<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss'><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929</id><updated>2009-11-25T19:55:00.960+01:00</updated><title type='text'>A Conservative Mind</title><subtitle type='html'>il blog di Fausto Carioti</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://aconservativemind.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default?start-index=26&amp;max-results=25'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>1148</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-6635322317776849056</id><published>2009-11-25T17:59:00.011+01:00</published><updated>2009-11-25T19:55:00.968+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sinistra italiana'/><title type='text'>La sinistra non sa più ridere (se ne accorge persino il Manifesto)</title><content type='html'>Madonna che tristezza, che pianto, che gente lugubre. Non sanno più scherzare, non hanno più idea di cosa siano il sorriso e il sano cazzeggio. Il loro unico modello di confronto politico è la versione 2009 di piazzale Loreto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' successo che il mensile &lt;a target="_blank" href="http://www.rollingstonemagazine.it/"&gt;Rolling Stone&lt;/a&gt; ha eletto &lt;a target="_blank" href="http://aconservativemind.blogspot.com/2009/11/silvio-rocks.html"&gt;Silvio Berlusconi rockstar dell'anno&lt;/a&gt;. Basta leggere le motivazioni del gesto per capire di cosa si tratta: «Per evidenti meriti dovuti a uno stile di vita per il quale la definizione di rock&amp;amp;roll va persino stretta. I Rod Stewart, i Brian Jones, i Keith Richards dei tempi d'oro sono pivellini in confronto. La "Neverland" di Michael Jackson è una mansardina in confronto a Villa Certosa, e via così». Insomma, una sana goliardata. E come tale, infatti, è stata presa sia &lt;a target="_blank" href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;amp;currentArticle=ODNKS"&gt;dal sottoscritto&lt;/a&gt;, su Libero, sia &lt;a target="_blank" href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;amp;currentArticle=ODNLD"&gt;da Vittorio Macioce&lt;/a&gt; sul Giornale. Scrive ancora Rolling Stone, a scanso di equivoci: «Siamo ben fuori dal dispensare giudizi da destra o da sinistra. Siamo solo osservatori che constatano ciò che è avvenuto e avviene ogni giorno. I comportamenti quotidiani di Silvio, la sua furia vitale, il suo stile di vita inimitabile, gli hanno regalato, specie quest'anno, un'incredibile popolarità internazionale».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bene. Anzi, no, male. Perché a sinistra succede il finimondo. Rivolta dei lettori di Rolling Stone (&lt;a target="_blank" href="http://www.rollingstonemagazine.it/notizie/e-i-blogger-che-dicono"&gt;qui&lt;/a&gt; e &lt;a target="_blank" href="http://www.rollingstonemagazine.it/notizie/provocazioni-rockstar"&gt;qui&lt;/a&gt;). Gente che scrive robe simili: «Anche Rolling Stone ha contribuito a pubblicizzare l'immagine dell'uomo che sta contribuendo alla rovina della democrazia italiana»; «Ecco l'ennesimo triste primato del Nano Puttaniere: autoproclamarsi rockstar dell'anno non l'aveva mai fatto nessuno»; «La vostra ironia stile striscia che fa l'1% di satira e per il restante 99% lecca il culo sta diventando nauseante»; «Questo numero lo usero sopratutto la prima pagina per pulirmi il culo e poi vi manderò la foto» (non ho riscritto quest'ultima frase in italiano, preferendo copiarla e incollarla così come è, perché utile a definire la personalità di chi l'ha scritta). E così via, da un travaso di bile all'altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E meno male che c'era quel paragone con Neverland e Michael Jackson, non proprio lusinghiero, e meno male pure che quella copertina raffigura Berlusconi che strappa il tricolore, che proprio un complimento per un premier non lo è. Ma niente da fare, il riflesso pavloviano è scattato e non lo ferma più nessuno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I neuroni dei compagni stanno messi davvero male, tanto che se ne accorge persino il Manifesto, in &lt;a target="_blank" href="http://www.rollingstonemagazine.it/notizie/provocazioni-rockstar"&gt;un articolo pubblicato oggi e ripreso sul sito di Rolling Stone&lt;/a&gt;. Scrive Marco Mancassola sul Manifesto: «La situazione si complica quando guardiamo alle reazioni da sinistra: per nulla entusiaste dello scherzo, perplesse e persino gelide. Al primo diffondersi della notizia la rete si riempie di dibattiti indignati. (...) Il popolo della rete, in teoria giovane e consapevole degli spiazzanti codici della comunicazione, non apprezza o forse non comprende. Alla sede della rivista confermano di ricevere una valanga di mail di insulti».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché questa tragedia? Scrive ancora il Manifesto: «Ora, quando una provocazione stenta a venire riconosciuta ci sono due possibilità. La prima è che si tratti di un'operazione troppo ambigua: Rolling Stone avrebbe dovuto strizzare l'occhio ai suoi lettori, dichiarare in modo più palese le intenzioni scherzose. Ma questo avrebbe sminuito la provocazione, che colpisce proprio l'ambiguità dell'era in cui viviamo: nel sistema del grande spettacolo pop, nostro malgrado, la rockstar non è chi ci piace ma semplicemente chi si prende il palco. Celebrazione e irrisione non sono sempre distinguibili e chi calca quel palco non se ne cura. Anche su questo si fonda il suo potere. L'altra possibilità è che la provocazione sia invece ben fatta, ma il pubblico italiano, anche quello giovane, anche quello di sinistra, non sia in grado di riconoscerla. Possibilità inquietante perché significherebbe che in un paese governato nostro malgrado dai codici dello spettacolo, del paradosso, del grottesco, dell'ironia più o meno postmoderna, assistiamo a un'improvvisa caduta nella capacità di comprendere e gestire questi stessi codici».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco, c'è una terza possibilità, di cui il Manifesto non parla. E cioè che siano quindici anni che il popolo della sinistra viene nutrito mediante livore, odio politico e antropologico, da gente che scrive che chi non la pensa come loro è un idiota o un delinquente. E che magari pretende di fare satira intelligente &lt;a target="_blank" href="http://aconservativemind.blogspot.com/2008/09/la-vignetta-che-fa-schifo.html"&gt;invocando l'omicidio di Renato Brunetta&lt;/a&gt;. Con il risultato che ormai ci sono milioni di individui (pur sempre minoranza, vivaiddio) che se non gli scrivi che Berlusconi è peggio di Adolf Hitler nemmeno ti stanno a sentire. Che se poco poco ti limiti a prenderlo garbatamente per il sedere, Berlusconi, come ha fatto Rolling Stone, senza invocare su di lui il giudizio finale di qualche macellaio del popolo, ti danno del lurido fiancheggiatore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che pena, che tristezza.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-6635322317776849056?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/6635322317776849056'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/6635322317776849056'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/11/la-sinistra-non-sa-piu-ridere-se-ne.html' title='La sinistra non sa più ridere (se ne accorge persino il Manifesto)'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-5723102216258340538</id><published>2009-11-25T17:32:00.002+01:00</published><updated>2009-11-25T17:42:18.252+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pd'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pdl'/><title type='text'>Berlusconi, Fini e Bersani: riforme improbabili, ma possibili</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è certo l'autostrada che vuole Silvio Berlusconi, e alla fine non è detto che porti proprio dove vuole lui. È un sentiero in salita, zeppo di ostacoli. Che passa attraverso quel campo minato che sarà la campagna elettorale per le regionali. Ma per la prima volta, in questa legislatura, si intravede un percorso possibile per tirare fuori il premier dai processi, fare una riforma della giustizia degna di questo nome, sottrarre il Parlamento e il potere politico dai condizionamenti della magistratura e dare un nuovo assetto istituzionale al Paese. Un altro mondo rispetto a quello di una settimana fa, quando la legislatura sembrava a un passo dalla fine. Ovvio che il baratro potrebbe riaprirsi nel giro di ore: nella politica italiana si naviga a vista e basta poco a far precipitare la situazione. Però nessuno avrebbe scommesso un euro che in così poco tempo sarebbe cambiato tanto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche perché stavolta Gianfranco Fini - che ieri, incalzato da Ferruccio De Bortoli, ha fatto capire di non avere ancora le idee chiare sul proprio futuro - non si è messo di traverso, ma è apparso cautamente disponibile a trovare un'intesa complessiva con l'odiato alleato. Fini ha detto che, anche se «si può discutere sulla bontà del provvedimento in discussione al Senato», una legge sul processo breve è comunque necessaria, perché «è giusto garantire tempi certi nei processi». Confermando così che, nonostante gli stracci volati negli ultimi giorni, l'intesa raggiunta sul disegno di legge può andare avanti, e diventerà ancora più solida se dalla proposta sarà tolta la parte gradita ai leghisti, quella che impedisce l'applicazione del processo breve ai reati legati all'immigrazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un altro gesto importante è venuto dagli esponenti della vecchia Alleanza nazionale che, a Montecitorio, hanno firmato la proposta di legge per reintrodurre quella immunità parlamentare che era stata cancellata dall'articolo 68 della Costituzione nel 1993, sull'onda delle inchieste di Tangentopoli. Sono cento i deputati del PdL che l'hanno sottoscritta. Il primo firmatario, Silvano Moffa, è vicinissimo a Fini, come altri che l'hanno siglata assieme a un gruppone di berlusconiani. Lo stesso presidente della Camera ha benedetto l'iniziativa, dicendo che «non è uno scandalo» parlare di immunità, anche perché essa è già prevista per i parlamentari europei. Eppure, meno di due settimane fa, la deputata del PdL Margherita Boniver aveva presentato una proposta di legge per chiedere la stessa cosa, e nessuno dei parlamentari del suo gruppo l'aveva seguita. «I tempi non sono maturi», spiegavano. Se in tredici giorni lo sono diventati, vuol dire che qualcosa si è mossa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certo, non sarà l'immunità parlamentare, i cui tempi di approvazione sono lunghissimi, né la possibile introduzione del lodo Alfano all'interno della Costituzione, a salvare Berlusconi dai processi. Almeno non in prima battuta. Questo è un lavoro che, nelle intenzioni del Cavaliere, dovrà essere fatto dalla legge sul processo breve o da qualche altra norma ordinaria. Che magari finirà bocciata dalla Consulta, ma garantirà tempo quanto basta per fare approvare un solido scudo costituzionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Segnali di disponibilità, ieri, sono arrivati persino da Pier Luigi Bersani. Il quale ha chiesto al PdL, come condizione per sedersi al tavolo e parlare di giustizia, di far sparire subito la proposta per il processo breve. Ovviamente Berlusconi gli risponderà picche e il segretario del Pd non cederà, perché non può permettersi di regalare altri voti ad Antonio Di Pietro, che con le elezioni regionali dietro l'angolo non aspetta altro. Il dialogo possibile, tra PdL e Partito democratico, non riguarda infatti la giustizia, ma l'assetto istituzionale. E qui la nomina di Luciano Violante a responsabile del Pd per la riforma dello Stato rappresenta una discreta garanzia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Violante, infatti, ha dato il nome alla bozza di legge approvata la scorsa legislatura in commissione Affari costituzionali, prima che il governo Prodi passasse a miglior vita e le Camere fossero sciolte. La bozza Violante prevede la riduzione dei parlamentari e la fine del bicameralismo perfetto (nasce il Senato federale, mentre la fiducia al governo la vota solo la Camera). Il premier ha il potere di nominare e revocare i ministri e viene ridotta la possibilità del governo di ricorrere ai decreti. L'opposizione ha la possibilità di far votare i suoi provvedimenti. Questo testo, ha detto ieri Fini, può diventare legge in pochissimi mesi. Bersani concorda e dice che il Pd è pronto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fronte berlusconiano, invece, è molto tiepido. Gli uomini del Cavaliere ritengono la bozza Violante «una riforma parziale e micragnosa». E fanno notare ai finiani che appiattirsi oggi su una riforma disegnata dal centrosinistra quando il PdL era minoranza non è un capolavoro di alta politica. Ciò nonostante, il Popolo della Libertà è disponibile a discutere della bozza Violante, a patto che essa sia considerata un punto di partenza, non d'arrivo, e che venga affiancata da una riforma costituzionale della giustizia. Più di questo, al momento, non si può ottenere. Ma il fatto che il segretario dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto, già gridi allo scandalo e parli di «prove tecniche di inciucio», vuol dire che forse qualcosa di buono ne può venire fuori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 25 novembre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-5723102216258340538?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/5723102216258340538'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/5723102216258340538'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/11/berlusconi-fini-e-bersani-riforme.html' title='Berlusconi, Fini e Bersani: riforme improbabili, ma possibili'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-8677922033009432069</id><published>2009-11-24T18:35:00.002+01:00</published><updated>2009-11-24T18:41:28.778+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pdl'/><title type='text'>Silvio Rocks</title><content type='html'>&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center; width: 326px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_wxOlyUEf3ac/SwwZxG65BpI/AAAAAAAAAJg/ZBSBXUCsLEY/s400/I-Cover-Rs74-Berlusconi.jpg" border="0" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5407725584027027090" /&gt;&lt;br /&gt;di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Born to be wild. Nato per essere selvaggio. Uno come Silvio Berlusconi lo devi mettere in competizione con Mick Jagger e Bruce Springsteen, mica con Dario Franceschini, che ti addormenti solo a guardarlo. Una vita da vera rockstar, quella del Cavaliere. «Piena di guai», proprio come cantava Vasco, e come le procure di Milano e Palermo possono confermare. «Una vita che non è mai tardi, di quelle che non dormi mai», se è vera solo la metà delle cose che si leggono nel libro di Patrizia D’Addario, dal quale l’ego machista del premier rischia di uscire ulteriormente rafforzato. «Più di una volta», scrive la escort raccontando la sua notte con Berlusconi, «spero si addormenti. Ma quando sembra che dorma, lì dove avete capito che gli piace di più farlo, con la testa fra le mie cosce, si riprende, corre in bagno, si butta sotto la doccia fredda e riparte». Se il mondo della politica ancora fatica a comprenderlo, quello della cultura di massa, che invece ha gli strumenti per farlo, il fenomeno l’ha capito benissimo: l’edizione italiana di Rolling Stone, bibbia mensile della musica rock, ha appena eletto Berlusconi star dell’anno, essendosi distinto nel corso del 2009 «per evidenti meriti dovuti a uno stile di vita per il quale la definizione di rock &amp;amp; roll va persino stretta». Il suo rivale «abbronzato», Barack Obama, si è dovuto inchinare, classificandosi secondo. Terzo Joseph Ratzinger, «ma solo perché ha fatto questo mese un disco con la Geffen», l’etichetta dei Nirvana dei tempi d’oro, spiega la rivista. Così la prossima copertina mostrerà il Cavaliere ritratto da Shepard Fairey, lo stesso che ha fatto il manifesto-simbolo della campagna elettorale di Obama, insomma l’Andy Warhol dei tempi nostri. Pensavamo di aver eletto un premier, ci troviamo tra le mani una vera icona pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il direttore di Rolling Stone, Carlo Antonelli, la spiega così: «Siamo ben fuori dal dispensare giudizi da destra o da sinistra. Siamo solo osservatori che constatano ciò che è avvenuto e avviene ogni giorno. I comportamenti quotidiani di Silvio, la sua furia vitale, il suo stile di vita inimitabile, gli hanno regalato, specie quest’anno, un’incredibile popolarità internazionale». Voglia di ironizzare sul premier? Di sicuro c’è anche quella, dato che tra le motivazioni del riconoscimento si legge che Neverland, la tenuta di Michael Jackson, «è una mansardina in confronto a Villa Certosa», e che il disegno di Fairey lo rappresenta nell’atto di strappare il tricolore. Ma c’è pure la consapevolezza che uno come lui non lo spieghi solo con le categorie della politica (e infatti i post-comunisti e i neo-bacchettoni di Repubblica ancora non capiscono come facciano gli italiani a votarlo, né lo capiranno mai). Insomma, Berlusconi difficilmente lo ammetterà, ma essere inserito tra le leggende del rock &amp;amp; roll lo inorgoglisce di brutto. A Pier Luigi Bersani e Gianfranco Fini, per dirne due a caso, non succederà mai.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così come è facile immaginare il ghigno del Caimano davanti a certi passaggi di “Gradisca, presidente”, il libro della D’Addario che lui ovviamente negherà di avere mai letto. Sentite qui che roba: «Sono molto più giovane di lui, e diciamo anche abbastanza esperta. Ma a tratti temo di non farcela a reggere i suoi assalti. Prende qualcosa? Me lo hanno chiesto molte volte. Non lo so, non ne ho avuto prova». Alzi la mano, tra i maschietti, chi non vorrebbe arrivare ai 73 anni con una simile certificazione di qualità. Da vera rockstar, anche in questo caso. Almeno quanto il suo quasi coetaneo James Brown, che cantava «Stay on the scene like a sex machine». Un modo di stare sulla scena che al Cavaliere riesce benissimo. Con la differenza che, da bravo sciupafemmine latino, il nostro sa essere dolce persino il mattino dopo: «Mi bacia molto anche durante la colazione, prende i dolci, li spezza e mi imbocca. Restiamo insieme quasi un’ora», scrive la escort. Roba da fidanzatini, e stai sicuro che c’è qualche milione di italiane che ogni giorno aspetta inutilmente simili gesti di affetto dal proprio marito. Se questo deve essere il libro che fa a pezzi Berlusconi, il rischio è che ne esca ancora più glorificato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora immaginate cosa può pensare uno così, che è riuscito a fare della sua vita un’opera d’arte postmoderna detestata da molti e ammirata da tanti, delle polemiche tra Giulio Tremonti e Renato Brunetta, o del simpatico ministro Gianfranco Rotondi, che a pochi mesi dalle elezioni si mette a parlare male della pausa pranzo, cioè una delle istituzioni sociali su cui si regge questo Paese. O quale opinione possa avere dei suoi avversari, che dinanzi a uno che ruba le copertine ai Rem e a Madonna fanno ancora di più la figura dei nanetti da giardino. Se ne frega, se va tutto bene. E se va male li tratta come fastidiosi impicci al suo disegno, che adesso per andare avanti ha bisogno di rimuovere il rischio di una condanna penale. The show must go on. E allora via rockeggiando verso il processo breve, il ritorno dell’immunità parlamentare, il lodo Alfano in versione costituzionale e ogni altra cosa che possa consentirgli di continuare a suonare indisturbato. Perché da quindici anni sul palcoscenico italiano c’è una sola star. Il pubblico ora lo applaude, ora s’incavola. Ma tutti gli altri stanno dieci passi indietro, e sono lì solo per fargli il coro. E il bello è che molti di loro non l’hanno nemmeno capito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 24 novembre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-8677922033009432069?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/8677922033009432069'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/8677922033009432069'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/11/silvio-rocks.html' title='Silvio Rocks'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_wxOlyUEf3ac/SwwZxG65BpI/AAAAAAAAAJg/ZBSBXUCsLEY/s72-c/I-Cover-Rs74-Berlusconi.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-7409221335307620437</id><published>2009-11-21T19:12:00.003+01:00</published><updated>2009-11-21T19:17:58.950+01:00</updated><title type='text'>La Roma alta e la Roma bassa</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non conosci Roma, e non puoi capire vicende come quella di Brenda, di Piero Marrazzo e di tutto quel mondo ricco e potente che è passato nei seminterrati bui di via Gradoli, se non sei mai stato sulla spiaggia di Capocotta. Qui nei mesi estivi, nude o quasi, signore della Roma bene prendono il sole leggendo gli ultimi titoli del catalogo Adelphi. Ogni tanto, qualcuna si alza pigra dal lettino e va a farsi un giro tra le dune dietro la spiaggia. Dove trova ad attenderla i figli del popolo, e tutti insieme mettono in scena l’unione dell’alto con il basso, meglio ancora se con l’infimo. A rispettosa distanza, Rolex al polso, tradizione vuole che il marito cornuto si goda la scena. La fusione tra l’oro patrizio e il sangue della plebe è il rituale più antico della capitale, che all’oro e al sangue deve i suoi colori. «Senato e popolo romano» erano le due gambe dell’urbe quando stava al centro del mondo. Lo sono ancora adesso che Roma non conta più nulla e che di oro ce n’è poco. Il sangue plebeo, in compenso, continua a scorrere abbondante. E quello di Brenda non sarà certo l’ultimo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È sulla spiaggia di Capocotta, a pochi metri dalla tenuta presidenziale di Castel Porziano, che all’età di appena sette anni la Repubblica italiana perde la sua innocenza. È la mattina dell’11 aprile del 1953. Un giovane manovale scopre sul bagnasciuga il corpo della ventunenne Wilma Montesi, scomparsa di casa due giorni prima. Indossa sottoveste e mutandine, qualcuno le ha tolto il reggicalze. Bella, con un fisico da maggiorata come si addice all’epoca. L’autopsia dirà che è morta vergine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si saprà mai come è andata davvero. Le indagini però si concentreranno su quello che avveniva nella tenuta di Capocotta del marchese Ugo Montagna. Qui uomini politici di alto livello, rampolli illustri, nobili di casa in Vaticano, ufficiali di polizia e altri servitori dello Stato si sarebbero intrattenuti assieme a ragazze disponibili in festini a base di coca e sesso. Wilma Montesi, figlia di un falegname, poco prima di morire avrebbe partecipato all’ultimo di questi happening riservati alla crema di Roma. Nel tritacarne, accusato di avere ucciso la ragazza, finisce un giovane musicista: Piero Piccioni. Il prezzo lo paga suo padre Attilio, democristiano e vicepresidente del consiglio, candidato a guidare il governo: per lui la carriera è finita, la sua corsa è fermata a un metro dal traguardo. Per il quarantacinquenne Amintore Fanfani la defenestrazione di Piccioni segna invece il momento del decollo. Tanto che tutti lo indicano come il “mazziere”, l’uomo che controlla i dossier dello scandalo politico-sessuale e indirizza le indagini dove vuole. Piero Piccioni poi risulterà innocente, e la storia dei festini nella villa di Montagna sarà ridimensionata dai processi. Ma intanto Fanfani non si ferma più. E l’innocenza di un’intera classe dirigente è perduta per sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo capiscono sulla loro pelle i comunisti, che affibbiano il termine di “capocottari” ai rivali democristiani e provano subito a cavalcare la pubblica indignazione. Uno di loro, soprattutto: l’avvocato penalista Giuseppe Sotgiu, esponente del Pci, presidente della provincia di Roma e grande accusatore al processo Montesi. Finché nel novembre del 1954, indagando sulla morte di Maria Teresa Montorzi detta “Pupa”, giovane prostituta morta per droga in circostanze sospette, il quotidiano filo-governativo Momento Sera scopre che Sotgiu e sua moglie sono habitué della casa di tolleranza di via Corridoni, in zona Prati, dove pagano ragazzi di entrambi i sessi per fare giochi erotici. E così si scopre che pure nel Pci di Palmiro Togliatti non si disdegna di sfruttare sessualmente i figli del popolo. Anche per Sotgiu, manco a dirlo, carriera finita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certo, a destra accade di peggio: c’è chi le figlie del popolo le ammazza. Come Giampiero Parboni Arquati, Gianni Guido e Angelo Izzo. Confusamente fascisti, impaccati di soldi, nel settembre del 1975 mettono in scena lo stupro di classe, con omicidio finale. “Rimorchiano” due ragazze di periferia, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez e, assieme al loro complice Andrea Ghira, le violentano e provano ad ucciderle. Con Rosaria ci riescono. Donatella però sopravvive e racconta all’Italia cosa è accaduto in quella villa del Circeo e cosa passa per la testa della meglio gioventù pariolina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il massacro del Circeo risponde a un cliché si sarebbe potuto replicare in ogni parte del mondo. Roba vista anche nei romanzi di Bret Easton Ellis. Quello che solo qui può accadere, invece, è che la “Roma bene” che più bene non si può e la Roma criminale, sporca e unta, si guardino da sempre con rispetto, si frequentino e si completino a vicenda. Che poi è uno dei tanti motivi che hanno spinto Pier Paolo Pasolini a interessarsi di questa città e dei suoi angoli più bui. In uno dei quali, sull’idroscalo di Ostia, il regista perderà la vita, ammazzato al termine di una serata e di anni trascorsi a cercare sesso a pagamento con i marchettari di borgata. Lui, il poeta contadino che odiava l’urbanizzazione, l’intellettuale più potente della sinistra, costretto ad amare e inseguire quei ragazzotti che la vita in città e due soldi in tasca avevano reso - parole sue - «sciocchi, presuntuosi, vanitosi, cattivi». Gente come Pino Pelosi, detto “la Rana”, che passò con lui l’ultima notte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo in una città come questa magistrati e poliziotti possono ritenere credibili, e seguire per anni, piste basate su frequentazioni tra i peggiori delinquenti della città, il politico cattolico più potente d’Italia e le somme gerarchie vaticane. L’idea che Giulio Andreotti avesse commissionato a Danilo Abbruciati (il “Nembo Kid” di Romanzo Criminale), Enrico De Pedis (il “Dandi”) e agli altri trucidi della banda della Magliana l’assassinio del giornalista Mino Pecorelli, compiuto nel marzo del 1979, ha retto per un quarto di secolo. Solo nel 2003 Andreotti è stato assolto dalla Cassazione - dopo una condanna in secondo grado a 24 anni - dall’accusa di essere il mandante. Ipotesi che sarebbe stata subito liquidata come fantapolitica ovunque, ma non qui. E solo all’ombra del cupolone possono essere prese sul serio rivelazioni secondo le quali nel 1983 monsignor Paul Casimir Marcinkus - all’epoca presidente dello Ior, la banca del Vaticano - avrebbe fatto rapire Manuela Orlandi usando la solita manovalanza della Magliana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché chi cerca le prove degli intrecci più indecenti e incredibili qui a Roma le trova. Come la tomba di De Pedis collocata all’interno della centralissima basilica di Sant’Apollinare, per imperscrutabile decisione del cardinale Ugo Poletti. Il boss della mafia romana sotto l’immagine della Madonna: migliore metafora dell’eccelso e dell’infimo, che in questa città si toccano da millenni e per l’eternità, non si potrebbe trovare. Per questo il via-vai nel mondo oscuro di via Gradoli da parte della Roma altolocata, che in queste ore si nasconde impaurita, non è nulla di nuovo né può stupire. A Roma si è visto di molto peggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 21 novembre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-7409221335307620437?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/7409221335307620437'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/7409221335307620437'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/11/la-roma-alta-e-la-roma-bassa.html' title='La Roma alta e la Roma bassa'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-7379439236551173174</id><published>2009-11-13T19:50:00.002+01:00</published><updated>2009-11-13T19:54:42.821+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pdl'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Giustizia'/><title type='text'>Il caso Cosentino rompe la tregua tra Berlusconi e Fini</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tregua fragile appena raggiunta da Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, suggellata dal testo di legge sul processo breve, scricchiola e minaccia di rompersi davanti alla candidatura di Nicola Cosentino. Il sottosegretario all’Economia, per il quale un gip di Napoli ha inviato a Montecitorio la richiesta d’arresto per concorso esterno in associazione camorristica, ha confermato di voler correre come presidente della Campania, nonostante il veto di Fini. Intenzione ribadita ieri sera dopo un colloquio di mezz’ora con il presidente del Consiglio. «Sono convinto che Cosentino non sarà candidato e Berlusconi condivide l’idea che sia inopportuno candidarlo», aveva detto mercoledì sera il presidente della Camera. Ventiquattro ore dopo, uscito da palazzo Grazioli, Cosentino ha fatto capire che le cose non stanno proprio così. «Mantengo la mia candidatura. Berlusconi ne ha preso atto», ha riferito il sottosegretario. Va da sé che, se il Cavaliere avesse voluto, avrebbe potuto fermarlo con un gesto. Ma non lo ha fatto, e per Fini e i suoi questo ha il sapore di una dichiarazione di guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure il disegno di legge presentato ieri in Senato dal Popolo della libertà per introdurre il processo breve - e cavare il premier fuori dai guai giudiziari - sembrava aver suggellato un equilibrio, per quanto precario, tra Berlusconi e Fini. Intanto perché il testo, a conti fatti, è meno imbarazzante di quanto ci si potesse aspettare. Molto meno brutto, sicuramente, di quanto voglia far credere la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro, che ieri ha fatto la scena madre davanti ai giornalisti, sbattendo il testo del provvedimento su una porta e sostenendo che «processi come Eternit, Thyssen, Cirio e Parmalat andranno al macero». Vivaiddio, non è così. Intanto la norma si applica solo nei casi in cui la pena prevista «è inferiore nel massimo ai dieci anni di reclusione», e già questo fa salvi i processi per i crac Cirio e Parmalat. La legge non intacca poi i processi ai recidivi né quelli per un lungo elenco di reati che possono prevedere una pena inferiore ai dieci anni, come la circonvenzione di incapaci, la pornografia minorile e il traffico di rifiuti. Niente accadrà nemmeno al caso Thyssen e a tutti gli altri processi simili, poiché le violazioni delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro sono escluse dall’applicazione della norma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se poi, durante l’esame del testo in Parlamento, dovessero emergere ambiguità, la maggioranza può sempre migliorarlo, facendo chiarezza sulle zone grige. Cosa che infatti non esclude Gaetano Quagliariello, secondo firmatario del disegno di legge. Il vice-capogruppo del PdL assicura a Libero che quella presentata ieri «non è una legge speciale, ma una legge parlamentare come tutte le altre, e come tale avrà il suo iter». Anche se, avverte, non saranno ammessi stravolgimenti: «È una legge sulla quale si è riflettuto, e se si riflette molto nella fase iniziale gli spazi di riflessione successiva si riducono».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Soprattutto, oltre a non essere così brutta, la legge presentata ieri è ritenuta necessaria da chi, pur non reputando Berlusconi un santo, crede che sia stato oggetto di un particolare accanimento da parte delle procure. Specie da quando ha deciso di entrare in politica. E tra chi la pensa così c’è lo stesso Fini, che pure avrebbe più di un motivo per provare a dare la spallata finale al Cavaliere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Proprio perché la situazione è così delicata, la legge rappresenta un piccolo miracolo di equilibrismo. Come ha detto il finiano Italo Bocchino, vicecapogruppo del PdL alla Camera, quello presentato ieri «è il testo rispetto al quale c’è stata una convergenza tra Berlusconi e Fini nel colloquio dell’altro giorno». E l’ex leader di An aveva garantito che, se il testo non fosse cambiato, l’accordo avrebbe retto. Certo, dentro quelle otto pagine il presidente della Camera e i suoi hanno trovato una sorpresa che non hanno gradito: in ossequio alla Lega, tra i reati che non potranno approfittare del processo breve ci sono quelli per immigrazione clandestina. Norma che i finiani definiscono «ridicola» e che non escludono di cancellare in Parlamento. Ma che ritengono, tutto sommato, «una sbavatura che non produrrà conseguenze politiche sull’intero disegno disegno di legge». Insomma, non sarà quello il problema.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il problema rischia invece di essere Cosentino. Che in questa fase tra lui e Berlusconi ci sia un gioco delle parti è cosa chiara a tutti, Fini per primo. Il premier non ha dato a Cosentino alcuna investitura ufficiale, ma lo stesso si può dire, al momento, di tutti i candidati del centrodestra alle regionali. Può staccargli la spina quando vuole, ma intanto non lo fa e non è detto che lo faccia. Anche da questo si capisce che Berlusconi è stanco di farsi imporre le scelte dagli alleati, dalla magistratura e dal Quirinale. La necessità di ottenere una legge che lo metta al riparo dai processi, per ora, lo costringe a tenere a freno i suoi istinti. Ma la voglia di far saltare il tavolo e tornare al voto è sempre più forte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 13 novembre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-7379439236551173174?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/7379439236551173174'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/7379439236551173174'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/11/il-caso-cosentino-rompe-la-tregua-tra.html' title='Il caso Cosentino rompe la tregua tra Berlusconi e Fini'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-4797292629666905878</id><published>2009-11-11T19:42:00.002+01:00</published><updated>2009-11-11T19:48:52.781+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pd'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Giustizia'/><title type='text'>Le ragioni della tregua armata tra Berlusconi e Fini</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certo, non è finita proprio come voleva Silvio Berlusconi, ma al Cavaliere poteva andare peggio. Anche se i due si detestano, l’accordo politico con Gianfranco Fini per evitare al premier di subire una condanna di primo grado nel giro di pochi mesi è stato trovato. L’intesa è già definita, almeno quanto basta per presentare in tempi rapidissimi il disegno di legge che il Parlamento dovrà poi approvare a tappe forzate. Non è un caso, comunque, che il cammino del provvedimento inizi al Senato, cioè nella Camera in cui Berlusconi ripone più fiducia, che poi è anche quella non presieduta da Fini. E non è un caso nemmeno che, prima di decidere con l’ex leader di An (e con Umberto Bossi) le candidature per le regionali, il leader del PdL voglia assicurarsi di portare a casa il provvedimento che lo toglie dalle grinfie dei magistrati. Insomma, il rapporto umano tra i due è rovinato e difficilmente potrà essere ricomposto, ma la reciproca convenienza costringe Silvio e Gianfranco ad andare ancora a braccetto. Anche perché il provvedimento sulla giustizia che hanno concordato ieri sarà chiamato a superare diversi scogli, primi tra tutti la guerra aperta dei magistrati e le perplessità del Quirinale. E allora il logoratissimo asse Berlusconi-Fini dovrà reggere ancora una volta. Forse l’ultima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In estrema sintesi, la legge in cantiere prevede per il processo penale una durata massima di sei anni: due per ogni grado di giudizio. Passati due anni senza che sia arrivata la sentenza, il processo si estinguerà e l’imputato non potrà più essere processato per quel reato. Anche se non si tratta della riduzione secca dei tempi di prescrizione, alla quale Fini si è opposto, gli effetti pratici non dovrebbero poi così diversi, almeno nel caso del processo Mills. Per evitare un’amnistia mascherata, il campo d’applicazione della legge è stato ristretto il più possibile: a beneficiarne saranno solo gli incensurati sotto processo per reati non gravi (niente mafia, terrorismo e rapine insomma, e si spera che anche gli accusati di stupro non possano approfittarne). La norma varrà pure per i processi pendenti, purché siano nella fase di primo grado. Inutile dire che le vicende del premier ricadono tra quelle oggetto della legge. Per rendere il tutto più presentabile, è previsto lo stanziamento di nuovi fondi per la giustizia: a Berlusconi il compito di convincere Giulio Tremonti a mettere mano al portafogli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A conferma del fatto che dietro c’è l’impegno ufficiale di tutto il partito, il disegno di legge sarà firmato dai capigruppo del PdL o addirittura da tutti i senatori azzurri. L’idea è quella di approvare il testo entro Natale a Palazzo Madama, per poi vararlo a Montecitorio entro i primi di febbraio. Se al Senato l’atmosfera è tranquilla, lo stesso non si può dire della Camera, dove si dà per scontato che Fini, regolamento alla mano, darà il via libera per sottoporre il testo a voto segreto. E qui si capirà quanto forti sono ancora i mal di pancia dei finiani nei confronti di una legge che, fosse stato per loro, non sarebbe mai stata presentata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’arma con cui Berlusconi conta di convincere alleati interni ed esterni al PdL sono le candidature alle regionali. Destinate a restare nel limbo sin quando il Cavaliere non avrà certezza del buon esito del provvedimento sulla giustizia. Due personaggi molto cari a Fini, Renata Polverini e Pasquale Viespoli, sono in corsa per candidarsi, rispettivamente nel Lazio e in Campania, dove le chances di vittoria appaiono alte. Uno dei due dovrebbe essere il candidato del PdL, ma occorrerà il via libera di Berlusconi. Che certo non sarà regalato. Anche la Lega non fa salti di gioia davanti alla legge voluta dal premier, ma le trattative per le candidature al Nord sono talmente promettenti che non vale la pena di mettersi di traverso. Il Carroccio ha chances di portare a casa l’accoppiata Veneto-Piemonte o, in alternativa, la candidatura per la Lombardia: ipotesi che potrebbe avverarsi se Massimo D’Alema, candidato ufficiale del governo italiano, non riuscisse a diventare commissario europeo. In questo caso l’incarico a Bruxelles potrebbe andare a Franco Frattini, che lascerebbe la poltrona di ministro degli Esteri. Per la quale uno dei candidati naturali è Roberto Formigoni, attuale governatore lombardo. Insomma, quando si ha a portata di mano un buon risultato alle regionali il modo di mettersi d’accordo si trova. Berlusconi lo ha fatto capire anche all’Udc. Anzi, a Pier Ferdinando Casini ha offerto più di un ministero in cambio del suo rientro nella maggioranza. Casini nicchia, preferisce la politica dei due forni, ma intanto fa sapere che è disposto a trattare sulla legge che accorcia la durata dei processi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal Pd di Pier Luigi Bersani non ci si attende nulla, essendo sottoposto alla concorrenza elettorale dei giustizialisti dell’Idv. E nulla ci si attende anche dall’incontro che la consulta del PdL avrà oggi con i vertici dell’Anm. Sia il sindacato unico delle toghe sia il loro organo di autogoverno, il Csm, sono sulle barricate, e la legge in arrivo non rasserenerà gli animi. Resta il Quirinale. Gli uomini del Cavaliere ostentano sicurezza. Sono convinti che Giorgio  Napolitano, davanti al testo concordato da Berlusconi  e Fini, non potrà mettersi di traverso, e fanno capire che il dialogo con il Colle sul nuovo provvedimento è già iniziato. Il presidente della Repubblica, però, prima di sbilanciarsi vuole studiare bene la legge in tutti i suoi aspetti. Non sono escluse sorprese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato l'11 novembre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-4797292629666905878?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/4797292629666905878'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/4797292629666905878'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/11/le-ragioni-della-tregua-armata-tra.html' title='Le ragioni della tregua armata tra Berlusconi e Fini'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-1052779081037372010</id><published>2009-11-08T19:00:00.000+01:00</published><updated>2009-11-08T19:00:00.451+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pd'/><title type='text'>La strategia del gufo</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se dopo il terzo cuoco in un anno ancora non si capisce se il Pd sia un piatto vegetariano o una bistecca, nouvelle cuisine o pietanza da osteria, forse il problema non è nel nome di chi sta ai fornelli, si chiami Walter Veltroni, Dario Franceschini o - da ieri - Pier Luigi Bersani. Forse il problema è l’idea in sé: il Pd non si sapeva cosa fosse quando è stato fatto e continua ad essere oggetto incomprensibile ancora oggi. A questa conclusione deve essere arrivato anche Bersani, se è vero che ha deciso di rimodellare il Pd facendone l’ennesima incarnazione del Pds. La sua ammissione secondo cui l’addio di Francesco Rutelli non lascia «fronti scoperti» fa capire che i cattolici, nel progetto del nuovo segretario, hanno una funzione poco più che decorativa. Per quelli che, a differenza di Rosy Bindi, rivendicano autonomia di pensiero rispetto agli ex di Botteghe Oscure, la porta è lì: liberi di accomodarsi fuori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Basta questo salto all’indietro a dare senso al partito? Purtroppo per Bersani - e per fortuna del PdL, che così continuerà a campare di rendita sulle disgrazie altrui - no. Sia perché i tempi sono cambiati, sia perché la forza politica del Pci, ma anche quella di un grande partito riformista di centro-sinistra, il Pd se la sogna. E ieri lo si è capito benissimo, da quello che Bersani ha detto e dai suoi silenzi.&lt;br /&gt;Dire che la giustizia italiana è lenta e va riformata, come ha fatto lui, è una ovvietà: i tre milioni di procedimenti penali e i cinque milioni di cause civili pendenti parlano da soli. Ma parte delle responsabilità di questo sfascio, secondo Bersani, può essere addebitata alla magistratura oppure no? È lecito parlare di separazione delle carriere e riforma del Csm oppure si tratta di «norme punitive», come sostiene il sindacato unico dei magistrati? In altre parole: il Pd di Bersani è forte abbastanza da liberarsi dell’ipoteca delle toghe? Quanta paura ha di scoprirsi sul fianco giustizialista, lasciando spazio all’Italia dei Valori? Il poco che si è capito dal “discorso programmatico” di ieri autorizza a credere che la forza sia poca e la paura tanta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nebbia fitta anche sul capitolo welfare, con il neo-segretario in bilico tra ricette interventiste e (rare) suggestioni liberiste. Bersani ieri ha detto che c’è «la necessità di uno sguardo di prospettiva sull’impianto del sistema pensionistico alla luce dei suoi effetti sulle nuove generazioni». Allude a una riforma delle pensioni? Parrebbe, ma allora perché non lo dice in italiano? Anche lui, come i suoi predecessori, ha paura del sindacato? Quando annuncia di voler trovare un posto fisso ai precari, intende cestinare pure l’odiato ma necessario pacchetto Treu, che nel 1997 - con Romano Prodi premier e un certo Bersani ministro dell’Industria - introdusse il lavoro interinale in Italia? E visto che, come avverte lui stesso, «molte piccole e medie aziende non hanno fiato sufficiente per una crisi lunga», che ne sarebbe di queste se non potessero più dosare la forza lavoro a seconda dell’andamento del mercato?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poche idee ma confuse pure sul fronte internazionale. Il Bersani politicamente corretto ieri ha detto che chi parlava di «scontro delle civiltà» è stato smentito dai fatti. Subito dopo, però, il Bersani realista ha aggiunto che negli ultimi anni sono apparse «nuove fratture, come quella intervenuta tra occidente e mondo islamico»: proprio quello che sostengono Samuel Huntington e gli altri teorici del «clash of civilizations». Il povero iscritto al Pd è autorizzato a non capirci nulla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fine, l’unica cosa sicura è che Bersani, forse perché consapevole della debolezza del suo partito, conta sulla crisi economica per mettere alle corde Berlusconi: «La crisi non è psicologica, non è una nuvola passeggera, non l’abbiamo alle spalle. Pretendiamo che il governo si rivolga al Parlamento e al paese con un’analisi realistica». Ma “gufare” rischia di essere una strada che porta poco lontano. Anche perché l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha appena certificato che l’Italia è il Paese industrializzato che si sta riprendendo meglio dalla crisi. Dati di dominio pubblico, usciti due giorni fa, ma che il nuovo leader del Pd ha fatto finta di non vedere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certo, pesa anche lo spessore politico di Bersani. Che è quello di un apparatnik diligente, un bravo amministratore locale, che però un paio di lustri fa non sarebbe mai potuto arrivare alla guida del primo partito di sinistra. Colpa del serial killer Silvio Berlusconi, che uno dopo l’altro ha fatto fuori tutti quelli che in graduatoria stavano davanti al suo nuovo avversario. Adesso in prima fila c’è Bersani, e dovrà stare attento a non fare la stessa fine di chi lo ha preceduto. Le elezioni regionali sono dietro l’angolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato l'8 novembre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-1052779081037372010?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/1052779081037372010'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/1052779081037372010'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/11/la-strategia-del-gufo.html' title='La strategia del gufo'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-783314528325075256</id><published>2009-11-06T15:37:00.002+01:00</published><updated>2009-11-06T15:47:27.212+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sicurezza'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pd'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sinistra italiana'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pdl'/><title type='text'>Le ragioni dei poliziotti, i torti della sinistra</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come &lt;a target="_blank" href="http://www.youtube.com/watch?v=S_TbEufLqow"&gt;nei vecchi film di Fantozzi&lt;/a&gt;, alla fine la polizia si è incazzata davvero. Solo che stavolta non c’è niente da ridere. Le richieste degli addetti alla sicurezza sono sacrosante e il governo dovrà tenerne conto, anche perché i risultati ottenuti nella lotta alla criminalità si debbono soprattutto al lavoro di poliziotti e carabinieri sottopagati. Chi invece avrebbe buoni motivi per tacere sono i vertici del Pd. Pier Luigi Bersani può permettersi di esprimere «solidarietà» ai poliziotti incavolati per la «situazione pessima» nella quale si trovano solo perché nessuno gli ricorda in pubblico quello che lui sa già benissimo: e cioè che questa «situazione pessima» porta innanzitutto la firma del governo Prodi, nel quale lui era ministro per lo Sviluppo economico. È a quell’esecutivo, infatti, che si deve il contratto in vigore, scaduto nel 2007 e lasciato marcire prima dallo stesso Prodi (malgrado le promesse), quindi dall’esecutivo Berlusconi. Contratto che prevedeva un aumento effettivo di appena 5 euro al mese. Quelli economici, peraltro, non sono gli unici schiaffi che la polizia ha ricevuto dal centrosinistra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’opposizione che ora cavalca giuliva la manifestazione dei poliziotti dello scorso 28 ottobre era al governo durante le altre tre grandi manifestazioni nazionali degli agenti. La prima avvenne nel 1999, portò in piazza diecimila agenti e fu indetta dai sindacati di polizia assieme ai Cocer di carabinieri e finanza, per protestare contro l’esecutivo di Massimo D’Alema, che aveva messo sul piatto un aumento per il rinnovo del contratto pari a 18mila lire. La seconda volta fu nel dicembre del 2006: stavolta il mal di pancia era dovuto ai 5 euro di aumento stanziati da Prodi. Per strada scesero in trentamila, e oltre alle rivendicazioni economiche gridavano slogan come «Via i terroristi dal Viminale» e «Terroristi deputati, poliziotti disgustati» (il perché lo vedremo tra poco). Prodi e i suoi ministri se ne fregarono e imposero lo stesso quello che ancora ieri un dirigente di polizia ha definito «il contratto più umiliante della nostra storia».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il governo dell’Unione, però, in quell’occasione aveva fatto una promessa: la Finanziaria 2008 avrebbe garantito i soldi per un congruo rinnovo del contratto successivo, quello del biennio 2008-2009, tenendo conto anche della specificità del lavoro dei poliziotti. Che vuol dire riconoscere compensi adeguati per i servizi notturni, quelli esterni, i festivi lavorati e le operazioni di ordine pubblico. Per capirsi: se un agente lavora sotto copertura, è alle prese con un inseguimento o deve aspettare che gli ultrà della curva si calmino prima di farli uscire dallo stadio, non può staccare il lavoro come qualunque impiegato. È costretto a tirare avanti, magari per giorni interi. Solo che tutto questo lavoro “extra”, di fatto, negli ultimi anni non è stato mai pagato, perché sono mancati i soldi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Appena la Finanziaria 2008 arrivò in Parlamento, gli agenti poterono rendersi conto conto di quanto valessero le promesse del governo Prodi: non un euro per il rinnovo del contratto, non un euro per la specificità del loro lavoro, non un euro per il riordino delle carriere, anch’esso atteso da anni. Così, nel dicembre del 2007, i poliziotti scesero di nuovo in piazza. Inascoltati come prima, più arrabbiati e più numerosi di prima: stavolta erano in centomila. Anche perché, a conti fatti, Prodi aveva tagliato il bilancio annuale delle forze di polizia per 1,6 miliardi. E i suoi non erano tempi di vacche magre, come quelli attuali, ma tempi di “tesoretti”, di miliardi di extra-gettito da spendere. Non per i poliziotti, però. Così si è giunti al punto che, quando i buoni-benzina scarseggiano - è successo a Roma - gli agenti delle volanti sono costretti ad anticipare di tasca loro i soldi per il pieno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A rendere ancora più mortificante il trattamento ricevuto dal centrosinistra c’era la presenza al ministero dell’Interno, in qualità di assistente particolare del sottosegretario rifondarolo Francesco Bonato, dell’ex terrorista rosso Roberto Del Bello, finito in carcere nel 1981 e condannato per banda armata - con sentenza definitiva - a quattro anni e sette mesi. Assieme alla elezione alla Camera di Sergio D’Elia, ex dirigente di Prima Linea, che aveva scontato dodici anni di carcere perché condannato, in base alle leggi anti-terrorismo dell’epoca, per concorso nell’omicidio di un giovane poliziotto, avvenuto nel 1978. Tutte cose che non fanno piacere a chi rischia la vita per strada in cambio di 1.300 euro al mese. Tutte cose che i poliziotti non hanno dimenticato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 6 novembre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-783314528325075256?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/783314528325075256'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/783314528325075256'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/11/le-ragioni-dei-poliziotti-i-torti-della.html' title='Le ragioni dei poliziotti, i torti della sinistra'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-7970870909504952615</id><published>2009-11-05T15:00:00.000+01:00</published><updated>2009-11-05T15:00:06.072+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stati Uniti'/><title type='text'>Alla Casa Bianca la sbornia è finita</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Farsi assegnare il Nobel per la Pace dal vetusto comitato norvegese senza aver fatto ancora nulla di pacifista era stato facile. Molto più complicato, per Barack Obama, spingere gli operai della Virginia e i portuali del New Jersey a votare per i “suoi” candidati democratici. E infatti proprio questi due Stati, chiamati alle urne nei giorni scorsi, hanno mandato al presidente americano e al mondo un messaggio molto chiaro: il momento magico di Obama è terminato, ora anche lui è un politico come gli altri, capace di prendere sonore batoste. Spendere il suo nome e la sua faccia non è più sinonimo di vittoria sicura, come hanno scoperto a loro spese i candidati governatori democratici Creigh Deeds e Jon Corzine. Sconfitti malgrado la Virginia, nelle presidenziali dello scorso anno, avesse votato a valanga per Obama, e nonostante il presidente americano avesse fatto campagna elettorale nel New Jersey per Corzine. Tutto inutile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un voto locale, insomma, ma dal significato politico evidente: la sbornia è finita, Obama non è più valutato degli elettori sulle promesse e sui suoi sorrisi tutti uguali, ma sulla base di quello che fa. Si è capito che il cambiamento, il «change we need» con cui si era fatto eleggere, se mai avverrà non apparirà d’incanto. Ed è naturale che a essere messa sotto accusa sia innanzitutto la “Obanomics”, la  dottrina economica del presidente, che sinora ha prodotto grande aumento nella spesa pubblica con risultati impalpabili su occupazione e crescita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I segnali d’allarme, per la Casa Bianca, sono tanti. Il primo, appunto, è che - nonostante la sua amministrazione adesso si chiami fuori dalla mischia - il presidente aveva scommesso eccome sulla vittoria dei democratici. Soprattutto nel New Jersey, dove era apparso in tre occasioni - l’ultima domenica scorsa - accanto a Corzine, governatore uscente, che Obama aveva definito un suo «partner» nella speranza di farlo brillare di luce riflessa. «Non perderemo questa elezione se vi impegnerete tutti come faceste lo scorso anno», aveva arringato il presidente. Che aveva anche prestato volto e voce per alcuni spot in favore del candidato. Quanto alla Virginia, il fatto che lo scorso anno Obama fosse stato il primo democratico in 44 anni a vincere da quelle parti dava buoni motivi di speranza. La vittoria del repubblicano Bob McDonnell con il 59% dei voti chiude ogni discorso e fa capire che il voto del 2008 era stato un’eccezione, irripetibile per chissà quanto tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il secondo problema serio, per Obama e i democratici, sono gli elettori indipendenti. Alle presidenziali di un anno fa si erano schierati per l’uomo dei miracoli. Stavolta molti di loro non sono andati alle urne, e quelli che l’hanno fatto, secondo gli exit poll, hanno scelto in maggioranza i candidati repubblicani. Mentre i giovani hanno disertato: sia in Virginia che in New Jersey gli elettori al di sotto dei 30 anni che si sono presentati ai seggi sono stati la metà rispetto allo scorso anno, quando contribuirono alla vittoria di Obama. Segno che l’elettorato d’opinione condivide sempre meno le scelte del presidente in carica. La sua politica sociale basata sul “big government”, il ritorno allo Stato assistenzialista, potrà piacere a una parte dei democratici e a certe fasce sociali, ma lascia fredda gran parte degli elettori americani. I conservatori lo sanno e hanno calcolato che Obama, in un solo anno, ha approvato interventi di spesa pubblica maggiori di quelli decisi dall’ultimo presidente democratico, Bill Clinton, nei suoi otto anni di permanenza alla Casa Bianca. E se è vero che la politica estera era argomento ben lontano dalle elezioni appena svolte, è vero pure che l’appannamento dell’immagine di Obama è dovuto anche alla sua incapacità di risolvere il conflitto in Afghanistan, sulla cui risoluzione ha puntato molto, e alla mancanza di svolte importanti in tutte le altre zone calde del mondo in cui gli Stati Uniti sono protagonisti, dall’Iraq al Medio Oriente a Guantanamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Terza brutta notizia per l’amministrazione Obama: il partito repubblicano non è al tappeto. Disorganizzato sì, e lo si è visto nel distretto elettorale 23 a nord di New York, al confine con il Canada. Qui il “Grand old party”, in una elezione suppletiva, si è diviso tra due candidati, Dede Scozzafava e Doug Hoffman. La prima, repubblicana ma favorevole all’aborto, si è ritirata dalla corsa a pochi giorni dal voto, invitando i suoi elettori a votare per il democratico Bill Owens; e comunque il nome della Scozzafava, che era presente sulla scheda, ha preso il 5% dei voti. Tanto è bastato a trasformare la vittoria certa dei repubblicani in una sconfitta per tre punti percentuali. Nonostante queste lacerazioni - per nulla nuove - sui temi etici, i repubblicani, un anno dopo aver lasciato la Casa Bianca a Obama,  hanno mostrato di potersi prendere subito le loro rivincite.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Soprattutto, la sconfitta incassata dai candidati di Obama fa sperare bene per il prossimo anno, quando si voterà per eleggere 36 membri del Senato, dove oggi i democratici controllano 60 voti (inclusi quelli di due senatori indipendenti) contro i 40 dei repubblicani: una maggioranza qualificata che consente al partito di Obama di neutralizzare ogni tentativo di ostruzionismo da parte  dell’opposizione. Le 36 poltrone in palio nel 2010 sono divise in modo equo tra democratici e repubblicani. Questi ultimi contano di strappare qualche seggio agli avversari per ridurre le distanze e poter tornare a fare ostruzionismo. Tanto basterebbe a rendere la vita di Obama assai più complicata. Un obiettivo che da ieri appare molto meno lontano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 5 novembre 2009.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Post scriptum. Per gli interessati, indispensabile l'analisi del voto di &lt;a target="_blank" href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704013004574515652271599392.html?mod=djemEditorialPage"&gt;Karl Rove sul Wall Street Journal&lt;/a&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-7970870909504952615?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/7970870909504952615'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/7970870909504952615'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/11/alla-casa-bianca-la-sbornia-e-finita.html' title='Alla Casa Bianca la sbornia è finita'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-566090597133240610</id><published>2009-11-03T15:55:00.002+01:00</published><updated>2009-11-03T15:59:36.472+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Epistemologia e Scienza'/><title type='text'>Scienziati contro Darwin</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fosse una ipotesi scientifica come le altre, l’evoluzionismo sarebbe finito già da tempo, se non nell’obitorio della scienza, quantomeno nel reparto dei malati gravi, viste le tante discordanze che le conseguenze di questa teoria hanno con l’osservazione empirica. Ma l’evoluzionismo non è più una teoria qualunque, da sottoporre a rischio di falsificazione, come richiesto dall’epistemologo Karl Popper per distinguere ciò che è scienza da ciò che non lo è. Esso è un dogma al quale si può aderire solo mediante atto di fede. Una metafisica, insomma. Proprio come quel “creazionismo” che degli evoluzionisti è il grande nemico. Con la differenza che chi difende l’ipotesi della creazione di solito lo fa con la Bibbia in mano, e non pretende di parlare in nome della scienza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La stessa comunità scientifica è tutt’altro che concorde con le ipotesi sviluppate da Charles Darwin nell’"Origine delle specie". La novità è che molti di questi scienziati adesso iniziano a rendere pubbliche le loro critiche. Un libro importante uscirà nei prossimi giorni per le Edizioni Cantagalli. Si intitola (e il titolo già dice tutto) "&lt;a target="_blank" href="http://www.edizionicantagalli.com/cgi-bin/catalogo/index_catalogue.pl?type_simple_search=title&amp;amp;text_simple_search=Evoluzionismo"&gt;Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi&lt;/a&gt;", ed è stato curato da Roberto de Mattei, vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Il volume, che Libero ha potuto leggere in anteprima, raccoglie gli interventi tenuti in un convegno a porte chiuse che si è svolto a Roma lo scorso febbraio nella sede del Cnr. Un’occasione che ha visto a confronto biologi, paleontologi, fisici, genetisti, chimici, biologi e filosofi della scienza di livello internazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tesi illustrata 150 anni da Darwin e portata avanti dai suoi epigoni è riassumibile in tre assiomi. Primo: «Tutti gli esseri organici che hanno vissuto su questa terra sono derivati da una singola forma primordiale, nella quale la vita è stata per la prima volta infusa» (come scritto dallo stesso Darwin nell’"Origine delle specie"). Secondo: la selezione naturale è stata «il più importante, anche se non esclusivo, strumento di modificazione» attraverso il quale le forme di vita più complesse si sono evolute da quelle più semplici. Terzo, non esiste alcun “progetto”: le mutazioni sono casuali e alcune rendono certi individui più adatti alla sopravvivenza; trasmettendole ai loro eredi, rendono possibile l’evoluzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un corpus teorico che, secondo i documenti che il Cnr sta per rendere pubblici, fa acqua da tutte le parti. Il fisico tedesco Thomas Seiler mette il darwinismo alla prova della seconda legge della termodinamica, secondo la quale l’entropia, che può essere definita come il caos in natura, non può mai diminuire. E «l’ipotetico emergere della vita da processi materiali indiretti, come suggerito dalla teoria evoluzionistica, non è conforme» a questa legge. Ma anche «la successione di piccole variazioni genetiche che portano alla costruzione di un organo completamente nuovo tramite selezione naturale», prevista dal darwinismo, «è una processo da escludere di entropia decrescente». Non a caso, nota Seiler, malgrado siano stati descritti più di 1,3 milioni di tipi di animali, «nessun organismo mostra segni di essere in evoluzione verso una complessità maggiore. Come previsto, l’entropia biologica non sta diminuendo». Insomma, la fisica stessa si ribella all’ipotesi darwiniana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’evoluzionismo presuppone inoltre lunghissimi tempi geologici, nei quali - come affermano i suoi sostenitori, «l’impossibile diviene possibile, il possibile probabile e il probabile virtualmente certo». La sequenza degli strati dei fossili marini, ad esempio, secondo i darwinisti confermerebbe processi durati milioni di anni. Ma il paleontologo francese Guy Berthault sostiene che, calcolato con nuovi metodi più attendibili, il periodo di sedimentazione dei fossili si rivela assai più breve di quanto creduto sinora e il tempo degli sconvolgimenti geologici si accorcia drasticamente. Tanto da essere «insufficiente per l’evoluzione delle specie, come risulta concepita dai sostenitori dell’ipotesi evoluzionista».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dominique Tassot, che in Francia dirige il Centre d’Etudes et de prospectives sur la Science, invita a non confondere tra «micro-evoluzione» e «macro-evoluzione». Nel primo caso rientrano le mutazioni adattative accertate, che riguardano caratteri secondari come il colore, lo spessore della pelliccia di un animale, l’altezza, la forma del becco e così via. Ma «è paradossale», sostiene, «estendere il significato della parola “adattamento” per indicare l’evoluzione di nuovi organi del corpo», come «il passaggio dalle squame alle piume o dalle pinne alle zampe», esempi di macro-evoluzione: fenomeno «che manca di qualsiasi verifica empirica o di base teorica».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il genetista polacco Maciej Giertych sottolinea che «siamo a conoscenza di molte mutazioni che sono deleterie» e anche «di mutazioni biologicamente neutrali», ma le cosiddette «mutazioni positive», che consentirebbero l’evoluzione delle specie, «sono più un postulato che una osservazione». L’esempio che più di frequente viene fatto, l’adattamento di certe erbacce al diserbante atrazina, «in nessun modo aiuta a sostenere la teoria dell’evoluzione», perché si tratta di un adattamento «positivo soltanto nel senso che protegge funzioni esistenti», ma «non fornisce nuova informazione, per nuove funzioni o organi». A conti fatti, secondo Giertych, «l’evoluzione dovrebbe essere presentata nelle scuole come un’ipotesi scientifica in attesa di conferma, come una teoria che ha sia sostenitori che oppositori. Per di più, sia gli argomenti a favore della teoria che quelli contrari dovrebbero essere presentati in modo imparziale».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La verità, banale e meravigliosa allo stesso tempo, è che, come scrive de Mattei, «dal punto di vista della scienza sperimentale, entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionista che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 3 novembre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-566090597133240610?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/566090597133240610'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/566090597133240610'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/11/scienziati-contro-darwin.html' title='Scienziati contro Darwin'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-4018170747524935400</id><published>2009-11-01T09:38:00.001+01:00</published><updated>2009-11-01T09:40:44.758+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Giustizia'/><title type='text'>Il caso Cucchi e l'inspiegabile sortita di La Russa</title><content type='html'>di Fausto  Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso evitiamo che la richiesta di sapere tutta la verità sulla fine di Stefano Cucchi divenga una battaglia “di sinistra”. Con l'opposizione impegnata a confondere la ricerca dei colpevoli con la smania di gettare palate di fango su carabinieri e polizia penitenziaria. E con la maggioranza che, al di là delle frasi di circostanza, tifa in silenzio affinché l'inchiesta finisca in un nulla di fatto, per proteggere il “buon nome” delle istituzioni. Da una parte e dall'altra, gli esempi di simili comportamenti abbondano. E invece serve la verità, senza strumentalizzazioni politiche né complicità omertose. In tempi rapidi, se possibile. Lo chiede innanzitutto il corpo martoriato di quel ragazzo romano di 31 anni, sofferente di epilessia, arrestato la notte tra il 15 e il 16 ottobre per avere in tasca pochi grammi di “fumo” e finito sul tavolo dell'obitorio il 22 ottobre. Ma lo chiede anche il rispetto delle forze dell'ordine, che non meritano di essere screditate per l'imbecillità di pochi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il certificato medico che parla di «presunta morte naturale» trasuda sinistra ironia. La sequenza dei fatti e le testimonianze, intanto, gettano molti dubbi sulla “naturalità” del decesso. Appena i carabinieri arrestano Cucchi, come da prassi lo sottopongono a perquisizione domiciliare. Controllano, cioè, che a casa non tenga nascosta altra hashish. In questa occasione i familiari lo vedono per l'ultima volta: sta bene, sul volto non ha segni di percosse e non sembra essere stato picchiato. Quindi gli uomini dell'Arma lo portano in una cella di sicurezza della stazione Appio Claudio. Sono stanzette prive di oggetti con cui ci si possa fare del male, nelle quali è previsto che l'arrestato stia da solo. Il mattino dopo - siamo al 16 ottobre - Cucchi è processato per direttissima. Ha il volto gonfio come se fosse stato picchiato. Il medico dell'ambulatorio del tribunale riscontra sul suo corpo «lesioni ecchimotiche in regione palpebrale». Il ragazzo gli parla anche di lesioni alle gambe e sul resto del corpo, ma rifiuta di farle vedere. Non dice di aver ricevuto violenze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo il processo, Cucchi è condotto a Regina Coeli. Il medico del carcere trova sul suo corpo numerose tumefazioni, che Cucchi spiega con una caduta accidentale. Il medico lo invia subito all'ospedale più vicino, il Fatebenefratelli. Qui gli sono riscontrate due fratture, ma il giovane rifiuta di farsi ricoverare. Torna a Regina Coeli. Ma il giorno dopo, il 17 ottobre, a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni, viene rimandato nello stesso ospedale. Stavolta Stefano chiede di essere ricoverato. In serata è trasferito all'ospedale Sandro Pertini, dove morirà la mattina del 22 ottobre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dunque, se le cose sono andate come sostengono i familiari e i medici, qualcosa è accaduta al ragazzo nella notte stessa del suo arresto, quando era sotto la consegna dei carabinieri. E anche se così non fosse, di sicuro è una pista che al momento non si può escludere in alcun modo. Per questo il ministro Ignazio La Russa, che ieri ha detto «di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione», farebbe bene a evitare simili professioni di fede e ad aspettare gli sviluppi delle indagini. Il rischio, per chi offre la propria copertura politica con tanto entusiasmo, è di vedersi smentito dai fatti. Oppure di dare l'impressione di volere evitare scandali. E invece questo è uno di quei casi in cui, come si legge nei Vangeli, «è necessario che gli scandali avvengano». L'alternativa, l'insabbiamento della verità, ammesso che sia ancora praticabile, sarebbe mille volte più scandalosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 31 ottobre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-4018170747524935400?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/4018170747524935400'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/4018170747524935400'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/11/il-caso-cucchi-e-linspiegabile-sortita.html' title='Il caso Cucchi e l&apos;inspiegabile sortita di La Russa'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-5795065456007122975</id><published>2009-10-30T17:21:00.001+01:00</published><updated>2009-10-30T17:24:25.724+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Giustizia'/><title type='text'>Berlusconi è l'alibi per non riformare la giustizia</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il succo del messaggio che manda in queste ore l’Associazione nazionale magistrati, sindacato unico delle toghe, è chiaro: finché a palazzo Chigi ci sarà Silvio Berlusconi sarà impossibile riformare la giustizia italiana. In altre parole, la presenza di un premier in guerra perenne con la magistratura - inutile chiedersi chi abbia iniziato per primo: ognuno si è già fatto la sua idea - rappresenta un alibi fantastico per tutti quei magistrati che non hanno alcuna voglia di migliorare le cose e difendono lo sfascio del sistema e i loro privilegi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E sì che ce ne vuole di coraggio per difendere un sistema in cui i magistrati sono giudicati da un organismo, il Csm, composto da loro colleghi che riescono a riabilitare e promuovere il giudice sorpreso a fare una fellatio a un minorenne nei bagni di un cinema (storia vera, raccontata nel libro di Stefano Livadiotti “Magistrati, l’ultracasta”). Un sistema nel quale la toga che si scorda di tirare fuori dal carcere gli indagati, anziché essere punita, viene elogiata. Le 125mila utenze telefoniche messe sotto controllo (e se ognuna di queste contatta 20 persone si ha un totale di 2,5 milioni di intercettati), per un costo annuale di 220 milioni di euro, e gli oltre tre milioni di procedimenti penali pendenti, non trovano analogie con il resto del mondo civile. Occorre coraggio anche per dire che sarebbe un attentato alla democrazia separare le carriere dei magistrati da quelle dei pubblici accusatori, rendendo il sistema italiano simile a quello di Spagna, Austria, Svezia, Danimarca e Norvegia. Oppure che piomberemmo nella barbarie se dovesse essere abolita l’obbligatorietà dell’azione penale, quando questa non esiste in Paesi come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure proprio questi sono i ragionamenti che arrivano dal fronte della magistratura, fermo con l’orologio al 1994. Concetti ribaditi ieri dal presidente dell’Anm, Luca Palamara: «La separazione delle carriere, la riforma del Csm, la riforma dell’obbligatorietà dell’azione penale, la legge sulle intercettazioni» sono norme «punitive». E contro di esse si prepara a scioperare l’intera categoria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La scusa è che il problema è altrove, soprattutto nei soldi e nelle strutture, che scarseggerebbero per colpa del governo, spiegando così i ritardi e le inefficienze dei tribunali italiani. Ma è una tesi che non sta in piedi. La Commissione per l’efficienza della giustizia, un organismo del Consiglio europeo, ha documentato che l’Italia dispone di 1.292 tribunali. Contro i 595 dell’Inghilterra, i 773 della Francia e i 1.136 della Germania. Abbiamo 13,7 giudici ogni centomila abitanti: la Francia ne ha 11,9, la Spagna 10,1 e l’Inghilterra 7. Ognuno dei magistrati italiani può contare su 4,2 addetti: i loro colleghi francesi ne hanno meno della metà. Le strutture, dunque, ci sono. E ci sono anche i soldi: l’Italia stanza per la giustizia lo 0,26% del prodotto interno lordo, più - ad esempio - della Francia, che si limita allo 0,19%. Ogni italiano spende 45 euro l’anno solo per far funzionare i tribunali: 7 euro in più rispetto ai francesi, 17 in più rispetto agli inglesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nessuno, tra i rappresentanti della magistratura, sembra avere voglia di sedersi al tavolo per discutere di questi numeri e delle cose da fare. Il semplice fatto che simili proposte arrivino da Berlusconi basta a demonizzarle e a giustificare ogni gesto per impedire che divengano legge. Ma mandare a casa l’agguerrito leader del PdL per sostituirlo con un premier di sinistra, sicuramente più gradito a buona parte della magistratura, non servirebbe a nulla. La storia dei governi italiani di centrosinistra dice che questi non hanno né la voglia né la forza di intaccare quelli che i magistrati ritengono essere loro privilegi indiscutibili, come il diritto ad avere carriere unificate o a essere giudicati dal più compiacente dei tribunali. La morale della storia è evidente: o le riforme le fa - pur con tutti i suoi difetti - Berlusconi in questa legislatura, sfidando Anm e opposizione grazie ai numeri di cui dispone in Parlamento e nel Paese, oppure rimarranno lettera morta per chissà quanti anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 30 ottobre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-5795065456007122975?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/5795065456007122975'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/5795065456007122975'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/berlusconi-e-lalibi-per-non-riformare.html' title='Berlusconi è l&apos;alibi per non riformare la giustizia'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-2201903055007946843</id><published>2009-10-25T19:04:00.000+01:00</published><updated>2009-10-25T19:05:06.227+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pd'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stampa di sinistra'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sinistra italiana'/><title type='text'>Il caso Marrazzo e la teoria del complotto</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«È una guerra lercia», scrive Concita De Gregorio, allarmata per le sorti della Democrazia. Sarà anche vero, però è strano: sino a pochi giorni fa, quando nel mirino dei Kalashnikov caricati a letame c’era Silvio Berlusconi, ci avevano fatto credere che lo sputtanamento quotidiano fosse la quintessenza della libertà di stampa, roba da premiare con il Pulitzer. E quelli che non partecipavano al tiro al bersaglio erano «i giornali scendiletto del premier», sentenziava la direttrice dell’Unità. Adesso che lo sputtanato è Piero Marrazzo, ormai ex governatore diessino del Lazio, siamo invece alla barbarie. E comunque, lerciume per lerciume, chissà chi è stato a metterlo in pagina per primo, volendo convincerci che il premier facesse chissà cosa con la minorenne Noemi Letizia. E in quel caso non c’era uno straccio di prova, né una testimonianza, né un’immagine compromettente, tantomeno un’indagine della magistratura. Solo una festa di compleanno e qualche guaglione con scritto “Song ’e Napule” sulla maglietta, ma tanto bastava per il linciaggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, la sinistra indignata, la sinistra della superiorità morale e dei corpi che non si mettono a disposizione del potente di turno (a proposito: vale anche per i trans o solo per le donne? il laido fallocrate deve essere a tutti i costi un premier o va bene anche un governatore del Lazio?) è ridotta male. Annaspa e si aggrappa alla ciambella più logora, quella che suole ridicolizzare quando a tirarla fuori sono gli avvocati del Cavaliere: la teoria del complotto. Dice che Marrazzo è vittima di un’aggressione a orologeria, lascia intendere che il mandante occulto di queste trame losche si sa benissimo chi è (indovinate) e assicura che comunque tra la situazione di Berlusconi e quella di Marrazzo proprio non c’è paragone. Sarebbe tutto molto prevedibile, se non fosse che in bocca ai forcaioli in servizio permanente effettivo ha un effetto esilarante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad esempio Antonio Padellaro mascherato da Niccolò Ghedini non è roba che capiti tutti i giorni, e vale la pena di gustarselo sino in fondo. Il direttore del Fatto, il giornale su cui scrive Marco Travaglio e che l’altro giorno, come auspicio per Berlusconi, ha messo un bel paio di manette in prima pagina, si è dovuto cimentare in uno sport estremo, quello dell’arrampicata garantista sugli specchi. Ma si vede che non è roba sua. Che se la stessa cosa fosse successa a uno di quei porci di destra, allora sì che si sarebbe divertito. E invece, destino infame, a Padellaro stavolta tocca scrivere che in giro c’è «un complotto per mettere fuori gioco un esponente del Pd, intenzionato a ricandidarsi al vertice della regione e proprio alla vigilia delle primarie del suo partito». Per consolare i lettori depressi Padellaro assicura che i comportamenti di Berlusconi, a differenza di quelli di Marrazzo, «rivestono, di per sé, una particolare gravità»: non si capisce il motivo, ma fa niente. Bolla tutte le rivelazioni giunte dopo il filone delle escort come «una vera e propria ritorsione preventiva o vendetta successiva», perché in fondo chi se ne frega dei fatti, quello che conta è fare il processo alle intenzioni. E comunque, anche se Marrazzo non fosse la vittima innocente che dice, e dovesse dimettersi, «resterebbe sacrosanta la tutela della vita privata di un uomo e dei suoi cari». Un lusso che a “papi” Berlusconi e alla sua famiglia non è concesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La manina del Cavaliere spunta nell’articolo di Peter Gomez, sullo stesso quotidiano. Il filone è un sempreverde della dietrologia di sinistra: niente è mai come sembra, c’è sempre un livello superiore su cui indagare. Pensavate che i protagonisti di questa storiaccia fossero un governatore molto arrapato e un po’ pirla, un trans, un pusher e quattro carabinieri ansiosi di soldi? Troppo facile. Affamati di teorie cospiratorie, ecco pane per i vostri denti: «Il ricatto a Marrazzo assume dei contorni diversi dalla semplice storia di quattro carabinieri “mele marce” che tentano di estorcere denaro al governatore di centrosinistra dopo averlo sorpreso insieme a un viado. Se lo scopo dei militari infedeli, subito arrestati dai loro colleghi, era solo quello di far soldi, perché il filmato è stato immediatamente proposto a consulenti di politici e pure a dei giornali?». Chi ha letto le carte, la risposta la sa già: sempre per fare soldi, visto che il filmettino era in vendita e non veniva certo regalato. Ma il nostro finge di non saperlo. Deve insinuare l’esistenza dell’immancabile secondo livello, quello politico. Che si sarebbe mosso su indicazione di Berlusconi. Il quale, dopo essere stato attaccato da Repubblica, aveva detto infatti - ecco qui la prova schiacciante sfoderata da Gomez - che c’era il rischio di un «imbarbarimento» della vita politica. Puntualmente avvenuto. Facile, no?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stessa sindrome che colpisce il Manifesto: i quattro carabinieri “mele marce”? Troppo comodo, sibila Norma Rangeri: «Difficile crederlo quando nella trappola non è una persona qualunque ma un politico di prima fila. Non erano i soldi l’obiettivo principale, ma il killeraggio di un uomo politico». Quali elementi abbia per scrivere che i quattro carabinieri arrestati lavoravano per conto di qualche potere nascosto non si sa, ma pazienza. A questo punto tutto torna: Marrazzo è la povera vittima ingenua; il colpevole , tanto per cambiare, sta ad Arcore, o comunque è a Berlusconi che in qualche modo risponde. Manca solo il terzo livello, quello con Licio Gelli e i servizi segreti deviati, ma si capisce che è questione di ore. Nell’attesa, ci si può consolare con i servizietti deviati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nemmeno Giuseppe Davanzo, su Repubblica, si spinge a tanto. Chi spara da mesi su Berlusconi mica si può sputtanare a sua volta per un Marrazzo qualsiasi. Così l’autore delle dieci domande al premier si limita a dire che «da almeno un mese c’era chi, prossimo al governo, sapeva del guaio in cui s’era cacciato Marrazzo». Anche se, avverte tirando il freno a mano, «questo non vuol dire che ci sia stato qualcuno nell’esecutivo a pilotare lo scandalo contro il governatore». Insomma, forse Berlusconi c’entra qualcosa, ma forse no. Di sicuro c’è solo che «l’affare appare più fangoso di quanto dica la ricostruzione ufficiale». I lettori di Repubblica, per stavolta, devono accontentarsi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nessuno, però, sembra interessato alle più ovvie delle domande. A Berlusconi, che non risulta aver pagato chicchessia né aver sedotto minorenni, viene chiesto ogni giorno, da mesi, se sia ricattabile per la sua vita privata. Marrazzo guida una regione con un budget di 23 miliardi di euro. Sino a due giorni fa è stato sotto ricatto per un filmino che lo ritraeva seminudo nella casa di un viado, vicino a una sospetta polvere bianca. Da lui, allora, sarebbe interessante sapere altre cose. Prime tra tutte: questo ricatto ha influito solo sulla sua vita privata o anche sulla sua attività di amministratore pubblico? A quali compromessi è stato costretto? Perché non ha mai denunciato i suoi ricattatori? Ma sono domande da «guerra lercia», e infatti il giornalismo democratico e bene educato non ha alcuna intenzione di porle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 25 ottobre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-2201903055007946843?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/2201903055007946843'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/2201903055007946843'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/il-caso-marrazzo-e-la-teoria-del.html' title='Il caso Marrazzo e la teoria del complotto'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-438307850915206591</id><published>2009-10-23T22:02:00.004+02:00</published><updated>2009-10-25T19:03:52.673+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stati Uniti'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sondaggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Energia e ambiente'/><title type='text'>Global Warming: buone notizie dagli States</title><content type='html'>Diverte assai che l'arrivo di un presidente americano alla Casa Bianca coincida con il crollo degli statunitensi abbindolati dalla bufala del global warming. Eccolo qui, fresco fresco, &lt;a target="_blank" href="http://people-press.org/report/556/global-warming"&gt;il sondaggio del Pew Research Center&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da esso emerge che il 57% degli americani è convinto che vi siano prove concrete del surriscaldamento terrestre negli ultimi decenni. Troppi? Senza dubbio. Ma nell'aprile del 2008 costoro erano il 71%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scesa anche la percentuale di coloro che sono convinti che questo surriscaldamento sia dovuto all'attività dell'uomo: erano il 47% lo scorso anno, sono il 36% oggi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E crolla pure la percentuale di americani che ritiene il surriscaldamento un problema "very serious": oggi sono il 35%, nove punti percentuali in meno rispetto al 2008. &lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;L'ovvia conseguenza è che l'appoggio per le politiche ambientaliste "cap and trade" è alquanto modesto. Di meglio, per ora, non ci si poteva attendere.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-438307850915206591?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/438307850915206591'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/438307850915206591'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/global-warming-buone-notizie-dagli.html' title='Global Warming: buone notizie dagli States'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-4889907547968325313</id><published>2009-10-20T19:19:00.003+02:00</published><updated>2009-10-20T19:24:34.055+02:00</updated><title type='text'>Così la Consulta ha contraddetto se stessa</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La "Fabbrica della Sagra Consulta", come è chiamato il palazzone che fa da sede alla Corte Costituzionale, si conferma fabbrica delle ipocrisie. Da lì ieri notte, dopo un meticoloso lavoro di limatura, sono uscite le motivazioni della bocciatura inflitta il 7 ottobre al lodo Alfano. La Consulta sostiene che lo "scudo" che mette al riparo dai processi penali il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e i presidenti dei due rami del Parlamento non doveva essere varato con legge ordinaria, ma mediante riforma della Costituzione, perché esso «attribuisce ai titolari di quattro alte cariche istituzionali un eccezionale ed innovativo status protettivo, che non è desumibile dalle norme costituzionali sulle prerogative». Rispetto alla sentenza del 2004 con cui la stessa Corte aveva bocciato lo scudo Schifani, i giudici hanno poi spiegato di non essersi contraddetti, perché si sono mossi nella stessa direzione di allora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come ciò sia possibile, è uno dei tanti misteri buffi della giurisprudenza costituzionale. Cinque anni fa, affossando il lodo Schifani (l’antenato del lodo Alfano), la Consulta aveva spiegato che esso non era incostituzionale di principio, ma solo per alcune ragioni tecniche. Rimosse queste, si lasciava intendere, il problema sarebbe stato risolto. Così il lodo Alfano prevedeva, innanzitutto, che la carica istituzionale imputata avrebbe potuto rinunciare allo scudo in qualunque momento, per farsi processare. La protezione del lodo, inoltre, si sarebbe esaurita con la fine dell’incarico istituzionale e non sarebbe stata rinnovabile. Infine, chi si fosse ritenuto vittima di un abuso commesso da un’alta carica dello Stato avrebbe potuto rivolgersi subito alla giustizia civile. E proprio il fatto che il processo penale alla fine si sarebbe svolto, perché la sospensione sarebbe stata solo temporanea, autorizzava chi ha scritto la legge a dire che non si trattava di una nuova immunità, e che quindi la norma poteva essere varata per via ordinaria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un parere di parte? Nemmeno per sogno. Basta  vedere quello che lo stesso presidente della Repubblica aveva scritto nelle note esplicative con cui, nel luglio 2008, aveva prima accompagnato l’invio alle Camere del lodo Alfano e poi motivato la sua firma sul testo varato dal Parlamento. Il presidente della Repubblica sosteneva che il lodo risultava «corrispondere ai rilievi formulati dalla Corte» nella sentenza del 2004. In quell’occasione, infatti, «la Corte non sancì che la norma di sospensione di quei processi dovesse essere adottata con legge costituzionale». La stessa Consulta, proseguiva il presidente della Repubblica, aveva giudicato «un interesse apprezzabile la tutela del bene costituito dall’assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In parole povere, chiedendo di non essere processato finché è in carica perché i suoi impegni istituzionali non glielo permettono, Berlusconi aveva espresso - sempre secondo la Consulta versione 2004 - una richiesta sensata, che poteva essere esaudita senza toccare la Costituzione. La Consulta versione 2009 ha stabilito l’esatto contrario, anche se i suoi ineffabili giudici, nelle motivazioni depositate ieri, sono riusciti a sostenere che le due decisioni vanno nella stessa direzione. Allo stesso modo, l’incostituzionalità dello scudo per le alte cariche adesso non è più legata alle sue caratteristiche, ma intrinseca: un provvedimento simile è contrario alla Costituzione comunque venga fatto, perché il presidente del Consiglio e i ministri «sono sullo stesso piano», e non è giusto trattare il primo in modo diverso dai secondi. Così come «non è configurabile una significativa preminenza dei presidenti della Camere sugli altri componenti» del Parlamento. Niente di tutto questo era emerso nel verdetto emesso sul lodo Schifani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A conti fatti, delle due l’una: o Napolitano non capisce nulla di diritto costituzionale, tanto che era caduto nello stesso errore commesso da numerosi giuristi, ritenendo il lodo Alfano adeguato a quanto stabilito dalla Consulta nel 2004, oppure i magistrati costituzionali emanano verdetti basati su criteri politici, che poi provvedono a puntellare con brillanti giustificazioni giuridiche. Nella serena consapevolezza di essere infallibili anche se si contraddicono a distanza di cinque anni, dal momento che non esiste giudizio costituzionale superiore al loro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 20 ottobre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-4889907547968325313?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/4889907547968325313'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/4889907547968325313'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/cosi-la-consulta-ha-contraddetto-se.html' title='Così la Consulta ha contraddetto se stessa'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-267759272293955393</id><published>2009-10-17T17:55:00.002+02:00</published><updated>2009-10-17T17:58:23.840+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stampa di sinistra'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sinistra italiana'/><title type='text'>Il golpe del calzino turchese</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Del servizio trasmesso ieri da Canale 5 si può dire tutt'al più che fosse una noia mortale. Quei due minuti passati a mostrare un tipo dall'aria dimessa che cammina avanti e indietro sul marciapiede in attesa di entrare dal barbiere, si fa lo shampoo e poi si siede su una panchina, sfoggiando - come notava l'autrice del servizio - «pantalone blu, mocassino bianco e calzino turchese», avranno indotto molti telespettatori a cambiare canale o a prendere un caffè per riemergere dal torpore. Il fatto che il signore in questione, ignaro di essere filmato, fosse Raimondo Mesiano, il giudice che ha condannato la Fininvest a risarcire con 750 milioni la Cir di Carlo De Benedetti, non bastava a trattenere la mandibola: lo sbadiglio nasceva spontaneo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Della stessa trasmissione, invece, non si può dire tutto quello che è stato detto. E cioè che sia il sintomo di una «deriva istituzionale» (parole di Luca Palamara, segretario del sindacato unico dei magistrati). Un «servizio di spionaggio e pedinamento televisivo» (Fabrizio Morri, senatore del Pd). Una «brutale dimostrazione di squadrismo» (un esponente della segreteria dei Comunisti italiani: sì, esistono ancora). Un «pestaggio mediatico» (Roberto Natale, presidente del sindacato unico dei giornalisti, quello che dovrebbe difendere la libertà di stampa).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché quelli che giudicano un attentato alla democrazia il servizio mandato in onda da Mattino Cinque sono gli stessi che difendono il diritto di fotografare e pubblicare immagini riprese all'interno di villa Certosa. Lo fanno in nome della libertà d'informazione: Berlusconi è un personaggio pubblico e tutto quello che fa deve essere di pubblico dominio. Per lui quel diritto alla privacy invocato per Mesiano non vale. Anzi, sputtanarlo vuol dire essere bravi giornalisti. Così ci hanno inflitto le nudità di Mirek Topolanek, ex primo ministro ceco, immortalato nell'atto di cambiarsi costume ai bordi della piscina. Immagini noiose quanto quelle mostrate ieri da Mediaset. Con la differenza che gli scatti fatti in Sardegna ritraevano scene avvenute in ambienti privati, non sulla pubblica strada.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piaccia o meno, con la sua sentenza Mesiano è diventato un personaggio da prima pagina, e come tale soggetto all'attenzione della stampa, che non è tutta tenuta ad adorarlo: se ne faccia una ragione. Ma il vero problema è quello della sinistra: un tempo per farla gridare al golpe ci volevano Junio Valerio Borghese e Licio Gelli. Adesso si accontenta di un calzino turchese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 17 ottobre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-267759272293955393?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/267759272293955393'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/267759272293955393'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/il-golpe-del-calzino-turchese.html' title='Il golpe del calzino turchese'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-7554685874199743959</id><published>2009-10-14T18:29:00.001+02:00</published><updated>2009-10-14T18:32:48.428+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Quirinale'/><title type='text'>Ma quale "super partes"</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certi complimenti sarebbe meglio aspettare di riceverli dagli altri. A farseli da soli (Silvio Berlusconi docet) si rischia di non rimediarci una bella figura. Giorgio Napolitano, ad esempio, ieri ha confermato che chi si loda s’imbroda. «Tredici anni fa», ha detto il presidente della Repubblica, «nell’assumere l’incarico di ministro dell’Interno, ero determinato a svolgerlo come uomo ormai delle istituzioni, e non di una parte politica». Insomma, a partire dal maggio del 1996 Napolitano Giorgio, classe 1925, avrebbe ufficialmente smesso di essere uomo di partito per diventare una figura istituzionale “super partes”. Nessuno, nemmeno nel centrodestra, si è sognato di contraddirlo: questo è il momento di ricucire i rapporti con il Quirinale. Peccato, però, che gli annuari del Parlamento europeo e del Senato, e la stessa storia di Napolitano, siano lì a smentirlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Napolitano smise di essere ministro con la fine del governo Prodi, nell’ottobre del 1998. Va da sé che, durante la sua permanenza al Viminale, non si era mai sognato di dire che il suo non era un incarico politico: quella del "super partes", anche se retrodatata, è una novità delle ultime ore. Il meglio, però, viene dopo. Nel 1999 Napolitano si candida alle elezioni europee. Lo fa nella lista dei Ds. Ed è così lontano dal sentirsi "istituzionale" che si prende sulle spalle l’incarico più politico che c’è: coordinatore della campagna elettorale del partito. «I nostri eletti», annuncia, «si sono trovati e si troveranno a loro agio nella famiglia socialista». Una volta eletto, infatti, è il primo a entrare nel gruppo parlamentare del Pse. Tanto che gli eurosocialisti pensano di candidarlo alla presidenza del Parlamento europeo. Poltrona che però andrà a Nicole Fontaine, del gruppo moderato dell’Ump. In quota al Pse, comunque, Napolitano diventa presidente della Commissione Affari costituzionali di Strasburgo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel settembre del 2005, assieme a Sergio Pininfarina, è nominato senatore a vita da Carlo Azeglio Ciampi. E nemmeno in questa veste smette di essere uomo di parte. Eppure l’occasione l’avrebbe. Entrato a palazzo Madama deve scegliere: iscriversi al gruppo misto, quello dei "cani sciolti", come fatto da molti senatori a vita - incluso Pininfarina - che interpretano il loro mandato come un incarico istituzionale, o confermarsi fedele alla linea, affiliandosi al gruppo degli ex comunisti. Manco a dirlo, Napolitano sceglie la seconda strada, e si fa tutta la legislatura nel gruppo "Democratici di Sinistra - l’Ulivo".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nuovi dettagli sul suo profilo “istituzionale” si scoprono nel maggio del 2006, quando sta per essere eletto presidente della Repubblica. I giornalisti vanno nella sezione romana dei Ds alla quale Napolitano è iscritto, in via dei Giubbonari (e sì, perché in tutti questi anni il "super partes" ha continuato a iscriversi regolarmente al partito). Lì il segretario Fabio Nicolucci, commosso, racconta così il compagno Napolitano: «Ha sempre partecipato attivamente alla vita della sua sezione di base. È tra i primi a rinnovare la tessera e sempre versando una quota molto alta». Dell’uomo «ormai delle istituzioni, e non di una parte politica», sbandierato ieri da Napolitano, non c’è ancora alcuna traccia, nonostante siano passati ben dieci anni dalla data della sua presunta "conversione".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Appena salito al Quirinale, fa capire subito da che parte sta il suo cuore: intervistato dal settimanale francese “L’Express”, accusa Berlusconi di scarso europeismo e usa parole al miele nei confronti del disastrato governo dell’Unione: «Prodi deve fare del suo meglio per superare queste fragilità e governare. Una delle sue qualità è la pazienza. E ha la capacità di unire, cosa che è forse il suo principale atout in questa situazione». Napolitano mette anche alla prova il suo fiuto politico: «Penso che Prodi abbia buone possibilità di riuscire», dice convinto, e sappiamo tutti come è andata a finire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma la buccia di banana dell’uomo del Colle è sempre stata il comunismo: ogni volta in cui si è trovato a fare i conti con il suo passato, più delle sue parole hanno pesato i silenzi. Come nel caso di Aleksandr Solzhenitsyn. Lo scrittore russo, grande accusatore dei crimini del comunismo, nel 1974 fu esiliato in Germania occidentale. L’anno precedente, a Parigi, erano apparsi i primi due libri di "Arcipelago Gulag", la monumentale inchiesta con cui Solzhenitsyn denunciava al mondo cosa accadeva nei campi di concentramento sovietici. Gran parte della sinistra europea si ribellò al suo esilio e si schierò con lo scrittore. Napolitano, che all’epoca aveva 49 anni ed era il responsabile culturale del Pci, invece pensò bene di difendere la scelta del Cremlino: l’esilio, scrisse sull’Unità, doveva ritenersi la «soluzione migliore». Anche perché le opere di Solzhenitsyn erano «rappresentazioni unilaterali e tendenziose della realtà dell’Urss, accuse arbitrarie, tentativi di negare l’immensa portata liberatrice della Rivoluzione d’Ottobre». Solzhenitsyn è morto nell’agosto del 2008, e per Napolitano sarebbe stata una buona occasione - nonché l’ultima - per rendergli omaggio e ammettere in pubblico di aver sbagliato. Invece, ha preferito tacere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un imbarazzo - molto poco istituzionale - davanti alla Storia che Napolitano ha confermato lo scorso 10 febbraio, nel Giorno del ricordo, istituito per «rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe», uccise dai comunisti jugoslavi con l’avallo politico del Pci. Ecco, Napolitano è riuscito a «ricordare» gli infoibati senza fare il nome dei loro assassini: i comunisti. In compenso, il suo discorso abbondava  di accuse dirette alle «responsabilità storiche del regime fascista», che almeno con le foibe del compagno Tito non avevano nulla a che vedere. Ma a chi ha passato gran parte della vita a credere in certe cose basta davvero poco per sentirsi al di sopra delle parti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 14 ottobre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-7554685874199743959?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/7554685874199743959'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/7554685874199743959'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/ma-quale-super-partes.html' title='Ma quale &quot;super partes&quot;'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-1348407791169367522</id><published>2009-10-12T18:02:00.003+02:00</published><updated>2009-10-12T18:10:39.653+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stati Uniti'/><title type='text'>Come ti demonizzo la Fox</title><content type='html'>Ecco come la Casa Bianca tratta l'unico network che fa le pulci all'amministrazione Obama.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;object width="425" height="344"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/1AEt180Wnls&amp;amp;color1=0xb1b1b1&amp;amp;color2=0xcfcfcf&amp;amp;hl=en&amp;amp;feature=player_embedded&amp;amp;fs=1"&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;param name="allowScriptAccess" value="always"&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/1AEt180Wnls&amp;amp;color1=0xb1b1b1&amp;amp;color2=0xcfcfcf&amp;amp;hl=en&amp;amp;feature=player_embedded&amp;amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" width="425" height="344"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ampi stralci di quanto detto da Anita Dunn, responsabile per la Comunicazione della Casa Bianca, possono essere letti su &lt;a target="_blank" href="http://www.huffingtonpost.com/2009/10/11/anita-dunn-fox-news-an-ou_n_316691.html"&gt;The Huffington Post&lt;/a&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-1348407791169367522?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/1348407791169367522'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/1348407791169367522'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/come-ti-demonizzo-la-fox.html' title='Come ti demonizzo la Fox'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-5012436413652785046</id><published>2009-10-10T20:52:00.004+02:00</published><updated>2009-10-10T21:01:35.415+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stati Uniti'/><title type='text'>Un premio dei liberal per i liberal</title><content type='html'>Meglio di tutti (le capita spesso) &lt;a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703746604574464083239280914.html"&gt;Peggy Noonan spiega&lt;/a&gt; come stanno le cose con il Nobel per la Pace a Barack Obama.&lt;blockquote&gt;«E' stato assurdo che Ronald Reagan, il cui progetto politico condusse alla fine dei gulag e alla caduta del muro di Berlino, e che mise in gioco il suo ruolo personale nel mondo per un sistema che avrebbe protetto il cittadino comune dalla distruzione in un attacco missilistico nucleare, non abbia potuto vincerlo. Ma nessuno ci pianse sopra, e per una ragione: perché ognuno, ogni adulto senziente che si preoccupava di informarsi su simili cose, sapeva che il premio Nobel per la Pace, quando assegnato a una figura politica, è un grande e prestigioso premio assegnato dai liberal ai liberal».&lt;/blockquote&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-5012436413652785046?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/5012436413652785046'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/5012436413652785046'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/un-premio-dei-liberal-per-i-liberal.html' title='Un premio dei liberal per i liberal'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-9188821635963206506</id><published>2009-10-08T19:00:00.000+02:00</published><updated>2009-10-08T19:00:00.441+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pd'/><title type='text'>Il Lodo Alfano e le due sinistre</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha vinto il partito di Repubblica. Esultano Antonio Di Pietro e il clan giustizialista di Micromega. Sotto palazzo Chigi, ieri sera, è rispuntato persino qualche timido gruppo di girotondini, increduli per il regalo ricevuto dai giudici costituzionali. Hanno perso (soprattutto) Giorgio Napolitano e il Pd. Insomma, avrà pure le sue ragioni Silvio Berlusconi a dire, come ha fatto ieri sera, che «la Consulta è di sinistra» e che «il Capo dello Stato tutti sanno da che parte sta». Ma la verità è che di «sinistre», stavolta, ce ne sono state due.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una è la sinistra dell’odio antropologico, erede del vecchio partito d’azione, che ha sempre visto Berlusconi come un barbaro invasore, tanto più meritevole di essere abbattuto quanto più forte è il suo consenso elettorale. Una sinistra che è ben rappresentata anche nella Corte Costituzionale e che si specchia nel commento scritto su Repubblica di ieri dal giurista democratico torinese Franco Cordero, nel quale Berlusconi è paragonato al Führer e l’immunità garantita dal lodo Alfano è usata per evocare «la scalata hitleriana 1933-34». L’altra è la sinistra della paura. La paura di Napolitano di creare un clima ancora più mefitico e in particolare di danneggiare il Pd, il quale a sua volta ha il terrore di dovere affrontare nuove elezioni in tempi brevi. Neanche troppo di nascosto, questa sinistra sperava che il lodo Alfano uscisse più o meno intatto dall’esame della Consulta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È questo il motivo per cui ieri, appresa la sentenza, nessuno dei dirigenti del Pd si è sognato di chiedere a Berlusconi di fare un passo indietro, e tantomeno di invocare il ritorno alle urne. Tutt’altro: «Mi aspetto che Berlusconi continui a fare il suo mestiere aspettando il procedimento e che si concentri un po’ di più sui problemi del Paese», ha commentato a caldo Pier Luigi Bersani, che più chiaro di così non poteva essere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché Berlusconi, contro chi vuole usare la bocciatura del Lodo Alfano per sbatterlo fuori dalla politica (e possibilmente in carcere) innanzitutto può giocare la carta del «resistere, resistere, resistere» (a palazzo Chigi). Poi, se le cose dovessero mettersi davvero male, potrà sempre forzare la mano al Quirinale e puntare dritto verso il voto. È in casi come questo, quando si trova spalle al muro, che il Cavaliere dà il meglio di sé. Come scrisse attonito, dopo le elezioni del 2006, l’ex direttore dell’Unità Giuseppe Caldarola, «il Caimano non si è mai arreso. Più lo butti giù più si tira su. Sembra l’ultimo giapponese, poi scopri che nella giungla ha addestrato guerriglieri senza paura. C’è un esercito di fedeli, la più affollata setta del mondo, disposti a seguirlo».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certo, il giudizio del popolo è una strada pericolosa per Berlusconi. Per avere le elezioni anticipate dovrà svenarsi per venire incontro alle richieste degli alleati, convincere i parlamentari a lasciare l’incarico senza aver ottenuto il diritto al vitalizio (quello si guadagna dopo due anni e mezzo di legislatura) e chiedere il voto agli italiani nel momento più difficile della sua vita. Ma le elezioni anticipate sono una minaccia soprattutto per il Partito democratico: le urne rischiano di segnare la resa all’avanzata dell’Idv e dell’Udc e il ritorno sulla scena dei partitini dell’estrema sinistra. Napolitano lo sapeva bene, e non è solo per amore dell’armonia istituzionale che si era permesso di far presente ai giudici costituzionali i rischi connessi alla bocciatura del Lodo. Non è stato ascoltato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il round di ieri è andato invece ai cento giuristi capitanati dagli ex presidenti della Consulta Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky, che nel luglio del 2007 lanciarono l’appello contro il Lodo Alfano apparso su Repubblica. Lì si lessero per la prima volta quelle argomentazioni che, nonostante siano state contestate da molti altri giuristi, ieri sono fatte proprie dalla Corte Costituzionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così ora Berlusconi ha gioco facile nel dichiararsi vittima di una congiura ordita da chi cerca da anni di eliminarlo con tutti i mezzi. Gettati i panni dello statista prudente, può tornare a indossare l’abito preferito: quello del politico che parla al cuore e alla pancia degli elettori. Ha già iniziato a farlo, dicendo ciò che pensa della Consulta e del Quirinale. Sa di avere perso, ma sa anche che da ieri c’è chi rischia più di lui. Soprattutto sa che la guerra è lunga e che adesso può ricominciare a fare il gioco che gli riesce meglio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato l'8 ottobre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-9188821635963206506?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/9188821635963206506'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/9188821635963206506'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/il-lodo-alfano-e-le-due-sinistre.html' title='Il Lodo Alfano e le due sinistre'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-2429755453810013859</id><published>2009-10-07T19:04:00.001+02:00</published><updated>2009-10-07T19:06:36.780+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pdl'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sondaggi'/><title type='text'>Berlusconi e il rischio del voto anticipato</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il voto anticipato è lo spauracchio che in queste ore uomini vicini a Silvio Berlusconi stanno agitando per far capire ad alleati, avversari, giudici della Consulta, Quirinale e ciò che resta dei cosiddetti “poteri forti” di essere pronti a combattere con il coltello tra i denti pur di non farsi sfilare il governo del Paese. Se la Corte Costituzionale, invece di invitare esecutivo e Parlamento a “correggere” il Lodo Alfano, dovesse davvero impallinarlo,come profetizza Francesco Cossiga, il processo al presidente del Consiglio sul caso Mills ricomincerebbe subito. In questo caso, nessun bookmaker accetterebbe puntate sulla condanna di Berlusconi: il destino giudiziario del premier sarebbe segnato. Quello politico, no. Il leader del PdL avrebbe tutto l’interesse a trascinare il suo partito alle elezioni, in cerca di quella legittimazione popolare che gli restituirebbe la verginità politica violata dalle toghe «eversive». Ma si tratta di una strada rischiosissima, che potrebbe anche condurre alla scomparsa definitiva del berlusconismo. Quando si lascia il passo ai tecnici per portare il Paese al voto, si innescano meccanismi che tendono a prolungare la legislatura ben oltre il prevedibile. E in Italia (pure a pochi metri da Berlusconi) c’è chi non aspetta altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il premier è convinto di avere ancora dalla sua la maggioranza del Paese. I sondaggi lo confortano. Gli ultimi dati di Crespi Ricerche assegnano al blocco PdL-Lega il 49% delle intenzioni di voto, che diventano il 50% se si aggiunge l’Mpa di Raffaele Lombardo. Sul fronte opposto, Partito democratico, Italia dei Valori e Lista Pannella non superano il 35%. Anche aggiungendo il 6,3% accreditato all’Udc, il divario resta abissale. Altri istituti danno numeri diversi, ma non di molto. Per questo, in caso di bocciatura del Lodo Alfano, una delle ipotesi sul tavolo di Berlusconi prevede di dichiarare chiusa l’esperienza del governo e di chiedere a Giorgio Napolitano di sciogliere le Camere e indire le elezioni. L’opposizione, che avrebbe a portata di mano l’occasione di sbarazzarsi dell’odiato nemico, salirebbe sulle barricate per ottenere dal Quirinale che a condurre il Paese al voto non sia il governo Berlusconi, ma un altro esecutivo. Richiesta che Napolitano difficilmente rifiuterebbe. Si avrebbe così un governo tecnico, non politico, nel cui programma figurerebbero quelle riforme economiche necessarie per consentire al Paese di reggere i colpi di coda della recessione. Solo dopo, semmai, si provvederebbe a tornare al voto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma la storia, anche recente (governo Dini, anno 1995), insegna che per certi esecutivi vale la massima di Giuseppe Prezzolini, per cui in Italia «nulla è stabile fuorché il provvisorio». Una volta insediato un simile governo, la tentazione di usarlo per far scomparire Berlusconi dalla scena politica sarebbe troppo forte. Ai difensori della Costituzione materiale, convinti che le istituzioni italiane siano ormai modellate sul bipolarismo, si opporrebbero i costituzionalisti democratici, difensori della Costituzione formale, convinti che vada bene qualunque governo abbia ottenuto una qualunque maggioranza parlamentare. Lunga vita al governicchio, allora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il pressing su Napolitano è già iniziato. Corriere della Sera, Stampa e Sole-24 Ore si sono schierati contro il ritorno alle urne, bollando come irresponsabile la voglia berlusconiana di voto anticipato. Un atteggiamento che - non a caso - riflette quello di Confindustria, Abi e Banca d’Italia. Oggi questi ambienti difendono il diritto-dovere di Berlusconi di governare sino alla fine della legislatura. Ma è quest’ultima che intendono proteggere, non certo l’esecutivo. Se Berlusconi dovesse lasciare palazzo Chigi, un’ora dopo invocherebbero un governo che sappia raffreddare gli animi,  tranquillizzare i mercati in una frase così delicata e chi più ne ha più ne metta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Berlusconi potrebbe uscirne integro facendo leva sulla sua ampia maggioranza parlamentare, e cioè chiedendo agli uomini che ha fatto eleggere di non prestarsi a simili operazioni. Ma la verità è che certezze sulla loro collaborazione non ne ha nemmeno lui. L’unica sicurezza, anzi, è che gli attuali senatori e deputati non hanno alcuna voglia di chiudere la loro esperienza parlamentare in anticipo. Non prima, almeno, di essere stati in carica per metà della legislatura, cioè due anni e mezzo, quanto basta per maturare il diritto al vitalizio una volta compiuto il sessantacinquesimo anno di età. Molti di loro sanno bene che non sarebbero rieletti, e sono pronti a fare di tutto per prolungare l’incarico quanto più possibile. La loro voglia di restare aggrappati allo scranno si sommerebbe alla esigenza del Pd di non andare subito al voto, perché le elezioni in tempi rapidi servirebbero solo a rafforzare l’Italia dei Valori e l’Udc e a resuscitare i partiti della sinistra estrema, a spese del Partito democratico. Una situazione che Napolitano ha ben presente. Meglio, per Massimo D’Alema e compagni, prendere tempo, lasciando che a occuparsi di Berlusconi siano i magistrati. Nel PdL, infine, questa attesa sarebbe benedetta da tanti come l’occasione giusta per uscire allo scoperto e giocarsi la partita della successione a Berlusconi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il quale, stando così le cose, ha davvero una lunga serie di ottimi motivi per sperare che la Consulta non bocci il Lodo Alfano. In caso di verdetto negativo, infatti, più che alla fine anticipata della legislatura si rischia di assistere alla fine anticipata dell’avventura politica del Cavaliere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 7 ottobre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-2429755453810013859?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/2429755453810013859'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/2429755453810013859'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/berlusconi-e-il-rischio-del-voto.html' title='Berlusconi e il rischio del voto anticipato'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-7498285612556194497</id><published>2009-10-07T12:05:00.002+02:00</published><updated>2009-10-07T12:08:21.720+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stati Uniti'/><title type='text'>Addio a Obama l'idealista</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La leggenda metropolitana più in voga negli ultimi tempi è stata quella di Barack Obama presidente dai grandi ideali. Da contrapporre al suo predecessore, il bovaro texano George W. Bush, che faceva le guerre per arricchire la Hulliburton, la Exxon e le altre grandi compagnie americane. Ecco, dopo nemmeno nove mesi dal suo insediamento, Obama il grande idealista non c’è più. Svanito. I pochi che ancora non ne hanno preso atto sono pregati di fare i conti con la realtà, sporca e cattiva come sempre: ieri la Casa Bianca ha fatto sapere che il Dalai Lama, appena arrivato a Washington, non sarà ricevuto dal presidente. Né in forma privata, tantomeno in veste ufficiale. Obama gli ha sbattuto la porta in faccia. Il 74enne leader religioso del Tibet, premio Nobel per la pace, sarà carino e simpatico quanto vuoi, ma è inavvicinabile perché su di lui pesa il veto del regime di Pechino. E poi non ha nemmeno il dono dell’opportunità: il presidente statunitense tra un mese sarà in visita in Cina, e non è il caso di guastare sin d’ora il grande evento. La causa tibetana può attendere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi accredita il Dalai Lama come interlocutore politico, infatti, entra automaticamente nella lista nera di Hu Jintao, presidente della Repubblica popolare cinese. Jintao è il leader di un Paese in cui i diritti umani semplicemente non esistono, tanto che chiunque può essere incarcerato senza processo. Sotto il controllo militare del regime di Pechino gli abitanti della regione autonoma del Tibet - quelli che non stati rinchiusi in carcere - sono chiamati a seguire corsi di «educazione patriottica», dove ai partecipanti è chiesto di firmare denunce scritte contro il Dalai Lama. Ma soprattutto Jintao è il leader della nuova grande potenza economica e politica mondiale. Gli investitori cinesi controllano titoli del Tesoro americano per oltre 800 miliardi di dollari, pari a un quarto del debito pubblico statunitense collocato all’estero. Questo basta a far passare in secondo piano tutto il resto. Un portavoce di Jintao, il mese scorso, aveva lanciato l’avvertimento: il governo di Pechino «si oppone» a un incontro tra Obama e il Dalai Lama. Ricevuto il messaggio, il presidente americano si è adeguato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È un modo di fare che qui in Italia conosciamo bene. Silvio Berlusconi, nei periodi in cui è stato presidente del Consiglio, ha ricevuto il Dalai Lama solo nel 1994, e l’incontro è avvenuto sotto forma di semplice visita privata. Nel 2003 e nel 2009 la guida spirituale del Tibet buddista è tornata in Italia, ma non è riuscita a incontrare il Cavaliere. Un diniego bipartisan: disgustando i suoi alleati del partito radicale, Romano Prodi nel dicembre del 2007 spiegò con la ragion di Stato il suo rifiuto a ricevere l’ingombrante ospite: «Bisogna usare prudenza. Ho la responsabilità di un Paese e devo rendermi conto delle conseguenze finali delle mie azioni».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora, che a fare simili ragionamenti siano i politici di casa nostra, peraltro imitati dalla gran parte dei loro colleghi internazionali, non stupisce nessuno. Ma diventa una signora notizia quando a certe vecchie ipocrisie ricorre il leader della superpotenza americana, nonché alfiere del «mondo nuovo» in cui gli ideali di Libertà e Giustizia avrebbero dovuto rimpiazzare i compromessi al ribasso sulla pelle degli oppressi. Concita De Gregorio, direttrice dell’Unità, ha presentato Obama ai suoi lettori come il presidente che «con tranquilla disinvoltura scardina il vecchio mondo». Vittorio Zucconi, su Repubblica, ha fatto credere a qualcuno che Obama avrebbe offerto alla comunità internazionale un «nuovo inizio». Come no.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Meglio di tutti, come sempre in questi casi, è riuscito a fare Furio Colombo, in un articolo per l’Unità: «Obama ha rovesciato la frase “purtroppo la politica ci costringe a…” in “per fortuna la politica ci chiede di…”. Il patto con l’America è anche un patto con il mondo. E questo è il senso magico dell’attesa», scriveva Colombo commuovendo i suoi lettori. I quali, però, adesso dovrebbero essere svegliati dall’estasi mistica e informati, con il dovuto tatto, che Colombo non ci aveva capito nulla, e che Obama ha appena detto che “purtroppo la politica” lo costringe a non incontrare il Dalai Lama. Il «Mondo nuovo» esisteva solo nelle favole con cui i compagni italiani cercavano di evadere dalla onnipresenza berlusconiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Cosa deve pensare un monaco o una suora buddista rinchiuso in prigione nell’apprendere che Obama non riceve il leader spirituale tibetano?» si è chiesto a Washington il deputato repubblicano Frank Wolf. Domanda retorica, la risposta già si sa: deve pensare che a Obama non importa nulla. A proposito: l’unico presidente statunitense che ha ricevuto il Dalai Lama, sfidando le ire del regime cinese (e fregandosene), è stato George W. Bush. Quello stupido e senza ideali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 6 ottobre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-7498285612556194497?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/7498285612556194497'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/7498285612556194497'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/addio-obama-lidealista.html' title='Addio a Obama l&apos;idealista'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-1766545742424078075</id><published>2009-10-01T20:45:00.001+02:00</published><updated>2009-10-01T20:45:00.463+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Televisione'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stampa di sinistra'/><title type='text'>Quello che la D'Addario non dice</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Patrizia D’Addario è ormai un vero e proprio personaggio politico, e non certo per l’improvvida decisione di candidarla alle ultime elezioni comunali baresi nella lista “La Puglia prima di tutto”, sotto le insegne del Popolo della Libertà. È un personaggio politico perché politico è il valore delle sue parole, usate per screditare Silvio Berlusconi. Politici sono tutti i giornali che la intervistano e politici sono i talk show che la ospitano, come farà Anno Zero di Michele Santoro, stasera nel ruolo dell’intervistatore finale. Lei, da brava attrice, sta sempre al gioco: concede ai giornalisti - sinora tutti compiacenti - la frase per il titolo giusto. Politici sono i suoi interlocutori, ai quali lancia messaggi in codice, lasciando intendere di sapere molti fatti che non ha ancora raccontato, che però potrebbe svelare se le cose non dovessero andare come lei vuole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come quando, &lt;a target="_blank" href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;amp;currentArticle=NE2BZ"&gt;intervistata sul Manifesto del 15 settembre&lt;/a&gt;, ha detto che il suo obiettivo immediato è costruire il suo residence, quello per cui aveva chiesto l’intervento di Berlusconi. «Spero che presto si sblocchi il problema amministrativo che lo blocca. Altrimenti racconterò la sua storia vera», ha detto. Qui il manuale del piccolo giornalista insegna che l’intervistatore deve scavare: «Scusi, di quale “storia vera” sta parlando? Ci sono cose che non ha ancora detto? Sta forse lanciando messaggi obliqui, o minacce, a qualcuno?». Ma la compagna del Manifesto era troppo occupata a elevare la D’Addario a emblema della «prostituzione al tempo del postfordismo» per mettersi a fare la giornalista sul serio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché la verità è che a nessuno frega nulla di chi sia davvero questa signora, quali le motivazioni che la spingono, quali le contraddizioni - tantissime - della sua storia. La D’Addario non è un individuo, ma un randello da dare in testa al premier. E se lei è un personaggio controverso, se oggi dice una cosa e domani un’altra, se le testimonianze raccolte rendono lecito ogni dubbio sulle sue intenzioni, pazienza: basta non spargere la voce. La D’Addario può servire allo scopo solo se venduta al pubblico come la povera ragazza vittima di un gioco più grande di lei. E così avviene. Lei, che ha capito di essere davanti all’ultimo treno della sua carriera, il più importante di tutti, l’ha afferrato al volo. Ha fatto la sua parte ovunque: sul Lido di Venezia durante la Mostra del Cinema, ospite d’onore nelle discoteche di Parigi, intervistata sugli schermi della tv australiana Abc e sulle pagine del seriosissimo Financial Times.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tacita alleanza tra lei e chi l’ha intervistata ha consentito alla finzione di andare avanti per mesi. Come ogni personaggio politico, però, è giusto che anche lei sia chiamata a rispondere delle sue azioni, e non solo sulle dimensioni del lettone di Vladimir Putin e sull’arredamento di palazzo Grazioli. Se un personaggio simile viene invitato in prima serata sulle reti del servizio pubblico, se alle sue parole viene data tanta importanza da usarle per destabilizzare un presidente del Consiglio, è giusto capire chi è davvero e cosa vuole, illuminare i suoi lati oscuri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi è Patrizia D’Addario? Lei assicura di non essere una prostituta. Però ammette di aver fatto sesso per soldi e di aver frequentato gli harem degli sceicchi del Dubai. Se questa non è prostituzione, cosa è? Dice di non recitare mai. Ma pochi anni fa aveva detto l’esatto contrario: «Sono attratta dalla simulazione e dalla dissimulazione». Dice di non essere una ricattatrice. Ma intanto, da anni, registra ogni suo incontro, e afferma di aver parlato dei suoi incontri con il premier solo perché lui non ha sbloccato la pratica del progetto edilizio di cui lei gli aveva parlato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché sta facendo tutto questo? Per un grande bisogno di verità, come vogliono farci credere i suoi agiografi, o perché ci sta guadagnando sopra, concedendo interviste, scrivendo libri e facendo comparsate ovunque? Perché in questo caso sarebbe interesse della signora tirarla per le lunghe e ricamare il più possibile attorno ai fatti. E tutti i soldi che ha fatto sinora con la sua attività di escort, da Bari a Roma passando per il Dubai, li ha in qualche modo dichiarati al fisco o se ne è guardata bene? Perché anche questo - i moralisti insegnano - dice molto sull’etica del personaggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La speranza è che su tutti questi punti sia fatta luce al più presto. A partire dalla puntata di Anno Zero di stasera, dove la D’Addario sarà l’ospite più atteso. Nel caso Santoro non avesse tempo per pensarci sopra, dieci domande per lei sono già qui, pronte. Anche per capire se e quanto la signora meriti di essere presa sul serio da chi paga il canone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 1 ottobre 2009.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a target="_blank" href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;amp;currentArticle=NJS90"&gt;Qui (nella seconda pagina) le dieci domande alla signora&lt;/a&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-1766545742424078075?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/1766545742424078075'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/1766545742424078075'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/quello-che-la-daddario-non-dice.html' title='Quello che la D&apos;Addario non dice'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-6709711835404687470</id><published>2009-10-01T18:24:00.004+02:00</published><updated>2009-10-01T18:37:16.184+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stati Uniti'/><title type='text'>Quello che vuole mandare in galera i giornalisti</title><content type='html'>E' Barack Obama. Ce lo racconta il New York Times di oggi.&lt;blockquote&gt;«L'amministrazione Obama ha detto ai legislatori di essere contraria alla legislazione che proteggerebbe i giornalisti dall'essere incarcerati se si rifiutano di rivelare le fonti confidenziali che hanno fatto trapelare notizie sulla sicurezza nazionale».&lt;/blockquote&gt;&lt;a target="_blank" href="http://www.nytimes.com/2009/10/01/us/01shield.html?hpw"&gt;Il resto qui&lt;/a&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-6709711835404687470?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/6709711835404687470'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/6709711835404687470'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/10/quello-che-vuole-mandare-in-galera-i.html' title='Quello che vuole mandare in galera i giornalisti'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-15414929.post-3129193664035886201</id><published>2009-09-22T19:30:00.000+02:00</published><updated>2009-09-22T19:30:00.357+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Chiesa Cattolica'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Pdl'/><title type='text'>Da Bagnasco critiche a Berlusconi e applausi al governo</title><content type='html'>di Fausto Carioti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Leggere nelle parole pronunciate ieri da monsignor Angelo Bagnasco una critica a Silvio Berlusconi è esercizio facile, che però racconta solo metà della storia. Bagnasco, nella sua prolusione ai lavori del Consiglio episcopale permanente, ha espresso una critica su certi comportamenti della classe politica, nei quali rientrano senza dubbio anche le vicende attribuite al presidente del consiglio. Ma la condanna morale per i passatempi di Berlusconi (peraltro mai citato per nome) avrebbe anche potuto essere molto più dura, come avevano chiesto certi settori della Chiesa. Soprattutto, il governo ieri ha incassato un apprezzamento per la linea tenuta sulle questioni bioetiche. I vizi privati del premier, nel discorso di Bagnasco, risultano così compensati dalle virtù pubbliche riconosciute al suo esecutivo. Se è vero che la Chiesa italiana è appena entrata nell’era del dopo-Ruini, simboleggiata dalle dimissioni di Dino Boffo dalla direzione dei media della Cei, e che tutti si chiedono quale sarà da ora in poi la nuova linea, oggi forse il PdL può guardare alle manovre in corso con qualche timore in meno. Anche se tirare le somme adesso sarebbe un errore: lo scontro tra la Commissione episcopale e la segreteria di Stato vaticana, che ruota proprio attorno al modo con cui la Chiesa deve porsi dinanzi alla politica italiana, non si è concluso con la defenestrazione di Boffo, e prosegue durissimo. Resta ancora da capire, infatti, quale sarà in futuro il grado di "ingerenza" dei vescovi italiani, e quanto, tra loro, crescerà di peso la componente progressista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ieri, comunque, da Bagnasco la sinistra si attendeva di più. Come era ovvio, il presidente della Cei ha affrontato l’argomento delle dimissioni del direttore di Avvenire, ma l’ha fatto senza attaccare il premier ed evitando di chiamarlo direttamente in causa. Sui comportamenti privati dei politici ha preferito invocare «misura e sobrietà», ed è chiaro con chi ce l’avesse, ma l’ha fatto senza lanciare condanne né scomuniche. Anzi, ha ribadito che «la Chiesa resta con chiunque amica».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre l’appoggio per quanto fatto dal governo sui cosiddetti temi etici è evidente, e qui a incassare il colpo sono Gianfranco Fini e gli altri che vogliono portare il parlamento su posizioni che la Chiesa ritiene inaccettabili. Sulla legge che regola il fine-vita Bagnasco è stato chiaro: il testo varato dal Senato, che Fini e i suoi si sono impegnati a cambiare alla Camera, deve essere considerato «prezioso, perché dice la volontà di assicurare l’indispensabile nutrimento vitale a chiunque». Sulla Ru486, la pillola abortiva, il capo dei vescovi ha chiesto un «dibattito parlamentare» per «arrivare ad una maggiore verità sul farmaco stesso, e su ciò che ha già obiettivamente causato anche in varie altre nazioni». Anche qui, impossibile non vedere una replica al presidente della Camera. Il quale, a Maurizio Gasparri che chiedeva un’indagine parlamentare sulla pillola, aveva risposto: «Non vedo cosa c’entri il Parlamento». Sull’immigrazione, infine, accanto alle perplessità su alcune norme contenute nel pacchetto sicurezza, Bagnasco ha espresso apprezzamento per la sanatoria destinata alle badanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per tutti questi motivi, chi per conto di Berlusconi tiene i contatti con le gerarchie ecclesiastiche ieri ha tirato un sospiro di sollievo, perché «in fin dei conti poteva andare molto peggio. Bagnasco poteva cedere alle tante richieste che gli erano state fatte. Invece ha scelto di tenere la barra dritta nonostante le dimissioni di Boffo siano state per loro un evento gravissimo».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Passerà tempo, però, prima di capire che volto avrà la Chiesa italiana del dopo-Ruini. Non è ancora chiaro se e quanto la Cei e il suo quotidiano, Avvenire, si avvicineranno al modello della segreteria di Stato vaticana del cardinale Tarcisio Bertone e dell’Osservatore Romano, che seguono la linea della non ingerenza negli affari politici italiani, che si tratti del caso di Eluana Englaro o delle dimissioni di Boffo. La tensione tra Bagnasco e Bertone è altissima. Ed è ancora da vedere quanto il colpo sferrato al direttore di Avvenire potrà spostare a sinistra l’asse della conferenza episcopale. Di sicuro, i vescovi progressisti e tutto quel mondo ecclesiastico vicino all’opposizione, che erano stati messi all’angolo dal successo delle iniziative del centrodestra, come il Family Day e il decreto "salva-Eluana", adesso hanno ritrovato la voce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sinistra è ben rappresentata tra i vescovi, ma il Consiglio episcopale permanente (l’organo di autogoverno dei vescovi) ha un indirizzo moderato. Le prossime nomine, però, potrebbero spostare certi equilibri. Una promozione "pesante" potrebbe essere quella di monsignor Vincenzo Paglia, presidente della commissione per l’ecumenismo, a vicepresidente del Consiglio episcopale. Personaggio di carisma, Paglia è gradito alla sinistra e rappresenta un punto di riferimento per la potentissima comunità di Sant’Egidio e per Francesco Rutelli, dato in fuoriuscita dal Pd e intento a creare una nuova forza di centro. Sarà importante anche la nomina del successore di Boffo alla guida di Avvenire, data per imminente. Ad esempio, una soluzione di compromesso come quella del costituzionalista Cesare Mirabelli, vicino al direttore dell’Osservatore Romano Giovanni Maria Vian, garantirebbe una direzione di alto profilo, ma non potrebbe replicare un quotidiano di battaglia come quello fatto per anni da Boffo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;© &lt;a href="http://www.libero-news.it/"&gt;Libero&lt;/a&gt;. Pubblicato il 22 settembre 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/15414929-3129193664035886201?l=aconservativemind.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/3129193664035886201'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/15414929/posts/default/3129193664035886201'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://aconservativemind.blogspot.com/2009/09/da-bagnasco-critiche-berlusconi-e.html' title='Da Bagnasco critiche a Berlusconi e applausi al governo'/><author><name>fc</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13076297948610563330</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='00503470497740402385'/></author></entry></feed>