<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss'><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340</id><updated>2009-11-11T16:24:34.211+01:00</updated><title type='text'>meltemiblog</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Meltemi</name><email>noreply@blogger.com</email></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>23</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-2478365575617338807</id><published>2009-07-03T13:42:00.003+02:00</published><updated>2009-07-08T12:58:19.313+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Politica culturale'/><title type='text'>In Piazza del Popolo la bulimia dei gazebo</title><content type='html'>[di Renato Nicolini, da &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 30.6.2009]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sono andato a Piazza del Popolo per la festa ACEA, ma le foto che ho visto mi sembrano sufficienti per parlare almeno di cattivo gusto. Ignoravo vi fossero stati prima, nel solo mese di giugno, i “Mediaset days” del digitale terrestre e le selezioni del Grande Fratello. Non sarà il MinCulPop (ripudiato dall’assessore Croppi senza capire la provocazione di Pettarin che lo invitava “a fare qualcosa” anche se quel qualcosa fosse di destra), ma certo c’è un orientamento prevalente, che non si concilia con la caratteristica fondamentale dello spazio pubblico, non essere cosa privata. “La casa era nu poco tutta la città”, scriveva bene Eduardo De Filippo. La cosa peggiore è che questa resa non ha nemmeno bisogno dell’assessorato di piazza Campitelli per manifestarsi. E’ una tendenza che appare spontanea ed inarrestabile. Che i decibel tendano a superare i limiti previsti dalla legge, posso testimoniarlo da un’altra parte di Roma, quella in cui vivo. Nella zona di Porta Portese i disagi per i residenti vanno ben oltre il mercato domenicale. &lt;br /&gt;&lt;span id="fullpost"&gt;&lt;br /&gt;Oltre ad un’intensa attività edilizia (almeno tre cantieri aperti in duecento metri), nelle antiche mura si aprono discoteche, e la “4:20” sulla via Portuense, dove un tempo c’era “La Fede”, mitica cantina teatrale di Giancarlo Nanni, sparava alta i suoi suoni nella notte del 20 giugno, per festeggiare oltre le due del mattino l’arrivo dell’estate . Questa si apre male, perché senza idee. Fa sicuramente tenerezza che da piazza Campitelli si guardi indietro fino allo sbarco sulla Luna di 40 anni fa, ma forse c’erano anche altri anniversari, più legati a Roma, che sono invece stati ignorati: i trent’anni del Festival dei Poeti di Castelporziano e di Parco Centrale. Ma Roma non ha bisogno di amarcord, quanto di interventi sul brutto momento che vive oggi. Molti guai su cui la cultura potrebbe agire con la sua forza simbolica. Il degrado del centro di Roma si arresterà solo intervenendo sulle cause dell’espulsione da questa parte della città degli artigiani e delle attività qualificate, qualcosa che giorno per giorno lo sta trasformando in una zona senza qualità, un gigantesco shopping mall durante il giorno, un immenso ristorante bar a cielo aperto la notte. Perché non proporre qualcosa che aiuti a promuoverne la conoscenza stratigrafica, saperla leggere dalle tante prospettive storiche che ha incorporato? Sigmund Freud a Roma si emozionava davanti ai tanti tempi storici che leggeva contemporaneamente nei suoi luoghi. Magari partendo dal Teatro di Pompeo, dal luogo cioè in cui oggi sembra nascere il degrado dell’uso della città, Campo de’ Fiori. I Sindaci Argan e Petroselli avevano inserito l’estate romana – che faceva crescere il senso di appartenenza comune alla stessa città - in una politica di riequilibrio delle differenze tra centro e periferia. Si potrebbe ragionare sui luoghi degli eventi estivi partendo dal cambiamento che in trent’anni si è prodotto, non replicando stancamente vecchi schemi. Il Quarticciolo, il Pigneto, parco Alessandrino, il Lungomare di Ostia e tante altre “parti di città”, possono anch’essi – oggi – manifestarsi come luoghi di Roma, non solo “periferia”? Infine, Roma è una città che appartiene al mondo intero. Quale progetto guarda in quella direzione?&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-2478365575617338807?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/2478365575617338807/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=2478365575617338807' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/2478365575617338807'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/2478365575617338807'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2009/07/mi-arrivano-segnali-la-risposta-di.html' title='In Piazza del Popolo la bulimia dei gazebo'/><author><name>Meltemi</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14862691763440697058'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-1319309868622015423</id><published>2009-06-30T18:24:00.012+02:00</published><updated>2009-07-03T13:44:14.670+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Politica culturale'/><title type='text'>Mi arrivano segnali</title><content type='html'>[di Francesco Pettarin, fondatore di&lt;span style="font-style: italic;"&gt; Massenzio Cinema&lt;/span&gt;]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi arrivano segnali.&lt;br /&gt;Per le strade di Roma i manifesti annunciano che il 21 giugno torna l’Estate Romana.&lt;br /&gt;Un sms mi annuncia che Alex Voglino, direttore del dipartimento delle politiche culturali del comune di Roma, nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’ Estate Romana, lamenta la mancanza di Massenzio.&lt;br /&gt;Andrea Garibaldi sul Corriere della Sera in un articolo in cui, dopo aver riconosciuto la ricchezza delle proposte della nuova edizione dell’Estate Romana, solleva un timido “tuttavia” rispetto alla mancanza di originalità della proposta.&lt;br /&gt;Sempre nello stesso articolo Andrea Garibaldi mi cita, o meglio cita quello che il Secolo D’Italia di circa un anno fa ha riportato di quanto detto da me che, alla richiesta dell’ Assessore alle politiche culturali del comune di Roma Umberto Croppi rivolta ad intellettuali e operatori del settore di contribuire con suggerimenti al rinnovamento dell’intervento del Comune nella cultura, rispondevo, in tono provocatorio, che mi sarebbe piaciuto confrontarmi con una proposta di segno forte che indirizzasse in qualche modo la riflessione, il che nella semplificazione giornalistica è diventato un “fai qualcosa di destra”.&lt;br /&gt;&lt;span id="fullpost"&gt;&lt;br /&gt;L’ Assessore alle politiche culturali del comune di Roma, Umberto Croppi, rispondendo ad Andrea Garibaldi, afferma di non essere un esperto di topografia e di avere problemi a dislocare le azioni nell’asse destra-sinistra.&lt;br /&gt;Nella stessa risposta l’Assessore Croppi fa due affermazioni, la prima che quello che sta tentando di fare è riportare Roma nei circuiti internazionali della cultura e dell’arte; la seconda che la richiesta di Garibaldi di originalità corrisponde alla richiesta di “linea politica” di guareschiana memoria.&lt;br /&gt;La prima tentazione è di accarezzare uno dei miei numerosi gatti e di liquidare il tutto come l’ennesimo esempio dell’ egocentrismo e della prepotenza che caratterizza politici e amministratori nell’epoca della televisione, per cui tutto ciò che esiste in qualche modo appartiene loro (tanto non esiste memoria) ed ogni, non dico critica, ma semplice dubbio diventa una faziosa e pregiudiziale volontà di disturbare chi lavora per il bene della città, della regione, del paese.&lt;br /&gt;Magari avrei anche potuto con gli amici condire tale disincantato giudizio di un paio di battute liquidatorie sulla ovvietà delle affermazioni sul calendario da parte dei nostri amministratori o sulla necessità di avvertire i vigili urbani ogni volta che il nostro Assessore si mette al volante. Del resto non ho interessi da difendere e credo di essermi guadagnato fama di onestà intellettuale in più di trenta anni di “carriera” nell’organizzazione di eventi culturali in questa città.&lt;br /&gt;Ma nutro nei confronti dell’Assessore Croppi una stima pregiudiziale, motivata dal suo intervento, quasi due anni fa quando non era ancora impegnato in cariche istituzionali, alla trasmissione di “La storia siamo noi” in occasione della riedizione al Colosseo del Napoleon di Abel Gance che organizzammo per i trenta anni dell’Estate Romana. Ho quindi pensato che le sue parole meritassero un approfondimento anche perché in qualche modo riprendevano cose dette in quell’intervista e che già allora mi avevano fatto venire voglia di interloquire con lui.&lt;br /&gt;Mi perdoni l’Assessore Croppi, ma lo immaginai allora, giovane di destra, girare per gli eventi dell’ Estate Romana e chiedersi perché mai dovessero portare consenso alla sinistra dal momento che trattavano contenuti che anche a lui erano cari in un modo che anche lui condivideva; a mio giudizio commise allora un errore di prospettiva e lo commette di nuovo oggi: non solo Nicolini era di sinistra (e noi tutti che lavorando intorno a lui contribuimmo a dare sostanza ad un’intuizione) ma la sua “invenzione” si inscriveva perfettamente nel dibattito che in quegli anni attraversava la cultura di sinistra che usciva dal marasma del sessantotto e che vedeva contrapposte la visione marcusian-pessimistica su modernità e capitalismo (Idra dalle cento teste, impossibile da colpire a morte e verso cui opporsi era un atto splendido ma inutile) a quella lukaccian-pedagogistica per cui la funzione della cultura era quella di far prendere coscienza al popolo e farlo schierare per la rivoluzione (nel caso specifico fargli votare Partito Comunista).&lt;br /&gt;Un gruppo di giovani, direi giovanissimi intellettuali (Alberto Abruzzese era allora poco più che trentenne), cercava di coniugare l’amore per la modernità, che considerava componente essenziale del marxismo, e la critica di un sistema basato sulla discriminazione e lo sfruttamento, Walter Benjamin sembrava lo strumento adatto ad una critica del capitalismo che non gettasse il bambino (lo sviluppo tecnologico e le nuove opportunità di democrazia) insieme all’acqua sporca di un sistema fatto di privilegi e sfruttamento.&lt;br /&gt;Fu del tutto naturale se non inevitabile che tale posizione si incontrasse con il lavoro che l’assessore Nicolini andava facendo a Roma per portare in superficie le molte esperienze di cultura underground presenti in città rendendole accessibili ad un pubblico di massa.&lt;br /&gt;Questo non poteva che creare un forte rigetto da parte sia della sinistra tradizionale che vedeva centrale il ruolo del partito e la sua vocazione educativa nei confronti delle masse, sia in quella movimentista che considerava un tradimento ogni forma di ricerca di nuovi equilibri che non fossero il risultato di un’azione rivoluzionaria, fummo attaccati da tutti. Cederna dalle colonne del Corriere della Sera ci imputava un uso criminale dei monumenti, all’interno del partito comunista fummo accusati di non batterci per una cultura popolare che vedeva nel decentramento il suo punto di forza, Massenzio fu tacciata di mettere sullo stesso piano il grande cinema con la spazzatura proveniente da oltre oceano, Frigidaire la rivista cui facevano capo i nostri amici più legati al “movimento” organizzò addirittura una sorta di anti Estate Romana dall’eloquente titolo “Miseria”, tutto questo è però la conferma di quanto tale dibattito fosse assolutamente interno alla sinistra e di tale area politica assumesse i presupposti, le modalità, i contenuti. Gli attacchi della destra non erano nel merito, che non veniva assolutamente riconosciuto, ma sul piano della correttezza amministrativa o su quello della moralità e del disturbo della vita cittadina.&lt;br /&gt;Effimero e riscoperta del centro storico i mezzi, svecchiamento delle pratiche cittadine e rilancio dei consumi culturali gli obiettivi. Ma sopra tutto una cornice inequivocabilmente di sinistra: il diritto per tutti di godere di spazi ed azioni fino ad allora riservate ad élite.&lt;br /&gt;Con il tempo le punte più aspre della polemica si andarono assottigliando, la sinistra comprese l’enorme potenziale di creazione di consenso che le manifestazioni estive rappresentavano, tanto da inventare una ragione compatibile con il proprio apparato: gli anni di piombo avevano chiuso in casa la gente che con l’Estate nicoliniana ritrovava luoghi di aggregazione (quanto sempre odiosa ci è stata questa etichetta buttataci addosso!), anche la destra smorzò le polemiche soprattutto là dove il consenso era così alto da rappresentare un sicuro lasciapassare per il cuore dei politici.&lt;br /&gt;Non a caso un attento critico vicino alle nostre posizioni Guglielmo Pepe scrisse nel 1982 un articolo dal titolo “Le rughe dell’Estate Romana” in cui coglieva nell’eccesso di pubblica accettazione uno dei sintomi di una politica culturale che cominciava a mostrare segni di stanchezza. In effetti l’Estate Romana aveva finito di essere di sinistra era diventata patrimonio cittadino, era di tutti, a farla gruppi eterogenei per provenienza politica e culturale, vincoli di ogni tipo rendevano la scelta dei luoghi quasi obbligata, restava la grande funzione di servizio alla città.&lt;br /&gt;Mi scuso per la lunga parentesi di ricordi ma credo che per capire il senso di quanto dirò non fosse evitabile.&lt;br /&gt;Da troppo tempo la nostra città non vive una stagione di rinnovamento culturale, i grandi concerti gratuiti della giunta Veltroni e la stessa Notte Bianca hanno segnato un’epoca più rivolta al passato che a cogliere gli umori delle generazioni che stanno crescendo,&lt;br /&gt;La correttezza amministrativa e il consenso generalizzato hanno preso il posto della volontà di rinnovamento di quel salutare fare scandalo che dovrebbe sempre caratterizzare le proposte culturali innovatrici, la mia impressione che l’amministrazione di sinistra avesse eccessivamente identificato se stessa, i propri umori, le proprie priorità con quelle dell’intera città perdendo di vista il conflitto, la contrapposizione anche forte che sono la linfa vitale della democrazia, soprattutto culturale, insomma la spiacevole sensazione che la politica avesse fatto un passo indietro e che a fare l’Estate Romana fossero gli uffici, che da mezzo di operatività diventavano operatori essi stessi, l’odioso smeccanismo per far funzionare tutto ciò il bando per le attività culturali, finto strumento di democrazia che serve solo a rendere praticabile la logica burocratica.&lt;br /&gt;In realtà se vogliamo la mancanza di coraggio è stata non usare a fondo il grande elemento di innovazione culturale che il sindaco Veltroni e l’assessore Borgna si erano dati le “case”, del jazz, dei teatri, del cinema, l’auditorium come casa della musica, l’uscita cioè dall’effimero con un sistema di rete in cui ogni nodo diventa anche motore propulsore per gli altri e per quelle realtà che per fortuna dal sistema vogliono e debbono restare fuori.&lt;br /&gt;La sconfitta del centro sinistra e il cambio della giunta non sono state sicuramente dettate da questo, ma altrettanto sicuramente ci trovavamo di fronte ad un nodo che andava interpretato.&lt;br /&gt;In una buona democrazia l’alternanza è salutare, il nemico non viene più demonizzato, non si pensa più che non faranno prigionieri.&lt;br /&gt;Dal cambiamento anche se ci penalizza possono in ogni caso venire elementi positivi.&lt;br /&gt;Un portato positivo che credevo sarebbe seguito alla nostra sconfitta era che il nuovo assessore non avrebbe esitato ed eliminare la Festa del Cinema, contro cui la destra tanto si era scagliata in campagna elettorale, e finalmente l’Estate Romana.&lt;br /&gt;Non solo, speravo che l’assessore Croppi desse un segno forte, non di tipo contenutistico ma di sistema alla nuova politica culturale, rispetto al quale noi, operatori culturali di sinistra, ci saremmo in qualche modo confrontati per renderla non più la proposta dell’assessore Croppi ma un patrimonio di tutta la città. Questo non è avvenuto. Non solo mi trovo di fronte ad un cartellone dell’Estate Romana che trasuda, credo e spero non volute, logica spartitoria e normalità burocratica da tutti i pori, ma l’Assessore per difenderlo invoca efficienza e spirito ecumenico.&lt;br /&gt;Non credo sia sostenibile, come l’Assessore lascia intendere, che Roma fosse fuori dai grandi circuiti internazionali dell’Arte e della Cultura, anzi direi che la debolezza di questa Estate Romana, perfettamente riproposta nella nuova edizione sia l’essere tutta interna alle logiche di circuito per cui la città finisce per essere semplice tappa del giro di artisti e mostre e festival, nati altrove e qui riportati senza alcun valore aggiunto.&lt;br /&gt;Eliminiamo questa Estate Romana che da simbolo di coraggiosa volontà rinnovatrice si è trasformata in meccanismo di normalizzazione burocratica e di logica spartitoria.&lt;br /&gt;D’altra parte il luogo dell’Estate Romana nella sua stagione d’oro è stato il territorio cittadino ed il suo strumento l’effimero architettonico, oggi la cultura vive sempre più di rete e spazi virtuali.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-1319309868622015423?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/1319309868622015423/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=1319309868622015423' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/1319309868622015423'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/1319309868622015423'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2009/06/mi-arrivano-segnali.html' title='Mi arrivano segnali'/><author><name>Meltemi</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14862691763440697058'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-3411159796188064804</id><published>2009-06-25T15:54:00.019+02:00</published><updated>2009-07-08T12:59:49.587+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Politica culturale'/><title type='text'>La condanna dell'Estate Romana. Corsera vs Croppi</title><content type='html'>[di Massimo Iacobelli]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Annunciati dagli “strilli” dei giornali, tornano anche quest’anno gli eventi dell’Estate Romana, un palinsesto di attività culturali, alcune delle quali diventate appuntamenti fissi per turisti e autoctoni.&lt;br /&gt;Nata 32 anni or sono, l’Estate Romana portò la Capitale ai livelli delle altre città europee per quanto riguarda la ricchezza della proposta culturale e d’intrattenimento.&lt;br /&gt;Cosa c’è di nuovo in questa edizione?&lt;br /&gt;Prendendo in esame le graduatorie dei vincitori del bando di finanziamento comunale per gli spettacoli e i festival, sembrerebbe nulla.&lt;br /&gt;Programmazioni differenti per i contenitori di sempre: dalla proiezione di dvd sulla terrazza del Belvedere all’Isola del cinema, dal Cineporto al Gay Village, e poi i comici in piazza, il teatro sotto la quercia del Tasso, etc.&lt;br /&gt;A rivedere il calendario di qualche anno fa, ai tempi di Veltroni o di Rutelli, troveremmo poche sparute differenze.&lt;br /&gt;A conti fatti, l’Estate Romana, contro la quale si è scagliato il centrodestra  nel pieno dell’ultima corsa elettorale per la guida del Campidoglio, non è stravolta né rinnovata dalla nuova amministrazione guidata da Alemanno, e resta per molti una condanna dalla quale sembra difficile liberarsi.&lt;br /&gt;&lt;span id="fullpost"&gt;&lt;br /&gt;Sui dorsi romani del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Corriere della Sera&lt;/span&gt; Andrea Garibaldi, mettendo in rilievo la ricchezza della proposta di quest’anno, pone comunque il problema della mancanza di un segno, di un evento che metta in luce “un’interpretazione del mondo” che distingua il nuovo corso capitolino. E l’assessore Umberto Croppi risponde, cauto sulle definizioni e a quanto pare offeso.&lt;br /&gt;A seguire l’articolo di Andrea Garibaldi del 19 giugno 2009 e la risposta di Umberto Croppi pubblicata il giorno seguente sempre sul &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Corriere della Sera&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'evento «di  destra»&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Estate romana in cerca di un segno&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Andrea Garibaldi&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Corriere della Sera&lt;/span&gt; - Cronaca di Roma - 19 giugno 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Centocinquantaquattro manifestazioni, 650 eventi singoli, per una spesa complessiva record di 4 milioni e 700 mila euro. Ogni romano, ogni giorno o sera ha venti possibili scelte fra concerti, cinema, teatro, arte, letteratura. Anche quest' anno l' Estate Romana c' è, come avviene - con alti e bassi - da 32 anni. Sono state salvaguardate undici manifestazioni «storiche», dal jazz a Villa Celimontana ai comici al Colosseo, e poi concerti di Bruce Springsteen e Marco Carta e tante iniziative legate alla Luna, 40 anni dopo lo sbarco. Spettacoli raffinati e popolari, di massa e d' elite, secondo una tradizione copiata in tutto il mondo. Tuttavia... Resta il sapore di una mancanza. La mancanza di un graffio, di un segno, di una zampata della nuova maggioranza di destra che governa Roma da tredici mesi. Un evento simbolo, una rassegna, un percorso che svelino come dal Campidoglio si produca anche cultura e non solo intrattenimento, si tenti un' interpretazione del mondo, si sperimenti il nuovo. «Ci manca Massenzio», ha detto uno dei dirigenti dell' assessorato alla Cultura durante la presentazione dell' Estate Romana. E in effetti le maratone di cinema nella maestosa basilica furono il sigillo delle Estati di Nicolini, così come i concerti gratuiti a Villa Borghese o ai Fori furono l' impronta di Veltroni, che convocava in città i suoi miti generazionali, Paul Simon o Paul McCartney. C' erano delle visioni: l' uso popolare dei monumenti, l' epica del cinema, la musica per tutti, le periferie verso il centro... Il nuovo assessore Croppi, all' inizio di quest' anno, lanciò un appello ai romani e al mondo della cultura e dello spettacolo per chiedere idee proprio sull' Estate Romana. Giunsero stimoli vari. Renzo Arbore - per dire - parlò di riscoprire la romanità con Sordi o Manfredi, chiese un ritorno a via Veneto. Pietrangelo Buttafuoco lanciò la rivalutazione di artisti «esclusi dai salotti ufficiali». Invece, Francesco Pettarin, fondatore di Massenzio, provocò: «Croppi abbia il coraggio di proporre un evento "da destra" con caratteristiche di internazionalità e di qualità». Aspettiamo la prossima Estate?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'intervento&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il MinCulPop non abita qui&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Umberto Croppi, Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Roma&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Corriere della Sera&lt;/span&gt; - Cronaca di Roma - 20 giugno 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sono un esperto di topografia e la comprensione della dislocazione delle azioni sull' asse destra-sinistra mi risulta spesso difficile. Così capisco poco il senso dell' articolo di Andrea Garibaldi sul Corriere di oggi, nel quale dice che si sarebbe aspettato un «segno», un «evento di destra» nel programma dell' estate romana. Per spiegare fa l' esempio del Massenzio di Nicolini, la rassegna cinematografica nata trentadue anni orsono e autoestintasi ormai da un po' . Fu un' importante innovazione ma non si capisce quale segno abbia rappresentato, certamente non un segno di sinistra. Di sinistra era la collocazione politica del suo ideatore, non le sue forme e contenuti: i due eventi più importanti furono l' imponente trasposizione cinematografica operata da Syberberg del wagneriano Parsifal e il mastodontico Napoleon di Abel Gance. Garibaldi sembra riproporre un ritornello lanciato a pochi mesi dall' insediamento della Giunta: non si vede il progetto. Come se l' affastellarsi di eventi e creature culturali del decennio precedente facessero intravedere - sia pure a posteriori - una qualsiasi architettura. Ora, ai suoi antipodi, Stefano Crippa, sul Manifesto di due giorni fa, paventa un' «estate tradizional popolare» in cui «romanità» e «tradizione» la fanno da padrone. A chi dare ragione? A nessuno dei due. Quello che stiamo tentando di fare, con qualche successo, è rimettere ordine, migliorare l' offerta ma, soprattutto, far crescere il livello e le possibilità di partecipazione degli operatori e dei cittadini, nonché riportare la Città nei circuiti internazionali della cultura e dell' arte. Cioè stiamo facendo ciò che è richiesto a chi ha responsabilità di governo. Se il segno che Garibaldi si aspetta è quello della linea politica di guareschiana memoria, se crede che a piazza Campitelli si sia insediato il MinCulPop, quel segnale da me lo aspetterà invano.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-3411159796188064804?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/3411159796188064804/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=3411159796188064804' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/3411159796188064804'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/3411159796188064804'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2009/06/la-condanna-dellestate-romana.html' title='La condanna dell&apos;Estate Romana. Corsera vs Croppi'/><author><name>Meltemi</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14862691763440697058'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-1092848744917903010</id><published>2009-02-18T17:55:00.016+01:00</published><updated>2009-07-01T19:18:56.682+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Bioetica'/><title type='text'>Eluana Englaro, un libro e una legge</title><content type='html'>La notizia sprofonda nelle pagine interne dei quotidiani e sparisce dalla tv, mentre il silenzio che avrebbe dovuto accompagnare la tragedia di una donna e della sua famiglia cala proprio quando sarebbe auspicabile una comune riflessione sulla proposta di legge in discussione in Parlamento.&lt;br /&gt;Spento il clamore scatenato irresponsabilmente intorno agli ultimi giorni di Eluana Englaro, dissolto il "caso" sul quale per settimane si sono accaniti commentatori e politici non sempre animati dalle migliori intenzioni (non sono tutti uguali: nei toni strillati, nei termini oltraggiosi, nelle analogie improprie e intenzionalmente ingannevoli, dovremo tenere memoria dello scempio di parole che è stato ancora una volta consumato sul corpo di una donna), ora possiamo provare a rileggere la storia di Eluana per comprendere cosa può insegnarci.&lt;br /&gt;&lt;span id="fullpost"&gt;&lt;br /&gt;Lo abbiamo tenuto nel cassetto per settimane, &lt;a href="http://www.meltemieditore.it/Scheda_libro.asp?codice=Y086"&gt;questo libro&lt;/a&gt;. Il pudore e il dubbio ci hanno impegnato a tacere finché la nostra iniziativa potesse apparire solo per quello che vorrebbe essere: un contributo al ragionamento sulla fine della vita, su come essa sia irreversibilmente mutata con le accresciute opportunità offerte dalle tecnologie biomediche, su come tali opportunità possano rivolgersi nell'opposto "apparato di cattura" in assenza di un quadro di regole e comportamenti condivisi che rispettino in primo luogo la libertà di scelta della persona.&lt;br /&gt;Insieme all'autore del volume, noi della Meltemi ci auguriamo che questa pubblicazione possa sollecitare un dibattito che conduca a ripensare il testo della legge sul testamento biologico oggi in discussione al Senato, raccogliendo e interpretando le parole insuperate della nostra Costituzione dove recita che "la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;li&gt;Leggi il testo della &lt;a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-testo-del-disegno-di-legge-su-fine-vita-e-testamento-biologico/"&gt;proposta di legge&lt;/a&gt; che si discute in Parlamento.&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Visita il sito della &lt;a href="http://www.consultadibioetica.org/"&gt;Consulta di Bioetica&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;Alcuni interventi e commenti utili a farsi un'idea:&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;li&gt;Maria Luisa Boccia, Grazia Zuffa: &lt;a href="ttp://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20090221/pagina/12/pezzo/242847/?tx_manigiornale_pi1%5BshowStringa%5D=boccia%2Bzuffa&amp;amp;cHash=1973ca5bb4"&gt;La fine della vita, il limite della legge&lt;/a&gt; (il manifesto, 21-02-2009);&lt;br /&gt;&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Ida Dominijanni: &lt;a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20090210/pagina/12/pezzo/241802/?tx_manigiornale_pi1%5BshowStringa%5D=dominijanni%2Benglaro&amp;amp;cHash=11bdc1d91f"&gt;Eluana, testimone del limite&lt;/a&gt; (il manifesto, 10-02-2009);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Ida Dominijanni: &lt;span class="grey"&gt;&lt;a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20090224/pagina/12/pezzo/243038/?tx_manigiornale_pi1%5BshowStringa%5D=dominijanni%2Benglaro&amp;amp;cHash=2377568ed5"&gt;Fine vita, la linea d'ombra dell'ipocrisia&lt;/a&gt; (il manifesto, 24-02-2009);&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Giuliano Ferrara, Angelo Panebianco: &lt;a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/febbraio/10/Ferrara_nessun_feticismo_della_legge_co_8_090210014.shtml"&gt;Nessun feticismo della legge, conta il diritto alla vita&lt;/a&gt; (Corriere della Sera, 10-02-2009);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Giuliano Ferrara: &lt;a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/1910"&gt;Una commedia di bari e impostori con padre dolente&lt;/a&gt; (il Foglio, 23-02-2009);&lt;br /&gt;&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Carlo Galli: &lt;a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/02/12/se-nasce-la-biopolitica.html"&gt;Se nasce la biopolitica&lt;/a&gt; (la Repubblica, 12-02-2009);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Ernesto Galli della Loggia: &lt;a href="http://www.corriere.it/editoriali/09_febbraio_07/della_loggia_la_natura_e_il_suo_corso_a95011ce-f4de-11dd-a70d-00144f02aabc.shtml"&gt;La natura e il suo corso&lt;/a&gt; (Corriere della Sera, 7-02-2009);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Giuseppe Genna: &lt;a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2009/02/002934.html#002934"&gt;Il corpo e il sangue di Eluana Englaro&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2009/02/002934.html#002934"&gt;: lo stupro assoluto &lt;/a&gt;(carmillaonline, 08-02-2009);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Claudio Magris: &lt;a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/febbraio/10/una_Persona_Paese_co_9_090210037.shtml"&gt;Una Persona, un Paese&lt;/a&gt; (Corriere della Sera, 10-02-2009);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Ignazio Marino: &lt;a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/eluana-eutanasia-6/eluana-ignazio-marino/eluana-ignazio-marino.html"&gt;Il diritto di decidere da soli&lt;/a&gt; (la Repubblica, 3-02-2009);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Angelo Panebianco: &lt;a href="http://www.corriere.it/editoriali/09_febbraio_09/quel_silenzioso_terzo_partito_angelo_panebianco_2f100aa2-f670-11dd-9c7e-00144f02aabc.shtml"&gt;Quel silenzioso terzo partito&lt;/a&gt; (Corriere della Sera, 6-02-2009);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Angelo Panebianco: &lt;a href="http://www.corriere.it/editoriali/09_febbraio_23/panebianco_9edc8bba-0171-11de-91dc-00144f02aabc.shtml"&gt;I confini della politica&lt;/a&gt; (Corriere della Sera, 23-02-2009);&lt;br /&gt;&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Alcuni &lt;a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-legge-del-governo-sul-fine-vita-viola-i-diritti-umani/"&gt;professori di diritto civile&lt;/a&gt; contestano la proposta di legge.&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Eugenia Roccella: &lt;a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/febbraio/02/Roccella_giudici_Milano_sentenza_sul_co_9_090202027.shtml"&gt;I giudici di Milano e la sentenza sul caso Eluana&lt;/a&gt; (Corriere della Sera, 2 febbraio 2009);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Stefano Rodotà: &lt;a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/12/02/la-via-maestra-per-il-testamento-biologico.html"&gt;La via maestra per il testamento biologico&lt;/a&gt; (la Repubblica, 2-12-2008);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Adriano Sofri: &lt;a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/02/14/quella-liberta-di-mangiare-bere.html"&gt;Quella libertà di mangiare e bere&lt;/a&gt; (la Repubblica, 14-02-2009);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Umberto Veronesi: &lt;a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/gennaio/26/Veronesi_testamento_biologico_legge_incostituzionale_co_9_090126034.shtml"&gt;Testamento biologico, la legge è incostituzionale&lt;/a&gt; (Corriere della Sera, 26 gennaio 2009);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Intervista a Gustavo Zagrebelsky: &lt;a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/02/11/zagrebelsky-se-il-potere-nichilista-si-allea.html"&gt;Se il potere nichilista si allea con la Chiesa del dogma&lt;/a&gt; (la Repubblica, 11-02-2009);&lt;/li&gt;&lt;li&gt;&lt;a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/chi-decide-sulla-propria-vita-2/"&gt;Chi decide sulla propria vita? Tavola rotonda&lt;/a&gt; tra Beppino Englaro, card. Javier Lozano Barragan (Ministro della Salute del Vaticano), Stefano Rodotà, Ignazio Marino (Micromega, maggio 2008).&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-1092848744917903010?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/1092848744917903010/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=1092848744917903010' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/1092848744917903010'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/1092848744917903010'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2009/02/eluana-englaro-un-libro-e-una-legge.html' title='Eluana Englaro, un libro e una legge'/><author><name>luisa capelli</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11418890122411810254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='01320432790786666402'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-1746625334656445536</id><published>2008-11-24T17:56:00.007+01:00</published><updated>2009-07-02T13:59:14.080+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>La Classe. Una analisi per avvicinamenti progressivi.</title><content type='html'>&lt;span class="post-author vcard"&gt;[di &lt;span class="fn"&gt;Gian Carlo Marchesini]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Film di gran classe, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Classe&lt;/span&gt;, che ha vinto l’ultimo Festival di Cannes. Tanto da spingermi ad aggiungere ai tanti un mio argomentato elogio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dentro le mura di una terza media (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Entre les murs&lt;/span&gt; è infatti il titolo originario del film) della banlieu parigina più meticcia e incasinata, veniamo chiamati ad assistere alla messa in scena  di una bellissima sfida la cui natura a me viene da sintetizzare così:  come trasmettere conoscenza e saperi a un gruppo di ragazze e ragazzi tra i tredici e i quindici anni che vivono in un quartiere periferico della Capitale francese, e ospita al suo interno rappresentanti dei  Paesi una volta appartenuti all’Impero: dal Mali all’Algeria, dal Marocco alle Antille, con l’aggiunta di due ragazzi cinesi da poco immigrati? Sono adolescenti e quindi già di loro alle prese con  trasformazioni, tempeste ormonali, ricerca di identità. E vivono in un  mondo già di suo alle prese con il travaglio di una trasformazione vorticosa. Sono infatti portatori di abitudini, linguaggi, sensibilità e modelli culturali fortemente differenziati. E si ritrovano inseriti giorno dopo giorno per nove mesi in uno stanzone sommariamente arredato, dentro un edificio pomposamente chiamato scuola. Cosa li tiene insieme senza che prevalgano le spinte distruttive di un latente – ma neanche tanto - conflitto anarcoide, o si ritirino indifferenti nel loro guscio ad ascoltare musica aspettando con ansia il suono della campanella? Cosa li può far uscire da quel guscio, porre attenzione vera a ciò che li circonda, rendersi disponibili per tentare un percorso di crescita intellettuale e morale comune?&lt;br /&gt;&lt;span id="fullpost"&gt;&lt;br /&gt;Senza indulgere a sentimentalismi dolciastri, senza infliggere esagerazioni ed esasperazioni melodrammatiche, spesso sfruttate in tanti film sulla scuola degli anni passati,  senza nascondere difficoltà e ostacoli, a volte scoraggianti perché insormontabili (alcuni dei genitori dei ragazzi, invitati a colloquio a scuola,  neppure conoscono la lingua del Paese che li ospita), una risposta il film la dà. E la risposta viene dall’impegno appassionato di un insegnante che cerca nel quotidiano di trasmettere concretamente il senso, il valore, l’importanza  per chiunque – per dei ragazzi in un mondo siffatto specialmente - di una acquisizione progressiva del bagaglio necessario di conoscenza e sapere. Ma non in generale e in astratto, non in osservanza a un programma predisposto e predigerito,non in ossequio a un ordine esterno spesso incomprensibile e ostile,  ma proprio a partire dalla realtà soggettiva dei ragazzi, dalla loro problematica esperienza, dal loro vissuto di dubbi, incertezze,  aspirazioni, sogni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il film funziona proprio nel mostrare persuasivamente il farsi difficile e lento di questo straordinario e necessario percorso, non solo perché il regista, Laurent Cantet, è bravo – e con lui  bravissimi ragazzi e ragazze della classe –, ma perché il racconto e la sceneggiatura sono tratti da un libro/testimonianza il cui autore è anche l’insegnante protagonista del film. Dalle vicende messe in scena risulta evidente come rispetto reciproco,  e rispetto delle regole di una disciplina necessariamente rigorosa, non sono feticci astrusi, né scorciatoie retoriche e furbe alla Gelmini, ma cornice e imbastitura di un senso della scuola e di uno scopo che consistono proprio nel valorizzare e far acquisire dignità a tutti, purché partecipi di un lavoro condiviso nella ricerca di metodo, linguaggi, tecniche a tal fine indispensabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fine dell’anno i ragazzi ricevono dal loro insegnante, a testimonianza del buon lavoro svolto, copia personalizzata dell’autoritratto che ciascuno ha descritto con episodi  e illustrato con disegni e foto, contribuendo così a dare vita a una classe non formale e burocratica, ma fatta da  individui che lavorando insieme si sono un pò alla volta conosciuti, misurati, stimati. Certo, non tutto riesce e ha successo. Uno dei ragazzi, Suleiman,  pur essendo il più dotato, e malgrado i migliori sforzi e intenzioni del  prof,  non ce la fa a trovare un suo spazio costruttivo. Reagisce male al punto da venire espulso dalla classe e dalla scuola. E in questo anche il professore è costretto a fare i conti con i suoi limiti ed errori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pur in presenza di tanti ostacoli, difficoltà e resistenze, che mai come oggi caratterizzano  il funzionamento della scuola e il percorso formativo pubblico,  La Classe riesce a trasmettere efficacemente il messaggio che proprio per questo mai come oggi ragazze e ragazzi abbisognano di aiuto e guida, reclamano credibilità e passione,  competenza e disponibilità reale negli insegnanti che incontrano. E quando con le loro infallibili antenne e fameliche attese percepiscono l’impegno vero, la passione gratuita, i più, ciascuno a modo proprio, prima o dopo corrispondono. Il clima che ne consegue, per gli ostacoli che affronta può definirsi eroico, ma per le scintille e vibrazioni che sprigiona viene da definirlo entusiasmante e perfino erotico. Ma quale passaggio vero di conoscenza e sapere tra adulti e ragazzi può esserci mai, se non in presenza di una accensione di emozioni e sentimenti che ha a che fare con l’energia e la forza dell’innamoramento? E senza l’energia che solo una forma di relazione che ha a che fare con la seduzione e l’innamoramento è capace di  suscitare, come ci può essere vero insegnamento/apprendimento?    Alla fine dell’anno, anche la più sgradevole e apparentemente refrattaria delle ragazze confida inaspettatamente di avere letto a casa, sottraendolo alla sorella più grande, La Repubblica di Platone. E si abbandona a un resoconto toccante di quello che ne ha tratto, specialmente dell’essere rimasta affascinata dal continuo far domande,  da parte di Socrate, a chiunque incontrasse per strada: sulla sua vita, l’amore, i sogni, i progetti, la religione, la morte. Allora: La Classe e la Scuola, oggi? Socrate, appunto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La Classe 2 &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Vorrei aggiungere alla scheda precedente una integrazione. Partendo da una domanda: cosa si può rimproverare al pur bel film di Laurent Cantet? Forse due cose. La prima: i 25 ragazzi e ragazze che compongono la classe, esclusi  un paio, sono semplicemente incantevoli. Belli, teneri, espressivi, seduttivi. Proprio bravi.  Cantet non ha scelto una classe normale, ha evidentemente riunito in una sola classe i tipi migliori presenti nell’intera scuola, o nell’insieme di più scuole. Questa, ammettiamolo, suona un po’ una furbata. Ognuno/a dei ragazzi/e rappresenta al meglio l’etnia  di cui è espressione, e qualche fastidioso sospetto di una operazione alla United Colors of Benetton in effetti viene. Troppa esteticamente adorabile perfezione in una classe sola. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il secondo appunto riguarda il gruppo di insegnanti. A parte il protagonista, straordinario nella sua appassionata professionalità, anche gli altri prof non scherzano.  Il Preside, pacato ed equilibrato pater familias, si mostra perennemente preoccupato che della legge sia salvo oltre alla lettera anche lo spirito, mentre tutti gli insegnanti esprimono nel loro lavoro il meglio che di più non si può. Se, a mia esperienza, nelle scuole normali è l’insegnante bravo a costituire eccezione, qui a costituirla è quello un po’ meno bravo, quello un po’ nervosetto e non del tutto disponibile. Sarà realmente questa la realtà delle scuole francesi, tutti ragazzi così adorabili, e  i professori così coscienziosi e generosi? Mi viene in mente un altro recente film inglese (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario di uno scandalo&lt;/span&gt;, di Richard Eyre) la cui storia è parimenti ambientata in una scuola, là dove al centro della stessa c’è una giovane e graziosa insegnante che cede alla voglia di godersi senza remore un intraprendente e focoso quindicenne brufoloso. In agguato c’è però l’insegnante anziana, lesbica  e acida, che, accortasi della disdicevole tresca e concupendo l’insegnante più giovane, non si fa scrupolo di ricattarla pur di averla tutta per sé. Una storiaccia trasgressiva e sgradevole, ma  resa in modo psicologico acuto e verosimile. Quale è la realtà vera della scuola oggi, quella tutto sommato eroico/idealistica messa in scena da Cantet,  o quella cinica e torbida del regista inglese? Forse, ciascuna per la sua parte, tutte e due.   D’altra parte, che c’è di meglio di una gioventù vitale, bellissima e un po’ sbandata da redimere?  E cosa di più stuzzicante e pruriginoso – ma anche di coraggioso – di un disvelamento di quanto nelle ordinate e sonnolente scuole inglesi ribolle dalla cinta in giù? (Un dubbio finale: e se nella scuola dei nostri tempi, a poter insegnare cose  necessarie e importanti fossero più i ragazzi ai professori, che viceversa? Obama ha vinto le elezioni negli USA grazie alla Rete, agli sms, ai blog e a Face Book – cioè ai giovani, al loro entusiasmo, alla loro familiarità con le nuove potentissimi tecnologie della comunicazione. Nel frattempo, e ancora, la gran parte dei nostri insegnanti  continua a pretendere ascolto mentre solennemente scandisce: “Tityre tu  patulae recubans…”)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La Classe 3&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;C’è ancora qualche osservazione che vorrei aggiungere su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Classe&lt;/span&gt; di Laurent Cantet – e anche  questo prolungato germinare di riflessioni va a conferma del valore del film. Dicevo della temperie eroica ed erotica che è la dimensione vera di una relazione di insegnamento/apprendimento tra docenti  e discenti. Dicevo anche che il professore protagonista nel film è professore nella realtà, e ciò che nel film si racconta è frutto della testimonianza della sua esperienza raccolta in un libro da cui il film è tratto.  Bene, nel film appare evidente uno sbilanciamento di attenzione emotiva del prof nei confronti dei ragazzi, e invece un suo soffermarsi quasi sospeso nello scambio con le ragazze. Appare poi evidente nel professore - nelle modalità espressive, nelle posture e nello stesso modo di atteggiarsi e camminare - una qualche valenza femminile, il che non significa femminea o effeminata, ma qualcosa che ha a che fare con la sensibilità, con l’apprensione protettiva propria del femminile materno.  Non è infatti un caso che Suleiman, il più forte, diretto e franco tra i ragazzi, a un certo punto del film sollevi la questione delle dicerie che ha raccolto in giro, e cioè che al prof piacerebbero gli uomini. Così come forse non è un caso che il film si chiuda con l’inaspettato ingresso in scena di Socrate, evidentemente proposto come modello pedagogico. Ma ciò che  della realtà del modello rimane nel film parte rimossa, è che Socrate con Alcibiade andava a letto, in una pratica di relazione pedagogica che non espungeva da sé il sesso, ma lo considerava anzi come parte coadiuvante necessaria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il problema può anche essere affrontato da un altro lato.  C’è un passaggio del film  in cui Suleiman, in uno scambio di dissenso conflittuale con il prof, gli si rivolge dandogli del tu. Ovviamente non si tratta di un tu di intesa e complicità,  ma di paritaria e orgogliosa sfida. Questo è dal prof considerato intollerabile, ritenuto anzi motivo di segnalazione disciplinare al preside.  Di fronte alla provocazione esplicita del ragazzo (guarda che io posso anche decidere di non rispettare regole di un gioco in cui non mi riconosco), il professore non prende in considerazione che quello è passaggio delicato e critico perché investe il fondamento della relazione tra due individui, e che quindi la sfida doveva essere accettata, e magari ricollocata, per meglio chiarirla, in un tempo successivo e in un ambito  più appartato. Preferisce invece rifugiarsi dietro l’ autorità dell’ istituzione appellandosi alla sacralità delle sue regole.  Di fronte al  tu paritario e sfidante del ragazzo, il vero timore non sembra essere quello di una verifica necessaria delle ragioni sulle quali una relazione pedagogica autentica deve fondarsi, ma piuttosto quello della caduta della distanza, là dove il fattore distanza è chiaramente ritenuto presupposto irrinunciabile dell’autorevolezza. Ma Socrate, nel mostrarsi ai suoi discepoli  in mutande - e anche senza -, perdeva per questo la sua autorevolezza? Cosa si vuole salvaguardare nascondendosi dietro una insuperabile distanza: il rispetto della competenza? O forse si teme che  la troppa vicinanza  sveli che dell’altisonante ruolo istituzionale è rimasto ben poco, e forse solo il vuoto simulacro?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per associazione mi viene da ricordare quanto in un suo racconto osserva Silvano Agosti, là dove afferma che la nostra società, avendo separato tenerezza da sessualità, sessualità da amore, le ha trasformate in ipocrisia, misticismo e pornografia. Forse perché ciò che si dichiara di volere separare e confiscare a scopo di tutela dei più deboli si è invece trasformato in autodifesa di un proprio adulto potere di status e ruolo, in un depotenziamento e inaridimento della vita di relazione e interazione pedagogica  alla sua fonte? Quanto si nasconde in termini di  travisamento della verità dietro i paludamenti delle costruzioni e delle narrazioni ideologicamente di parte?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, come spero di essere riuscito fin qui a evidenziare, dentro le mura di una classe scolastica sono messi quotidianamente in gioco modelli e principi,  questioni e temi che riguardano non solo il come mantenere la disciplina, o come esercitare decentemente il proprio ruolo di insegnante oggi, in una scuola della periferia metropolitana: ma chi realmente siamo noi, come  dislochiamo i poteri e quanto (dis) onestamente pratichiamo i rapporti di forza, che senso vogliamo dare alla vita, cosa intendiamo lasciare in eredità alle nuove generazioni, e come. E si lascia timidamente intravedere  che anche il maestro ha un sesso, ed evidenzia quale senso e peso condizionanti, in positivo e in negativo, continuino ad avere  seduzione ed eros in un rapporto pedagogico,  anche – specialmente? -  quando essi siano tenuti ai margini, negati e rimossi. E quanto il non detto o il malamente dissimulato  sia a volte la miglior chiave di lettura per la comprensione di una realtà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La Classe 4&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Proviamo a procedere con un ultimo sforzo nella riflessione, un po’ come fa il subacqueo che scende sempre più  in basso a caccia di tesori sommersi. E proviamo quindi a mescolare, seguendo una logica di pura verosimiglianza, la trama dei due film, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Classe&lt;/span&gt; oggetto di indagine,  e quello sulla scuola inglese sopra citato e sessualmente più esplicito.  Forse così  si riesce ad acciuffare una verità non necessariamente effettuale, che riguarda cioè la vita privata del professore, ma quella sostanziale del racconto proposto. Che Suleiman sollevi in classe l’ipotesi, sia pure riferita da “altri”, sulla omosessualità del professore; e che, sempre Suleiman, affronti il prof con linguaggio sfidante  e dandogli pubblicamente del tu; e che il prof lo porti di corsa dal preside per farlo punire, facendolo così  precipitare verso l’espulsione dalla scuola, si reggerebbero meglio in piedi se poggiati a un più equilibrato centro. Che esisterebbe se le cose fossero ad esempio andate così.  Il prof, gay o non gay che sia (tra l’altro nel film, mentre di altre professoresse si danno festicciole alla notizia che sono incinte, dello stato civile del nostro  - sposato o fidanzato o  meno - non si dice nulla), verosimilmente prova una umanissima attrazione “socratica”  nei confronti di Suleiman. Quest’ultimo, con le antenne sensibilissime di cui i ragazzi a quell’età sono forniti, l’ha percepito. Chissà, magari il prof stesso glielo ha fatto capire in maniera più o meno esplicita. (Dopotutto, la professoressa nel film inglese, in una situazione analoga,  procede al dunque come una travolgente locomotiva). E la sfida del ragazzo che gli dà in pubblico un paritario tu, dopo avere tentato la carta delle dicerie sulla presunta omosessualità del prof, ha  il significato di chi  reclama una dichiarazione/confessione. E’ come gli chiedesse: insomma, chi sei veramente tu?  Sei sicuramente un  insegnante bravo ed esigente: ma non sei anche altro di più umano e a me molto vicino?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ verosimilmente questo ad allarmare il professore, e non la vivacità un po’ arrogante del quindicenne di periferia che bulleggia,  ciò che lo spinge a favorire l’espulsione di Suleiman dalla scuola.  Tra l’altro, una compagna di Suleiman gli riferisce allarmata che Suleiman, se espulso, verrebbe punito ben più pesantemente dal padre che lo rispedirebbe dritto in Mali. E per Suleiman questo sarebbe un disastro esistenziale. Ma il professore non recede dalla sua decisione. E Suleiman diventa così colui che deve essere sacrificato. Ma perché ha dato del tu al professore e definito stronzi i suoi compagni che lo rimproveravano, e se ne è andato dalla classe sbattendo la porta e spingendo casualmente una ragazza che cercava di trattenerlo ferendola in viso, o per qualcosa di più perturbante e pericoloso?  Ecco, se le cose fossero state presentate così, il film avrebbe avuto una sua verità drammatica e piena. Ma in questo caso la figura del professore avrebbe avuto un profilo meno irreprensibile – sarebbe stato cioè disegnato non come un  laico ed edificante santino, ma in modo  più carnalmente umano. E al comportamento di Suleiman sarebbe stato conferito maggior spessore,  mentre così lo si propone come uno spacconcello insensato e gratuito.  Peccato perché Cantet, nel suo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Verso Sud&lt;/span&gt;, ha saputo entrare nei meandri dell’attrazione e del desiderio tra mature e benestanti donne bianche occidentali  e giovani aitanti  e poveri haitiani.  Ma qui ha sicuramente dovuto attenersi al racconto del professore, rispettare l’ambito e i confini della sua narrazione. Forse il regista più adatto per questo tipo di esplorazioni è Gus Van Sant, che già ci è andato vicino con il suo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Scoprendo Forrester&lt;/span&gt;, dove il duetto protagonista è composto da un sedicenne nero sexy e talentuoso nella pallacanestro e nella scrittura, e un sessantenne professore magnificamente interpretato da Sean Connery.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-1746625334656445536?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/1746625334656445536/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=1746625334656445536' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/1746625334656445536'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/1746625334656445536'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/11/la-classe-una-analisi-per-avvicinamenti.html' title='La Classe. Una analisi per avvicinamenti progressivi.'/><author><name>Meltemi</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14862691763440697058'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-1861551322316971516</id><published>2008-11-10T23:51:00.009+01:00</published><updated>2009-07-02T14:02:15.575+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Università'/><title type='text'>Libera competizione</title><content type='html'>Chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza degli attuali meccanismi di reclutamento nell'università italiana non si lasci sfuggire questo post dal blog di Piero Vereni:&lt;br /&gt;&lt;a href="http://pierovereni.blogspot.com/2008/11/mercato-delle-vacche.html"&gt;http://pierovereni.blogspot.com/2008/11/mercato-delle-vacche.html&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Una seconda puntata qui:&lt;br /&gt;&lt;a href="http://pierovereni.blogspot.com/2008/11/come-scegliere-i-commissari.html"&gt;http://pierovereni.blogspot.com/2008/11/come-scegliere-i-commissari.html&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Grazie a Piero per la consueta, ancorché amara, chiarezza.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-1861551322316971516?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/1861551322316971516/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=1861551322316971516' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/1861551322316971516'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/1861551322316971516'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/11/libera-competizione.html' title='Libera competizione'/><author><name>luisa capelli</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11418890122411810254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='01320432790786666402'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-3122013332347006660</id><published>2008-11-09T09:03:00.009+01:00</published><updated>2009-07-02T13:59:44.444+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Scuola'/><title type='text'>Onde Tamare</title><content type='html'>&lt;span class="post-author vcard"&gt;[di &lt;span class="fn"&gt;Gian Carlo Marchesini]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi è in questi giorni capitato di seguire un pezzo di Uno Mattina, trasmissione della prima rete televisiva Rai. Intervistata dai due conduttori la scrittrice Susanna Tamaro; il tema, la scuola e il movimento dell’Onda contro la Gelmini e la sua riforma. Sono rimasto ad ascoltare sconcertato anche dal fatto che la Tamaro esponesse le sue argomentazioni del tutto priva di contraddittorio, assecondata anzi dai due compari ossequiosi e cinguettanti. Il suo intervento, durato complessivamente una buona mezz’ora, è così riassumibile.&lt;br /&gt;1. Gli studenti protestano perché poco informati e manipolati da adulti in mala fede.&lt;br /&gt;2. Il decreto va nella direzione giusta. Nella scuola ci sono troppi sprechi, i tagli sono assolutamente necessari.&lt;br /&gt;&lt;span id="fullpost"&gt;&lt;br /&gt;3. Grembiuli, voti in condotta e maestro unico nella scuola primaria sono provvedimenti sacrosanti, perché portano uniformità, disciplina, ordine e risparmio.&lt;br /&gt;A sostegno, nel suo solitario sproloquio televisivo Susanna Tamaro portava argomenti di questo tipo: “Un mio amico bidello mi racconta che i ragazzini, entrando a scuola la mattina, lo insultano ripetutamente. Ma se lui osa rispondere per le rime, quelli minacciano di denunciarlo”. Oppure, sul ritorno del maestro unico: “i tre maestri per classe (in realtà due su tre classi, ma pazienza), sono stati imposti dai sindacati per accrescere il numero di insegnanti occupati, ed erano in qualche modo giustificati dal baby boom degli anni Sessanta/Settanta. Oggi non ce n’è più bisogno. Io ho avuto alle elementari una sola maestra e mi sono trovata benissimo. Troppe figure in aula ingenerano nei bambini solo confusione”. E ancora, contro gli sprechi: “Se in una famiglia la madre passa il tempo a giocare a poker, non è giusto che si intervenga per vietarglielo?” E infine, sulla necessità di modificare i contenuti dei programmi: ”In seconda elementare già sanno tutto sulle piogge acide, ma non conoscono la differenza tra decilitri e centilitri..! Così riempiamo la testa dei bambini con problemi che non li riguardano, a scapito della conoscenza di cose ben più importanti”. Questi gli argomenti e gli esempi esposti dalla Tamaro, conditi da altri simili all’insegna di un buon senso regressivo e di una semplificazione reazionaria accasciante. Il messaggio trasmesso era questo: le cose, una volta (prima della globalizzazione? prima del ’68? durante il fascismo?) nella loro lineare semplicità andavano molto meglio. E’ lì che bisogna tornare.&lt;br /&gt;Ora, che la scuola sia rimasta un corpo progressivamente separato dalle trasformazioni sociali avvenute negli ultimi (tre) decenni, non vi è dubbio. Che sia finita in una sorta di zona d’ombra e di vicolo cieco, comprensibilmente generando in chi vi lavora valanghe di rabbia e frustrazione, idem. Che quella pubblica in particolare sia stata lasciata – dai governi di destra, ma non solo – andare alla deriva, anche lì non vi è dubbio alcuno. E la riforma Tremonti/Gelmini, a base di tagli reali e di ritocchi simbolico-demagogici, di quelle scelte è rilancio virulento. Ma dovrebbe essere ben chiaro che chi a tali politiche oggi si oppone non lo fa perché difensore e alfiere della condizione e del funzionamento della scuola attuale. Ed è il caso di non farsi intrappolare nella parte di coloro che quel miserabile stato di cose, malgrado tutto, continuano a sostenerlo e a rivendicarlo. La vera novità importante e positiva di queste settimane è che, grazie anche alla arroganza e alla miseria dei provvedimenti governativi, gli studenti hanno reagito occupando e, meglio ancora, uscendo in massa per le strade e le piazze.  E’ il movimento in atto, la sua passione ed energia, la sua rabbia critica, il suo rifiuto dello stato delle attuali cose scolastiche – e sociali e politiche – la vera uscita da un mefitico tunnel. E’ questa la vera condizione e base di una riforma della scuola concreta ed efficace oggi. Di una sinistra istituzionale che o è stata passiva e corriva,o ha fatto danni (io non rimpiango neanche Luigi Berlinguer, figuriamoci Fioroni!) io non mi fido. Io non credo a una riforma della scuola bellina, pulitina, perfettina, che pretenda di correggere e modificare rigorosamente all’interno del suo perimetro alcune delle storture evidenti, lasciando filosofia e impianto centrale tali e quali. Qui, per dove questo Paese è arrivato, si ha speranza di cambiare quel che serve, e arrivare dove si deve, soltanto agendo per il tempo necessario anche fuori delle aule, all’aria aperta, in pubblico, nel sociale e nel politico. Mettendo in discussione le cose nel loro marciume generale. Per essere chiari: se non si riesce a cacciare e sostituire buona parte dell’attuale classe politica dirigente che nessuno ha scelto perché auto nominatasi – mica solo quella di destra, il berlusconismo è uno spirito dei tempi ben più gramscianamente trasversale - non si va da nessuna parte, scuola compresa. Non è andando di nuovo per un soffio al governo, e con il Fioroni di turno, che le cose in generale, quelle scolastiche in particolare, cambieranno.&lt;br /&gt;Ecco, di fronte al mite e petulante buonsenso reazionario delle Susanne Tamaro, si può e si deve reagire affermando: qui urgono rivolgimenti rivoluzionari. E poi tifare perché l’Onda duri, e si trasformi in pacifico ma radicale e generale tsunami.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-3122013332347006660?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/3122013332347006660/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=3122013332347006660' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/3122013332347006660'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/3122013332347006660'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/11/onde-tamare.html' title='Onde Tamare'/><author><name>luisa capelli</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11418890122411810254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='01320432790786666402'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-5152023128195948513</id><published>2008-10-27T18:15:00.007+01:00</published><updated>2009-06-25T15:53:42.827+02:00</updated><title type='text'>Notizie e link dall'Onda</title><content type='html'>Qui di seguito trovate una selezione di alcuni dei siti o blog che stanno informando sulle iniziative nelle scuole e nelle università per evitare l'approvazione della legge 133/2008: molti di essi contengono liste aggiornate degli spazi on-line dedicati alla protesta. L'ultimo link rinvia al testo integrale della legge.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.uniriot.org/"&gt;http://www.uniriot.org&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://mir.it/servizi/ilmanifesto/scuola2/"&gt;http://mir.it/servizi/ilmanifesto/scuola2/&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://netmonitor.blogautore.repubblica.it/2008/10/21/petizioni-blog-e-forum-contro-la-legge-133/"&gt;http://netmonitor.blogautore.repubblica.it/2008/10/21/petizioni-blog-e-forum-contro-la-legge-133/&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://maestrounico.blogspot.com/"&gt;http://maestrounico.blogspot.com/&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://precaridellaricerca.wordpress.com/"&gt;http://precaridellaricerca.wordpress.com/&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://universitadasalvare.blogspot.com/"&gt;http://universitadasalvare.blogspot.com/&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://apps.facebook.com/causes/122796?m=2fc0c5c6&amp;amp;_fb_fromhash=36552a19e55759d216142f65c143152e"&gt;facebook&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.camera.it/parlam/leggi/08133l.htm"&gt;il testo della legge 133/08&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-5152023128195948513?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/5152023128195948513/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=5152023128195948513' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/5152023128195948513'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/5152023128195948513'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/10/notizie-e-link-dallonda.html' title='Notizie e link dall&apos;&lt;i&gt;Onda&lt;/i&gt;'/><author><name>Meltemi</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14862691763440697058'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-6041532738033849587</id><published>2008-10-26T21:00:00.008+01:00</published><updated>2009-07-02T14:02:35.993+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Università'/><title type='text'>Insieme a quelli che dicono: "non reprimete il nostro futuro"</title><content type='html'>Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata  dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?&lt;br /&gt;Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.&lt;br /&gt;C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. E allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.&lt;br /&gt;&lt;span id="fullpost"&gt;&lt;br /&gt;Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.&lt;br /&gt;Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.&lt;br /&gt;Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.&lt;br /&gt;Attenzione, questa è la ricetta.&lt;br /&gt;Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in  malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico&lt;br /&gt;Piero Calamandrei&lt;br /&gt;III° Congresso in difesa della Scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-6041532738033849587?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/6041532738033849587/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=6041532738033849587' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/6041532738033849587'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/6041532738033849587'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/10/piero-calamandrei-11021950.html' title='Insieme a quelli che dicono: &quot;non reprimete il nostro futuro&quot;'/><author><name>luisa capelli</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11418890122411810254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='01320432790786666402'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-1057130183723637195</id><published>2008-10-14T15:14:00.008+02:00</published><updated>2009-07-07T14:37:34.580+02:00</updated><title type='text'>Post memoria</title><content type='html'>[di Massimo Ilardi]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo rinnovato conflitto esploso dentro le istituzioni tra fascismo e antifascismo non é entusiasmante. Anzi, deprime come ogni forma di conformismo. E’ una battaglia di retroguardia che si muove nel folto dei tempi lontani incapace di rispondere alle dure repliche del presente. La crisi culturale e politica della nostra classe dirigente trova qui, nell’asservimento a un tempo lineare e continuo, la manifestazione più eclatante della sua gravità e della sua visibilità. Lo stesso pensiero critico di sinistra che in altre occasioni ha dato prove di lucidità e creatività, messo di fronte a una questione sepolta ormai da quasi settant’anni, non può fare di meglio che perdersi in una pletora di luoghi comuni e dentro posizioni lontane da qualsiasi riscontro con una realtà sociale a dir poco ‘marziana’ rispetto a quei luoghi storici che si vogliono disseppellire. D’altra parte, quando torna a imperversare lo Spirito della storia come presenza eterna che vuole racchiudere in sé passato e avvenire incombe sempre minaccioso il rischio dell’&lt;span style="font-style: italic;"&gt;accumulo&lt;/span&gt; di eventi ritenuti sacri, in quanto incarnano quello Spirito stesso, ma che di fatto non hanno più alcun significato per la vita di uomini e donne.&lt;br /&gt;&lt;span id="fullpost"&gt;&lt;br /&gt;Un buon punto di partenza può essere invece questo: il fascismo, come fenomeno politico, culturale e sociale, é morto nel 1945 e con esso e nello stesso anno é morto di conseguenza l’antifascismo. Punto. Ora, non c’è dubbio che rientra in un processo naturale il fatto che la generazione che ha vissuto e sofferto queste esperienze le abbia conservate nella sua memoria e tenda a trasmetterle. Non é giusto però che pretenda di perpetuarle come eredità. Perchè se ciò che é stato, afferma Walter Benjamin, “viene celebrato come una ‘eredità’ é più disastroso di quanto potrebbe esserlo la sua scomparsa.” E’ invece proprio come ‘eredità’ che si tenta di celebrare, da parte di istituzioni e gruppi sociali consolidati dalla tradizione, il rito di una ‘memoria collettiva’. E, d’altra parte, come sarebbe possibile, mentre viviamo nella dimensione dell’iperconsumo, dell’uso effimero e della distruzione incessante di ogni cosa e valore, mentre accettiamo che la vita di un uomo sia strettamente ridotta alla sua esistenza individuale e che le generazioni passate e future non abbiano più alcuna importanza ai suoi occhi, formare una memoria collettiva al di fuori di un’eredità artificiale? Come sarebbe possibile, di fronte all’eccesso di percezioni, al moltiplicarsi di visioni che i media distribuiscono, immaginare il passato in maniera diversa da una vasta collezione di immagini, da un immenso simulacro fotografico, in cui la storia degli stili estetici ha preso il posto della storia reale?&lt;br /&gt;Se é così, allora l’eredità che si vuole trasmettere alle generazioni successive assume i colori di una identità preconfezionata, di un prontuario di regole già stabilite, di un patrimonio di sentimenti e di tonalità emotive che, non avendo più alcun radicamento nella società, si vogliono perpetuare immutabili come fattore di coesione e di ordine pur essendo scomparso il gruppo di riferimento che li teneva in vita. E’ veramente un paese di vecchi quello che usa la loro supposta e arrogante saggezza per pretendere di possedere la verità! Salvo poi farli ritrovare come il protagonista del film di Lawrence Kasdan dentro un &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Grand Canyon&lt;/span&gt; sociale, sconosciuto e nemico.&lt;br /&gt;Di altra natura, infatti, sono oggi i rischi che attentano alla nostra libertà materiale e su altri universi poggiano le culture giovanili che non ricercano alcuna memoria o simbolo per fondare le loro appartenenze. Esse si muovono leggere non attraverso il tempo ma lo spazio e proprio per questo rifiutano di rinchiudersi nei recinti di cemento costruiti dalle identità, soprattutto se sprofondate nel passato. Perchè non proviamo a chiedere loro se ricordano una data o, magari, solo il nome di qualcuno che ha partecipato a quella guerra civile di settant’anni fa? Ci accorgeremmo presto che quella guerra non é dimenticata, semplicemente non é mai esistita.  A questo punto nessuno scandalo, nessun ditino accusatore o noiosa cantilena ‘buonista’ potrà nascondere la verità vera, e cioè che non possediamo più gli strumenti per conoscere quello che sta accadendo nel &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Grand Canyon&lt;/span&gt; sociale. La nostra cultura viaggia ancora al di sopra dei territori, legata alle ideologie che appartengono alla coscienza del lavoro intellettuale, delle sue avanguardie, dei suoi chierici, dei suoi specialismi.  E’ sul territorio invece che si dispiega la catena delle conoscenze, delle mentalità, della mobilità,  dei lavori, dei desideri che si sprigionano con violenza dalle culture metropolitane. Ed é sul territorio e solo sul territorio che le figure sociali si riconoscono come ‘parte’, organizzano le differenze, individuano il nemico.&lt;br /&gt;Ben altro discorso sarebbe invece quello che si interroga sul perchè i &lt;span style="font-style: italic;"&gt;segni&lt;/span&gt; visibili di queste culture si rivolgono sempre a destra e non più a sinistra come invece accadeva fino a qualche decennio fa. Perchè di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;segni&lt;/span&gt; si tratta e non di simboli: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;segni&lt;/span&gt; che guardano al presente e non simboli che scavano nel limo primordiale della Storia. Sono puri &lt;span style="font-style: italic;"&gt;segni&lt;/span&gt; senza uno spessore temporale e una filosofia della storia che li sostenga e che hanno il solo scopo di provocare e di innescare il conflitto. Non provengono da una cultura e da una tradizione che fondano identità ma da una visione conflittuale assoluta che assegna appartenenze, tanto lucida e consapevole da portare a ogni costo allo scontro.&lt;br /&gt;Ma perchè questi &lt;span style="font-style: italic;"&gt;segni&lt;/span&gt; guardano a destra? Elenco semplicemente alcuni motivi che meriterebbero però ben altro approfondimento:&lt;br /&gt;-il primo trova spiegazione nel contrasto tra democrazia e libertà. La crisi della mediazione politica e l’avvento di una società del consumo hanno trasformato il territorio non in un bene comune, come predica inutilmente la sinistra, ma in una misura e in una forma che si rendono spazialmente visibili attraverso la separazione tra differenze e l’esclusione delle diversità. E’ un territorio attraversato da barriere e da un tessuto di poteri centrifughi che si riproducono contro le istituzioni e che si struttura  esclusivamente  in connessione ai diversi rapporti di forza che di volta in volta vi si esercitano.  E’ su questo territorio che il consumo proietta direttamente i desideri degli individui ed é sempre su questo territorio che il mercato cerca di esercitare la sua azione di controllo. Cercare di contrastare questi processi proponendo utopie (“un altro mondo é possibile”, la cittadinanza) o pratiche (il “fare società”, l’anticonsumismo, il riproporre gli antichi spazi pubblici della ‘città di pietra’) che si muovono non solo in una direzione diversa, che sarebbe legittima se tenesse comunque conto delle mutazioni antropologiche avvenute, ma secondo una linea completamente opposta che ripropone la democrazia come modello sociale e culturale fondato su un inarrestabile processo ugualitario e partecipativo, diventa pura follia politica. Perchè lascia alla destra la possibilità di gestire il dissidio tra la democrazia come forma di società e la libertà come pratica dell’individuo. Una libertà che non vuole impedimenti, non chiede partecipazione, scatena conflitti, delimita luoghi, crea differenze, non cerca consensi, non produce immaginari simbolici se non concretizzandoli immediatamente e che frantuma quella supposta massa democratica in gruppi, minoranze, individui in lotta tra loro e che agiscono sul territorio;&lt;br /&gt;-il secondo riguarda il ‘vizio’ storico della sinistra di considerare diabolico tutto ciò che fuoriesce dalle istituzioni stabilite. Eppure la cultura di sinistra, almeno fino alla fine degli anni Settanta, é riuscita ad avere un ruolo essenziale nella politicizzazione della società italiana, e questo mentre le strade delle città venivano attraversate da conflitti sociali violenti che traducevano immediatamente in agire politico la loro intensità e l’innovazione culturale giocava un ruolo essenziale per legittimare la radicalità delle scelte di campo. Quando però la ‘ragion di Stato’ che é nel codice genetico dei partiti della sinistra ha di nuovo prevalso fino a criminalizzare una intera generazione, il distacco tra culture sociali antagoniste e politica statalista e legalitaria della sinistra istituzionale non poteva che consumarsi;&lt;br /&gt;-il terzo, infine, si riferisce alla cultura di destra che, non riconoscendosi nell’arco democratico e costituzionale che ha fondato la Repubblica, é stata dal dopoguerra in poi una cultura antistituzionale, fortemente eversiva e destabilizzante rispetto al sistema dei partiti e alle sue regole.  Questa carica che si é mantenuta nel tempo, nonostante svolte e svoltine, si ritrova oggi più adatta a rappresentare una microconflittualità che più di ieri é irrorata da una rabbia sociale e antistituzionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[da &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Carta&lt;/span&gt;, 22.10.2008]&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-1057130183723637195?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/1057130183723637195/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=1057130183723637195' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/1057130183723637195'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/1057130183723637195'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/10/post-memoria.html' title='Post memoria'/><author><name>Meltemi</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14862691763440697058'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-55129367632592234</id><published>2008-06-26T15:06:00.017+02:00</published><updated>2009-07-09T14:15:10.069+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Comunicazione'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Università'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Antropologia'/><title type='text'>Una faccenda che mi sta a cuore</title><content type='html'>Ricevo e molto più che volentieri posto sul nostro blog la Lettera aperta che Massimo Canevacci ha inviato alla Facoltà di Scienze della Comunicazione.&lt;br /&gt;La faccenda mi sta a cuore: per la profonda amicizia nei confronti di Massimo Canevacci, che è anche autore assai stimato della casa editrice, e per la mia passione verso l’antropologia culturale.&lt;br /&gt;La Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza di Roma ha da tempo abbracciato un profilo assai discutibile, rinchiudendo troppo spesso le riflessioni di maggior spessore e complessità sull’universo della comunicazione dentro le maglie dell’infotainment e di una visione dell’industria culturale schiacciata sulla tivvù. Ciò ha anche comportato la, più o meno diretta, marginalizzazione, espulsione o autoespulsione di tanti docenti, ricercatori, studiosi che nutrono la vita accademica con la loro passione per la ricerca e la didattica e lo fanno a partire dalle relazioni tra loro e con gli studenti. Che si giungesse alla eliminazione di insegnamenti che in parte hanno costituito la storia di quella facoltà e che ne hanno certamente segnato tra le punte più alte, non solo per l’oceanica partecipazione degli studenti ai corsi, è, se mai ne avessimo avuto bisogno, un altro segno dei tempi. Cupissimi tempi, in cui l’università pare essere destinata a divenire l’esecutrice testamentaria di se stessa e in cui la domanda sempre più bruciante riguarda la garanzia della circolazione delle idee nel nostro Paese. Una faccenda di libertà, più che di diritto all’insegnamento.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Luisa Capelli&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;span id="fullpost"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lettera aperta per la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Max Canevacci&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le nuove scelte didattiche della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” mi impongono di rendere pubbliche alcune perplessità, poiché, a fronte di un’indubbia crisi dell’ordinamento triennale, si è deciso di ristrutturare l’ordine degli studi secondo una visione della comunicazione restaurativa e schiacciata sull’esistente.&lt;br /&gt;In tal modo, la scienza della comunicazione rischia di ridursi a una preparazione professionale di taglio giornalistico; le connessioni sperimentali e trans-disciplinari con quanto emerge nella comunicazione digitale (estesa tra design, architettura, pubblicità, performance, musiche, moda, arte ecc.) spesso risultano incomprese, “non controllate” o neutralizzate in “tecniche”; e vengono ignorate, di conseguenza, quelle ricerche che stanno tentando modificare paradigmi espositivi, composizioni espressive, narrazioni multisequenziali.&lt;br /&gt;Tale tendenziale rinchiudersi della comunicazione dentro un giornalismo asfittico e un’apologia dei media impoverisce la Facoltà, trasforma i docenti in funzionari dell’“industria culturale”, addestra gli studenti alla rinuncia all’innovazione e all’assenso disciplinato, chiude alle nuove professionalità che attraversano visioni, stili, linguaggi, è indifferente alle prospettive che nelle università estere da tempo vengono applicate in questo ambito (si veda il ruolo dell’antropologia culturale nei &lt;i&gt;Media Studies&lt;/i&gt; in tante università estere – &lt;i&gt;MIT&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Humboldt Universität&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Escola de Comunicação e Arte&lt;/i&gt; dell’Università di São Paulo con la quale ho stabilito un accordo di scambio tra docenti e studenti). Tutto questo rischia di configurare provincialismo disciplinare, endogamia mass-mediale, diffidenza dell’emergente, sottrazione delle potenzialità digitali.&lt;br /&gt;La materia che ho insegnato per più 20 anni – &lt;i&gt;Antropologia Culturale&lt;/i&gt;, materia fondamentale per gli studenti di primo anno – è stata soppressa, mentre a Roma, in Italia e ovunque, sarebbe necessario moltiplicare le ricerche con questo orientamento, per contrastare le pericolosissime onde razziste, le chiusure localistiche, i decisionismi verticistici, le grettezze mediatiche.&lt;br /&gt;Si è preferito, invece, puntare su materie “classiche” (diritto e storia), eliminando la prima delle tre discipline fondamentali delle scienze sociali (antropologia, sociologia, psicologia). Il docente che la insegnava viene “esiliato” al terzo anno del corso di laurea di &lt;i&gt;Cooperazione e Sviluppo&lt;/i&gt;, con una materia denominata &lt;i&gt;Comunicazione Interculturale&lt;/i&gt;. Già nel titolo del corso si esprime la continuità di un dominio neo-coloniale dell’Occidente verso un mondo “altro”: che la “cooperazione” sia focalizzata a dare aiuti economici ai laureandi e ai rispettivi Paesi di residenza, piuttosto che all’“altro”, dovrebbe essere ormai evidente; e sulla critica al concetto di “sviluppo” sono stati scritti così tanti saggi prima e dopo il ‘68 che è noioso solo ricordarlo. Quindi si crea una materia come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Comunicazione Interculturale&lt;/span&gt;, che fin dal nome rafforza chiusure identitarie e culturali, regressioni scientifiche e formative, che purtroppo appaiono in sintonia con quelle politiche da “lega romana” adeguate al clima imperante, in cui un cattolicesimo appiccicoso cerca di controllare governi e opposizioni, atenei, facoltà, docenti.&lt;br /&gt;I riferimenti cui la mia cattedra si è ispirata sono collocati, tra gli altri, nel filone antropologico inaugurato da Gregory Bateson: che, a partire dalle sue ricerche anticipatrici a Bali, hanno permesso di elaborare il “doppio vincolo”, concetto tra i più straordinari applicato sia alla comunicazione “normalmente” psico-patologica che ai mass media nascenti; fino alla sua collaborazione con Wiener per le primissime ricerche sulla cibernetica. Anziché dedicarsi a santi e madonne, processioni e proverbi – temi troppo spesso esclusivi nell’insegnamento di questa materia da noi – la ricerca antropologica di Bateson si inserisce nei flussi già all’epoca emergenti di comunicazione, tecnologia, alterità.&lt;br /&gt;Infine, questa lettera non rivendica nulla di personale (vado in pensione dal prossimo anno e lascio quindi questa Facoltà). Essa esprime un posizionamento politico-culturale che individua, nella crisi crescente e apparentemente irreversibile della Facoltà di Scienze della Comunicazione, un problema su cui indirizzare la riflessione critica nell’interesse di docenti, studenti, impiegati: di chiunque viva e respiri l’aria di un’università che cerchi di dare senso ai futuri possibili e non si limiti a replicare il peggio dei presenti mediatizzati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;maxx.canevacci@gmail.com&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La lettera è pubblicata &lt;a href="http://www.comunicazione.uniroma1.it/News.asp?IdLaurea=733&amp;amp;IdCattedra=2400&amp;amp;Id=46641&amp;amp;TipoNews=0"&gt;qui&lt;/a&gt; sul sito della Facoltà di Scienze della Comunicazione di &lt;a href="http://www.comunicazione.uniroma1.it/News.asp?IdLaurea=733&amp;amp;IdCattedra=2400&amp;amp;Id=46641&amp;amp;TipoNews=0" class="Text_LinkContatti" target="blank"&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;dell'Università La Sapienza di Roma.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-55129367632592234?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/55129367632592234/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=55129367632592234' title='148 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/55129367632592234'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/55129367632592234'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/06/ricevo-e-molto-pi-che-volentieri-posto.html' title='Una faccenda che mi sta a cuore'/><author><name>luisa capelli</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11418890122411810254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='01320432790786666402'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>148</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-6285190884044323983</id><published>2008-06-05T11:43:00.004+02:00</published><updated>2009-06-25T16:09:28.142+02:00</updated><title type='text'>Ho partecipato</title><content type='html'>&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;Da vicentino che vive a Roma, insieme alla rappresentanza  del Comitato No Dal Molin di Vicenza,  ho partecipato alla manifestazione di Chiaiano e dei comuni limitrofi (Marano, Mugnano) mobilitati contro la riapertura della discarica dei rifiuti di Cava (“Io speriamo che me la Cava”, recitava speranzoso e serafico uno dei cartelli sulle spalle di un ragazzino del corteo).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra i vicentini No Dal Molin, specie tra i più giovani, c’è chi non era mai stato prima a Napoli. Nel passaggio in pulman  dalla stazione ferroviaria di Napoli a Chiaiano, stanno incollati ai finestrini a commentare con esclamazioni di sconforto le immagini delle montagne di rifiuti e quelle del termitaio delle Vele di Scampia, già conosciuto qualche sera prima al cinema in Gomorra. E poi tutti si precipitano a fotografare l’improvviso apparire del moncone della superstrada interrotta davanti a un imprevisto e inamovibile edificio.  Uno dei risultati della partecipazione alle battaglie di questa rete solidale di comitati a difesa dei valori della salute, della pace, della democrazia dal basso, della tutela dei beni comuni e dell’integrità del territorio, è l'occasione di conoscenza diretta di realtà significative del Paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sì, alla manifestazione c’erano pure Luca Casarin e Oreste Scalzone e i giovanotti dei Centri sociali, e la rappresentanza dei piemontesi No Tav (io avrei apprezzato anche quella dei No Ponte - che unirà le due “cosche”, come beffardamente afferma Nichi Vendola -, e dei No Scaiola Nuke, e dei No Suv: ma dalla vita non si può avere sempre tutto).   Sì,  c’erano lo striscione di Legambiente e del WWF, e quello dei Cub e dei Cobas, e perfino un drappello minuscolo e battagliero sotto lo striscione Amici di Beppe Grillo. C’era il deparlamentarizzato  Rizzo ad assistere alla sfilata dal marciapiede come una cocotte che si vuole ancora politicamente seduttiva – e c’era Tano D’Amico, grande fotografo imperituro, e il giornalista Ruoppolo a succhiare golosamente immagini e interviste per Anno Zero. Ma quel che conta, al di là di ogni attesa e aspettativa, era la presenza di tutta la popolazione protagonista in corteo a gridare slogan al cianuro equamente divisi tra Berlusconi e Bassolino, a spellarsi le mani sulle porte delle case e sui balconi, a ridere e a cantare da riempire i timpani e allargare il cuore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ stata una grande festa di popolo: il sole picchiava, la bocca era arsa per le grida e la testa un poco girava, ma la gioia e la soddisfazione erano così forti tra le migliaia di persone in corteo e quelle che assistevano ai lati, che sicuramente l’eco sarà arrivata anche ai pazienti dei cinque ospedali che operano nel raggio di un paio di km dalla Cava. (A proposito: sapete a chi appartiene il territorio su cui si apre il sito  prescelto da Bertolaso/Berlusconi come discarica? Alla Curia napoletana del cardinale Sepe! Che dall’affitto ricaverà un bel fiume di denaro… . Quando si dice le curiose coincidenze!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quindi è andata bene al di là di ogni rosea previsione, e senza le temute esasperazioni, violenze e tensioni. Molti i giovani presenti, le donne, le famiglie con bambini, i motorini che si infilano e saettano dappertutto come rombanti libellule. Lo slogan più gridato e ripetuto lungo l’intero corteo?  “La monnezza non va bruciata. Sì alla raccolta differenziata.” E poi altri di fantasia un po’ più aggressiva che qui non è  il caso di riportare. Berlusconi non si direbbe amato, ma Bassolino e la Iervolino sono  bersaglio vituperato.  Quello che la gente a Berlusconi non perdona è l’improvvisa e inaspettata dichiarazione di procedere nell’attivare la discarica di Cava anche con la forza militare, quando ancora Bertolaso non ha ultimato il compito di accertarne l’idoneità. Il che è stato come lanciare un secchio di benzina su un tappeto di tizzoni ardenti.. Ha voluto essere una provocazione frutto di spontanea arroganza, o è voce scaturita da una congenita insipienza?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’appello con cui il Comitato degli organizzatori ha convocato la manifestazione è di ben altro spessore.  “Le lotte ambientali che hanno infiammato tante realtà della Campania non nascono, come racconta la disinformazione mainstream, dagli “egoismi del popolo del no”. Queste insorgenze sono la risposta a un esproprio di democrazia ultradecennale che, come avvenne per la lunga stagione affaristica del Commissariamento post-terremoto, ha consegnato i nostri territori alla speculazione economica e finanziaria, alle ecomafie e agli interessi più indecenti delle burocrazie politiche. Le strategie della shock-economy campana hanno fatto della categoria dell’emergenza un dispositivo di comando e di profitto con cui ricattare continuamente le libertà collettive, censurare il dissenso e le alternative possibili verso una indispensabile strategia Rifiuti Zero che protegga l’ambiente e la salute collettiva, aprendo anche nuove opportunità lavorative.”&lt;br /&gt;E ancora: “Le istituzioni e quell’ampio ceto politico che oggi strumentalizzano retoricamente il bene collettivo, hanno lavorato per 14 anni alla frantumazione di questo concetto e alla contrapposizione tra le comunità, oscurando l’esistenza di alternative concrete incentrate sul porta a porta, il riciclo, la riduzione degli imballaggi, il compostaggio e gli impianti a freddo.”&lt;br /&gt;E infine:   “Il decreto-rifiuti del governo Berlusconi è la consacrazione di questo processo e impone l’apertura di dieci discariche e quattro inceneritori che devasterebbero ampie aree della Regione.  Questo è un modello di profitto sempre più aggressivo verso gli uomini e la natura, che ritiene di sopravvivere alla crisi distruggendo il territorio. Le lotte contro le mega discariche e l’incenerimento hanno invece costituito luoghi di condivisione, spesso autentici “consigli dell’autogoverno”, magari anche confusi e transitori, ma capaci di fare rete tra le popolazioni e ritessere dal basso nuovi modelli di bene comune.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, la popolazione di Chiaiano e dei Comuni limitrofi sa di avere ragione e di combattere una battaglia non egoista o meramente localista. La Cava di Chiaiano  è  bosco ecratere – già in passato ricettacolo di rifiuti a valanga – intorno al quale sorgono quartieri popolari e ben cinque tra gli ospedali più importanti del napoletano e dell’intera regione. Consentire il ripristino della funzione di discarica significa accettare,  per le generazioni di quel territorio, un futuro di sicuro pericolo. Questo non può essere deciso dall’alto, in questo modo arrogante e contraddittorio, schiacciando il dissenso con la forza militare. Se in Italia passa un’operazione siffatta, nei prossimi anni può passare, in dispetto e a prescindere dai principi di democrazia, autoritariamente di tutto. E infatti, nel manifesto politico  del Comitato di Chiaiano e delle Reti campane contro la devastazione ambientale, si afferma:&lt;br /&gt;“ Siamo in presenza della sperimentazione, con un consenso praticamente bipartisan, di un modello di relazioni sociali sempre più militarizzato, un autentico salto di qualità nei modelli di governance del territorio: c’è una produzione di norme penali “just in time” per colpire figure sociali del dissenso, che affianca anche simbolicamente la decisione del governo e respinge chi si oppone all’area della criminalità e dei “comportamenti antinazionali”. Lo “stato d’eccezione” diviene quindi categoria fondamentale per sostenere la qualità della decisione, rivelando in controluce la sua stessa debolezza, la sua delegittimazione sociale. La generalizzazione del collaudato meccanismo della “fabbrica della paura” con cui si ghettizzano interi gruppi sociali, come i migranti e i rom, si sta allargando a intimidire ogni forma di conflitto sociale.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è anche chi – giudiziosamente, assennatamente – osserva che l’autorità dello Stato non può fermarsi sulle soglie del singolo giardino di chi si sente nell’occasione minacciato. Ma c’è oggi qualcuno disposto a ospitare nel suo giardino il percolato o le scorie nucleari, il ponte megagalattico o il raddoppio di una base militare straniera, o i trafori dell’alta velocità nel territorio di un Piemonte già sufficientemente devastato, gestiti dall’asse Berlusconi-Bassolino?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A chi fa spallucce, e commenta: questo è il dato di realtà, prendere o lasciare, viene da rispondere con Giorgio Ruffolo che su La Repubblica di qualche giorno fa afferma: “oggi domina un modello di produzione irresponsabile,   uno stile di consumo semplicemente immorale”. Allora: accettazione fatalistica, o paziente e radicale messa in discussione del “disordine esistente”?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bassolino, in particolare, più che per accettazione fatalistica dell’esistente si segnala  per gli encomi nei confronti della politica muscolare inaugurata dal governo Berlusconi: quale miglior conferma che il “rinascimento napoletano” si è oggi trasformato in sistema di potere industrial-malavitoso? Si intende così, intruppandosi in un ruolo di subalternità, oscurare una stagione di compromesso e inettitudine?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intanto, a controcanto inquietante, arriva la notizia che la camorra dei casalesi ha ammazzato l’imprenditore che aveva deciso di collaborare con la magistratura nell’indagine sull’industria dello smaltimento illegale in Campania dei rifiuti tossici della industrie del nord. Lo Stato starà pure celermente militarizzando la governance del  territorio, o celebrando ai Fori Imperiali, con parate patriottarde,  il  2 giugno: ma dove è quando si tratta si proteggere chi si pente e collabora alla caccia dei malavitosi?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-6285190884044323983?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/6285190884044323983/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=6285190884044323983' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/6285190884044323983'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/6285190884044323983'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/06/ho-partecipato.html' title='Ho partecipato'/><author><name>Gian Carlo Marchesini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07375909508650889854</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='16960073597197972419'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-8612652377636445848</id><published>2008-05-30T18:53:00.005+02:00</published><updated>2008-05-30T19:00:23.624+02:00</updated><title type='text'>8 giugno mobilitazione per i diritti dei rom</title><content type='html'>[di Massimo Iacobelli]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nelle ultime settimane, si è scatenata una vera e propria caccia allo “zingaro” con un numero crescente di episodi di violenza a danno di uomini, donne e bambini rom.&lt;br /&gt;Un pericoloso silenzio si è creato intorno questi episodi e pochissimi esponenti della cultura e della politica si sono pronunciati su queste incresciose circostanze.&lt;br /&gt;Per questo motivo Thèm Romanó Onlus ha organizzato domenica 8 giugno a Roma una mobilitazione in favore del rispetto dei diritti del popolo rom e sinto. Una protesta civile contro il razzismo e per il rispetto delle convenzioni internazionali dei diritti dei popoli.&lt;br /&gt;Per aderire all’iniziativa e per conoscere orari e percorso della manifestazione: &lt;a href="http://www.associazionethemromano.it/newsletter.htm"&gt;associazionethemromano&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alex Santino Spinelli, Presidente Nazionale dell’Associazione Nazionale Thèm Romanò Onlus, elenca alcuni punti per migliorare la situazione dei Rom in Italia e per combattere l’ondata di razzismo che si è abbattuta sul nostro paese. Eccone alcuni:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sicurezza e la legalità vanno garantite per tutti, rom e sinti compresi. In contrasto con gli articoli della Costituzione Italiana, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e con le normative europee ed internazionali, il popolo rom in Italia è costretto a vivere in condizioni disumane.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi un una popolazione intera viene criminalizzata ma a sbagliare sono le singole persone e sono loro che vanno punite, non la nazione o il popolo di appartenenza. Impegnamoci per favorire l’integrazione di coloro che dimostrano una chiara volontà di partecipazione sociale evitando di porre sullo stesso piano chi merita e chi delinque.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ necessario smantellare i campi nomadi, vere e proprie pattumiere, luoghi degradati, centri di segregazione razziale permanente ed emblema della discriminazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rom e sinti non sono nomadi per cultura. Chi oggi vive nei campi nomadi, ieri aveva una casa in Romania o nell’ex-Jugoslavia. La mobilità è sempre coatta e non è mai una scelta.  Nel nostro Paese il 70% della popolazione romanì ha cittadinanza italiana e vive in delle case (l’arrivo dei romanì risale al XV secolo).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bisogna facilitare l’accesso alle case popolari oppure sviluppare insediamenti urbanistici non ghettizzanti. E’ necessario favorire il più possibile la scolarizzazione, l’accesso all’assistenza sanitaria e l’entrata nel mondo del lavoro delle famiglie di rom e sinti più disagiate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Promuovendo la conoscenza della storia, della cultura, dell’arte e della lingua dei rom e sinti si possono combattere gli stereotipi negativi e favorire l’integrazione. Oggi i rom sono al centro dell’attenzione mediatica esclusivamente per i fatti di cronaca che coinvolgono alcuni di loro, mentre non viene riservato spazio per gli eventi culturali che pur si organizzano sull’intero territorio nazionale (Festivals, concerti, mostre, esposizioni, convegni, rassegne cinematografiche, concorsi letterari, etc). Tutto questo genera un’immagine sbagliata di un’intera popolazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dobbiamo prendere atto del palese fallimento delle forme di assistenzialismo che le associazioni di volontariato hanno portato avanti fino a questo momento. Ogni anno si sperperano centinaia di migliaia di euro per progetti di scarso o di nessun valore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si pone l’urgenza di creare in Italia una consulta composta da intellettuali Rom e Sinti che abbiano una esperienza internazionale sulla realtà delle comunità romanès che possa favorire la mediazione nella risoluzione dei problemi sociali e politici.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-8612652377636445848?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/8612652377636445848/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=8612652377636445848' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/8612652377636445848'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/8612652377636445848'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/05/8-giugno-mobilitazione-per-i-diritti.html' title='8 giugno mobilitazione per i diritti dei rom'/><author><name>Meltemi</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14862691763440697058'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-2257435953813491249</id><published>2008-05-28T11:42:00.003+02:00</published><updated>2009-06-25T16:09:51.060+02:00</updated><title type='text'>Elogio del suv</title><content type='html'>Oggi siamo in guerra, e io sono tenuto a proteggere me stesso e la mia famiglia. Perché in guerra si vince o si perde. E a vincere è chi si arma in modo da diventare più forte degli altri. In guerra si vive o si muore. Non mi chiedete di rassegnarmi a una probabile morte. Voi dite che così costituisco pericolo per chi non gira in SUV? E perché dovrei espormi io ai danni che mi possono provocare quelli che girano in SUV? Voi dite che così inquino e spreco? E perché dovrei preoccuparmi di difendere io l’ambiente? Il mio dovere è proteggere innanzitutto la mia famiglia. Forse che la mia morte in un incidente serve alla salvaguardia dell’ambiente?  Voi dite che non c’è spazio, che io ne occupo troppo – in strada, nei centri città, nei parcheggi. Il punto non è questo, il punto è che io non voglio andare a occupare anticipatamente lo spazio di una bara. Perché, se non l’avete ancora capito, qui è in corso una guerra di tutti contro tutti, non l’ho voluta io, io sono costretto a combatterla, ma la voglio combattere con qualche possibilità di vincerla e sopravvivere. Voi dite che non sono socialmente responsabile. E di chi devo esserlo, se non innanzitutto di me e dei miei famigliari? Quando sarò morto, non mi consolerà il fatto di essere stato un ambientalista corretto, un altruista perfetto. Credete a me, chi ancora non si è comprato il SUV,  è perché non ha i soldi per comprarselo, o perché non si è ancora reso bene conto del pericolo che corre. Se c’è sempre più gente che gira armata – di SUV o di pistola – io non so cosa farci, ma non posso neppure fare finta che non sia così. Se qualche male intenzionato capisce che io sono armato, vedrete che mi girerà alla larga. Perché, se non l’avete ancora capito,  chi si fa pecora il lupo se la mangia. Io non sono nato lupo, ma perché dovrei accettare di morire come una pecora? Lasciatevi consigliare da me, fatevi un bel giro di prova su un SUV. Vedrete come vi sentirete in alto,  fuori della mischia, al sicuro da tutti gli sfigati, gli sciocchi e  i malintenzionati. Se poi qualche morto di sonno  finisce per sbattervi contro, tranquilli, c’è l’assicurazione che paga, e un buon avvocato si trova sempre. Siamo in guerra, e in guerra si vince o si perde, si vive o si muore. Lasciamo le belle ciance agli idealisti..&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-2257435953813491249?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/2257435953813491249/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=2257435953813491249' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/2257435953813491249'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/2257435953813491249'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/05/elogio-del-suv.html' title='Elogio del suv'/><author><name>Gian Carlo Marchesini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07375909508650889854</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='16960073597197972419'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-4523294355165619742</id><published>2008-05-23T12:55:00.003+02:00</published><updated>2009-06-25T16:48:05.416+02:00</updated><title type='text'>Rifiuti di stato</title><content type='html'>&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;Si è mai visto al mondo che per mantenere pulita e in ordine la propria casa si debba essere costretti dall’intervento di una forza militare? Si è mai visto trasformare una antica e universale questione di igiene in fonte di speculazione  e lucro, in minaccia collettiva e drammatica emergenza sanitaria? E si è mai visto al mondo che per riportare un minimo di ordine e di civile decoro, e ottenere il rispetto delle regole elementari di convivenza, siano nominati giusto coloro che hanno massimamente contribuito al loro dissesto e scardinamento?  Oggi si direbbe essere la capacità dimostrata nel saper ricorrere senza remore né scrupoli all’uso della forza, a legittimare chi si candida alla guida. Cosicché, dopo avere fatto  del proprio meglio per discreditare  l’idoneità del cane del pastore, è il lupo a essere plebiscitariamente investito del compito.  Il patto tacito è che, in cambio della protezione, potrà banchettare a piacere con le carni delle pecore più saporite e tenere. E’ come se una famiglia, come condizione estrema per la propria sopravvivenza, accettasse di sacrificare alle brame del protettore le sue migliori creature. Là dove non si capisce più dove stia il confine  tra furbizia cinica, disperazione ottusa e follia suicida.  A questo punto è la notte&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-4523294355165619742?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/4523294355165619742/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=4523294355165619742' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/4523294355165619742'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/4523294355165619742'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/05/rifiuti-di-stato.html' title='Rifiuti di stato'/><author><name>Gian Carlo Marchesini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07375909508650889854</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='16960073597197972419'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-7898233443116683223</id><published>2008-05-19T16:03:00.005+02:00</published><updated>2009-06-25T16:50:06.126+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Gomorra. Alcune riflessioni dovute al film</title><content type='html'>&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;Scampia, Napoli e buona parte della Campania sono realisticamente raffigurabili sotto forma di tumore. E questo tumore è il risultato di una parte e di un ruolo che Napoli, e buona parte della Campania, svolgono in sintonia con un sistema economico-malavitoso di carattere più generale – sicuramente nazionale, ma anche oltre. Sistema camorristico napoletan/campano, e sistema economico illegale nazionale, interagiscono e si tengono proficuamente insieme.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A comandare è la caccia frenetica e compulsiva alla conquista di grandi quantità di danaro attraverso il traffico di droga e le attività illecite capaci di produrne in abbondanza. Al comando di questo meccanismo di potere e ricchezza può aspirare soltanto chi si fa rispettare e temere, dimostrandosi rapido e disinibito nell’ infliggere anche la pena di morte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Può sembrare divagazione impertinente, ma forse non lo è. La notizia di questi giorni che rinviati a giudizio per la strage di Piazza della Loggia a Brescia sono alcuni caporioni fascisti come Rauti in qualità di esecutori, agenti dei servizi segreti come  depistatori e occultatori in combutta con il generale Delfino, allora capitano de carabinieri incaricato delle indagini, richiama una logica nella sostanza non dissimile.&lt;br /&gt;Forse anche ricordare che Alemanno ha sposato la figlia  di Rauti, e Berlusconi era iscritto alla P2, può suonare impertinente, ma forse non lo è. D’altra parte, è stata la difesa del potere e della “roba” di una classe borghese spaventata dalla crescita minacciosa del movimento operaio e comunista,  a portare negli anni Settanta e Ottanta, a partire dalla strage di Piazza Fontana a Milano,  alla scelta di azioni  di morte – la strategia della tensione e delle stragi – che costituiscono forma coerente ed estrema della lotta tra le classi adottata dalla borghesia per difendere i suoi privilegi.  E la stessa cosa succedeva in quegli anni, e in forme ben più cruente,  in Grecia, Cile, Argentina,  dove venivano torturati ed eliminati, con la benedizione delle gerarchie della chiesa cattolica, decine di migliaia di oppositori.  E non era già comunque successo in Italia agli inizi degli anni Venti, dopo il “biennio rosso” e gli scioperi operai, che  capitalisti e agrari abbiano  pensato bene di rispondere e reagire finanziando e armando le ronde – pardon! le squadracce fasciste?)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rispetto al proliferare del tumore, di cui si ha referto cinematografico perfetto in Gomorra, la sinistra al governo si è dimostrata molle e inetta. Forse, piuttosto che intignarsi  nel risanamento del bilancio, o preoccuparsi della fame in Africa, dei pellegrinaggi ad Auschwiz  o delle notti bianche a Roma,  era il caso di varare una legge sul conflitto di interessi… Ma la attuale destra non può risolvere alcunché: può anzi soltanto aggravare, perché è parte costitutiva e origine del problema. I peggiori rifiuti tossici  interrati dalla camorra vengono dalle industrie venete e lombarde ferventi tremontiane, leghiste e forzaitaliote, così come tra i maggiori fruitori di droghe sono quei ricchi mercati, così come i proventi delle organizzazioni malavitose vengono reinvestiti nell’edilizia e nel commercio di Parma, Milano, Torino – Berlino, Madrid, New York…&lt;br /&gt;Gomorra, il bel film di Garrone, non mette in scena il bene contro il male, il giusto e il diritto contro lo storto, la resistenza contro la resa. Ma il fatto che ci sono mille modi più o meno evidenti, più o meno espliciti, di assumere e interpretare il male. Qui siamo alla guerra di tutti contro tutti, alla corsa di torme di topi impazziti a chi uccide prima l’altro. Ai più deboli, a chi vorrebbe tirarsi da parte (il ragazzetto che consegna la spesa a domicilio, il ragioniere che smista le quote di denaro destinate dai capi clan alle famiglie con un membro affiliato in carcere, il sarto dal talento straordinario punito perché non totalmente disponibile agli ordini), viene brutalmente posta l’unica alternativa possibile: o con noi, e allora esegui ciò che noi ti ordiniamo, o con i nostri avversari, e allora aspettati un colpo di pistola alla testa.&lt;br /&gt;Gomorra si presenta come una pietra tombale sopra una certa napoletanità folclorica artificiosamente per troppo tempo coltivata.  Nel film il kitch sentimentale melenso delle canzonette è colonna sonora perfidamente perfetta della ferocia di cui sono impastate le storie messe in scena. Siamo in presenza di una somatizzazione del male evidente nelle fisionomie delle facce stravolte, delle voci rauche e stridule, dei corpi deformi. A interpretare le vicende della guerra che li sta distruggendo sono i protagonisti reali, quelli quotidianamente alle prese con le vicende raccontate. E coloro si prestano con uno zelo così evidente nel fare bene, con una partecipazione eccitata e quasi euforica: quasi in posa per una foto collettiva. Vedete - sembrano  vantarsi - come noi sappiamo scannarci bene…   Perché questo  non è un solo un film, in realtà è uno psicodramma collettivo sotto forma di tragedia girata dal vivo e in diretta, con la adesione entusiastica dei carnefici che sono, anche e insieme, di sé stessi le vittime. Si direbbe che un intero popolo sia stato costretto, per sopravvivere,  a una torsione maligna, a una condizione collettiva di sabba sado-maso. Vengono in mente i kapò dei campi di concentramento nazisti che spesso erano scelti, in cambio della sopravvivenza, tra gli stessi ebrei internati.&lt;br /&gt;Allo stato dell’arte, e da quel che nel suo specifico racconta  anche il film, si conferma che qui a vincere a mani basse sono  Berlusconi e Montezemolo, papa Ratzinger e padre Pio. Il male trionfa? Hanno vinto manipolazione mediatica,  superstizione e ignoranza,  terrore di fronte all’esercizio arrogante ed esplicito della violenza? Non resta che affidarsi ai santi protettori, ai magnacci benefattori. Tanto ci sono sempre i rom che stanno peggio di noi e con cui siamo autorizzati a prendercela.&lt;br /&gt;Le élites miliardarie e malavitose al potere sono oggi così forti che possono permettersi tutto:  invocare piamente l’aiuto di Dio e  inviare l’esercito a risolvere il problema dei rifiuti - non senza prima essersene riccamente serviti,  e avere graziosamente offerto all’opposizione un incontro a colazione.&lt;br /&gt;In preda a scoramento e disperazione, alla fine le masse oppresse hanno ritenuto necessario inginocchiarsi ai piedi dei carnefici, dichiarandosi pronte a tutto.&lt;br /&gt;Gomorra conferma che questo è un Paese così avvilito e disperato da essere ridotto a chiedere protezione giusto ai  monatti che hanno propagato il virus.&lt;br /&gt;Toccherà, insieme al prode Bassolino, e come ultima chance per non affondare,&lt;br /&gt;tifare per Berlusconi?  E non è questo l’ultimo approdo ripugnante e osceno?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-7898233443116683223?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/7898233443116683223/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=7898233443116683223' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/7898233443116683223'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/7898233443116683223'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/05/gomorra-alcune-riflessioni-dovute-al.html' title='Gomorra. Alcune riflessioni dovute al film'/><author><name>Gian Carlo Marchesini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07375909508650889854</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='16960073597197972419'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-7859760730804791185</id><published>2008-05-15T16:11:00.003+02:00</published><updated>2009-06-25T16:49:16.172+02:00</updated><title type='text'>Brutta storia</title><content type='html'>&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;Brutta storia, questa di D’Avanzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo lui, i Travaglio, i Grillo, i Di Pietro, i Santoro (ma anche i Woodcock, i De Magistris, le Forleo – ma anche, alla fin fine, i Falcone, i Borsellino e tutti quei giornalisti e giudici che sono stati ammazzati soltanto perché facevano bene il loro lavoro), apparterrebbero a un’unica, tenace, fastidiosa e petulante Agenzia del Risentimento. A decretarlo è l’Agenzia del Buon Sentimento, l’unica legittimata a operare – quella appunto di D’Avanzo.  La prima può essere tollerata quando si fa docilmente utilizzare. Ma se rivendica autonomia e libertà d’azione, se pretende di giocare in proprio, se si mette di traverso e produce interferenza e disturbo, va screditata, disarticolata, distrutta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ricorda la vecchia scuola del PCI: se non ti accontenti del ruolo ornamentale di fiore all’occhiello, se non fai il docile “indipendente di sinistra”, se pretendi di operare non allineato e subalterno, allora io ti distruggo. Perché nessuno può permettersi di agire indisturbato alla mia sinistra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se la linea oggi decisa è quella moderata, soft e ultralight, se si abbozza e ci si acconcia alla cordiale intesa, alla difesa dei rispettivi campi di interesse, saltando a pié pari il macigno del loro conflitto con la sfera politico-istituzionale, chiunque non si adatti e aderisca si pone come oggettivo elemento di disturbo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E così, D’Avanzo,  tra i massimi esperti nella conoscenza dei fatti e misfatti del Bel Paese e da sempre propugnatore  della libera, aperta – necessaria! – loro  circolazione, affronta Travaglio  all’arma bianca, reclamando la propria superiorità e l’altrui insipienza e malafede.   Qualcuno, proprio della parte non sospetta, ha deciso che Schifani è sempre stato un galantuomo, o quantomeno è tornato a esserlo. E che la guerra è finita – o che almeno va dichiarato l’armistizio. E che chi non lo rispetta è un pericoloso disfattista. E’ come se, avendo concordato una tregua con i generali dell’esercito nemico, le truppe specializzate nell’assalto bianca all’improvviso non servissero più. Anzi, con le loro incursioni tra le file avversarie, quella tregua rischiano di affossarla…  Ecco allora scendere in campo il campione tra i guastatori e gli arditi, e all’irriducibile Travaglio soavemente dice: vedi, caro, tu sbagli a usare come metodo la pugnalata alle spalle. E per dimostrarti quanto essa sia dolorosa, a scopo didattico/terapeutico te ne sferro una.  Così magari capisci prima e impari subito.  Poi si scopre che la storia raccontata è del tutto inventata/infondata?  Pazienza. Non è esattamente questo il metodo usato da Travaglio? Di che si lamenta ora?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Brutta storia, questa di D’Avanzo.  Di un cinismo manipolatorio da restarne disgustati.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-7859760730804791185?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/7859760730804791185/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=7859760730804791185' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/7859760730804791185'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/7859760730804791185'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/05/brutta-storia.html' title='Brutta storia'/><author><name>Gian Carlo Marchesini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07375909508650889854</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='16960073597197972419'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-8386158845818597696</id><published>2008-05-13T10:25:00.003+02:00</published><updated>2009-06-25T16:49:28.408+02:00</updated><title type='text'>A volte succede</title><content type='html'>&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;A volte succede – purtroppo sempre più di rado – che la lettura di un romanzo coinvolga e catturi a tal punto che interromperla per qualche non rinviabile incombenza suona quasi iattura.  E’ la prima  osservazione che mi viene a proposito de La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano. Questo almeno è successo a me, e mi proverò a spiegare il perché.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intanto, e innanzitutto, perché le vicende raccontate riguardano stagioni della vita – infanzia, adolescenza, prima giovinezza dentro la famiglia, la scuola e i gruppi di amicizia -  che costituiscono esperienza universale. Il libro appartiene infatti  al novero dei romanzi di formazione, perché mette in scena cosa succede a un individuo che, senza averlo chiesto né essere stato preventivamente consultato, approda a quel nucleo famigliare, in quel particolare contesto sociale;  come reagisce e interagisce – si adatta e/o si oppone - con gli individui,  i ruoli, le attese; come affronta e supera, o meno, i gradini – a volte molto impegnativi  - di un percorso e di un destino già in larga misura definiti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Obblighi e responsabilità, regole tacite o esplicite, avversioni e complicità, amicizie e inimicizie, solitudini e inadeguatezze, esclusioni e crudeltà, senso di appartenenza o di irriducibile estraneità, tutto costituisce trama e tessitura di un percorso da tutti sperimentato, fatto di impennate ripide e curve tortuose, improvvise e riposanti discese, di ostacoli e piazzole di sosta - fino a quella finale e definitiva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo non costituisce in letteratura particolare novità: cimento, piuttosto, per ogni romanziere che si rispetti. In che cosa Giordano, alla sua opera prima e all’età di 26 anni, esce benissimo dalla prova?  Nel fatto che si coglie fin dalle prime pagine che la sua voce, la sua scrittura, sono animate da una autenticità vera. Le vicende e le vite dei protagonisti sprigionano un carattere di necessità che si percepisce forte innanzitutto nell’autore stesso: prerequisito, questo, perché esse possano suonare vive e persuasive per chi legge, e non frutto di artificio studiato a tavolino.  Pur non raccontando di sé in prima persona, si sente che l’autore è pienamente partecipe e coinvolto nei fatti che racconta, essendo però anche capace di porre tra sé e la materia incandescente, in qualche modo sicuramente sperimentata,  il distacco che gli consente di dominarla fino a farle raggiungere la forma necessaria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo stato di grazia cui attinge il racconto si trasmette alchemicamente a noi che leggiamo, consentendoci di cogliere  il dato di  verità delle figure protagoniste, di riconoscerci nella peculiarità unica e irripetibile delle loro storie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 26enne Paolo Giordano ha capito, e nel libro perfettamente reso, che  vivere  è fare i conti con l’ambivalenza irriducibile dei sentimenti,  con l’enigmaticità  di incontri  a volte felici, più spesso infelici, che attenuano una condizione di solitudine costitutiva, o la sigillano definitivamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’altra delle componenti  che l’autore mette in luce è la  casualità  che determina gran parte dei nostri percorsi. Meglio ancora: quanto sia confuso e sottile il confine, e instabile l’equilibrio, nel gioco dell’incontro e scontro tra volontà soggettive. E  quanto basti a volte un sospiro inavvertitamente emesso, un sorriso mancato, uno sguardo non controllato, una parola di troppo - o proprio quella necessaria scioccamente omessa -  a determinare conseguenze  irreparabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi – suggerisce “La solitudine dei numeri primi” -  siamo in balia di pulsioni e forze che scarsamente  conosciamo, comunque non controlliamo, o ci illudiamo di riuscire a dominare. Ci culliamo nell’illusione che bastino le belle intenzioni, i buoni consigli, i piccoli rituali rassicuranti per uscirne indenni. Ci troviamo, inaspettatamente e all’improvviso, ad affrontare drammi determinati da una catena di  interazioni che viltà e debolezza, impreparazione, superficialità e impotenza il più delle volte ci impediscono di capire e affrontare in tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il libro di Giordano non è, beninteso, a tesi, non pretende di  dimostrare o per forza convincere. È un libro non ribollente di effettacci e luci o gridato,  è anzi soffuso di un pathos malinconico e  discreto – e per questo particolarmente efficace. La luce spiovente e laterale che lo illumina è quella della comprensione e compassione per le vite e le storie che mette in scena. E’ anche duro e crudele, nel senso che non è furbescamente consolatorio, non finge né abbellisce per fare meno pensare e soffrire. Guardate che la vita è questa qui, dicono le pagine del racconto.  E’ una fiaba che improvvisamente si spezza e vi può anche spezzare, un sogno che può all’improvviso tramutarsi in un incubo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella vita delle buone famiglie e della migliore società drammi e tragedie arrivano di soppiatto, quasi imprevisti e a seguito di scelte e comportamenti animati dalle migliori intenzioni. Ed è dura, specialmente per bambini e ragazzini, riuscire a raccapezzarsi e sopravvivere con il cumulo di disamore e rancore pregresso in cui si imbattono. E là dove per fortuna e in qualche modo  ce la fanno, lo strascico di traumi, fratture e ferite è terribile e doloroso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel libro, Paolo Giordano ha infuso -  facendone partecipe in qualche misura, quasi per magia e incantesimo,  il lettore -  la sua capacità di sguardo profondo, dandoci così in regalo i benefici di cui può essere capace il miracolo della scrittura.  Che questo venga dall’opera prima di un autore così giovane aggiunge  ammirazione e fiducia per quello di cui si  sa dimostrarsi capace la vita.                      &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo è un libro che a me ha fatto ricordare la capacità di empatia e l’afflato creaturale della Morante, il teatro della crudeltà di Artaud, la cronaca intensa, esatta  e desolata delle prime esperienze omosessuali clandestine di Edmund White,  lo stupore nel raccontare il mondo, colto così com’ è,  dallo sguardo crudele e divertito del giovane Holden.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo è un libro che non ha padrini né mallevadori e, nato da sé e impostosi in virtù della sua sola forza, non deve nulla ad alcuna  congrega o scuola.  Per questo nelle accademie e nelle piccole cricche letterarie il suo successo sta suscitando inquietudine e allarme come succede ai pipistrelli in una grotta invasa da una accecante luce improvvisa.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-8386158845818597696?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/8386158845818597696/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=8386158845818597696' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/8386158845818597696'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/8386158845818597696'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/05/volte-succede.html' title='A volte succede'/><author><name>Gian Carlo Marchesini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07375909508650889854</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='16960073597197972419'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-200630131717938113</id><published>2008-05-07T16:37:00.002+02:00</published><updated>2009-06-25T16:49:49.764+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cinema'/><title type='text'>Lars e una ragazza tutta sua</title><content type='html'>Finito di vedere il film, viene da  chiedersi: come è possibile che una comunità fatta da persone così brave e buone, così gentili e compassionevoli, così generose e altruiste, generi un asociale fragile, complessato e psichicamente ustionato come il protagonista del film? I peggiori dispetti che i componenti della comunità rappresentata arrivano a farsi sono a livello di orsacchiotti di peluche o soldatini da collezione che i colleghi in ufficio si fanno reciprocamente sparire  - restituendoli e chiedendo scusa subito dopo. E tutti loro – a parte qualche mugugno iniziale – accettano il gioco che la bambola di gomma a grandezza naturale sia la reale ragazza di Lars, al punto da affezionarsi e piangere a calde lacrime quando quella – sempre nella fantasia di Lars - sta male, muore, ne viene celebrato il funerale. Tutte vicende e situazioni evidentemente al limite – e oltre! – dell’inverosimile. Qualsiasi altra famiglia e comunità  avrebbero molto rapidamente  provvisto all’internamento dell’interessato – o a farsi matte risate (invidiose?) sul modo escogitato per provvedere ad un altrimenti problematico appagamento erotico.&lt;br /&gt;Ma tutti – a partire dalla straordinariamente brava psicologa, da augurare a chiunque avesse bisogno di quel tipo di sostegno – si rendono (quasi) subito conto della serietà del  gioco in atto, tutti si adeguano e corrispondono, da indurre a  pensare alla seconda parte del film  “La vita è meravigliosa” di Frank Capra.   Ma appunto, nel nostro film manca la prima necessaria parte. Si parla, a spiegazione dei problemi di Lars, della mamma morta di parto alla sua nascita, del papà caduto in depressione, del fratello maggiore scappato per  la frustrazione a gambe levate. Ma per come paradisiacamente ora si comportano fratello e moglie e l’intera comunità nel film, perché il film fosse credibile ci sarebbe stato bisogno del dramma del conflitto, di terribili cattivi all’opera. Di ciò nel film non c’è traccia. La comunità messa in scena è una comunità di angeli felici che solo angeli felici può generare. E’ un caso che la recensione del film apparsa su Il Foglio di Ferrara chiuda i suoi sperticati elogi dichiarando che quella comunità raccolta la domenica in chiesa attorno al suo pastore fa venire voglia di andarci ad abitare e a vivere? Ma sarà poi quella realtà rappresentativa della profonda provincia americana? Che Gus Van Sant e Michael Moore si siano inventati Columbine di sana pianta? Il messaggio del film – per salvare un membro in difficoltà tutti devono fare la loro parte, la pecorella smarrita merita l’impegno totale del buon pastore, ecc. – è interessante e condivisibile, non c’è dubbio.  Ma così come è proposto rimane  a livello di fiaba: benissimo girata e prodigiosamente interpretata, ma sempre fiaba.&lt;br /&gt;La comunità reale con cui oggi dobbiamo fare i conti è purtroppo quella del bottegaio, del farmacista, del padroncino leghista che predicano fucili – per carità, del tutto simbolici! –,  pulizia contro gli zingari e ronde armate. Per poi – oplà! - trovarci in presenza di ragazzotti naziskin che si inventano il pretesto della sigaretta negata per scaricare sul primo che capita la violenza della quale - prima, dalla loro stessa comunità - sono stati caricati a molla.&lt;br /&gt;L’americano Lars e una ragazza tutta sua, o  i ragazzi veronesi e una vittima predestinata tutta per loro?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-200630131717938113?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/200630131717938113/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=200630131717938113' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/200630131717938113'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/200630131717938113'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/05/lars-e-una-ragazza-tutta-sua.html' title='Lars e una ragazza tutta sua'/><author><name>Gian Carlo Marchesini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07375909508650889854</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='16960073597197972419'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-6712341308025478524</id><published>2008-05-06T15:40:00.003+02:00</published><updated>2009-06-25T16:53:10.656+02:00</updated><title type='text'>Dove</title><content type='html'>Questo di Andrea Di Consoli (La curva della notte – Rizzoli 2008) è un libro funereo, viscerale e disperato.&lt;br /&gt;Dove il protagonista, al volante della sua macchina, viene colpito da un  infarto raccontato in dodici stazioni che attraversano e cuciono insieme la storia di una vita.&lt;br /&gt;Dove le donne sono corpi agognati e disprezzati, da spogliare, aprire e riempire come sotto frenesia predatoria generata da horror vacui.&lt;br /&gt;Dove gli esseri umani sono famigliarmente chiamati cani.&lt;br /&gt;Dove per avvalorare la tesi che nella realtà odierna si ha a che fare con “cani senza ragione”, si ricorre al conforto – in exergo – di un frammento degli antichissimi Oracoli caldaici.&lt;br /&gt;Dove l’amico di infanzia viene scoperto a letto con la madre mentre - lei famelica e consenziente -  la umilia e schiavizza.&lt;br /&gt;Dove la domanda con cui vent’anni dopo tormentare l’amico scoperto a letto con la madre è:  ma lei, te l’ha preso in bocca?&lt;br /&gt;Dove la giovane moglie dell’amico d’infanzia, quello scoperto a letto con la madre e indotto a un incidente d’auto che è in realtà un neanche tanto camuffato omicidio, è trofeo da portare immediatamente a letto.&lt;br /&gt;Dove un amico più recente, giovane e bello, è buono soltanto come trastullo erotico, silente come statua dagli occhi senza iridi.&lt;br /&gt;Dove corpi e ricordi delle persone care (madre, padre, mogli, amici) servono come materiali per la composizione violenta di  intrecci incestuosi.&lt;br /&gt;Dove i figli sono ingombri rifiutati e quindi, a loro volta, intossicati da rancori.&lt;br /&gt;Dove gravita sospesa una atmosfera plumbea, da “quanto era bello l’antico sogno, e quanto  è tutto inesorabilmente andato a male.”&lt;br /&gt;Dove il protagonista non fa che bere e fumare e bere, in un parossismo autodistruttivo accompagnato da presentimenti  di tumore ai polmoni, sbocchi di sangue, gambe paralizzate e altre allucinazioni tetre.&lt;br /&gt;Dove la condizione umana viene rappresentata e descritta – con persuasiva efficacia - come una condizione di sputo, spurgo e stupro.&lt;br /&gt;Dove  i materiali di una vecchia fabbrica abbandonata, le luci di una discoteca, i  trascorsi  rivoluzionari sessantottini e i ricordi di un mesto mestiere da ferroviere  (siamo lungo la costa di una più che probabile Calabria), fanno da quinta alla messa in scena di una nerissima tragedia.&lt;br /&gt;Dove il protagonista si chiama Teseo. (Teseo: ma non era colui che, grazie al filo di Arianna, uccideva nel Labirinto il Minotauro e ne usciva salvando con sé i giovinetti destinati a vittime sacrificali?)&lt;br /&gt;Dove anche un mitologico episodio di salvezza si trasforma in mimesi derisoria.&lt;br /&gt;Dove non c’è  un briciolo di speranza,  la morte la fa da protagonista e la bellezza del mare e delle donne è luce livida che serve a meglio illuminarla.&lt;br /&gt;Dove  si sprigiona comunque una sotterranea e tenebrosa forza tellurica che, disturbando, cattura e intriga.&lt;br /&gt;Che altro dire? Forse,  che in una società e in una cultura dove la vita viene stupidamente  siliconata, e la morte caparbiamente rimossa, anche la  magistrale descrizione di una agonia dolorosamente prolungata costringe a guardare negli occhi gli aspetti cruciali di una realtà esplicitamente intera.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-6712341308025478524?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/6712341308025478524/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=6712341308025478524' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/6712341308025478524'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/6712341308025478524'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/05/dove.html' title='Dove'/><author><name>Gian Carlo Marchesini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07375909508650889854</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='16960073597197972419'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-4955705370697673889</id><published>2008-05-05T16:11:00.002+02:00</published><updated>2009-06-25T16:52:53.958+02:00</updated><title type='text'>Le belle vacanze</title><content type='html'>&lt;div&gt;Al Villaggio Forte, o Forte Village Resort, entrate oltrepassando l’arco che all’ingresso vi dà il benvenuto. Siete a mezz’ora di macchina dall’aeroporto di Cagliari, 39 km dal capoluogo regionale sardo, a metà strada tra Pula e Teulada. Il calendario segna il 25 aprile, giorno che festeggia la Liberazione dell’Italia dal fascismo. Il clima è buono, il sole caldo e l’aria leggera. Siamo di venerdì, così sarà il tempo anche l’indomani e la domenica. Il soggiorno al Villaggio si preannuncia sotto il segno dei migliori auspici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sul vialetto che conduce al ricevimento vi attendono in parata una decina di modelli di vetture nuove fiammanti da mandare in sollucchero gli amanti delle macchine sportive di lusso. Eleganti, aerodinamiche, luccicanti di alluminio e odorose di cuoio, esigerebbero a cantarle un D’Annunzio redivivo. Non all’altezza di tanta bellezza, rispettoso mi inchino e frettoloso passo oltre. Vengo poi a sapere che la celebre Casa automobilistica ha concordato con la direzione del Villaggio due mesi di sponsorizzazione degli eventi ospitati. In cambio, chiunque dei partecipanti lo desideri può sperimentare, senza costi né obblighi, l’ebbrezza della guida di così portentose vetture. Quando si dice: aiutiamoci l’un l’altro e gli affari di ciascuno miglioreranno!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esaurita questa breve e para commerciale nota introduttiva, proviamo ora a descrivere le caratteristiche del luogo che ci ospita. Intanto, e innanzitutto, a balzare agli occhi è una straordinaria natura tropical-mediterranea. Questo non è soltanto albergo e villaggio turistico: questo è un bosco, una foresta, una rigogliosa macchia mediterranea, una esuberante riserva floro-vivaistica, passeggiando dentro la quale, ben inserita e mimetizzata, capita di incontrare una considerevole varietà di eleganti edifici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Villaggio Forte è, quindi e innanzitutto, una cornucopia di alberi e fiori di tutti i tipi. A essere più precisi, all’interno dei 25 ettari su cui il Villaggio di estende vivono oltre 60.000 piante curate da 80 giardinieri. Ci si sente letteralmente dentro un abbraccio di verde profumato. Chi ha costruito le strutture recettive del Villaggio sembra avere accolto, nella realizzazione degli edifici, la sfida posta da una natura eccelsa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia del Villaggio è andata, in necessaria sintesi, così. Nato all’inizio degli anni Settanta grazie a un gruppo di imprenditori sardi (Saia, società del gruppo Bastogi), e rilevato da Charles Forte, italiano emigrato a Londra dalla Ciociaria, per cominciare furono costruiti i primi due piani degli attuale quattro dell’Hotel Il Castello. Poi, nel volgere degli anni, la mano tenace e amorosa del proprietario, diventato nel frattempo tra i primi al mondo nell’ambito del turismo alberghiero di lusso, ha sviluppato l’insediamento iniziale aggiungendo pezzi e parti, villaggi e borghi, fino alla dimensione attuale. Se vi serve qualche essenziale cifra, dentro la cinta dei 25 ettari il Villaggio oggi si compone di sette alberghi a 4 e 5 stelle; 700 camere e 20 suites; 14 bar e 21 ristoranti; 11campi da tennis e uno di golf, 10 piscine, un campo di calcio regolamentare, una palestra super attrezzata, un centro di talassoterapia con 6 vasche di acqua di mare a diversa temperatura. E’ anche disponibile un centro Congressi fornito di 18 sale di tutte le capienze e dimensioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A completare il quadro, serve qualche altra cifre. La recettività massima nei periodi di alta stagione (luglio e agosto) è di 1.800 persone per complessivi 250.000 clienti l’anno. I prezzi variano dalla mezza pensione in bassa stagione a 400 euro, fino agli 800/1200 in alta stagione. A persona. Ma una suite costa tra i 10.000 e i 15.000 euro a settimana. E la suite di lusso, o Royal Suite (quella dove hanno alloggiato star del calcio come David Beckam e Ronaldo) costa 7000 euro a notte. (Ohibò, trattasi di ben 180 metri quadri calpestabili circondati da terrazze con annessa piscina privata!).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma torniamo un istante a Charles Forte, originario della Ciociaria e fatto Lord dalla regina d’Inghilterra per meriti speciali. La proprietà del Villaggio gli è stata a un certo punto sottratta dalla scalata di un Fondo di investimento internazionale, Granada, ed è poi ripetutamente passata di mano in mano fino a che, l’anno scorso, è tornata in quelle italiane della Fimit di Capitalia e data in gestione al gruppo Marcegaglia, famiglia di Emma attuale presidente di Confindustria. Il caso vuole che proprio l’anno scorso Charles Forte se ne sia andato alla bella età di 98 anni. Quando si dice che un ciclo attinge al suo compimento…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il valore attuale del Villaggio? Si parla di 300 milioni di euro. A farlo funzionare sono impegnati, nei periodi di alta stagione, 900 addetti ai compiti più vari: dal ricevimento all’amministrazione, dall’approvvigionamento alla preparazione dei cibi in cucina alla loro imbandigione a tavola, dalle pulizie al mantenimento in perfetta efficienza di tutte le parti di questa oasi naturale, di questo giardino mediterraneo tropicale, di questa macchina poderosa, eppure discreta e leggera, al servizio del benessere di chi sceglie di affidarsi alle sue cure.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A coordinare, sorvegliare e sovrintendere il tutto, da oltre 14 anni c’è Lorenzo Giannuzzi, il direttore generale insignito due anni fa di laurea honoris causa dall’Accademia del turismo internazionale russo. Ma, se è per questo, è il nono anno che al Villaggio Forte è assegnato il primo premio tra i migliori alberghi al mondo. Per connotare meglio la qualità del direttore è il caso di ricordare la sua scelta di premiare ogni anno il libro di uno scrittore: con un assegno di 5000 euro e mille copie acquistate e distribuite agli ospiti. Il che, in questi tempi di scarse letture e molte veline e troni televisivi, non è niente male. L’altr’anno è stato premiato il siciliano Pierangelo Buttafuoco, l’anno scorso la sarda Milena Agus.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Passeggiando per viottoli e viali - rigorosamente a piedi o in bicicletta -, curiosando tra impianti sportivi e spazi giochi, perlustrando angoli, anfratti e piazzette o piscine e spiagge attrezzate, ciò che colpisce è l’ordine, la pulizia, il decoro. Senza citare qui situazioni limite quali quella dei rifiuti campani, limitandosi a ricordare la normale trascuratezza e degrado delle nostre città, ciò che al Villaggio si sperimenta è l’esatto contrario. L’immagine della pulizia ed efficienza dell’insieme appaiono perfino maniacali – così come, d’altra parte l’arredo degli interni. Non occorre essere grandi esperti per cogliere fin da subito l’effetto della mano di persone che si direbbero innamorate del proprio lavoro. Tutto si avverte studiato e risolto per mettere l’ospite a proprio agio: spazi abbondanti, colori benissimo scelti, arredo funzionale e di ottimo gusto. Qui non c’è segno di avarizia o pacchianeria, di sfarzo inutile o di taccagneria. Il buon vivere, il buon abitare, il ben essere si rincorrono e si rinforzano a vicenda. Gli addetti ai vari compiti che si incontrano durante la giornata sono abbigliati in modo appropriato, vi salutano e sorridono senza interrompere quello che stanno facendo. Il messaggio che trasmettono è che il loro fare gli sta bene: il che, per trovarsi in un luogo dove chi lavora è al servizio di gente benestante, qui per riposare e divertirsi, suona un po’ miracoloso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Voi dite che la mia descrizione può suonare viziata da un eccesso di entusiasmo? Dipende dal tipo di esperienza che questo luogo in tre giorni mi ha consentito. Voi girate per un reticolo di viali e vialetti - in bicicletta, il che è già di per sé piacevole -, in mezzo alla cornucopia di verde cui accennavo. All’improvviso sbucate in uno slargo allietato da un laghetto su cui si pavoneggia un gruppo di fenicotteri rosa. Ti osservano silenziosi con l’occhio un po’ sornione di chi nella vita ha visto ben altro. E tu, allontanandoti in bici, non puoi non portarti appresso un’ombra di inquietudine. Chi è lì provvisorio ed effimero, chi invece il solido e naturale protagonista?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Volete la prova dello stato di qualità e salute di cui gode il Villaggio? Osservate come al suo interno si muovono, cosa esprimono gli ospiti bambini. Vengono dal chiuso di case cittadine, dal traffico caotico e rumoroso, dalla puzza dell’inquinamento. Qui scorazzano liberi tra campi sportivi e campi giochi, piscine a loro misura e spiagge sabbiose e pulite. Non ci sono auto in circolazione, gli addetti ai vari servizi si muovono su piccole automobili elettriche silenziose e relativamente lente, il massimo del pericolo può venire da chi fa jogging o si muove in bicicletta. I bambini stanno raggruppati per loro conto, tranquilli ed eccitati per gli spazi liberi, appagati e rilassati. Al Villaggio riacquistano velocemente la salute che è loro congeniale. E noi adulti scopriamo quanto i bambini siano di per sé stessi, a loro diversissimo modo, tutti belli, e di quanto lo stile di vita cui sono costretti in città li faccia invece smorti e brutti. A osservarli per un po’, viene voglia di mescolarsi a loro anonimi e disarmati, gli scarponi chiodati lasciati fuori dalla porta, smemorati e persino un po’ più puri. Certo, sarebbe straordinario se tutti i bambini del mondo godessero di condizioni simili. Il poterlo concretamente osservare al Villaggio aiuta a capire quanto invece nella normalità diffusa i bambini ne siano lontani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E ora è il caso, dopo l’infanzia, di spezzare una lancia anche a favore della prima giovinezza. E’ capitato che nei giorni di ospitalità goduti al Villaggio, ad accudirci durante i pasti sia stato un gruppo di giovani di una scuola alberghiera di Brescia prestati per un mese di stage al Forte. E’ successo che tra di loro – tutti di un livello di efficienza, serietà e professionalità irreprensibili - ce ne fossero alcuni particolarmente dotati in immagine e stile nello svolgimento del servizio. A me è venuto da pensare a certe descrizioni che al proposito si leggono nei romanzi di Thomas Mann e Robert Musil, o in certi film - uno in particolare, La vecchia signora di Ermanno Olmi. E non vi scandalizzate se all’improvviso mi è passata per la testa l’idea che a meritare di essere serviti fossero più loro che alcuni tra i commensali: per evidenti ragioni di eleganza e grazia - per classe, oserei perfino dire. Poi, la sera, sul tardi, nelle vicinanze del bowling dove si è giocato con un gruppo di amici, mi è capitato di scoprire che lì accanto a giocare a pallone su di un campetto ci fossero giusto i ragazzi della scuola alberghiera. Gli irreprensibili e professionali arcangeli del giorno si erano trasformati in satanassi impegnati a picchiare duro sul pallone, ma con una rabbia tale da far intuire cosa significhi, in termini di sacrificio e costrizione, il mestiere di servire a tavola persone molto più fortunate e ricche di te.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei miei ripetuti, felici ma anche un po’ infantilmente regressivi vagabondaggi in bici per vialetti e vicoli, a un certo punto ho involontariamente infilato un varco laterale che mi ha fatto irrompere in un cortiletto sul retro di un edificio che sembrava non avere alcuna evidente funzione. Poteva essere un deposito, un dormitorio per il personale, un magazzino. Negli angoli erano ammonticchiati sacchi e scatoloni, ai lati parcheggiate diverse delle piccole auto elettriche che percorrono in continuazione i vialetti del Village come blatte nelle tubature idrauliche o globuli nelle arterie. Nel centro del cortiletto, un gruppo di persone, uomini e donne, bivaccava senza livree né divise, totalmente privi della tensione sollecita e sorridente loro abitualmente propria. Chi ciondolava, chi fumava, nessuno proferiva parola. Nell’aria ristagnava sospeso un senso di sconforto e di abbandono, come l’attesa rassegnata di un inesorabile danno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi sono sentito sottratto al cerchio magico, passato all’improvviso oltre lo specchio. Mi ha preso alla gola una sensazione di allarme come a un bambino cui viene interrotta la melodia prediletta, sottratto il giocattolo. Ho rinculato con la gola arsa, l’imbarazzo in testa di chi ha involontariamente compiuto qualcosa di sconveniente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi sono reimmerso nel flusso abituale, tra immagini di facce felici e verde smagliante d’alberi, avvolto da colori allegri e ondate di profumi intensi. Ma irrefrenabili mi sono arrivate in testa domande a fiotti. Questo Villaggio non è, in buona sostanza, una sia pur splendida quinta teatrale dove viene messa in scena una recita? Non è abile e raffinato gioco di prestigio? Nella sua tensione alla armoniosa perfezione asettica, nel tentativo di creare un piccolo mondo ideale e fittizio, non si vuole in realtà eliminare dallo sguardo la presenza del disordine, evitare l’irrompere di qualsiasi segnale di conflitto, corruzione e degrado?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo Villaggio, al di là della dimensione concreta della vacanza bene organizzata, è anche la materializzazione di un mondo fuori del mondo, il sogno di un intatto e incontaminato eden primitivo. Per i ricchi che possono permetterselo è stato creato un angolo di protezione e riparo, un paradiso dove, pagando l’adeguato prezzo, il miele e il latte della felicità scorrono su comando. Là fuori si agitano spettri e fantasmi, scoppiano grida di rabbia e violenza, si tendono agguati ed esplodono bombe. Là fuori scorre il sangue e si muore di fame, sbarcano a frotte derelitti e miserabili, pullulano in transumanza moltitudini di dannati, l’aria è acre del fetore di cadaveri. Qui le tavole dei ristoranti rigurgitano di artisticamente modellate cascate di cibi prelibati, i bagni delle suites sono grandi quanto lo spazio dove in altre parti del mondo dormono intere famiglie. Bisognerebbe che anche i bambini di Gaza, o di qualcuna delle migliaia di favelas del mondo, potessero scoprire e apprezzare le agiate raffinatezze di questo nirvana sontuoso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A contatto di tante e pregiate delizie, vengono in mente le parole finali del recente libretto di Giorgio Ruffolo, là dove il mondo attuale viene raffigurato come un appartamento composto di due stanze: in una si spreca e nell’altra si crepa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le cose vive, le cose vere, hanno alti e bassi, ombre e luci, pieni e vuoti. Le pelli più lisce hanno cicatrici a segnalare contusioni e ferite. A essere messo in scena qui è un livello tra i più avanzati di recita della felicità terrena. Tutto sembra illimitato e illimitatamente regalato, dalla scena è stata meticolosamente espunta l’idea stessa di sforzo, fatica. Qui tutto è dovuto, niente è rifiutato, ogni desiderio è prontamente appagato. Qui non si sentono odori cattivi, gli sguardi sono pieni di buoni sentimenti. E’ una esperienza inebriante di sospensione dei limiti angusti, delle regole strette, degli ostacoli insuperabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi, alla fine, prima dell’uscita e del ritorno alla realtà, si passa dal varco dove, forniti di carta di credito, si è rigorosamente attesi. Mentre si appone in calce la propria firma, si fa il pieno finale di complimenti e sorrisi. E, saliti sul pulman che porta all’aeroporto, dopo qualche chilometro si attraversa la selva irta di ferraglie, di torri fiammeggianti e di panciute cisterne del deposito carburanti della Saras di Moratti. Tutto è tornato ferruginoso e livido, massiccio e minaccioso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Usciti dal mondo bucolico e sublime del Villaggio, si è tornati in quello vero dove si agitano intrecciati i simulacri della vita vera, e l’altrettanto reale presentimento di distruzione, inquinamento e morte.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-4955705370697673889?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/4955705370697673889/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=4955705370697673889' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/4955705370697673889'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/4955705370697673889'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/05/le-belle-vacanze_05.html' title='Le belle vacanze'/><author><name>Gian Carlo Marchesini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07375909508650889854</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='16960073597197972419'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-7737852058548086394</id><published>2008-04-29T16:08:00.004+02:00</published><updated>2009-06-25T16:50:25.966+02:00</updated><title type='text'>Il corpo di Zizek</title><content type='html'>[di Giancarlo Marchesini]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Già il primo contatto con l’immagine di Slavoj Zizek è piuttosto forte. Figura brevilinea e massiccia, barba irsuta, aureola di capelli disordinati e lunghi a incorniciare fronte e tempie, il nostro, in attesa che Giacomo Marramao concluda la sua piuttosto lunga presentazione, gli siede accanto con le maniche rimboccate a rileggere e correggere il testo base della sua lezione. In effetti, con voce didattica e impostata da allenato a lezioni in aula, Marramao la tira così per le lunghe – avrebbe voluto essere lui il relatore ufficiale? – che qualcuno tra il pubblico rumoreggia. Zizek, al suo fianco, espressione severa e penna impugnata a tirare sfreghi sui fogli, attende il turno. E, a ripagare con gli interessi l’esagerato spazio sottratto,  appena avuto il microfono così letteralmente se ne esce.  “Giacomo, mi hai dedicato un ritratto di profilo così elevato, che ogni tanto mi veniva l’impulso di guardarmi dietro per scoprire se non fosse per caso lì il tuo interlocutore vero. In psicoanalisi noi diciamo che l’elogio troppo sperticato di una persona equivale a un suo neanche tanto nascosto tentativo di castrazione…”. Il che, riconoscerete, è  un ben fulminante e rivelatore biglietto da visita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E poi Zizek è partito alla grande per i suoi tre quarti d’ora di conferenza. Ma prima ancora di commentare qualcuno dei suoi contenuti, credo valga la pena indugiare  sulla descrizione dell’uomo e del personaggio. Qualche spunto sul suo aspetto fisico già l’ho dato. Il tono e le sonorità della voce meritano qualche ulteriore cenno. La sua è una voce particolarissima. Intanto Zizek parla in un inglese che si sente  risultato dell’attraversamento di una lingua materna diversa (Zizek, filosofo e psicoanalista che ha amato Kant e Hegel, Marx e Heidegger rivisitandoli criticamente attraverso Lacan, è infatti sloveno). Il risultato è un impasto ibrido che tiene dentro durezza e sinuosità, scioltezza fluida e spigolosità aspra, il tutto caricato di una energia che rende le parole di Zizek un flusso di lava  che si direbbe sgorgare da profonde scaturigini sulfuree. E queste sonorità vocali sue proprie sono il risultato, o sono comunque in evidente stretta relazione, dei concetti e pensieri di cui quella voce è veicolo, e di una passione veemente e a volte anche provocatoria con cui Zizek li vive e pronuncia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zizek non dice ciò che dice - attraverso il ricorso a materiali e linguaggi  i più disparati, dal cinema alla letteratura, dalla politica all’aneddoto divertente e alla vera e propria barzelletta -  soltanto per comunicare bene con il pubblico. Zizek è dentro le sue parole non solo con la sua strumentazione professionale, ma le sue parole sprofondano e riemergono da tutto se stesso. E porgendole – o scagliandole – trasmette non solo il suo pensiero, ma le emozioni e le passioni che lo abitano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zizek fa pensare a un fiume in piena, a una tempesta di energie, a un turbine  che porta con sé una quantità molto larga ed eterogenea di spunti, esperienze, manufatti. Si percepisce che è posseduto e incalzato dal suo pensiero, che plasma ma ne è anche plasmato, in una battaglia che viene combattuta al punto da costituire spettacolo ancora prima di avere dipanato e fatto propria l’abbondanza di senso e significati di cui è vettore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un cenno particolare meritano i tic con cui Zizek accompagna l’esposizione del suo pensiero. Lo meritano, se non altro, perché così ripetuti ed evidenti da – in omaggio alla libertà critica di cui è propugnatore Zizek stesso -  non poterne tacere.  Innanzitutto, a cadenze regolari, le mani di Zizek scattano a sistemare l’irsutaggine dei capelli in caduta libera sulle tempie. Il gesto non è affatto funzionale a ciò che dovrebbe: i capelli continuano  imperterriti a stare nella loro sparpagliata confusione. Il senso reale dell’operazione a me è piuttosto sembrato quello di un pericolo da Zizek temuto, e cioè che l’eccesso e l’urgenza di quello che dentro gli preme irrompa e lo travolga. Insomma,  sistemare ogni poco alle tempie i capelli per lui significa assicurarsi che le pareti della testa siano sempre lì solide, malgrado la forza che da dentro spinge.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’altro tic da cui Zizek è affetto è quello di portare d’impulso le dita di una mano a sfregare  la punta del naso. Ed è gesto così  insistito che la punta del naso ne ricava un’ impronta evidente di arrossamento irritato. Non serve essere grandi conoscitori del pensiero freudiano per capire che senso e radice di quel gesto compulsivo sono di natura sessuale. Infatti, la più che probabile chiave di lettura è quella di una corporeità coinvolta  a tal punto e così interamente nella parola, da reclamare spazio e cittadinanza. Zizek cioè abita così a fondo il suo pensiero, lo vive così intensamente, da esserne coinvolto anche sessualmente. Dipendesse da lui, nel concorso e nel concerto di parti e funzioni, renderebbe esplicito ciò che profondamente sente e pensa: sesso in erezione incluso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Queste osservazioni sono così fondate che, a riprova, il pubblico che gremisce la sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma, le persone a me vicine e a portata di sguardo, manifestano evidenti gli effetti che l’oratoria di Zizek produce. E’ raro infatti poter osservare espressioni tanto intensamente interessate, sguardi così eccitati, visi così accesi, sorrisi di complicità e risate liberatorie così esplicite. La parola forte, il pensiero esercitato e profondo, una verità proposta come corpo nudo perché sottratto a infingimenti e ipocrisie, liberano in chi ascolta un flusso palpabile di energia. Così come d’altra parte succede per l’ascolto di una sinfonia, per l’immersione in un mare cristallino e puro, per il piacere del sesso goduto con la persona amata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il pensiero di Zizek, espresso attraverso il corpo di Zizek medesimo, ha le proprietà di un potente antiossidante, di un acido che scioglie la mente da incrostazioni e ruggini, di un afrodisiaco dell’anima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Veniamo ora a qualcuno dei contenuti ascoltati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi viviamo in uno stato di contraddizione continua, di doppiezza e di menzogna. Ci raccontiamo di noi, come da tempo ha  capito la psicoanalisi, un sacco di belle storie che non corrispondono per nulla alla verità. Noi non siamo quello che diciamo di essere, ma quello che facciamo. Zizek corrobora le sue affermazioni con il racconto di alcune storie. Ecco, ad esempio, lo scienziato Niels Bohr che all’ingresso della casa nuova fa appendere un ferro di cavallo. E agli amici che gli fanno notare stupiti che quella era una superstizione del tutto infondata e indegna di un grande scienziato, risponde: io so bene che è così come dite voi, ma qualcuno mi ha fatto notare che il ferro di cavallo potrebbe portare fortuna a prescindere da ciò che io credo o meno. A quel punto, nel dubbio, mi sono detto: perché non esporlo alla mia porta? Tanto a me non costa nulla…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E Zizek racconta ancora:   un uomo era stato internato in un manicomio perché sosteneva di essere un chicco di grano: a rischio quindi, camminando per strada, di essere mangiato da qualche pollo di passaggio. Dopo un lungo trattamento da parte dei medici all’ospedale, l’uomo si era finalmente convinto di non essere più un chicco di grano. I medici, soddisfatti, a quel punto lo dimisero. Ma dopo qualche giorno, l’uomo tornò e chiese di essere riaccolto. I medici stupiti gli chiesero il perché. Perché – l’uomo rispose – io oramai so di non essere più un chicco di grano. Ma al pollo, qualcuno l’ha spiegato?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il problema – spiega Zizek – non siamo solo noi, ma la nostra percezione, frutto di una lunga memoria ed esperienza storica, di sottostare a una condizione di minaccia permanente:  da parte di qualcuno – il pollo della barzelletta – al quale conviene che in quella condizione noi continuiamo a vivere. Ognuno, anche se consapevole di non essere un chicco di grano, sa e sperimenta di avere a che fare con qualche pollo che lo vorrebbe  mangiare. E’ la paura a tenerci  legati a una serie di comportamenti e scelte, non il nostro reale bisogno e interesse.  Senza condizionamento e manipolazione  della minaccia e della paura, noi saremmo liberi, o quantomeno nella condizione di chiederci cosa vogliamo fare realmente di noi. Il problema è anche che molti, al solo pensiero di trovarsi a dover affrontare questo passaggio, preferiscono sottostare al pollo che gli garantisce almeno, paradossalmente, un qualche briciolo di certezza ontologica. Televisione e informazione dei media servono esattamente a questa funzione di indottrinamento anestetico,  che rende alla fine tutti più docili, incapaci di mettere in discussione lo stato di cose esistente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zizek ha a lungo parlato di feticismo e censura, di tolleranza ipocrita che è il contrario di una vera libertà.  E anche qui ha esposto il suo pensiero attraverso alcuni esempi. La sessualità, ad esempio, e di come essa è oggi terreno di discorsi e pratiche tra di loro opposte e contraddittorie. In fatto di sessualità oggi tutto è, apparentemente, lecito:  orge,  scambio di coppie, ricerca di piaceri e  prestazioni stimolate da mille additivi. Tutto si può fare con tutti: gay, trans, travestiti, ecc. A una condizione: che si continui a fingere che il bambino è un essere asessuato. La sessualità del bambino è l’ultimo grande tabù in un mondo tollerante, spregiudicato, apparentemente liberato. Del pensiero di Freud è stato accolto e accettato tutto, meno  il suo discorso sul fatto che il bambino è così sessuato da esserlo a 360° gradi, in forma perversa e polimorfa. Il 68 si era in qualche modo reso conto del problema, tanto che Cohn Bendit, che aveva fatto a Berlino  esperienza di insegnante in una scuola materna, aveva dato conto del tipo di situazioni che si creano tra adulti e bambini in una situazione in cui viene lasciato spazio alla libera e spontanea manifestazione degli stimoli, dei bisogni e del linguaggio proprio della sfera sessuale.  Non è curioso – annota Zizek -  che sia stata la figlia di Ulrike Meinhof,  fondatrice dell’omonima formazione delle brigate rosse tedesche, a denunciare oggi di apologia e istigazione alla pedofilia Cohn Bendit? Non è come se la figlia volesse dissociarsi e prendere le distanze, punire in modo traslato i suoi genitori, e riscattarsi in questo modo, agli occhi del mondo antisessantottino, del cognome che porta?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche sul tema della tolleranza razziale Zizek ha un punto di vista particolare e controcorrente. Martin Luther King non combatteva perché i bianchi “tollerassero” i neri. Ne reclamava la sostanziale uguaglianza. Le donne, d’altronde,  non combattono per essere “tollerate” dall’uomo. Reclamano pari dignità, diritti, uguaglianza.  La tolleranza è quindi un imbroglio e un inganno paternalistico di chi non vuole che le cose cambino, perché perderebbe i suoi privilegi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zizek affronta allo stesso modo anche i temi e le posizioni della multiculturalità. Noi non siamo omologhi e intercambiabili. Noi siamo uguali ma anche diversi e irriducibili uno all’altro.  Bisogna schierarsi per la verità, che non è e non coincide  con la tolleranza razziale e il rispetto della diversità e della multiculturalità. Per i musulmani deve valere il principio della libertà del loro culto e di costruire le loro moschee. Ma devono anche accettare che in quelle moschee possa liberamente entrare chiunque, per esprimere il suo pensiero anche critico e in dissenso, senza temere per queste, sentenze, condanne, fatwa. Bisogna battersi perché la Turchia entri nell’Unione europea, ma a condizione che accetti che, così come a Berlino e a Parigi oggi c’è un sindaco omosessuale, anche a Istanbul e a Ankara sia consentito a un omosessuale di diventare sindaco. Così come il Papa e il Vaticano devono accettare che un omosessuale possa diventare sindaco di Roma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zizek si è infine dichiarato fermamente comunista e anticapitalista, ma non nel loro senso storico e ideologico risaputo. Le forme storiche del comunismo realizzato non sono state altro che capitalismo di stato al servizio di una nomenclatura di privilegiati.  Per Zizek oggi è necessario dichiarasi comunisti e anticapitalisti nel senso che oggi il capitalismo, nella sua fase matura di globalizzazione onnivora, sta privatizzando e mercificando i beni comuni fondamentali: acqua, aria, natura e territorio, la cui integrità biologica e il libero accesso a tutti sono indispensabili alla sopravvivenza dell’umanità e del pianeta.&lt;br /&gt;Zizek ritiene necessario un percorso anche doloroso di conquista di libertà e verità, contro menzogna e ipocrisia di cui siamo prigionieri e che sono funzionali al dominio di pochi. La verità - potrebbe essere il suo  motto – rende dolorosamente ma necessariamente liberi. Zizek  sostiene necessario affrontare e smascherare imbrogli su temi delicati e scabrosi come la sessualità e la pedofilia, il potere politico, economico e religioso, i suoi meccanismi e dispositivi nascosti e castranti. Ritiene necessarie ripresa e rivalutazione di “certo” Marx e di “certo” Lenin. Zizek è comunista e anticapitalista nel senso e nella direzione che mi sono provato a riassumere. Uno Zizek ruvido, mai gratuitamente provocatore, capace di vigorose strigliate contropelo. Uno Zizek salutare e necessario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In fine, un paio di cose dette sul ‘68 da Zizek vanno ricordate. La prima: il gioco utile e interessante non è quello di ricordare come eravamo, o di giudicare con gli occhi di oggi cosa è stato il ’68. E’ invece necessario guardarci e giudicarci, assumendo lo sguardo del ’68, cosa siamo diventati oggi, dove abbiamo sbagliato o tradito. Il ’68 è stato il punto più alto di messa in discussione dei rapporti di potere in famiglia (tra donne e uomini, tra adulti e bambini) e nella società (nella scuola, nelle istituzioni, nelle corporazioni professionali, nella magistratura, nell’esercito, nella stampa, ecc.).&lt;br /&gt;E’ da quella vetta di spinta alla trasformazione democratica e alla liberazione individuale che bisogna guardare e giudicare il mondo d’oggi. E’ quel testimone che va ripreso e riportato avanti. Ricordando che l’estremismo altro non è che il nuovo  rimasto imprigionato nel passato che  reclama di essere riattivato e riproposto - come ha ricordato il critico cinematografico Edoardo Bruno in un suo intervento all’Auditorium del giorno prima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo slogan tra i tanti del ‘68 che secondo Zizek meriterebbe di essere rilanciato?    Siate realisti, chiedete l’impossibile.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-7737852058548086394?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/7737852058548086394/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=7737852058548086394' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/7737852058548086394'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/7737852058548086394'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/04/il-corpo-di-zizek.html' title='Il corpo di Zizek'/><author><name>Meltemi</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='14862691763440697058'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3150363453865138340.post-7742762291903259260</id><published>2008-03-17T16:22:00.005+01:00</published><updated>2009-07-01T17:42:55.672+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Editoria'/><title type='text'>Dovrebbero bastare i libri?</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Dovrebbe essere sufficiente, per comprendere la politica editoriale di una casa editrice, poter sfogliare il suo catalogo, maneggiare i libri pubblicati nel corso degli anni, valutare la scelta di autori e curatori. Per farci un’idea di quanto il lavoro di un editore corrisponda alle nostre attese, dovrebbe essere importante verificare la frequenza e qualità delle traduzioni, la cura editoriale dei testi e l’organizzazione del catalogo (quante e quali collane, se sono più o meno efficaci all’orientamento delle nostre scelte di lettura).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Fino a qualche tempo fa questo era possibile, oltre che verosimile: le librerie erano luoghi dove si rendevano intelligibili ricerche e percorsi e dove il tempo non assumeva solo il volto della velocità ma anche quello della riflessione. Molte case editrici investivano energie e risorse preziose per comunicare ai lettori l’impianto del proprio catalogo, l’impegno in estese operazioni di recupero di opere inedite, l’avvio di sistematiche raccolte organizzate per tema o per autore. Tutto ciò era certamente segnato anche da un’impronta, elitaria e ideologica, che estrometteva una parte importante della produzione culturale dai circuiti riconosciuti come autorevoli sedi di legittimazione, ma gli anticorpi agivano e riuscivano spesso a produrre conflitti creativi e feconde contaminazioni.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Lo scenario nel quale operiamo oggi, oltre a non aver rimosso il carattere angusto di cui sopra (magari travestendolo nel falso contrario di chi vuol assecondare i gusti popolari) non consente pause e ostacola, quando non rende impossibile, tale modalità di accesso alla produzione editoriale: pubblichiamo tanti (troppi?) libri che, quando faticosamente vi giungono, rimangono sugli scaffali delle librerie per un tempo progressivamente minore, la visibilità è garantita quasi solo alle pile delle ultime novità di maggiore attrazione, la saggistica sempre più spesso schiacciata sull’attualità dell’ultimo istante.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Ma non intendo trasformare questa sede nell’ennesimo muro del pianto (c’è poi ben altro di cui piangere, in questo mondo); vorrei al contrario che questo possa divenire un luogo dove condividere (almeno con una parte di voi, quelle 700 persone che quotidianamente entrano nel sito della casa editrice) le cose buone e utili che orgogliosamente rivendichiamo come tratti caratteristici del nostro lavoro, sottoponendole a critica e verifica.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il blog, in questo senso, rappresenta un rischio: ce la faremo? Riuscirà a imporsi sullo scetticismo evitando di scivolare nel silenzio? Potrà davvero interessare e stimolare una proficua partecipazione? Ne saremo sopraffatti, o scompigliate nelle nostre opinioni? Sono rischi che abbiamo deciso di correre, un po’ perché non abbiamo molte alternative per parlare tra noi, un po’ perché pensiamo che la specialità della comunicazione, in un luogo come questo, agevoli scontri e confronti, scambi e conflitti che ci esercitino alle pratiche del riconoscimento delle ragioni altrui e della negoziazione di obiettivi condivisi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;***&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Ci proviamo anche noi, ma contiamo sulla vostra collaborazione perché attraverso questo luogo circolino critiche, suggerimenti, idee e materiali buoni per voi e per noi.&lt;br /&gt;Abbiamo scelto di iniziare utilizzando un contenitore base inserito in un noto sito di blog: lo modificheremo e amplieremo, adattandolo alle esigenze che emergeranno grazie alle nostre comunicazioni e ai contenuti che dovremo organizzare. L’archivio tematico crescerà insieme ai post e agli argomenti rilevanti per ciascuna e ciascuno di noi, così come i link nella colonna di destra sono solo un primo elenco di siti e blog a vario titolo connessi con le nostre attività.&lt;br /&gt;Io scriverò quando potrò (cioè non molto; quindi, per favore, datevi da fare), e vorrei limitare i miei post alle faccende che conosco meglio (editoria, annessi e connessi), perciò ho iniziato da qui.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3150363453865138340-7742762291903259260?l=meltemieditore.blogspot.com'/&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meltemieditore.blogspot.com/feeds/7742762291903259260/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3150363453865138340&amp;postID=7742762291903259260' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/7742762291903259260'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3150363453865138340/posts/default/7742762291903259260'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meltemieditore.blogspot.com/2008/03/dovrebbero-bastare-i-libri.html' title='Dovrebbero bastare i libri?'/><author><name>luisa capelli</name><uri>http://www.blogger.com/profile/11418890122411810254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='01320432790786666402'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>6</thr:total></entry></feed>