la sua bandiera, è misteriosa. Scontati i dialoghi; gradevoli invece la colonna sonora e i titoli di testa, animati con raro gusto rétro.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-426916092756721556?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-44337268574624585542007-12-29T15:45:00.000+01:002007-12-29T16:00:52.377+01:00INTERVENTI | Il bluff dei fratelli Pang<em>Due apprezzati registi horror ancora in cerca di identità</em><br /><br />Oxide e Danny Pang, fratelli nella vita e uniti anche dalla professione, in coppia, di registi, da quasi dieci anni lavorano tra Thailandia e Hong Kong riscuotendo successo. I gemelli sono una macchina da marketing: dopo i fasti di <em>The Eye</em> (2002), con due sequel, il secondo dei quali molto sopra le righe – <em>The Eye 10</em>, 2005, caustico già a partire dal titolo –, quando il loro «appeal» sembrava cominciare ad appannarsi, hanno saputo reinventarsi lontano dai territori abituali. Fino all’inatteso, recentissimo, sbarco ad Hollywood. Come abili giocatore di poker non hanno ancora svelato tutte le carte in mano loro, aspettando di volta in volta il momento giusto per calare l’asso vincente, dal nulla, quando meno te l’aspetti.<span id="fullpost"><br /><br />Capaci di vendere i propri prodotti con competenza i Pang si sono autoimposti come alfieri di un cinema panasiatico che, strizzando l’occhio all’occidente, si pone come vera e propria alternativa, a suo modo globalizzata, al monopolio cinematografico attuale. In tempi di vacche magre e di incassi risicati il loro piano sembrava una controffensiva intelligente. Oggi, alla luce di sviluppi autoctoni che portano il cinema orientale a chiudersi sempre di più su se stesso, l’idea di base mostra qualche buco di sceneggiatura. Il pubblico, che ha presto smesso di subire le lusinghe delle chimere cinesi e ai blockbuster orientali strombazzati in pompa magna è tornato a preferire le piccole produzioni locali, vuole vedere, «hic et nunc», opere in cui potersi rispecchiare. Il riflesso della propria identità nazionale è, da sempre, un fattore fondamentale di immedesimazione autarchica per un cinema schietto e popolare come quello di Hong Kong, che se ne è sempre fatto strenuo portavoce.<br /><br /><em>Ab-normal Beauty</em> (2004, del solo Oxide) tiene conto di queste istanze e spinge il pedale del freno sugli effetti speciali, per rispecchiare un ecosistema interno dove la follia umana è, come in tanti Cat. III vietati ai minori negli anni ’80, una bandiera ben riconoscibile. Insieme a <em>Diary</em> (2006, sempre di Oxide) dimostra con intelligenza come l'attaccamento alle radici insite nell’immaginario collettivo sia una scelta vincente. Pellicole minori, stando ai costi di produzione e agli sforzi economici messi in campo, eppure sufficientemente credibili e coerenti per poter intrattenere senza particolari ambizioni. Un buon terreno di caccia per un talento visivo indiscutibile, che si appoggia a fotografia e montaggio sempre di altissimo livello. Senza esagerare. Gli eccessi stilistici della coppia, già conscia di tutte le proprie potenzialità ai tempi dell’esordio <em>Bangkok Dangerous</em> (1999), si sfumano in un contesto di basso rango, in un recinto imposto da un mercato non ancora in grado di reggere da solo le sorti dei titoli meno blasonati. Anche in termini economici è un discorso da valorizzare: a fronte di spese poco importanti il box office ripaga gli outsider le cui aspettative incorrono meno nel rischio del flop.<br /><br />Esclusa una deludente incursione nel noir, con <em>Leave Me Alone</em> (2004, diretto da Danny), la tecnica visionaria dei Pang Bros si applica principalmente ad un unico genere, l’horror. Nonostante le (false) promesse di non ricadere sul medesimo sentiero inaugurato con <em>The Eye</em>, ben accolto, a sorpresa, anche dal botteghino italiano, i due si sono prodigati per smentirsi agli occhi del pubblico. Poco preoccupati che la loro immagine perdesse prestigio ideologico: i Pang, va detto, sono astuti. Se solo non agognassero il trono di promotori del cinema orientale nel mondo, né al titolo di «auteur», potrebbero lavorare con esiti positivi come «operai del cinema», e costruirsi una solida carriera garantita loro, a vita, dalla padronanza invidiabile dei mezzi tecnici. E invece tuonano i propositi, le intenzioni intellettuali, i proclami autoelogiativi, che ne mettono in luce, troppo scopertamente, snobismo e scarsa considerazione dell’intelligenza del pubblico. Insieme ad una miopia congenita su come rapportarsi, a conti fatti, con i loro risultati.<br /><br /><em>Re-cycle</em> (2006) e <em>Forest of Death</em> (2006, di Danny Pang) sono dei fantasy dove la New Age e l’orrore della classica tradizione asiatica, in primis quella più redditizia che proviene dal Giappone, si fondono in maniera diseguale. Nel primo una scrittrice tormentata dai soliti fantasmi si ritrova in un mondo postatomico parallelo; nel secondo il vero protagonista è un misterioso bosco, dove i giovani vanno chissà perché a suicidarsi. Danny e Oxide stirano la materia a loro disposizione a dismisura, e trattano una sensazione, ideale nel breve periodo, con insistenza, come se si trattasse di un’onda lunga autoriale su cui continuare a ritornare. La loro incapacità di staccarsi da stilemi già approvati dall’audience parla chiaro circa la voglia di rischiare ormai pressoché nulla. <em>The Messengers</em> (2007), prodotto da Sam Raimi, con i suoi continui richiami a <em>The Grudge</em> (2000, di Shimizu Takashi), ne è un perfetto esempio.<br /><br />Facendo la spola tra oriente e occidente, come Tsui Hark o Ringo Lam un decennio fa, i fratelli Pang sondano incessantemente il mercato, sia che propongano uno sciatto action thai (<em>The Tesseract</em>, 2003, di Oxide Pang), sia che si rilancino con un thriller nero e curioso (<em>The Detective</em>, 2007, anch'esso di Oxide), sia che rinuncino definitivamente al giuramento di rinnegare la «ghost story», con il recentissimo mélo gotico <em>In Love with the Dead</em> (2007, di Danny Pang). Sarà Hollywood, che ne ha apprezzato l’esordio a basso costo, a ridimensionarne le aspirazioni di onnipotenza? Intanto i gemelli hanno messo in cantiere il remake americano del loro debutto, allora pluripremiato ai festival – e a posteriori si può pensare solo alle conseguenze deleterie, in termini di ego, di un esordio col botto così carico di promesse. Dopo Raimi è il turno di Nicholas Cage, che paga di tasca sua il ruolo da protagonista nel nuovo <em>Bangkok Dangerous</em> (uscirà nel 2008) e mette sotto contratto due abili esecutori. Con la dovuta umiltà diventeranno dei veterani di talento.</span><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-4433726857462458554?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-75541840978315910582007-12-18T01:46:00.000+01:002008-01-01T23:53:34.316+01:00The DetectiveC+偵探 | C+ jing taam<br /><br />Hong Kong, 2007<br />Regia: Oxide Pang<br /><br />**1/2<br /><br /><img style="float:left; margin:0 10px 10px 0" src="http://bp2.blogger.com/_GZ3rNaRLg0U/R3o9HT9RN7I/AAAAAAAAABM/ePtvDQn5Jsw/s200/fffa035f3a0aa34bdf0c223uy4.jpg" border="0" alt="The Detective" id="BLOGGER_PHOTO_ID_" />Tam, detective cinese in Thailandia, deve proteggere un cliente da una misteriosa donna che, forse, ne vuole la morte. Ma il caso è più complicato del previsto, costellato da omicidi e suicidi che coinvolgono anche un commissario amico d'infazia di Tam. I fratelli Pang fanno un passo indietro e, come promesso in alcune interviste, abbandonano l'horror per il realismo del thriller. Le strade povere e i palazzoni funesti sono il panorama ideale per un noir crudo dove la suspense non è data, per fortuna, dagli effetti speciali. Aaron Kwok, qui in una versione orientale di Marlowe, si muove ottimamente, come un personaggio di David Goodis, solo più dimesso. La sceneggiatura di Oxide Pang e Thomas Pang regge, così come la regia e, soprattutto, il montaggio molto dettagliato. Peccato che l'autore poco prima del finale non resista alla tentazione del fantasma e si abbandoni ad un pedante excursus chiarificatore che toglie allo spettatore il gusto dell'interpretazione.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-7554184097831591058?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com1tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-57182046657072668972007-12-16T22:57:00.000+01:002008-01-01T23:54:41.989+01:00Leoni per agnelliLions for Lambs<br /><br />USA, 2007<br />Regia: Robert Redford<br /><br />**1/2<br /><br /><img style="float:right; margin:0 0 10px 10px" src="http://bp3.blogger.com/_GZ3rNaRLg0U/R3pKZj9RN8I/AAAAAAAAABU/HuKjPHPf-0M/s200/leoniperagnelli.jpg" border="0" alt="Leoni per agnelli" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5150510926860990402"/>Un senatore degli Stati Uniti (Tom Cruise), una giornalista (Meryl Streep) e un professore di college (Robert Redford) sono legati, senza saperlo, da un minimo comune denominatore: il fato di due studenti che, arruolatisi nei marines, stanno rischiando la vita in Afghanistan sotto il fuoco nemico. Redford, regista impegnato, torna a parlare di democrazia e principi «liberal» come se stesse girando un (finto) documentario. Ingaggia attori importanti, infarcisce il copione, di Matthew Michael Carnahan, di propaganda anti-Bush e nel finale colpisce nel segno con una chiusura tragica ad effetto. Peccato che non sia Michael Moore, e si vede: i suoi dialoghi stentano ad ingranare e alle ipotesi politiche non fanno seguito prove concrete. Il discorso antimilitarista, assolutamente da condividere, perde purtroppo forza strada facendo, colpa della verbosità eccessiva della messinscena. Cruise, perfetto nella parte, strapazza il senso civico americano con la sua arroganza.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-5718204665707266897?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-47005950411737981422007-12-02T11:45:00.000+01:002008-01-02T00:02:49.333+01:00La promessa dell'assassinoEastern Promises<br /><br />USA / UK / Canada, 2007<br />Regia: David Cronenberg<br /><br />****<br /><br /><img style="float:left; margin:0 10px 10px 0" src="http://bp1.blogger.com/_GZ3rNaRLg0U/R3pLED9RN9I/AAAAAAAAABc/2NjVVSnZEHo/s200/eastern_promises_movie_image_viggo_motensen_and_naomi_watts__1___custom_.jpg" border="0" alt="La promessa dell'assassino" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5150511657005430738" />Una giovane prostituta muore dando alla luce una bambina; l'ostetrica che ne ha assistito il parto conserva il diario della donna e rimane invischiata con la mafia russa londinese: il padrino Semyon, suo figlio Kirill e l'autista Nikolaj. Poco importa se la sceneggiatura di Steven Knight sia ispirata al caso Litvinenko; ciò che conta è un noir asciutto e serrato, di splendida fattura. Cronenberg per la prima volta abbandona in toto le location canadesi, ma non il suo precedente protagonista: eccellente Viggo Mortensen (<em>A History of Violence</em>, 2005), crudele diavolo metamorfico dallo sguardo tagliente. La violenza esibita in primo piano lacera la carne, ma sono i tatuaggi della cosca «<em>Vory v zakone</em>» a segnarne definitivamente il dolore, in nome di un onore silenzioso difficile da penetrare. Naomi Watts ha soffiato il posto a Kate Beckinsale e Rachel McAdams.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-4700595041173798142?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com2tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-40988303754968869722007-11-29T23:10:00.000+01:002008-01-02T00:22:25.595+01:00Giorni e nuvoleItalia, 2007<br />Regia: Silvio Soldini<br /><br />***1/2<br /><br /><img style="float:right; margin:0 0 10px 10px" src="http://bp1.blogger.com/_GZ3rNaRLg0U/R3qNRD9RN-I/AAAAAAAAABk/tDMuZqgwwe8/s200/giorni_nuvole.jpg" border="0" alt="Giorni e nuvole" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5150584448111163362" />Una famiglia benestante va in crisi: il marito perde il lavoro e la fiducia in se stesso, la moglie entra nel loop di precariato, call center e sacrifici economici; mentre la figlia arrabbiata fugge dal nido domestico sbattendo la porta. Sulla scia della bancarotta anche l'amore vacilla. Soldini approda a Genova per parlare di mali sociali diffusi che minano le fondamenta dell'attuale società italiana. Sceneggia con Doriana Leondeff, Francesco Piccolo e Federica Pontremoli; e si affida al solito bravissimo Giovanni Venosta per la colonna sonora. Ne esce un ritratto impietoso: l'ipocrisia è ovunque e nonostante la morale idealista, con l'arte come sollievo momentaneo, il futuro è grigio. Albanese, ottimo attore drammatico, non sorride quasi mai, mentre Margherita Buy ne osserva impotente la degradante caduta. Qualche ricamo è lezioso ma la schiettezza e la sostanza meritano attenzione.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-4098830375496886972?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-50703651329845633492007-11-27T10:43:00.000+01:002008-01-02T00:04:00.383+01:00American GangsterAmerican Gangster<br /><br />USA, 2007<br />Regia: Ridley Scott<br /><br />****<br /><br /><img style="float:left; margin:0 10px 10px 0" src="http://bp2.blogger.com/_GZ3rNaRLg0U/R3qN_T9RN_I/AAAAAAAAABs/N-MlyCDQwNE/s200/american_gangster.jpg" border="0" alt="American Gangster" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5150585242680113138" />Ascesa e caduta di Frank Lucas, «<em>padrino nero</em>» che sfrutta la guerra del Vietnam per importare eroina da Bangkok e scalare i bassifondi di Harlem. In parallelo le vicissitudini di Richie Roberts, poliziotto onesto che caparbiamente decide di mettere fine alla corruzione legata al traffico di droga. Tratto da una storia vera, e da un report giornalistico di Mark Jacobson, è un bel ritorno al gangster movie duro e crudo. Scott lavora con grinta sui personaggi e senza abusare troppo dei cliché del genere noir, filtrato attraverso la «<em>blaxploitation</em>» degli anni '70, fotografa in maniera credibile il ghetto, le sue ambizioni, le sue frustrazioni. Equilibrato il copione di Steven Zaillian, che non risparmia etnìe e mafie. La regia magniloquente sfrutta il montaggio e il soul di sottofondo per calibrare azione e (tanta) violenza, dando vita ad un film adulto che a dispetto della durata non sbava. Cast eccellente, capitanato da Denzel Washington e Russell Crowe.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-5070365132984563349?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-454624532299419642007-11-25T01:34:00.000+01:002008-01-02T00:24:03.144+01:00Dopo il matrimonioEfter brylluppet<br /><br />Danimarca / Svezia, 2006<br />Regia: Susanne Bier<br /><br />***1/2<br /><br /><img style="float:right; margin:0 0 10px 10px" src="http://bp2.blogger.com/_GZ3rNaRLg0U/R3qOpT9ROAI/AAAAAAAAAB0/GH2t_vqomK0/s200/dopo_matrimonio.bmp" border="0" alt="Dopo il matrimonio" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5150585964234618882" />Tornato a Copenaghen per incontrare un facoltoso industriale, dal quale spera di ottenere fondi per un progetto umanitario in India, Jacob scopre di aver lasciato in Danimarca una figlia e tanti dubbi da risolvere. Prima di approdare a Hollywood Susanne Bier ben impressiona con un dramma accorato, dove l'algido rigore morale iniziale si scioglie, gradualmente, nel calore dei sentimenti. Fotografia e colonna sonora sottolineano i volti dolenti dei protagonisti, sempre splendidamente in parte; ma sono soprattutto regia e montaggio a dimostrare che si può osare anche senza alzare la voce. Nel finale si apre alla libera interpretazione del pubblico, chiamato a testimoniare il sacrificio di un ideale personale che cede, senza incoerenze, agli affetti. Presentato alla prima Festa Internazionale del Cinema di Roma, ha riscosso numerosi consensi e si è guadagnato la candidatura all'Oscar 2007 come miglior film straniero.<br /><br /><a href='http://www.dvd.it/page/dett/arti/853675/partnerId/1/' target='_blank'>Acquista il dvd</a><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-45462453229941964?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-16137887821175319192007-11-23T09:08:00.001+01:002008-01-02T00:24:26.923+01:00Muoi므이 | Meui<br /><br />Corea del Sud / Vietnam, 2007<br />Regia: Kim Tae-Kyung<br /><br />***<br /><br /><img style="float:left; margin:0 10px 10px 0" src="http://bp0.blogger.com/_GZ3rNaRLg0U/R3qPcz9ROBI/AAAAAAAAAB8/RBsTcTLU-2w/s200/muoi.jpg" border="0" alt="Muoi" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5150586848997881874" />In Vietnam una leggenda popolare narra di uno spirito vendicativo che quando riesce a reincarnarsi miete vittime. Una scrittrice sudcoreana arriva con l'intento di scoprire la verità sulla donna fantasma per farne la protagonista del suo prossimo romanzo. Il filone horror sudcoreano, qui in trasferta vietnamita, grazie ai soldi dei coproduttori locali, ritrova linfa e vitalità lontano dagli stereotipi degli spettri giapponesi. Kim Tae-Kyung, anche autore della sceneggiatura, aveva già ben impressionato con <em>Ghost</em> (2004); al secondo tentativo si ripete con successo. Efficaci sia la regia controllata, che centellina la suspense, che gli effetti speciali, con le location esotiche, la fotografia notturna e la colonna sonora a fare da collante emotivo per le scene da brivido. Figura bene la giovane Jo An, già nel cast di <em>Wishing Stairs</em> (2003, di Yun Jae-Yeon). In Vietnam, dove i film che parlano di soprannaturale sono visti con sospetto, ha dovuto vincere una battaglia con la censura prima di esordire al cinema, ottenendo buoni incassi. Sottotitolo internazionale: <em>The Legend of a Portrait</em>.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-1613788782117531919?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-73705923971644217192007-11-13T10:29:00.000+01:002008-01-02T00:25:35.460+01:00The Closet異塚 | Yi zhong<br /><br />Hong Kong, 2007<br />Regia: Dick Cho<br /><br />*<br /><br /><img style="float:right; margin:0 10px 10px 0" src="http://bp3.blogger.com/_GZ3rNaRLg0U/R3qQRj9ROCI/AAAAAAAAACE/Eo2X3imlFa8/s200/closet.jpg" border="0" alt="The Closet"id="BLOGGER_PHOTO_ID_5150587755235981346" />Un illusionista in crisi, Fei, si rifugia in campagna con la giovane moglie per ritrovare serenità. Funestato da strane apparizioni e dai misteriosi vicini l'uomo inizia a perdersi nei suoi incubi. Dick Cho, onesto mestierante di Hong Kong, torna in azione con un horror a bassissimo costo. Ne risentono soprattutto la messinscena, molto sciatta, e la regia, televisiva. La location principale, la casa di un artista arredata in maniera bizzarra, sarebbe un ottimo teatro degli orrori ma la mancanza di sangue e di brividi ne svilisce ogni potenzialità. Recitazione sopra le righe, compreso Francis Ng, di solito più incisivo. La storia banale e sostanzialmente povera di emozioni priva un horror molto piatto della sua ragion d'essere.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-7370592397164421719?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-58763791605845208022007-11-13T09:08:00.000+01:002008-01-02T00:30:49.568+01:00A Mob Story人在江湖 Yan tsoi gong wu<br /><br />Hong Kong, 2007<br />Regia: Herman Yau<br /><br />**1/2<br /><br /><img style="float:left; margin:0 10px 10px 0" src="http://bp3.blogger.com/_GZ3rNaRLg0U/R3rNCj9RODI/AAAAAAAAACM/KnJemVMFyIc/s200/mob_story.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5150654567747237938" />Ordinarie storie di triadi, in trasferta a Macao, dove il gangster Seven trova momentaneo rifugio. Insieme ad un amico pavido, come lui in cerca di vendetta, il killer si scaglia contro il boss che anni prima gli ha ucciso il padre. Scritto da Peter Lam e prodotto da Andrew Lau, è un'efficace discesa negli inferi mafiosi, dove onore e tradimento vanno di pari passo. Herman Yau torna a raccontare le strade con veemenza: il sangue scorre a litri e la violenza è di casa. La storia sa di già visto e la recitazione non brilla, ma la regia sa dosare sintesi e ritmo, dando vita ad un prodotto low budget che sopperisce ai suoi evidenti difetti con la grinta. Valide le scene d'azione; troppo rozze invece fotografia e location.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-5876379160584520802?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-72266155309336281332007-11-11T21:09:00.000+01:002007-11-29T23:45:17.995+01:00Black House검은 집 | Geom-eun gip<br /><br />Corea del Sud / Giappone, 2007<br />Regia: Shin Terra<br /><br />***1/2<br /><br />Jun-Ho, un timido assicuratore, è assegnato a un caso difficile: il suicidio di un bambino e le pressanti richieste dei genitori di incassare l'ingente premio. Potrebbe trattarsi di omicidio, oppure no? Dopo un oscuro film di fantascienza (<em>Brainwave</em>, 2006) il regista Shin Terra imbrocca la giusta direzione con un remake di <em>The Black House</em> (1999, di Morita Yoshimitsu), tratto da un racconto di Kishi Yusuke. Coproduzione tra la CJ Entertainment e la giapponese Kadokawa, ha tenuto banco nel box office estivo, dominando gli incassi. Il racconto horror è psicologicamente crudo, lontano anni luce dai soliti fantasmi orientali e dalla loro prevedibilità. Lo script di Lee Jong-Young incalza il pubblico con uno studio sistematico dei lati oscuri della follia umana, pronta ad esplodere da un momento all'altro. Scorretto, cruento, è uno dei migliori esempi sudcoreani di exploitation intelligente, dove sangue e violenza vanno a braccetto. Rallenta nel finale, quando virando al fantastico il thriller perde schiettezza; ma poco importa visto il risultato.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-7226615530933628133?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-3201981394071624952007-11-06T09:26:00.000+01:002007-11-07T23:39:25.234+01:00Invisible Target男兒本色 | Nan er ben se<br /><br />Hong Kong, 2007<br />Regia: Benny Chan<br /><br />**1/2<br /><br />Tre poliziotti, due scafati e uno alle prime armi, alla caccia di una feroce banda di rapinatori che si lascia dietro, dopo ogni colpo, una scia di sangue e cadaveri. Benny Chan torna all'azione spericolata, fatta di esplosioni, coreografie pazzesche e sparatorie cruente. Il tutto a discapito dei personaggi, monocordi: nella fiera della vetrata rotta non risaltano né i buoni, compreso il figlio di Jackie Chan, né i cattivi, più atletici. Sceneggiatura, sempre di Chan, tutta incentrata sugli stunt, ma poco abile nel miscelare momenti mélo e colpi di scena. Sono proprio le sequenze pericolose, però, a rivitalizzare un prodotto altrimenti mediocre, troppo figlio del marketing da esportazione. I grandi incassi al box office dimostrano che il pubblico di Hong Kong ha ancora voglia di vedere il pericolo su grande schermo, se montaggio, fotografia ed effetti speciali sono all'altezza delle aspettative; e se gli attori sacrificano il proprio corpo con credibilità.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-320198139407162495?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-73059579703840274012007-11-02T01:01:00.000+01:002007-12-29T15:37:28.947+01:00RatatouilleUSA, 2007<br />Regia: Brad Bird, Jan Pinkava<br /><br />***1/2<br /><br />C'è un topo in cucina! Meno male, però, che nel corpo del roditore c'è un animo da chef, capace di aiutare un timido sguattero a conquistare amore e carriera nel più famoso ristorante di Parigi. La premiata ditta Pixar torna alla ribalta grazie ad una commedia speziata e divertente, dove il connubio uomo-animale è vitale per creare gag e commuovere, con intelligenza. Dialoghi e personaggi funzionano, la sceneggiatura prevede un controfinale tuttaltro che banale degno delle ottime premesse e il ritmo è sempre altissimo. Realizzazione tecnica di prim'ordine: l'animazione iperrealista è perfetta per la favola matura che nobilita. La morale, «<em>chiunque può cucinare</em>», è applicabile per metafora a qualsiasi contesto, monito ottimista a dare sempre il massimo. Il produttore Lasseter si diverte a disseminare qua e là nell'opera riferimenti a classici del cinema e ai suoi precedenti capolavori. Ugualmente riuscito lo spassoso cortometraggio d'apertura, <em>Stu: anche gli alieni sbagliano</em> (<em>Lifted</em>, 2006, di Gary Rydstrom), incentrato su un extraterrestre imbranato alle prese con un umano da rapire.<br /><br /><a href='http://www.dvd.it/page/dett/arti/1062102/partnerId/1/' target='_blank'>Acquista il dvd</a><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-7305957970384027401?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com1tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-1513346024933869752007-10-26T08:38:00.000+02:002007-10-26T09:40:22.088+02:00Il caso Thomas CrawfordFracture<br /><br />USA / Germania, 2007<br />Regia: Gregory Hoblit<br /><br />***1/2<br /><br />Willy Beachum contro Thomas Crawford: il procuratore rampante deve inchiodare un killer dal quoziente intellettivo sopra la media, intenzionato a commettere il delitto perfetto, l'omicidio della moglie. Ben sceneggiato da Daniel Pyne e Glen Gers, anche autore del soggetto, è un «<em>legal drama</em>» molto equilibrato che gode dell'ottima prova di Anthony Hopkins, dall'impeccabile aplomb, e Ryan Gosling. Lineare e dolente, il thriller evita le buche della prevedibilità e intrattiene con la sottigliezza del classico. Hoblit, dal curriculum televisivo, dirige con eleganza celando le ambizioni autoriali dietro ai dialoghi sagaci. Il titolo inglese, più acuto di quello italiano, che senza motivo richiama <em>Il caso Thomas Crown</em> (1968, di Norman Jewison), cita una delle migliori battute del film, in cui Crawford parlando di uova e imperfezioni lancia la sfida alle certezze del giovane accusatore. Pregevoli sia la fotografia di Kramer Morgenthau che la colonna sonora di Mychael Danna.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-151334602493386975?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-77146160499178886512007-10-18T15:23:00.000+02:002007-10-18T15:53:04.257+02:00Quel treno per Yuma3:10 to Yuma<br /><br />USA, 2007<br />Regia: James Mangold<br /><br />*1/2<br /><br />Dan Evans è un fattore onesto oberato dai debiti. Per salvare la sua famiglia dalla povertà decide di rischiare la vita e di scortare il fuorilegge Ben Wade, insieme a uno scalcagnato gruppo di mercenari, a Contention, dove lo attende un treno diretto al carcere di Yuma. Ma la missione è lunga e difficile, con i compagni di rapine del prigioniero intenzionati a liberare il loro capo ad ogni costo. Tratto da un racconto pulp di Elmore Leonard, è un western tronfio e dilatato, rovinato da una letale sequela di primi piani che mettono in evidenza i limiti di Russell Crowe. Christian Bale è l'unico che ci mette il cuore: non avrebbe stonato nell'originale di Delmer Daves del '57. Sceneggiatura - di Halsted Welles, Michael Brandt e Derek Haas -, fotografia, location e musiche, quasi assenti, denotano una sciattezza non consona ad un blockbuster di Hollywood. Solo poco prima dell'epilogo Mangold si ricorda di avere a che fare con il più nobile dei generi popolari e azzecca un piano sequenza durante l'interminabile sparatoria finale; peccato che sia troppo tardi.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-7714616049917888651?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-65680818120960152992007-10-17T09:34:00.000+02:002007-10-17T09:59:17.656+02:00Secret不能說的秘密 | Bu neng shuo de mi mi<br /><br />Taiwan / Hong Kong, 2007<br />Regia: Jay Chou<br /><br />***1/2<br /><br />Un prodigioso studente di piano si trasferisce in una nuova scuola di musica, dove si innamora di una timida compagna di classe, corrisposto. Ma poco prima del diploma l'idillio viene spezzato da un «<em>segreto</em>» inatteso. La popstar Jay Chou, anche attore, non si accontenta di scalare le chart musicali e debutta come regista, riservandosi il ruolo di protagonista. Il suo esordio è diviso in due e, memore delle ultime tendenze del cinema taiwanese, coniuga mélo giovanile e coté fantastico appenna accennato. Delicato, pudico, aggiunge al dolce <em>Blue Gate Crossing</em> (2002, di Yee Chin-yen) il finale soprannaturale di <em>Memento Mori</em> (1999, di Kim Tae-Yong e Min Kyu-Dong), lasciando alla fantasia dello spettatore diversi interrogativi. La regia è matura, la colonna sonora avvolgente. Ottimo Anthony Wong in un ruolo stralunato che gli si addice. E' uno dei pochi titoli locali che ha tenuto testa ai giganti americani nella sfida per il box office estivo.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-6568081812096015299?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-73323120681837313682007-10-14T00:18:00.000+02:002007-10-14T02:48:04.710+02:00Flash Point導火線 | Dao huo xian<br /><br />Hong Kong, 2007<br />Regia: Wilson Yip<br /><br />***<br /><br />Nel 1997, poco prima dell'handover, un commissario manesco e un collega infiltrato combattono tre criminali vietnamiti intenzionati a scalare i vertici delle triadi. La coppia Wilson Yip (regista) / Donnie Yen (protagonista e coreografo marziale) celebra uno dei protagonisti del loro <em>SPL</em> (2005), cucendo addosso al violento ispettore Ma un prequel tutto per sé. Infarcito di azione a più non posso, perfettamente calcolata, il noir si tinge spesso di rosso: ritmo serrato e montaggio rapido scandiscono i tempi, coprendo qualche lacuna di recitazione. Se la storia poco originale non annoia è grazie al trattamento del veterano Szeto Kam-yuen e di Nicholl Tang, che dosa bene dialoghi e raccordi. Yip completa con una regia professionale messa al servizio delle arti marziali. Cattiveria e scorrettezza tornano in auge: non sarà un capolavoro ma in un panorama asfittico è un prodotto di genere che brilla.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-7332312068183731368?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-21149787073981504992007-10-12T09:01:00.000+02:002007-11-29T23:45:44.085+01:00Resident Evil: ExtinctionFrancia / Australia / Germania / Gran Bretagna / USA, 2007<br />Regia: Russell Mulcahy<br /><br />**1/2<br /><br />Alice torna a combattere gli zombi creati dal T-Virus della Umbrella Corporation. In esilio da Racoon City l'eroina vaga per il deserto e insieme a un gruppo di superstiti cerca un varco per raggiungere la salvezza in Alaska. Milla Jovovich torna, con un nuovo look sponsorizzato dalla sua linea di abbigliamento, a menare fendenti contro un'orda di mostri valorizzati dal make-up splatter. Al contrario dei predecessori, citati insieme a <em>Gli uccelli</em> (1963, di Alfred Hitchcock), l'horror si trasforma in western e trova nelle desertiche lande del Nevada la propria ragion d'essere. Scrive Paul W. S. Anderson, dirige Mulcahy, già autore di <em>Highlander</em> (1986), e si vede: applica ad un b-movie veloce e ritmato, anche se non troppo originale, le ambizioni del prodotto di cassetta. Il pubblico, ancora assetato di videogiochi, ringrazia e ripaga.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-2114978707398150499?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-85104014681734896242007-10-11T12:45:00.000+02:002008-01-02T00:28:49.845+01:00INTERVENTI | Andrew Lau e il futuro di Hong Kong<em>Può un ex regista di successo risollevare le sorti del cinema di genere hongkonghese?</em><br /><br />Andrew Lau, classe 1960, è noto al grande pubblico, locale e internazionale, per la trilogia <em>Infernal Affairs</em> (2002-2003), cui gli Oscar a <em>The Departed </em>(2006, di Martin Scorsese) hanno regalato grande pubblicità. Lau, che da diversi anni non si separa dietro la macchina da presa dal socio Alan Mak se non in rare occasioni, ha però un trascorso artistico che va parecchio indietro nel tempo, dagli esordi come direttore della fotografia per Wong Kar-wai ai primi successi al box office di Hong Kong, con la saga <em>Young and Dangerous</em> (1996).<span id="fullpost"><br /><br />Inanellata una serie di flop costati molto cari, buon ultimo il deludente <em>Confession of Pain</em> (2006), Lau - che ha ben quattro set da inaugurare come regista - prova contemporaneamente a percorrere una seconda strada, autoeleggendosi a salvatore del cinema di Hong Kong nelle vesti di produttore. Foraggiato dalla televisiva Fortune Star, che sta incassando bene con le ristampe in dvd dei migliori film dei gloriosi anni '80, Lau si fa portavoce di un nugolo di pellicole che, a prescindere dai risultati, puntano con convinzione al cinema di genere.<br /><br />Apre il lotto <em>Haunted School</em> (2007), girato direttamente in digitale da Chin Man-kei, seguono a ruota <em>A Mob Story</em> (2007, di Herman Yau), un noir crudo e grandguignolesco, <em>The Third Eye</em> (2007, di Carol Lai), <em>Undercover</em> (2007, di Blly Chung). La qualità dei progetti è accettabile, in media con gli standard low budget dell'industria di oggi, ma memore della lezione di ieri, dove la mancanza di soldi era mascherata da inventiva e professionalità tecnica.<br /><br />Cambiano, rispetto a una decina di anni fa, il target di mercato e la strategia di marketing: la pellicola è ora progettata a 360 gradi, non più unicamente come prodotto da sala cinematografica ma anche come investimento domestico. Il processo, al contrario di quanto avviene in occidente, è però a brevissimo termine: il fatto che il film esca al cinema è quasi un surplus, tutt'ora imprescindibile, per nobilitare uno «straight-to-video» decisamente meno artigianale dei corrispettivi d'oltreoceano.<br /><br />Questa tendenza ha due fondamentali conseguenze. Da un lato ridà linfa a quel cinema di genere cattivo e politicamente scorretto che a Hong Kong non si vedeva da un po' di tempo. Non a caso ritorna il divieto ai minori e le pellicole appartenenti al «meta-genere» Cat. III fanno di nuovo capolino. Lo spiraglio commerciale ha soprattutto creato posti dove i veterani, messi da parte dalle logiche (co)produttive moderne, hanno la possibilità di lavorare in un regime di economia e tempi stretti che solo la loro esperienza è in grado di gestire.<br /><br />Il ritorno del cinema di genere, non edulcorato dai dettami di Pechino, passerà di qui? Sembra proprio di sì, visto che Lau è il primo a non voler accettare, anche in fase di regia, troppi compromessi. La riprova sono le pellicole prodotte, poco pubblicizzate all'estero ma cantonesi al 100%, pensate e studiate per il pubblico locale che desidera emozioni «mordi-e-fuggi»: titoli poco impegnativi ma non superficiali, dove exploitation, abilità tecnica e schiettezza tornano finalmente a coesistere.</span><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-8510401468173489624?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-47964062834814724362007-10-11T09:54:00.001+02:002007-12-29T15:36:42.098+01:00InvasionUSA, 2007<br />Regia: Oliver Hirschbiegel<br /><br />*1/2<br /><br />La Terra è invasa da una spora aliena che sfrutta l'esplosione di uno Space Shuttle per diffondersi nei corpi ospiti umani, di cui prende il controllo. In pochi sono capaci di reagire alla cospirazione extraterrestre, tra questi una psichiatra e suo figlio, stranamente immune al contagio. Hirschbiegel (<em>The Experiment</em>, 2001) è l'ennesimo mestierante rubato da Hollywood all'Europa. Qui svilisce il classico <em>L'invasione degli ultracorpi</em> e pur garantendo un po' di spettacolo schiaccia emozioni e caratteri sotto una pressa di effetti speciali. Incolori la Kidman e Craig, esatto opposto di quanto dovrebbero esprimere i loro personaggi. Lo sceneggiatore Dave Kajganich tratta il soggetto come se dovesse farne una riduzione per una puntata di <em>X-Files</em>, con troppi buchi in bella evidenza: tanto che gli errori sul set e gli aneddoti in fase di produzione sono più interessanti del risultato. Il finale rumoroso è il marchio di fabbrica dei fratelli Andy e Larry Wachowski, che dopo aver bocciato la prima versione proposta dal regista gli affiancano James McTeigue per un montaggio alternativo con più scene d'azione.<br /><br /><a href='http://www.dvd.it/page/dett/arti/1071960/partnerId/1/' target='_blank'>Acquista il dvd</a><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-4796406283481472436?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-51883500211106222682007-10-08T00:30:00.000+02:002007-10-08T00:32:42.114+02:00Hooked On You每當變幻時 | Mui dong bin wan si<br /><br />Hong Kong, 2007<br />Regia: Law Wing-cheong<br /><br />**1/2<br /><br />Due pescivendoli (Eason Chan e Miriam Yeung) mettono a nudo l’animo popolare dei mercati rionali rincorrendosi e detestandosi nell’arco di dieci anni. Lei ha pianificato di realizzarsi sul lavoro e in amore prima di compiere trenta anni, ma realizzare il progetto è più difficile del previsto. Il secondo film dello sceneggiatore Law Wing-cheong, coadiuvato in fase di sceneggiatura da Fung Chi-keung, è una commedia sentimentale agrodolce, che punta al revivalismo storico per celebrare, sullo sfondo, la personalità verace di Hong Kong. I dialoghi, i personaggi, le situazioni recuperano il buonismo drammatico, non sempre politicamente corretto, dei successi prodotti negli anni ’80 dalla Cinema City e nei ’90 dalla U.F.O. Colonna sonora e regia tessono una trama pacata su cui dipanare una matassa piuttosto semplice: finché irrompe il finale commovente, complice la graduale affezione per i due protagonisti, a rivalutare una pellicola altrimenti banale.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-5188350021110622268?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-19912265270433468552007-10-06T21:25:00.000+02:002007-10-07T00:44:10.419+02:00Planet TerrorGrindhouse - Planet Terror<br /><br />USA, 2007<br />Regia: Robert Rodriguez<br /><br />**1/2<br /><br />Zombi creati dall'esercito terrorizzano una cittadina del Texas. I superstiti - tra cui un camionista, una spogliarellista senza una gamba, un poliziotto e un'infermiera che spara siringhe come proiettili - si coalizzano per far strage dei mostri. Gemello di drive-in di <em>A prova di morte</em> (2007, di Quentin Tarantino) è, al pari dei due finti trailer, simulazione di cinema exploitation del passato, di cui ricostruisce, a tavolino, gli umori. Operazione quasi riuscita, finché sono le invenzioni «<em>rétro</em>» di regia e montaggio a reggere il banco; mentre i dialoghi folkloristici paiono una pallida copia di originali altrettanto imperfetti. Azione rumorosa e splatter eccessivo non giovano alla causa autoreferenziale di un prodotto che dietro la facciata del «<em>b-movie</em>» nutre ambizioni autoriali. Discreta la recitazione, elemento neutrale che però riporta in auge l'importanza della fisiognomica dei caratteristi.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-1991226527043346855?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-4131839758670080736.post-50061895975367214052007-10-02T23:56:00.000+02:002007-11-29T23:46:09.896+01:00Michael ClaytonUSA, 2007<br />Regia: Tony Gilroy<br /><br />***<br /><br />Michael Clayton è un faccendiere che aggiusta le situazioni difficili per uno studio legale prestigioso. La sua vita privata è allo sbando, tra debiti e lacune, ma gli resta la fiducia nel lavoro: fino al giorno in cui un caso scomodo lo mette in crisi. Tony Gilroy, uomo di fiducia di Steven Soderbergh, che ne produce il debutto da regista, ha scritto il film prendendo spunto dai sopralluoghi durante le riprese di <em>L'avvocato del diavolo</em> (1997, di Taylor Hackford). La regia pacata sfrutta il fascino composto di Clooney per tessere un intrigo degno di John Grisham; e ripaga il pubblico, messo alla prova da una lunga premessa introduttiva, con un thriller ad esecuzione serrata ma dall'epilogo un po' troppo annacquato. Film d'attori, dove spiccano Sidney Lumet, Tilda Swinton e Tom Wilkinson, oltre che di dialoghi, ben architettati. Presentato all'ultimo festival di Venezia, coniuga con stile istinti di denuncia e complottismo anti-multinazionali, piazzandosi a metà tra cinema d'autore e istanze di genere.<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4131839758670080736-5006189597536721405?l=nonsoloasia.blogspot.com'/></div>Matteo Di Giuliohttp://www.blogger.com/profile/11524192262552889039noreply@blogger.com0